Borghi Fantastici - MITUR

Borghi Fantastici - MITUR

By Ministero del TurismoSociety & CulturePlaces & Travel
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Borghi Fantastici - MITUR episodes

  • Spilamberto (MO) - Magalasso
    Lungo la Strada dei Castelli modenesi, sorge Spilamberto. Un incantevole borgo situato sulla sponda sinistra del fiume Panaro. Il castello di Spilamberto risale al 1210 e doveva difendere il confine con i territori di Bologna. Il feudo venne affidato ai Marchesi Rangoni i quali, dopo aver abitato al centro del paese, nel lussuoso Palazzo del Bargello, elessero come loro dimora la Rocca. Il cortile d’Onore della Rocca oggi ospita il Cortile del Gusto. Spilamberto, infatti, è il borgo che custodisce antichi rituali dell’arte enogastronomica. Nella signorile Villa Fabriani, ha sede il prestigioso Museo dell’Aceto Balsamico Tradizionale. Il Torrione della Rocca ospita, invece, l’Ordine del Nocino Modenese, oltre all’Antiquarium e alla cella di tale Messer Filippo. Un prigioniero che scrisse sul muro della cella in versi, con il sangue, gli ultimi lamenti prima di morire.
    Ma non è lui, il protagonista della nostra storia, bensì Magalasso, un mostro leggendario, che ancora si aggira per Spilamberto.
    Magalasso sembra un drago. Ha i denti e gli occhi da uomo ma il corpo è quello di uno strano serpente, a righe e tutte colorate. Magalasso vive nel vecchio fossato che circonda le mura medioevali di Spilamberto. Il suo posto preferito è sotto il Torrione principale.
    Dalla fossa, il serpente emerge per spaventare i paesani e chiunque voglia entrare nel borgo. C’è chi dice di averlo visto pure nascosto tra le canne del fiume Panaro. L’ultima volta in cui gli abitanti del paese hanno sentito il sibilo del serpente era appena il 1982.
    Magalasso però non è un mostro malvagio. In fin dei conti, nessuno ha veramente paura di lui. Sarà per via di quelle righe colorate che rallegrano il suo corpo da serpente e lo fanno apparire più buffo che pericoloso.
    In realtà, Magalasso si diverte a spaventare gli uomini che incontra, mentre striscia il lungo corpo sinuoso, tra il fossato e il fiume. Quel mostro rappresenta le paure inconsce degli uomini, quelle che nessuno vorrebbe mai affrontare. Eppure esistono e potrebbero affiorare da un momento all’altro, proprio come Magalasso.
    C’è chi dice che incontrare Magalasso renda più coraggiosi. Anche sentirne solo il sibilo, tra le canne del fiume, dia la forza per affrontare le proprie paure più nascoste.
    Ma senza alcuna angoscia, piuttosto con il coraggio di un sorriso.
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  • Furore (SA) - Il porto delle Streghe
    Furore è un minuscolo borgo della Costiera Amalfitana conosciuto anche come “il paese che non c’è”. Questo curioso soprannome deriva dal fatto che il suo centro abitato è sparso sui versanti di una montagna a strapiombo sul mare e, soprattutto in antichità, era difficile da trovare.
    Per quanto piccolo, Furore può contare sulla presenza di ben quattro chiese storiche, tutte meritevoli di una visita, e sui panorami mozzafiato regalati dal Mar Tirreno. Ma la particolarità di Furore si trova più in basso rispetto alle sue case. Nascosto tra i fianchi della montagna, infatti, è presente una profonda fenditura che s’insinua nella roccia fino a raggiungere una spiaggetta, dando vita ad un fiordo che riporta subito alla mente i paesaggi tipici del nord Europa.
    La spiaggia del fiordo di Furore è molto piccola - lunga appena 25 metri - ed è accessibile da un percorso che parte a fianco dalla soprastante Statale Amalfitana.
    Si racconta che quaggiù si dessero appuntamento le janare. Secondo la tradizione popolare campana, le janare erano delle donne abili nelle arti oscure della magia. Delle streghe, insomma.
    Ad ogni plenilunio, le janare raggiungevano il fiordo di Furore, arrivando a bordo di barche rubate. Una volta approdate sulla spiaggia, le donne si davano da fare per accendere dei grandi fuochi, vi si radunavano attorno e, soltanto a quel punto, intonavano in coro delle canzoni misteriose. Questo rito, all’apparenza innocuo, era in realtà un invito rivolto al Diavolo in persona. Le janare chiedevano al Signore delle Tenebre di unirsi a loro, e insistettero a tal punto che, una notte, il Diavolo si presentò.
    “Buonasera signore” disse il Demonio, sbucando da uno dei falò.
    Le janare lo fissarono stupefatte.
    “Che splendida serata, nevvero?” proseguì il Diavolo, spazzando via della fuliggine che gli era rimasta sulle spalle. “Dunque, posso sapere perché mi cercate tanto disperatamente?”
    La più anziana tra le janare si schiarì la gola. “Ti cerchiamo, Signore delle Mosche, perché desideriamo il tuo potere per regnare sul mondo.”
    “Mm-- sì, capisco, niente di nuovo. Cosa mi offrite in cambio?”
    Questa domanda colse le janare impreparate. Le donne alzarono la testa e indicarono la prima cosa che videro.
    “Ti offriamo quel borgo lassù, Signore delle Mosche. Tutto per te.”
    Il diavolo osservò le casette sul fianco della montagna e pensò che era un posto tranquillo, perfetto per trascorrere delle vacanze lontane dall’Inferno.
    “Molto bene” disse, “Trascorrerò del tempo tra gli uomini che abitano quel luogo. Se mi troverò bene, accetterò la vostra proposta.”
    Fu così che il Diavolo assunse le sembianze di un mercante e visitò il borgo, intenzionato a godersi un po’ di tranquillità. Accadde però che il parroco locale lo riconobbe e subito allarmò gli abitanti. Da quel momento le persone si dimostrarono talmente inospitali col Demonio che questi fece le valige e se ne andò prima dello scadere dei tre giorni. Scappò via urlando e battendo furiosamente gli zoccoli, e per via di quel comportamento, il borgo prese l’attuale nome di Furore.
    Oggi il fiordo non è più visitato dalle janare, ma è meta di pescatori e bagnanti. Se vorrete riposare in spiaggia o godervi una nuotata, vi consigliamo di recarvi a Furore. Sarà un’esperienza che non troverete in nessun'altra parte d’Italia!
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  • Rocca San Felice (AV) - Il mistero del fantasma
    Rocca San Felice è un centro abitato risalente al medioevo, situato sui colli dell’Alta Irpinia, in provincia di Avellino. Questo borgo fortificato venne costruito dal principe di Benevento per difendere i propri confini dalle mire espansionistiche di Salerno. Per questo motivo, Rocca San Felice era caratterizzata da spesse mura di cinta e basse case di pietra, alle quali si sono aggiunte, successivamente, palazzi, chiese e santuari.
    L’edificio più iconico del borgo è il castello, costruito sulla sommità del colle, da dove si potevano facilmente scorgere gli spostamenti di truppe nemiche. Della fortezza rimangono oggi visibili la muraglia, l’ingresso, e la grande torre di quattro piani.
    All’interno di quest’ultima, secondo una leggenda locale, si aggirerebbe il triste fantasma di una donna vestita di bianco.
    Di chi si tratta?
    Difficile dirlo, ma secondo alcune voci sarebbe lo spettro di Margherita d’Austria, moglie di Enrico II di Svevia. La donna giunse in Italia al seguito del marito, che era stato incarcerato nell'Irpinia per aver fomentato delle rivolte in Germania. Essendo un prigioniero politico, Enrico di Svevia veniva spesso trasferito da un forte all’altro, per impedire ai suoi seguaci di liberarlo. Per sua sfortuna, fu proprio durante un trasferimento a Rocca San Felice che Enrico precipitò in un burrone e morì.
    Quando Margherita seppe della sua morte, si diresse sul posto e domandò notizie del suo sposo. Purtroppo le guardie non seppero aiutarla e Margherita non ritrovò mai il suo amato.
    Per questo si pensa che sia lei ad aggirarsi nei pressi del castello. Anche da morta, Margherita sarebbe alla ricerca di Enrico, e vagherebbe senza pace tra i ruderi del castello.
    Per omaggiare questa leggenda, ogni anno Rocca San Felice organizza una rievocazione medievale. La festa si svolge nell’ultimo weekend di Agosto e vi permetterà di rivivere l’emozionante epoca dei cavalieri. Non perdete quest’occasione.
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  • Atrani (SA) - La Valle del Dragone
    Atrani è un meraviglioso centro abitato della Costiera Amalfitana che ha mantenuto le caratteristiche del borgo di pescatori. Il suo centro storico racchiude poche attrazioni, ma i suoi vicoletti, i cortili, le piazze, e le tipiche case del posto - chiamate scalinatelle - valgono sicuramente una visita! Infatti è inserito nella lista dei borghi più belli d’Italia ed è stato dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità.
    Una particolarità di Atrani è legata al luogo in cui è situato il borgo: la valle del Dragone, chiamata così perché, si dice, vi si nascondesse un drago.
    La creatura era un enorme rettile che camminava su quattro zampe, con una pericolosa coda uncinata e due grandi ali, come di pipistrello. Si aggirava per la valle, ruggendo a qualunque cosa gli si parasse davanti. Aggrediva gli uomini e gli bruciava con le fiamme che sprigionava dalle fauci.
    Gli abitanti della valle si erano rifugiati sulla costa e non intendevano più avventurarsi nell’entroterra, perché i pochi che lo facevano non ritornavano. Le cose andarono avanti così per qualche anno, finché un giovane pescatore non si fece coraggio e partì verso la vallata, determinato a sconfiggere il mostro.
    Il ragazzo si avventurò sulle montagne, le valicò e raggiunse un fiume che seguì, fin dentro al folto della foresta. C’era buio sotto alle chiome degli alberi, e silenzio, un silenzio assordante. L’erba non frusciava al vento, i grilli non frinivano, nessun uccello o animale si muoveva. Il pescatore comprese che il drago doveva essere lì vicino, e perciò si acquattò e avanzò guardingo.
    Trovò il mostro poco più avanti, addormentato al centro di una radura. Russava in maniera tremenda e se ne stava disteso su di un fianco perché aveva una lancia conficcata nel costato. Il pescatore vide che il drago soffriva per quella ferita e, nel sonno, agitava le zampe, cercando di rimuovere la lancia.
    Preso da empatia, il ragazzo raggiunse il drago e, anziché ucciderlo, lo liberò dalla lancia. La creatura si risvegliò d’improvviso e tossì delle grandi nuvole di fumo nell’aria, poi si voltò e fissò il pescatore. Il giovane spezzò la lancia che teneva tra le mani e la gettò via per far capire che non voleva fare del male.
    Sorprendentemente, il drago non lo attaccò. Anzi, gli venne accanto e gli strusciò la testa sul petto, in segno di ringraziamento. Dopodiché spalancò le ali e volò via.
    Tornato al villaggio, il pescatore raccontò quanto era accaduto. Forse un cacciatore, giudicando il drago pericoloso per via del suo aspetto, lo aveva attaccato, e la bestia, da quel momento, aveva avuto paura dell’uomo. Ma ora il terrore era finito e la gente poteva tornare tranquilla ad abitare la vallata.
    Non ci è dato sapere se la casa del giovane pescatore fosse proprio ad Atrani, ma a noi piace pensarla così. Se passerete da questo incredibile borgo marino, provate a chiedere in giro. Magari qualcuno saprà dirvi se questa storia è davvero accaduta da quelle parti.
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  • Baselice (BN) - La scuola di stregoneria
    Baselice è un borgo della Campania che fa dell’immutabilità il suo punto di forza. Visitando il suo centro storico si ha infatti l’impressione di tornare indietro nel tempo e di passeggiare in un antico abitato medievale. Le sue strade sono costeggiate da granai e case contadine, ma anche palazzi imponenti, come la Torre del Capitano o il Palazzo Lembo, annoverato fra le 1.000 meraviglie italiane nel 2011. Baselice ospita anche un importante Museo Paleontologico con numerosi reperti fossili e, si mormora, persino una scuola di stregoneria.
    Questa strana istituzione sarebbe stata fondata attorno al 1400 da una donna di nome Maria, detta La Rossa. Si racconta che Maria si trasferì nei pressi di Baselice dopo il matrimonio, e siccome era una janara - una strega buona - cominciò a distillare e vendere delle pozioni curative. La sua fama di guaritrice crebbe a tal punto che molte ragazze si presentarono alla sua porta e la supplicarono di insegnare la sua arte.
    Allora Maria aprì una vera e propria scuola di stregoneria. Le lezioni si svolgevano sul Toppo delle Fate, lontano dal borgo, per non turbare la quiete degli abitanti. Lì venivano tramandate le ricette per unguenti, filtri d’amore, pozioni magiche e intrugli di dubbio utilizzo.
    Gli insegnamenti di Maria erano tutti a fin di bene, ma, purtroppo, tra le sue allieve, si era infiltrata anche una donna dall’animo crudele. Si chiamava Coletta e aveva l’abitudine di compiere malefatte ed estorcere l’elemosina a chiunque capitasse sulla sua strada.
    Un giorno un contadino, esasperato dalle incessanti richieste di Coletta, le negò il pane che solitamente le regalava. Coletta, furiosa per l’affronto, punì l’uomo, lanciando un anatema su suo figlio. Il bambino maledetto si svegliò l’indomani con la schiena orribilmente deformate. Allora il padre radunò i paesani e diede la caccia a Coletta, scacciandola dal villaggio sotto la minaccia di torce e forconi. La strega scappò e di lei non si seppe più nulla.
    Nel frattempo, Maria venne chiamata a curare il bambino, che guarì nel giro di poche settimane.
    Da quel giorno, però, Maria fu molto più attenta alle persone che accettava come allieve. Per questo rese difficile trovare la scuola, e così fecero le sue discendenti.
    Alcuni degli abitanti di Baselice affermano infatti che la scuola di stregoneria sia ancora presente nel borgo, ma solo poche elette vi sono ammesse e non è permesso parlarne in giro.
    Chissà, magari mentre percorrerete le vie di Baselice, sarete proprio voi a trovare una traccia dell’esistenza della scuola. Buona fortuna!
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  • Nusco (AV) - Sant'Antonio e il fuoco dell'Inferno
    Nusco è un borgo della Campania che, dall’alto dei suoi 900 metri di altitudine, domina le splendide e rigogliose valli dell'Ofanto e del Calore. Il suo centro storico ha molti soprannomi, è infatti chiamato Paese Meraviglioso, Cantuccio di Luce, Balcone dell’Irpinia, Conca Paradisiaca e Gemma del Val Calore. Già da questo si può intuire quanto questo borgo sia bello e meritevole di una visita!
    Nusco è un luogo pieno di vita: il visitatore se ne accorge appena mette piedi tra le sue strade, contraddistinte dall’allegro vociare e dal via e vai di persone. Tra le sue bellezze architettoniche spiccano la torre dell’orologio, la Porta Superiore, i resti del castello longobardo, la Cattedrale di Sant’Amato e la sottostante cripta romanica.
    Un buon motivo per vedere Nusco sono gli eventi e le sagre che lo animano lungo l’anno, a cominciare dalla Notte dei Falò, che si tiene ogni terza settimana di gennaio. Questa rievocazione - che vede l’accensione di grandi fuochi per le vie del borgo - riporta Nusco indietro nel tempo e rapisce i visitatori con la sua aura di mistero e suggestione.
    Secondo la tradizione, questo evento è collegato alla discesa all’Inferno di Sant’Antonio. Racconta la leggenda che, una volta, nel mondo, il fuoco non esisteva, e perciò gli uomini pativano il freddo. Stanchi della loro situazione, se ne andarono da sant’Antonio e lo supplicarono di risolvere la cosa. Il santo rispose prontamente di sì e, siccome il fuoco era all’inferno, decise di scendere laggiù per andare a prenderlo. Si avviò così verso la città dolente, accompagnato da un maiale che, da sempre, lo seguiva come un cagnolino.
    Giunti alle porte dell’Inferno, il santo bussò e chiese di poter entrare, ma i diavoli che stavano di guardia, comprendendo di avere davanti un santo, sbarrarono il passaggio e si rifiutarono di farlo passare.
    “Apritemi!” insistette sant’Antonio, ma i diavoli furono irremovibili.
    “Giammai” risposero. Poi, per prenderlo in giro, schiusero il portone e dissero: «Però, se proprio ci tieni, lasciamo entrare il tuo maiale.”
    Sant’Antonio diede una pacca all’animale e lo convinse ad entrare. Fu così che il maiale cominciò a scorrazzare per l’intero Inferno, rovistando a terra, sporcando e mettendo tutto in disordine. Disperati, i diavoli gli correvano dietro e cercavano di sistemare i disastri che faceva; provarono anche a farlo fuori, ma il maiale era talmente veloce che non riuscirono nemmeno a raggiungerlo.
    Sfiniti, i diavoli andarono ad aprire le porte dell’Inferno e dissero a Sant’Antonio: “Ma che bello scherzo che ci hai fatto… Avanti. Vieni a riprenditi il tuo animale!”
    Sant’Antonio si fece avanti e richiamò il maiale. Poi si voltò e fece per andarsene, ma, prima, allungò il suo bastone tra le fiamme dell’Inferno, e ne fece una fiaccola.
    “Arrivederci” disse il Santo, andandosene con il maiale.
    “Speriamo di no”, risposero i diavoli, ancora affaticati.
    Tornato sulla terra, Sant’Antonio fece dono del fuoco agli uomini, e questi, per ringraziarlo, decisero che, da quel giorno in avanti, ogni 17 gennaio avrebbero acceso dei falò in suo onore.
    E questa è la storia che spiega la nascita della Notte dei Falò. Non stupitevi, perciò, se in quell’occasione incontrerete dei maiali a zonzo per il borgo.
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  • Agropoli (SA) - La Regina Verde
    C’era una volta un piccolo insediamento greco nel Cilento. Era un luogo di passaggio posto sulla foce del fiume Testene, frequentato da numerose imbarcazioni che vi sostavano per concludere scambi commerciali. Gli affari nella zona erano fiorenti e, di conseguenza, il via vai di mercanti aumentò, portando benessere all’abitato, che crebbe fino a divenire un borgo importante.
    Stiamo parlando di Agropoli, paese ricco di storia e cultura. Il borgo, ancora oggi abitato, conserva lo splendore del suo antico centro storico. Per accedervi è necessario percorrere gli “scaloni”, una salita costituita da gradoni bassi e larghi, che introducono il visitatore alle bellezze di Agropoli. Tra queste citiamo il Faro Punta Fortino; la Fornace di Agropoli; la Chiesa Madre dei Santi Pietro e Paolo; e il Castello Angioino Aragonese, di cui parlò Ungaretti nel suo “Il Deserto e Dopo”.
    La storia che vi raccontiamo parte da un luogo chiamato Punta Tresino, un rigoglioso promontorio poco distante. Si dice che in questo paradiso naturale, durante le notti di luna calante, sia possibile scorgere una creatura marina che nuota tra le onde. Si tratterebbe di Ermegalda, detta lo Smeraldo Triste.
    La leggenda narra che, durante il periodo delle scorribande saracene, un manipolo di pirati sbarcò ad Agropoli, portandosi appresso una fanciulla: era Ermegalda, la giovane figlia del Capitano. La ragazza aveva lineamenti aggraziati e splendidi occhi, ma il colore della sua pelle era assai insolito, perché, alla luce del sole, risplendeva di verde.
    Gli abitanti di Agropoli la chiamavano lo Smeraldo Triste, siccome la giovane era sempre cupa e malinconica. In molti la corteggiarono, ma lei rifiutò sempre di legarsi a qualcuno. Almeno finché non conobbe Antonino, un umile pescatore di bell’aspetto, giovane e gentile. Ermegalda se ne innamorò subito, ma i protocolli dell’epoca non le permettevano di frequentarlo. Perciò i due cominciarono a incontrarsi in segreto, nel capanno del pescatore.
    Ermegalda era felice come non mai. Più tempo trascorreva con l’amato, più la sua pelle perdeva il malsano colore verde e si tingeva di rosso. L’amore la faceva sentire viva!
    Un giorno, però, Antonino non si presentò al consueto appuntamento.
    Preoccupata, Ermegalda scese al porto e domandò sue notizie. Apprese così che il giovane era morto in mare, ucciso da una tempesta scatenatasi poco lontano dalla costa.
    Disperata, la ragazza decise di porre fine alla sua vita, e si gettò dal promontorio di Punta Fortino. Ma il Dio del Mare, commosso dal suo dolore, decise di salvarla, e la trasformò in una ninfa.
    Si dice che ancora oggi, Ermegalda nuoti solitaria tra le grotte sommerse di Punta Tresino, spingendosi fino ad Agropoli. In alcune notti si potrebbe addirittura udire il suo pianto straziante provenire dalle spiagge.
    Passeggiando per Agropoli, non dimenticate di recarvi anche a Punta Tresino. Là, sull’alto promontorio, potrete trovare uno scoglio la cui forma ricorda il corpo di una donna intenta a fissare il mare. Si dice che sia un tributo della natura, che ha scolpito la roccia in memoria di Ermegalda, perciò siate gentili, e lasciatele un mazzolino di fiori, per testimoniare la vostra vicinanza.
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  • Mòres (SS) - Le fate di Mòres
    C’era una volta, e una volta non c’era, un paese abitato da fate e spiritelli che confinava con un borgo della Sardegna. Il borgo si chiamava Mòres, ed era un piccolo centro abitato da pastori, abbellito da piccole chiese locali, come la parrocchiale di Santa Caterina Caterina, e dal dolmen di Sa Covaccada, uno strano monumento in sasso risalente ai primi uomini.
    A Mòres si verificavano spesso dei fatti strani: le candele si accendevano e spegnevano da sole, le piante allungavano i rami per rubare i berretti ai pastori, i cani talvolta parlavano, l’acqua dei pozzi si tingeva di colori inusuali e molto altro. Tutto questo era dovuto alla vicinanza del paese fatato, ma gli abitanti del borgo ne ignoravano l’esistenza ed erano sempre più terrorizzati.
    Un giorno, una coppia di sposi, stanca di vivere nella paura, raccolse le poche cose che possedeva e si diresse nel vicino e più tranquillo paese di Florinas.
    “Dove andate?” domandò loro una ragazza che incontrarono ad un crocevia.
    “Ci trasferiamo” spiegò il marito, e poi raccontò alla giovane tutte le stranezze che lo avevano convinto ad abbandonare casa.
    La ragazza, che in realtà era una fata, ascoltò quello che l’uomo aveva da dire e si vergognò, perché comprese che erano lei e le sue sorelle la causa che riempiva gli uomini di paura.
    Allora salutò i due sposi e tornò velocemente nel suo paese. Si presentò al palazzo della Matriarca, la grande regina delle fate, e domandò udienza. Appena fu ricevuta, la fata raccontò quanto aveva appreso.
    ” È molto triste” commentò la Matriarca, “Cosa suggerisci di fare?”
    La giovane fata propose di rivelare la loro esistenza agli abitanti di Mòres, e la Matriarca acconsentì.
    Perciò, il giorno dopo, a Mòres si vide arrivare un corteo di fate che s’inchinarono e si presentarono. Chiesero scusa per tutto quanto era avvenuto e, per farsi perdonare, organizzarono una grande festa con tanta musica e dolci e fuochi d’artificio magici.
    Uomini e fate brindarono e danzarono assieme e, dopo quella notte, vissero in pace, senza darsi più fastidio. Persino coloro che avevano abbandonato Mòres ritornarono al borgo e fecero volentieri la conoscenza delle loro magiche vicine.
    Oggi le fate vengono celebrate a Mòres ogni anno con un festival in loro onore. L’evento si tiene in concomitanza con il solstizio autunnale, tra atmosfere celtiche e rievocazioni storiche. Se vi recherete in questo periodo, tenete gli occhi aperti perché potreste vedere una fatina intenta a cavalcare i venti...
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  • Esterlizi (SU) - Le mosche assassine
    Esterzili è un borgo della Sardegna centrale immerso in un paesaggio montano incontaminato, tra altopiani rocciosi e profonde vallate. Il centro abitato sorge alle pendici del Monte Santa Vittoria, che si erge al termine del crinale che lo collega alla zona di Arcuerì, nel territorio di Seui. La sommità della montagna è uno splendido belvedere sulla parte centro meridionale dell'isola e permette di ammirarla nella sua interezza.
    La località è famosa per i numerosi resti archeologici riportati alla luce nel corso degli anni. Tra questi, il ritrovamento più famoso è un edificio megalitico situato in prossimità di una pista per la transumanza. Si tratta del tempio di Domu ‘e Urxìa, luogo antico, carico di magia e mistero.
    L’edificio risale all’età del bronzo. Ha una forma rettangolare allungata, ed è privo del tetto. Ogni tanto, mentre si passeggia nei suoi dintorni, si sente un leggero suono vibrare nell’aria, come di piccole ali. Questo ha portato a credere che il tempio sia abitato da strane creature: delle fate, forse, o dei folletti.
    Secondo una leggenda locale, Domu ‘e Urxìa sarebbe anche stata la casa di una maga crudele e talmente potente da aver messo un fermo alla morte. Prima di abbandonare per sempre queste terre, la maga avrebbe nascosto il segreto dell’immortalità in una botte conservata in una grotta al di sotto del tempio. Lì, però, avrebbe lasciato in bella vista anche una seconda botte, per trarre in inganno eventuali ladri e sciacalli.
    Se un malintenzionato si avventurasse nella grotta e scoperchiasse la botte sbagliata, vi troverebbe annidate dentro "Is Muscas macceddas", le mosche assassine. Questi insetti mostruosi sarebbero pronti a balzar fuori per aggredire l’incauto visitatore, e lo divorerebbero in pochi, rapidi secondi.
    Perciò prestate attenzione mentre visitate Domu ‘e Urxìa e - mi raccomando! - se doveste trovare una botte, evitate di aprirla.
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  • Mamoiada (NU) - La danza dei Mamuthones
    Mamoiada è un borgo dell’entroterra sardo circondato da bellezze naturali. Il centro storico è diviso in rioni che prendono i nomi dalle rispettive chiese, ovvero la chiesa di Loreto, del 1600; la chiesa della Beata Vergine Assunta; la chiesa di Su Carmu; il santuario dei SS. Cosma e Damiano. Merita una visita anche l'antica fonte de Su ‘Antaru Vetzu, di probabile età romanica, caratterizzata da due fontane in pietra che un tempo venivano utilizzate dalle donne mamoiadine per lavare i panni.
    Questo borgo è famoso per i suoi grandi murales, ma soprattutto per un antico rito che viene tramandato di padre in figlio: quello degli Issohadores e dei Mamuthones.
    In occasione del 17 gennaio, giornata d’inizio del Carnevale Mamoiadino, gli uomini del borgo organizzano un corteo composto da due gruppi che indossano delle maschere locali: quelle bianche sono chiamate Issohadores, quelle nere Mamuthones. Questi ultimi sembrano essere prigionieri e si muovono in due file parallele con lentezza, quasi a fatica, mentre sono scortati da otto o dieci Issohadores che li seguono e circondano per tutta la sfilata.
    Il significato di questo corteo si è perso nel tempo, ma si dice possa essere una celebrazione della vittoria dei pastori di Barbagia sugli invasori saraceni, anche se alcuni studiosi non sono d’accordo e affermano che il rito risalga addirittura all’età nuragica.
    Il “MaMu - Museo delle Maschere Mediterranee” è stato aperto per consentire a questa arcaica cultura di essere maggiormente compresa e apprezzata dai visitatori che ogni anno giungono qui per assistere alla sfilata.
    Mamoiada vale una visita ogni giorno, non solo durante il 17 gennaio. Se amate camminare nella natura, sappiate che i dintorni sapranno fare la vostra gioia! Avventurandovi poco fuori dal borgo troverete i sos pinnettos, le tipiche costruzioni in pietra e legno dove i pastori producono i loro tipici formaggi.
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Borghi Fantastici, la guida fantasy ai Borghi Italiani, è il progetto vincitore del Contest Viaggio in Italia promosso dal Ministero del Turismo in collaborazione con Invitalia.

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