Borghi Fantastici - MITUR

Borghi Fantastici - MITUR

By Ministero del TurismoSociety & CulturePlaces & Travel
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Borghi Fantastici - MITUR episodes

  • Bidonì (OR) - Il museo delle streghe
    Bidonì è un minuscolo borgo di appena 150 abitanti, affacciato sulle rive del lago Omodeo e circondato da campi destinati all’agricoltura e alla pastorizia.
    Le poche strade che percorrono il suo centro abitato sono strette tra le basse case costruite in trachite, una pietra rossa locale. I monumenti degni di nota sono le rovine di un Tempio dedicato a Giove risalente al 50 a.C., la chiesa romanica di San Pietro situata all’interno del cimitero duecentesco, la chiesa campestre di Santa Maria di Ossolo, e il museo delle streghe.
    Quest’ultimo raccontata la storia della stregoneria in Sardegna, concentrandosi in particolar modo su Julia Casu, una fattucchiera che nel 1596 venne tenuta prigioniera dall’Inquisizione di Sassari.
    Julia Casu era una donna di umili origini che a 25 anni si trasferì a Siligo, dove sposò un contadino del posto. Oltre a gestire la casa, Julia aiutava il vicinato con le sue doti di indovina e guaritrice. Se qualcuno aveva bisogno di un consiglio o di un’erba medica, era a lei che si rivolgeva. Lei aiutava chiunque e, siccome aveva buon cuore, non chiedeva soldi o favori per quanto faceva.
    Qualcuno, però, doveva provare una forte antipatia nei suoi confronti, perché cominciò ad accusarla di far ammalare e morire le persone. Queste voci, che si fecero sempre più insistenti, arrivarono infine anche alle orecchie del Tribunale di Sassari che inviò sul posto degli inquisitori. La donna venne arrestata e portata via.
    Il processo si svolse in segreto e durò a lungo, ma, alla fine, Julia venne scagionata e poté tornare alla sua vita. Tre anni dopo, tuttavia, tornò a comparire davanti al tribunale, sempre con delle accuse di stregoneria.
    Questa volta gli investigatori furono più duri con lei e forse sarebbero riusciti a farla confessare crimini che non aveva commesso, se non fosse che, ad un certo punto, Julia sparì. Le malelingue dissero che era stata opera del demonio, altri affermarono che era stato l’intervento divino a salvarla.
    L’unica cosa certa è che Julia si salvò, un riscatto nei confronti di tutte le altre donne che, purtroppo, non furono altrettanto fortunate.
    Julia Casu è ricordata all’interno del museo con una ricostruzione della stanza in cui operava le sue magie. Tra i vari oggetti in esposizione troverete anche amuleti contro il malocchio, pozioni e sortilegi tipici di questa terra. Portatevi carta e penna se passerete a visitarlo, magari potrete prendervi qualche appunto su come imbottigliare la giovinezza o sfuggire alla morte!
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  • Bronte (CT) - I lamenti del fantasma
    Bronte, nell’immaginario collettivo, è inevitabilmente legato agli eccellenti pistacchi che produce, ma questo borgo siciliano nato sulle pendici dell’Etna ha molto altro da offrire!
    Arrivando da Catania tramite la Circumetnea sarà possibile ammirarne le meraviglie paesaggistiche, come il Bosco di Centorbi, un rigoglioso querceto che ricopre il versante occidentale dell’Etna, o le Forre Laviche, profonde gole scavate dal fiume Simeto.
    Il borgo potrà poi meravigliarvi con il Santuario di Maria Santissima Annunziata, che con il suo splendido portale in pietra arenaria, adornato da angeli, demoni, e decorazioni floreali, rappresenta un importante esempio di arte religiosa locale.
    Vi è poi il Collegio Capizzi, la Chiesa di Santa Maria delle Catene, il ponte normanno di Serravalle e, a 13 chilometri dal centro storico, il Castello di Maniace.
    Questo maniero, risalente al 1174, è situato in piena campagna, lungo un tratturo che nel medioevo era il principale collegamento con l’entroterra. L’origine del suo nome è avvolta nel mistero, ma si pensa che derivi dal generale bizantino Giorgio Maniace, che, in questa zona, affrontò e sconfisse un imponente esercito di mori.
    In epoca più recente il castello venne donato all’ammiraglio britannico Horatio Nelson, divenuto Duca di Bronte. I suoi eredi mantennero il controllo della proprietà fino all’avvento del fascismo, che li costrinse ad abbandonare il maniero.
    Chi non ha mai lasciato il castello, invece, è il fantasma che lo infesta. Chi ha soggiornato nel maniero ha raccontato di aver udito dei terribili lamenti provenienti dall’ala sud. Pare che le manifestazioni dello spettro siano state così frequenti da costringere i proprietari a chiedere ai propri ospiti se, per caso, avessero timore dei fantasmi, prima di dare loro un qualsiasi alloggio.
    Una degli ospiti, dopo una notte a Maniace, scrisse sul suo diario:
    «Mi ero appena addormentata quando mi alzai di scatto udendo un profondo lamento. Era molto vicino a me. Accesi subito la candela e mi guardai attorno.
    «La porta della mia camera era chiusa. Non vedo come qualcuno potesse essere entrato e apparentemente nessuno era entrato. Ma i lamenti continuavano. Volsi lo sguardo verso l’orologio e vidi che erano trascorsi tre minuti dalla mezzanotte.
    «Allora saltai giù dal letto, pensando: “Se il lamento non cessa prima che io arrivi a contare sino a 20, io sveglio l’ospite che è nella camera accanto”. Ero realmente terrorizzata. Quando arrivai, contando, a 18, i lamenti cessarono all’improvviso».
    L’indomani la donna fuggì a gambe levate, e come lei fecero molti altri ospiti, negli anni a seguire.
    Ancora non è chiaro chi sia il fantasma del castello. Si pensa all’anima irrequieta di Papa Alessandro VI o all’amante dell’ammiraglio Nelson, ma non vi è certezza. Forse voi avrete fortuna, e riuscirete finalmente a scoprire l’identità dello spettro, perciò non tiratevi indietro e soggiornate a Bronte!
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  • Marsala (TP) - La Grotta della Sibilla
    Avvicinatevi, gente! Oggi, se sarete fortunati, potreste ricevere una premonizione dal futuro!
    Ci troviamo a Marsala, il famoso borgo della Sicilia in cui sbarcò Garibaldi col suo seguito di mille uomini. È anche la località in cui si produce l’omonimo vino liquoroso: fermatevi ad assaggiarlo se vi verrà offerto mentre passeggiate tra i negozi.
    Il centro storico di Marsala è un crocevia di culture, qui potrete trovare influenze arabe, greche, romane, bizantine, normanne, spagnole… Sembra che l’intero mondo sia passato da Marsala e vi abbia lasciato un pezzetto di sé.
    Il borgo è visitabile a piedi in un solo giorno, ma se avete la possibilità fermatevi più a lungo, perché il posto ha tanto da offrirvi. Assicuratevi di vedere Porta Garibaldi, da cui transitò l’esercito dei Mille, e poi piazza della Repubblica, su cui si affaccia il palazzo Comunale e la Chiesa Madre dedicata a San Tommaso da Canterbury. Interessante anche l’Antico Mercato, il museo degli Arazzi Fiamminghi e Capo Boeo e… come avrete capito, non mancano luoghi belli e suggestivi.
    Ma ciò che desta molto interesse è nascosto sotto la chiesa di San Giovanni Battista. Questa chiesetta, talmente essenziale nelle sue forme da apparire quasi povera, è costruita sulla cosiddetta “Grotta della Sibilla”.
    La grotta è costituita da un vano circolare scavato nella roccia che ospita una vasca quadrata servita d’acqua, dove un tempo i primi cristiani ricevevano il battesimo.
    Prima di loro, tuttavia, si dice che la grotta fosse la casa di una Sibilla, ovvero una sacerdotessa di Apollo che poteva svelare il futuro agli altri. Le persone si recavano da lei per ricevere delle premonizioni e, in cambio, le calavano delle offerte attraverso una finestrella. Questo perché alla Sibilla era proibito uscire.
    Secondo la leggenda, però, un giorno la donna fuggì. Forse lo fece per amore, forse per rivalsa, ma, comunque, fuggì, infrangendo il giuramento che aveva fatto ad Apollo.
    Il dio, furioso per il tradimento, la punì, trasformandola in un serpente che imprigionò all’interno della fonte. Per questo motivo si racconta che quell’acqua potrebbe trasmettere, a chi la beve, il dono di predire il futuro.
    Provate ad assaggiarne un sorso, chissà che non accada anche a voi di acquisire il potere magico di predire il futuro.
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  • Caccamo (PA) - La congiura del Bonello
    Se siete alla ricerca di un momento di pace e ristoro, allora Caccamo è il posto che fa per voi. Questo bellissimo borgo della Sicilia centrale, probabilmente fondato dai fenici, è il luogo perfetto per trascorrere una vacanza all'insegna dell’arte e della scoperta.
    Le sue eleganti viuzze duecentesche costeggiano ben trentatré chiese ricche di opere d'arte e offrono degli scorci mozzafiato che spaziano dal mare fino ai monti. È però il castello ad essere l’attrattiva principale del borgo. In origine era una semplice torre di avvistamento, ma nel corso dei secoli è divenuta prima una fortezza, e poi una residenza nobiliare. Oggi è uno dei manieri meglio conservati di tutta la Sicilia. Molte delle sue stanze sono visitabili e vi sveleranno le vite delle numerose famiglie nobili che si sono susseguite tra queste mura. O le loro morti. Infatti, come ogni castello che si rispetti, anche quello di Caccamo ha i suoi aneddoti sinistri.
    Il più conosciuto riguarda Matteo Bonello, che fu proprietario del feudo.
    Attorno al 1160, Bonello tentò di rovesciare l’allora regnante Guglielmo I di Sicilia. Nella notte di San Martino, perciò, Bonello e un manipolo di soldati tesero un agguato al sovrano, nella sua residenza di Palermo.
    Accadde però una cosa che i congiurati non avevano previsto: il popolo, spaventato dai tafferugli, si schierò col Re e lo liberò, ristabilendo l’ordine nel paese. Sconfitto, Bonello e i suoi non poterono fare altro che rifugiarsi nel castello di Caccamo.
    Guglielmo I mandò allora un intero esercito per stanarli, ma la fortezza era ben difesa, inespugnabile, e perciò i soldati non riuscirono ad entrare. Il Re dovette perciò giocare d’astuzia e tese una trappola: invitò Bonello a corte, facendogli credere di averlo perdonato, ma, appena questi uscì da Caccamo, le milizie reali lo imprigionarono, lasciandolo a morire di stenti.
    Ma Matteo Bonello era talmente carico di odio, che questo gli impedì di abbandonare questo mondo. Il suo fantasma, infatti, si aggira ancora per le stanze del maniero di Caccamo, mentre aspetta l’opportunità di vendicarsi della stirpe reale. Coloro che lo hanno incontrato dicono che il suo volto è contratto in una spaventosa espressione di rabbia. Meglio stargli lontano.
    Un’altra leggenda racconta che il castello venga attraversato ad ogni plenilunio dallo spettro di una giovane e bellissima suora. Il fantasma si paleserebbe allo scoccare della mezzanotte e si dirigerebbe verso le torri, mentre tiene in mano un melograno. Si dice che chiunque riuscirà a mangiarlo senza toccarlo con le mani e senza farne cadere un chicco, verrà ricompensato con un immenso tesoro.
    Perciò, prima di passare da Caccamo, allenatevi per questa impresa. Magari sarete voi a vincere il premio della suora fantasma.
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  • Milazzo (ME) - Il fantasma di Elena Baile
    Milazzo è situata su una piccola lingua di terra, una penisola affacciata ad est sull’omonimo Golfo e ad ovest sul Golfo di Patti. Il territorio è un porto naturale, da cui prendono il largo le imbarcazioni che conducono alle Isole Eolie. Le vie di Milazzo sono intrise di arte e di storia. Conservano i segni delle popolazioni che l’hanno attraversata nel tempo e si distribuiscono lungo un suggestivo promontorio, su cui si erge l’antico borgo, chiamato Il Castello.
    Il borgo è una cittadella fortificata di origine araba, a cui si sommano tracce normanne, spagnole e aragonesi. Il Castello racchiude tra le sue mura il Duomo Antico, gli imponenti Bastioni, la Torre Normanna detta Sala del Parlamento e il Museo del Mare. L’antico borgo domina l’orizzonte di quel lembo di terra, le cui pareti frastagliate conoscono a memoria, la storia struggente della fanciulla innamorata.
    Si chiamava Elena Baile ed era la figlia di un nobile di Baronia. La fanciulla amava galoppare tra gli ulivi e i cespugli di ginestra, lungo le falesie che si gettavano a strapiombo nell’acqua azzurra del mare. Galoppava con i capelli sempre liberi nel vento.
    Un giorno, durante una passeggiata, Elena incontrò il figlio di un contadino, di un uomo che lavorava per suo padre, e se ne innamorò. Anzi, i due si innamorarono, l’uno dell’altra. E così, iniziarono a galoppare insieme lungo quei terreni scoscesi, di fronte al mare azzurro e al sole caldo che li abbracciava, mentre i loro corpi diventavano una cosa sola.
    Ma il nobile padre di Elena non poteva accettare quel legame d’amore. Sua figlia non avrebbe mai sposato il figlio di un semplice contadino. Così il nobile padre prese una decisione. Con una lauta somma di denaro, si sbarazzò del problema: licenziò il contadino e tutta la famiglia.
    Elena allora iniziò a disperarsi. Non poteva credere di non vedere più il suo uomo. Non poteva neanche pensare che tra le sue braccia non avrebbe più stretto il corpo dell’amato. Era inconsolabile e solo le acque del mare poterono raccogliere tutte le sue lacrime.
    Sfinita dalla sofferenza, un giorno Elena chiese il permesso di fare una passeggiata a cavallo. Partì al galoppo e non si fermò più.
    La fanciulla arrivò in fondo a Capo Milazzo. Dove finisce la terra ed inizia il mare, dove chiunque dovrebbe fermarsi e invece, Elena non tirò a sé le briglie ma anzi, spronò il cavallo a correre ancora più velocemente, e con lui si gettò in acqua, dall’alto di quella scogliera.
    La rupe da cui la fanciulla precipitò è chiamata proprio “u sautu du cavaddu” il salto del cavallo.
    I pescatori ancora oggi raccontano che nelle notti d’estate, il fantasma di un cavallo si aggiri sopra la scogliera, irrequieto, alla ricerca di qualcuno. I pescatori sono gli unici capaci di sentire anche dei singhiozzi, provenire da lassù, ma non hanno mai paura. Anzi, si commuovono, perché sanno cosa vuol dire non poter abbracciare i propri cari.
    Pare che il fantasma della bella e disperata Elena scelga di mostrarsi solo alle persone più sensibili, a coloro che sono capaci di ascoltare, anche con il cuore.
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  • Carini (PA) - La mano insanguinata
    È una gioia passeggiare per le strade di Carini dopo il tramonto. Questo borgo storico della Sicilia sa dare il meglio di sé al calare della sera, quando le sue spiagge si tingono di porpora e di blu, e tra le sue vie si accendono una miriade di luci. Voci di uomini e di donne si alzano dai locali del centro storico, dove potrete gustare le specialità locali, mentre, poco lontano, la Chiesa Madre dedicata a Maria Assunta si staglia contro il cielo stellato. Più in là, oltre Via della Repubblica, attende silenzioso il Castello.
    È un edificio massiccio costruito tra il 1075 e il 1090 e più volte restaurato nel corso degli anni. Al di là del suo portone, vi sono stanze e corridoi illuminati dai raggi della luna.
    Nel Salone delle Feste, contraddistinto da un incredibile soffitto ligneo, regna il silenzio più assoluto, e persino dalla biblioteca non giunge un suono. Ma, dalla torre di sud-ovest, arriva un basso lamento.
    Forse è il vento che s’intrufola tra le merlature della cinta muraria, o forse è il pianto dello spettro della baronessa Lanza.
    Laura Lanza, nata il 7 ottobre 1529, fu una ragazza che per volere del padre andò in sposa al barone di Carini, all’età di 14 anni. Il marito era però troppo vecchio e non le prestava attenzioni, preferendo curare le sue proprietà. Accadde perciò che la baronessa s’innamorò di Ludovico Vernagallo, cugino del marito, e ne divenne l'amante. Scoperta dal padre e dal barone, Laura venne uccisa insieme a Ludovico.
    Secondo la leggenda, in punto di morte la baronessa appoggiò la propria mano insanguinata sulla parete della stanza situata nella torre e ogni anno, durante l’anniversario della sua morte, questa tornerebbe a comparire sul muro.
    Nel castello sarebbe inoltre stata avvistata la figura eterea di una donna che galleggia a mezz’aria. Il fantasma si aggirerebbe per i corridoi del castello, evitando però di entrare nelle varie sale. Si tratta forse dello spettro della Baronessa, in cerca di giustizia per il suo omicidio?
    Non ci è dato saperlo. Ma, se la incontrerete durante la vostra visita al castello di Carini, siate gentili con lei. La vita è stata ingiusta nei confronti di Laura Lanza, e non merita di essere trattata male.
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  • Scilla (RC) - La Signora dei Naufragi
    Tremate. TREMATE! Poiché vicino a questi luoghi giace addormentata la Signora dei Naufragi...
    Siamo a Scilla, piccolo borgo della Calabria arroccato su di un promontorio che domina il mare. Le sue case poggiano le fondamenta sulla roccia: sono basse, strette, e separate tra loro giusto da pochi e minuscoli vicoli. Sopra i loro tetti si erge il Castello dei Ruffo, fortezza militare convertita nel 1532 in austera residenza dei Principi di Scilla.
    Qui il paesaggio passa in un attimo dalla montagna alla spiaggia, rendendo la vista dell’orizzonte suggestiva, ma è il mare che calamita lo sguardo dei visitatori. Laggiù, tra le onde, si racconta che un tempo dimorasse un mostro, da cui il borgo ha ereditato il proprio nome.
    Scilla, detta anche la Signora dei Naufragi, era una creatura colossale che si accaniva contro tutte le navi che osavano attraversare lo Stretto di Messina. I pochi che sopravvivevano ai suoi attacchi parlavano di immense fauci che spuntavano all’improvviso da sotto le onde, mentre dodici possenti zampe bloccavano l’avanzata delle imbarcazioni, spezzandone i remi e abbattendone le vele.
    Ma Scilla non era sempre stata un mostro. In origine era una ninfa che amava passeggiare lungo le spiagge di Zancle. Aveva l’aspetto di una giovane ragazza, talmente seducente che il dio Glauco se ne innamorò perdutamente. Questi si recò allora dalla maga Circe e le chiese una pozione d’amore, che fece poi bere a Scilla. Accadde però che la ninfa, anziché innamorarsi di Glauco, si trasformò nell’orrenda creatura che avrebbe terrorizzato per secoli i marinai. Questo perché Circe aveva voluto distruggerla, siccome anche lei era innamorata di Glauco e non voleva rivali.
    Scilla tiranneggiò per lungo tempo sul il tratto di mare che divideva la Calabria dalla Sicilia. Non c’era dio o mortale che potesse tenerle testa, almeno fin quando non si presentò Ercole, il grande eroe greco. Questi affrontò la creatura e la uccise. Ma, in virtù della sua natura divina, Scilla resuscitò e fuggì a nascondersi sul fondo del mare. E lì si dice che ancora attenda, e forse verrà il giorno in cui ritroverà il coraggio e tornerà ad affiorare in superficie.
    Tenetevi perciò vicino un binocolo mentre visitate questi luoghi, magari potreste vedere delle zanne che fanno capolino tra le onde.
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  • Pizzo Calabro (VV) - La spettrale tempesta del generale Murat
    Lo sciabordio delle onde riecheggia costantemente lungo le vie di Pizzo Calabro, borgo marittimo che si affaccia da un promontorio sul Golfo di Sant'Eufemia. Le sue strade sono abbellite da splendidi esempi di chiese barocche e da ricercate architetture civili, come Palazzo Mattei, contraddistinto da un elegante porticato con volte a crociera e archi a tutto sesto. Altri punti d’interesse sono la Piedigrotta, edificio religioso ricavato da una roccia arenaria, e il Museo del Mare.
    Ma il monumento più iconico di Pizzo Calabro è certamente il Castello Aragonese, una massiccia fortezza quadrangolare con casematte e pianterreni, costruita a picco sul mare. La fortezza serviva a difendere la costa dagli assalti dei nemici, anche se successivamente venne adibita a prigione militare.
    Al suo interno, durante il periodo napoleonico, venne rinchiuso Gioacchino Murat, generale francese giunto dalla Corsica per riconquistare il regno di Napoli. La sua impresa, tuttavia, fallì, e Murat venne catturato e condannato a morte dalle truppe di Ferdinando IV di Borbone.
    Perciò, il 13 Ottobre 1815, il generale venne condotto davanti a un plotone d’esecuzione. Prima che lo fucilassero, però, si dice che rifiutò di farsi bendare ed esortò i suoi carnefici a colpirlo al cuore, urlando lui stesso l’ordine che aprì il fuoco.
    Il suo corpo venne poi gettato in una fossa comune nella chiesa di San Giorgio, e pare che il suo fantasma vi si aggiri ancora oggi. Di notte, infatti, non è raro sentire uno strascicato rumore di catene echeggiare nella navata centrale della chiesa, e c’è chi afferma di aver udito una voce lamentarsi in francese, mentre altri giurano di essersi imbattuti in una figura vestita di ermellino che volteggiava in aria.
    Inoltre, ad ogni ricorrenza dello sbarco di Murat sul suolo italiano, pare si siano verificate delle improvvise tempeste di fulmini, che vennero presto rinominate “a tempesta i Giacchinu”.
    Ma state certi che il maltempo è cosa inusuale a Pizzo Calabro e, quando lo visiterete, il sole vi accompagnerà ogni giorno.
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  • Tropea (VV) - Il canto di Donna Canfora
    Ascoltate! Lo sentite anche voi? Il vento si è alzato e ci sta portando alle orecchie una cantilena che proviene dal mare aperto.
    Siamo affacciati sulla Costa degli Dei, in Calabria, più precisamente nel borgo di Tropea, la perla del Mediterraneo. È una località talmente incantevole che ammalia i viaggiatori di tutta Europa.
    La leggenda racconta che a fondarla sarebbe stato Ercole, il grande eroe greco, di ritorno da un'impresa ai confini del Mondo; ma se anche così non fosse, Tropea ha molto altro di cui essere orgogliosa. È una località ricca di fascino, storia e misteri.
    Tra i suoi punti d’interesse vi sono certamente il Santuario di Santa Maria dell'Isola - lo vedrete scendendo verso il mare - ma anche Palazzo Toraldo, Piazza d’Ercole, e poi il Duomo, gli Scogli di Riaci e, ovviamente, la Spiaggia Rotonda, una meraviglia naturale che farà la gioia dei bagnanti.
    Shhh--- aspettate. La melodia si sente meglio adesso. Eh sì, non ci sono dubbi: arriva dal mare. Dev’essere il canto di Donna Canfora.
    Donna Canfora era una giovane vedova di grande bellezza, che viveva poco lontano da Tropea. Era una persona di animo buono, amica di tutti, ma, dalla morte del marito, si era chiusa in sé stessa e non lasciava mai la propria abitazione.
    Un giorno, la sua governante la spronò a recarsi al porto dove, le disse, aveva attraccato una nave carica di tessuti pregiati provenienti dall’Oriente. Donna Canfora le rispose di non essere interessata, ma la governante insistette e si offrì di accompagnarla. Così, le due si avviarono e, giunte al porto, ammirarono le stoffe in esposizione. Erano di una fattura squisita: soffici al tatto e meravigliose alla vista.
    “Le piacciono i miei prodotti, signora?” domandò il capitano della nave, sceso apposta per dare il benvenuto alla bella Donna Canfora.
    I due chiacchierarono amabilmente. Il capitano era un gentiluomo e, quasi subito, la invitò a salire a bordo per vedere i prodotti che i suoi marinai non avevano ancora disposto sul molo. Donna Canfora accettò. Disse alla governante di attendarla, poi salì sulla nave.
    La stiva in cui il capitano la condusse era colma di tappeti e tessuti che lei cominciò a prendere in esame. Dopo un po’ di tempo, però, si accorse che una strana brezza le scompigliava i capelli. Insospettita, sollevò lo sguardo e notò che la nave era salpata ed era ormai lontana dal porto.
    Donna Canfora comprese immediatamente di essere prigioniera di una ciurma di pirati Saraceni. Si voltò allora verso il capitano e lo supplicò di poter uscire a poppa, per dare l’ultimo sguardo alla sua terra. Il Saraceno, certo che non potesse scappare, le permise di salire.
    Donna Canfora si avvicinò quindi al bordo della nave e, salutando con la mano, osservò la sua casa sparire all’orizzonte. Poi, prima che i pirati la riportassero sotto coperta, scavalcò la balaustra e si lanciò tra le onde, dove morì.
    Si racconta che il punto in cui sprofondò prese per magia il colore delle sue vesti e, ancora oggi, al largo della costa, è possibile notare una insolita macchia blu indaco, dalla quale si leva un canto. È la nenia di Donna Canfora, che, sconsolata, piange per il suo triste destino.
    Perciò tendete l’orecchio mentre passeggiate tra le strade di Tropea, perché potreste udire una canzone smarrita sotto alle onde.
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  • Pentedattilo (RC) - La leggenda del borgo fantasma
    Sopra di noi si staglia il profilo del Monte Calvario, dalla caratteristica forma che ricorda le titaniche dita d'una mano. Il vento soffia minaccioso, spirando nelle gole della montagna, infiltrandosi tra le case diroccate e le piante di fichi d’india bruciate dal sole. I vicoli sono deserti, dissestati. Non si ode un rumore, nemmeno il rincuorante frinire dei grilli.
    A eccezione del vento, tutto tace.
    Siamo a Pentedattilo, il borgo fantasma più suggestivo dell’intera Calabria. Un tempo era un centro abitato popoloso, ma venne abbandonato per via delle continue alluvioni che funestavano la zona.
    Oggi vi abita stabilmente soltanto una persona, ma molti artigiani ed artisti stanno riaprendo le loro botteghe per accogliere i turisti che ogni anno passano per visitare questa decadente meraviglia. Ecco quindi che possiamo trovare un laboratorio ceramico, una falegnameria, e poi il Museo delle tradizioni popolari e, in determinati momenti dell’anno, anche eventi legati a musica, teatro e fotografia.
    Circolano diversi racconti su Pentedattilo, ma il più famoso è una leggenda legata al castello del borgo, oggi quasi completamente distrutto.
    Si racconta che, durante la notte di Pasqua del 1686, la famiglia degli Alberti, marchesi di Pentedattilo, venne brutalmente assassinata nel maniero.
    Questa strage fu la vendetta di Bernardino Abenavoli, barone della vicina Montebello Ionico, che si era visto negare la mano della giovane Antonietta Alberti. Pazzo di rabbia, il barone assoldò dei mercenari e insieme a loro si infiltrò nel castello dove, uno ad uno, eliminò i membri della famiglia Alberti. Risparmiò solamente Antonietta, che rapì e costrinse a sposarlo.
    Per punire un tale crimine, il viceré di Napoli inviò un drappello di soldati che diedero la caccia ad Abenavoli, ma questi fuggì a Vienna, portando con sé Antonietta. Là, i due si separarono per sempre: il barone entrò tra le fila dell’esercito austriaco, mentre Antonietta, inconsolabile per il suo triste destino, si rinchiuse in un convento di clausura.
    Gli anziani di Pentedattilo raccontavano, prima di abbandonare il borgo, che nelle notti di tempesta era ancora possibile sentire le urla di dolore degli Alberti, intrappolati sotto forma di fantasmi all’interno della loro dimora.
    Ma questa è soltanto una vecchia storia, per questo non lasciate che vi scoraggi a visitare questa località carica d’atmosfera! Per esempio potrete avventurarvi in un trekking nella natura: le zone vicine a Pentedattilo sono geologicamente molto interessanti e vi regaleranno degli splendidi scorci sulla valle circostante, e lì, anche voi, immersi in tanta bellezza, vi sentirete protagonisti di una leggenda.
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Borghi Fantastici, la guida fantasy ai Borghi Italiani, è il progetto vincitore del Contest Viaggio in Italia promosso dal Ministero del Turismo in collaborazione con Invitalia.

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