Borghi Fantastici - MITUR

Borghi Fantastici - MITUR

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Borghi Fantastici - MITUR episodes

  • Sirmione (BS) - L’amore di Ebengardo e Arice nel Castello Scaligero
    Nel versante meridionale del Lago di Garda, c’è una penisola che si allunga sull’acqua. Sopra quel territorio, in un contesto incantevole, sorge Sirmione. Considerata la Perla del Garda, Sirmione è una nota località termale, celebrata anche dalla penna di illustri scrittori, a partire da Catullo, poi Stendhal, Lawrence e Goethe. A Sirmione, si passeggia sul lago attraversando secoli di storia. L’epoca romana è testimoniata dalle cosiddette Grotte di Catullo, sulla punta estrema della penisola. Si tratta dei resti di un’antica villa imperiale. Percorrendo i vicoli del borgo, si incrocia la villa appartenuta alla divina Maria Callas. E tramite la passeggiata panoramica che costeggia il lago, si giunge sino al Castello Scaligero. E’ una rocca del 1200, raro esempio di fortificazione lacustre. Perfettamente conservata, emana ancora oggi la sua atmosfera fiabesca. Il Castello mostra intatte tre torri merlate a coda di rondine, le quali proteggono l’imponente mastio e una darsena, con camminamenti di ronda sui cui vale la pena salire, per ammirare il panorama del lago.
    Come ogni castello che si rispetti, anche quello Scaligero di Sirmione custodisce la sua leggenda. Una leggenda d’amore e dai tragici risvolti.
    Un tempo, il Castello era abitato da due giovani innamorati, Ebengardo e Arice. Le loro giornate trascorrevano serene, avvolti dall’atmosfera romantica del lago. Una sera d’inverno, durante un forte temporale, un uomo bussò alle porte del Castello. Era un nobile cavaliere veneto, tale Elalberto, Marchese del Feltrino. Ebengardo non esitò a fornire un riparo al nobile forestiero e lo fece entrare nel Castello. Lungo i corridoi, l’ospite incrociò lo sguardo di Arice. Dovete sapere, che la ragazza era splendida, dal fascino magnetico e irresistibile. Il forestiero, rapito da tanta bellezza, decise di farla sua. Di notte, si intrufolò nella camera di Arice ma, quando la fanciulla se ne accorse, iniziò a dimenarsi per sfuggire alle sue grinfie mentre urlava disperata. Elalberto allora, uomo senza scrupoli e senza cuore, prese un pugnale e la uccise. Le urla intanto avevano riecheggiato in ogni ala del castello, fino alla camera di Ebengardo, ma quando il giovane sopraggiunse per salvare la sua bella, fu troppo tardi. Arice giaceva ormai esanime nel suo letto. In preda alla furia, Ebengardo si scagliò contro Elalberto e, con lo stesso pugnale macchiato del sangue di Arice, lo trafisse.
    Ma da quel giorno, rimasto solo, il povero amante non trovò più pace. Così Ebengardo si lasciò morire di inedia, anno dopo anno, tra quelle mura. Sembra che la sua anima disperata ancora si aggiri all’interno del Castello.
    A volte, le leggende non hanno il lieto fine, ma sono i luoghi in cui hanno preso vita che le rendono eterne e addolciscono il finale, con la loro magica atmosfera.
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  • Trezzo sull’Adda (MI) - I fantasmi del Castello sull’Adda
    Trezzo sull’ Adda è insignita del titolo “Città d’Arte della Lombardia”, per le numerose ricchezze che si trovano sul suo territorio. Adagiata lungo le sponde del fiume Adda, Trezzo è immersa in un ambiente suggestivo, dipinto anche nelle tele di Leonardo da Vinci. Grandi parchi, imponenti edifici storici e ville raccontano la vitalità del suo passato. La Centrale Idroelettrica Taccani è un’imponente architettura liberty che riflette il proprio fascino sulle acque del fiume. Alle sue spalle, il Castello dei Visconti ricorda la storia travagliata della nobile famiglia, le gesta di Federico Barbarossa e racchiude tra le sue mura storie di intrighi, tradimenti, misteri mai svelati ma ancora vivi.
    Molte sono le voci che ruotano attorno alla figura di Bernabò Visconti, il fondatore del Castello. Conosciuto come un nobile sanguinario e dal cuore gelido, Bernabò fu ucciso nelle segrete della Rocca. Lo avvelenò il nipote Gian Galeazzo, con una zuppa di fagioli. Qualcuno narra che il suo fantasma circoli ancora tra le mura del maniero. Il terribile Bernabò gettava nei pozzi delle segrete i corpi dei nemici e pure le giovani donne che giacevano nel suo letto. Si dice, che ancora siano visibili le tracce del loro sangue lungo le pareti dei pozzi. In uno di questi, un giorno precipitò anche sua figlia, colpevole di aver tradito il marito impostogli dal padre, per seguire il vero amore di un cortigiano. Camminando nelle segrete, qualcuno racconta di aver udito lamenti e voci di donna, provenire dal profondo. Nel parco attorno al Castello invece, sono state avvistate figure di dame, cavalieri, soldati, servi, un’intera corte che si aggirava a cavallo tra gli alberi.
    E nel giardino, leggenda vuole che sia nascosto il tesoro di Federico Barbarossa. Il suo fantasma compare tra le mura del Castello, a far da guardia a quel tesoro. Alzando poi gli occhi fino alla cima della Torre, c’è chi giura di aver visto più volte un’ombra precipitare nel vuoto. Sarebbe l’anima di un’ennesima fanciulla, vittima del terribile Bernabò.
    Sono numerose le testimonianze dei misteri del Castello, che rendono ancora più affascinanti questi luoghi. È piacevole allora scoprire che a Trezzo un’atmosfera tanto suggestiva esiste davvero, non è solo frutto di leggendarie fantasie.
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  • Rezzato (BS) - Faccia a faccia con il Mostasù
    Rezzato viene chiamato il paese degli scalpellini perché fin dal Cinquecento gli abitanti sono abili artigiani del marmo, per via della vicinanza con le cave di Botticino. Rezzato è un paese compreso tra Brescia e il Lago di Garda. Il borgo ha origini tardo medievali e il suo territorio si estende su diversi colli, tutti inclusi nel Parco delle Colline bresciane.
    A Rezzato si trovano numerose Ville antiche, tra le quali Villa Chizzola, sede della prima Accademia di agricoltura del mondo e Villa Fenaroli. Dietro quest’ultima, oltre la sua maestosa architettura, si erge il colle del Parco di Bacco, raggiungibile salendo un’imponente scalinata Settecentesca. Lassù, allontanandosi dal Convento di San Pietro in Colle, un monastero che conserva antichi manoscritti, si prosegue il cammino percorrendo il Sentiero della Rasa, per avventurarsi nel bosco. Man mano che si avanza, la vegetazione diventa sempre più fitta. Tra querce secolari, felci e rovi, l’atmosfera si fa ombrosa. E prestate attenzione a dove mettete i piedi perché ad un tratto, sul bordo del declivio si scopre il Mostasù. Questo è il nome del faccione che compare scolpito su una pietra. È un bassorilievo e i suoi tratti accennati creano il volto di un uomo o forse è una donna oppure una bestia. Le sue origini sono sconosciute e legate a storie misteriose.
    Si dice che a fine Settecento, un uomo venne ucciso nel folto del bosco e quella scultura potrebbe ricordare le sue sembianze. Altri ritengono che quel volto sia proprio quello del Demonio.
    Chi invece non è d’accordo con queste ipotesi ricorda che nei secoli passati, tra quegli alberi, si svolsero numerosi riti magici. Su quei colli, le streghe compivano i loro sfrenati Sabba. Una notte, infatti, una fanciulla che si era persa nel bosco e non trovava più la via di casa, fu catturata e messa al rogo, come vittima sacrificale.
    Quale sia la verità del Mostasù non è dato saperlo, ma un’altra ipotesi è quella che crede che il profilo sia quello del Green Man, un volto pagano di un uomo tutto verde, che rappresenta la forza incontrastabile della natura, per rimembrare agli uomini di rispettarla sempre.
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  • Asolo (TV) - Le sue leggende
    Asolo è uno scrigno di arte, storia e bellezza. “Città dai Cento Orizzonti”, così definì il borgo il poeta Giosuè Carducci. Incastonato sui colli, il fascino di Asolo conquistò pittori, artisti, scrittori, viaggiatori, rapiti dalle suggestioni di quei luoghi. Il simbolo del borgo è la Rocca che domina l’orizzonte dalla vetta del Monte Ricco. Le mura della Rocca abbracciano il centro storico, custodendo i segni di una storia millenaria. E inoltrandosi nei vicoli tortuosi del paese, si possono scoprire i suoi gioielli. In Piazza Garibaldi, lo sguardo è catturato dalla Fontana Maggiore, eretta nel 1500, ma anche dalla Loggia del Capitano sede del Museo civico, e dal Duomo antico, in cui sono esposte opere di grande pregio, tra cui l’Assunta di Lorenzo Lotto. L’elegante Teatro comunale, intitolato ad Eleonora Duse, si trova all’interno del Palazzo Pretorio, anche noto con il nome di Castello. Nel 1400, il Castello era la residenza di Caterina Cornaro, regina di Cipro, scappata in esilio proprio ad Asolo. La sua presenza portò nel borgo il fascino vitale delle corti rinascimentali. La regina Caterina, l’attrice Eleonora Duse, qui sepolta, come l’esploratrice Freya Stark, furono le donne che contribuirono a diffondere la fama di Asolo, come residenza privilegiata di intellettuali e personalità illustri.
    Tra i vicoli, nei palazzi storici e intorno alle mura antiche, aleggiano ancora le anime di coloro che hanno vissuto ad Asolo e che qui hanno lasciato sospiri di arte, parole di bellezza e sentimenti di mistero.
    Qualcuno racconta che il fantasma di Eleonora Duse si aggiri ancora per il borgo. Altri riportano strani avvenimenti, accaduti nella casa del famoso artista Marius Pictor. Una volta, i mobili si spostarono senza che nessuno li avesse toccati e il fuoco si accese, per mano sconosciuta. Anche la Rocca riserva le sue leggende, una per ogni gradino. Un tempo, un contadino raccontò di aver visto un gallo deporre uova nere, accanto alla Torre. Dalle uova, nacquero dei piccoli spiritelli, i quali si dispersero vivaci tra le vie del paese. Lungo le mura, dovrebbe essere persino nascosta una capra d’oro ma nessuno riuscì mai a trovarla. Chissà che non capiti a voi di scovare qualche oggetto prezioso...
    Ma ciò che accadrà per certo è di restare rapiti dal fascino di questo luogo capace di conquistare il cuore delle anime belle...
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  • Isola di Torcello (VE) - Il Trono di Attila
    Torcello è un’isola, situata nella parte nord-orientale della Laguna di Venezia. Si raggiunge in 5 minuti di traghetto dalla vicina Burano. L’isola di Torcello rappresenta il primo insediamento umano dell’intera laguna ed è un luogo davvero suggestivo. Consente di immergersi in un ambiente naturale, silenzioso, ricco di arte e dalle origini antichissime.
    Appena sbarcati, una piacevole passeggiata, che costeggia l’acqua, permette di raggiungere la piazzetta del paese, dopo aver attraversato un ponte senza sponde, detto il Ponte del Diavolo. In piazza, si trovano il Palazzo del Consiglio, in stile gotico, e il Palazzo dell’Archivio. Qui è ospitato il Museo di Torcello, in cui sono conservati numerosi reperti di epoca latina, bizantina e medievale. A pochi passi di distanza, si trova la Basilica di Santa Maria Assunta la quale, con i suoi mosaici dorati, mostra l’unione preziosa tra arte e spiritualità. Tra la Basilica e i resti del Battistero, c’è la Chiesa di Santa Fosca, adornata esternamente da un elegante porticato.
    Proseguendo il cammino, arrivati nello spiazzo adiacente i due edifici sacri, vi accoglierà una poltrona in pietra, che cela una storia molto curiosa. Provate pure a sedervi sopra, potrebbe capitare di sentirvi forte come un potente guerriero, come il temuto Attila, detto il Flagello di Dio. Stiamo infatti parlando del Trono di Attila.
    Secondo una storia, nel 452 Attila, il re degli Unni, guidò i suoi guerrieri alla conquista dell’entroterra veneto, dopo aver già raso al suolo diverse città friulane. In breve tempo, si diffusero le voci dell’avanzata degli Unni. Fu seminato terrore tra gli abitanti, soprattutto da chi aveva assistito alle feroci gesta di quegli uomini venuti dalla steppa. Gli abitanti di Altino non rimasero ad attendere l’invasione, scapparono in mare e raggiunsero l’isola di Torcello. Attila li inseguì, e anche lui arrivò con i suoi uomini sull’isola. Allora forse, stanco di squarciare corpi a destra e manca, decise di sedersi proprio su quel possente trono di pietra.
    E proprio da lì, quell’uomo con le braccia forzute, che incuteva paura persino con lo sguardo, si concesse fiumi di vino, brindando con i suoi uomini, immerso nel divertimento di feste organizzate in suo onore. Come in uso presso la steppa, i pasti si componevano di radici e carne cruda, su piatti di legno. Ma presto, gli Unni, rifocillati, ripresero le loro conquiste e abbandonarono l’isola.
    Torcello rappresentò il primo insediamento della civiltà nella laguna, ed ora mantiene il fascino di un’isola sospesa nel tempo, con il campanile dell’anno 1000 che si staglia verso l’alto e che diventa contrappunto perfetto, nel profilo pianeggiante di quelle terre sull’ acqua.
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  • Montagnana (PD) - La leggenda della mantella rossa
    Quando si arriva a Montagnana, il colpo d’occhio è sorprendente. Il borgo è circondato da una cinta muraria, che si staglia imponente verso l’alto. Le mura di Montagnana sono perfettamente conservate, scandite da 24 torri, consentono l’accesso al borgo interno tramite 4 porte. Porta Legnano comprende la suggestiva Rocca degli Alberi. Porta Padova ha l’antico Castello di San Zeno, con accanto il mastio Ezzelino, una torre che offre una vista mozzafiato, fino ai colli Euganei e quelli Berici. Passeggiando tra le vie del borgo e in piazza Vittorio Emanuele, si ammirano i palazzi storici, di stampo medievale oppure con elementi barocchi, altri ottocenteschi. Il Duomo tardo gotico, conserva al suo interno pregiate opere d’arte, a partire dalla Trasfigurazione di Cristo. Diverse sono le suggestioni architettoniche da ammirare nel borgo, mentre ci si immerge in un’atmosfera antica e protetta da quelle possenti mura.
    Si può immaginare allora perché, un tempo, Montagnana fosse considerato un territorio prezioso, da difendere con ogni mezzo. Proprio come hanno fatto i suoi abitanti.
    Dovete infatti sapere che, nel 1200, i Veronesi erano soliti tentare delle invasioni nei territori padovani. Un mercoledì, giorno di mercato, da una porta delle mura entrò di corsa un messaggero. L’uomo era trafelato, agitava le braccia in aria, tutto scomposto. Una donna gli procurò un bicchier d’acqua e quello, non appena riuscì a riprendere fiato, rivelò il messaggio funesto. Le truppe di Verona stavano marciando alla conquista di Montagnana. Udite quelle parole, nel borgo, fu subito il panico. I soldati del paese erano un numero troppo esiguo per difendere il territorio da soli. Quindi, fu inviata una richiesta d’aiuto alle truppe della città di Padova. Ma intanto si faceva notte, i Veronesi avanzano e degli alleati neanche l’ombra. Fu così, che il Gran Consiglio escogitò un’ingegnosa soluzione. Tutti i drappi rossi del paese furono usati per ricoprire croci, vestire fantocci e cucire mantelle, una per ogni abitante. Giovani, vecchi, donne, bambini, tutti dovevano sembrare dei soldati. Un gran battaglione vestito di rosso per difendere Montagnana.
    Quando i Veronesi arrivarono davanti alle mura, rimasero stupiti da quella marea rossa che usciva da ogni dove. Così, le truppe nemiche, spaventate, batterono in ritirata. Ma l’ingegnoso inganno fu presto svelato. Alle prime luci dell’alba, i Veronesi si accorsero dei fantocci e tornarono di corsa all’attacco. Ma stavolta trovarono ad attenderli l’esercito di Padova e i nemici furono battuti inesorabilmente.
    Montagnana era salva e i suoi abitanti erano stati tutti degli eroi, vestiti con le mantelle rosse. Ogni anno, ancora si Festeggia la Festa della Mantella, in ricordo di quello stratagemma che salvò il paese, con l’aiuto dell’intera comunità.
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  • Villa Santina (UD) - La Farina del Diavolo
    Dolcemente adagiato su un pianoro, troviamo il borgo di Villa Santina. Il paese è compreso nel Parco delle Colline Carniche. E davanti alla Vecchia Stazione, fa bella mostra di sé una locomotiva, in ricordo della tratta ferroviaria che collegava il paese proprio con la Carnia. Alcune case del centro storico mantengono le architetture tipiche di un tempo, con portali in pietra e ampie arcate seicentesche. In piazza Italia, si ammira il colorato mosaico realizzato dalla Scuola dei Mosaicisti del Friuli di Spilimbergo. L’opera d’arte condensa gli elementi peculiari del territorio, le sue montagne, la storia passata tra i celti e i romani e le tradizioni artigiane, come quella legata alla produzione tessile, risalente al 1700. Anche le frazioni intorno a Villa Santina offrono luoghi di interesse culturale e storico. Come l’antica pieve di Santa Maria Maddalena, che risale al 1400, e i reperti archeologici di epoca paleocristiana e altomedievale, scoperti presso Col di Zuca.
    Alzando invece lo sguardo dietro le case del borgo, a nord est, si può scorgere il salto della cascata Radime. È una delle più alte d’Europa, conosciuta con il nome popolare di Farina del Diavolo.
    Narra la leggenda che, dove ora spunta il getto della cascata, un tempo vi fosse un Mulino. Lo gestiva una mugnaia. La donna lavorava tutto il giorno in mezzo alla farina, con cui si otteneva un pane molto buono, lo dicevano tutti in paese. La donna invece non era buona per niente, dicevano anche questo. La mugnaia aveva dei modi rozzi e spesso si comportava come una persona molto tirchia. Nessuno si spiegava il perché. Forse, vivere sempre in mezzo alla foresta, da sola, aveva indurito il suo cuore, come un tozzo di pane secco.
    Un giorno, un viandante arrivò al Mulino. L’uomo era un povero vagabondo che non mangiava da due giorni e quando vide la mugnaia le chiese timidamente un po’ di farina. Lei rifiutò decisa: “Neanche per sogno!” borbottò. Il viandante allora provò ad insistere una, due, al massimo tre volte. Ma a quel punto, la mugnaia perse le staffe. Mentre agitava nell’aria un pugno di farina, pronunciò queste esatte parole: “Se questa farina è mia, che il diavolo me la porti via!”. Vuole la leggenda che il Diavolo udì le imprecazioni della donna e risolse subito il problema. Prese l’intera la farina raccolta nel Mulino e la gettò dall’alto della rupe. La farina si trasformò in acqua e diede vita a quella spumeggiante cascata che ammiriamo oggi, per ciò detta Farina del Diavolo.
    Vedete, ad essere tirchi, ci si perde tanto e molto di più. Ma per fortuna, la natura è sempre generosa e ci pensa lei a regalare spettacoli suggestivi, come quelli che si scoprono nei dintorni di Villa Santina.
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  • Aquileia (UD) - Il tesoro di Attila
    Aquileia ha un valore storico e artistico inestimabile. Per questo, è inserita tra i siti Patrimonio dell’Unesco. Fondata dai romani nel 181 A.C., Aquileia fu una delle più ricche città dell’Impero d’Occidente. Nel Medioevo, diventò centro nevralgico per la diffusione del Cristianesimo nell’Europa centrale e fu sede del Patriarcato fino al 1751. I fasti del passato, riemergono nella vasta area degli scavi, come i ritrovamenti del Porto Fluviale, del Foro Romano e i tesori custoditi nel Museo Archeologico. Ma il simbolo di Aquileia è la stupefacente Basilica Patriarcale, risalente all’anno 1000. Al suo interno, si ammira il più grande pavimento a mosaico paleocristiano del mondo. Più di 700 metri quadri, in cui sono raffigurati i simboli del Cristianesimo. Un’aragosta in cima ad un albero, gli angeli in fondo al mare e tante altre figure allegoriche di parabole originarie.
    Non sempre però la storia volse a favore di Aquileia. L’anno 452 d.C. segnò una pagina nera nella gloriosa vita del borgo. Gli Unni arrivarono ad Aquileia e saccheggiarono la città, distrussero tutto quello che trovarono davanti ai loro occhi. A capo di quell’esercito di invasori, venuti dalla steppa, c’era lui, il temutissimo Attila, anche detto Flagello di Dio. Di quei fatti vogliamo ora raccontare un singolare evento.
    Si racconta che gli Unni assediarono Aquileia per intere settimane, senza riuscire ad espugnare la città. L’esercito romano opponeva una strenua resistenza. Un giorno, Attila fu sul punto di comandare la ritirata; i soldati erano stanchi, demoralizzati e volevano rinunciare all’assedio. Ma accadde che Attila, mentre camminava lungo le mura di Aquileia e rifletteva sul da farsi, vide una cicogna intenta a lasciare il paese, con i propri piccoli. Il Flagello di Dio interpretò quel volo come un presagio. Aquileia, assediata da troppo tempo, si stava indebolendo. Ne fu certo, perché veder andar via gli animali, significava che i viveri in città cominciavano a scarseggiare. Gli Unni, allora, approfittarono della situazione, ritrovarono il leggendario vigore distruttivo e attaccarono il borgo. Stavolta furono inesorabili. Gli abitanti di Aquileia si diedero alla fuga, non prima di essere riusciti a nascondere in un pozzo tutti i tesori della città, compresa la preziosa Coppa portata da Giuseppe d’Arimatea. Quella in cui bevve Cristo nell’ultima cena.
    Così Aquileia capitolò, ma il tesoro non cadde in mano nemica.
    E non cadde in nessuna mano, visto che non mai più trovato. Nessuno conosce l’esatta collocazione di quel pozzo d’oro. Forse, solo i Patriarchi di Aquileia avrebbero potuto svelare il mistero, ma non lo fecero.
    Il pozzo potrebbe essere nel campo di un ignaro contadino o coperto dall’erba, nel giardino di una casa, purtroppo non esistono indizi. Nel frattempo, nel caso non lo trovaste neanche voi, potrete godere di altre ricchezze nel prezioso borgo di Aquileia.
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  • Venzone (UD) - La leggenda della zucca d’oro
    Venzone, unico borgo fortificato trecentesco del Friuli, perfettamente ristrutturato, è stato dichiarato Monumento Nazionale. Stretto tra le valli del fiume Tagliamento e Canal di Ferro, fa parte del Parco naturale delle Prealpi Giulie. Venzone è sempre stato un punto di passaggio verso i paesi del Nord, fin dai tempi dei Celti. Le imponenti mura medioevali custodiscono opere architettoniche e tracce di varie epoche storiche. Il Municipio è un elegante esempio di palazzo gotico-veneziano, Casa Marcurele, invece, è la costruzione più antica del borgo e risale al IX secolo. Addentrandosi tra le vie, si ammirano una serie di edifici nobiliari tra i quali, Palazzo degli Scaligeri e Palazzo Orgnani Martina, ora sede dei musei del borgo. Ma è il Duomo romanico-gotico che richiama soprattutto l’attenzione, per due particolari ragioni.
    Il primo riguarda la presenza di 40 mummie. Custodite nel sagrato, all’interno della Cappella di San Michele, estratte dalle tombe durante il restauro della chiesa. Le salme hanno subito una mummificazione naturale, per via di una muffa che disidrata i tessuti e ne impedisce la loro decomposizione.
    Il secondo motivo è ancora più intrigante e riguarda invece una leggenda che fa alzare gli occhi verso l’alto, fino al campanile del Duomo, in un tempo in cui la torre campanaria non era ancora stata completata.
    In paese si racconta che i cittadini di quell’epoca lontana decisero di ornare la guglia del campanile con una palla d’oro, sulla quale sarebbe stata innalzata la croce. Gli abitanti di Verzone affidarono il lavoro a un rinomato artigiano di Udine, il quale terminò la sua opera nei tempi pattuiti, forgiando una palla d’oro a regola d’arte. Alla consegna, però, i cittadini si resero conto di non avere il denaro sufficiente per pagare la somma pattuita. Così, il rinomato artigiano di Udine dovette accontentarsi di una somma esigua, pari ad un terzo di quanto gli spettava. Così l’uomo attese la notte per vendicarsi. Salì sulla torre campanaria e sostituì la palla con una zucca dipinta d’oro. Poi se la svignò, oltre le mura di Venzone.
    Nei giorni seguenti gli abitanti notarono particolari mutazioni nell’opera d’artigianato; perdeva colore e cambiava forma. Era per caso frutto di una stregoneria? Una mattina, il mistero si svelò. La zucca si staccò dalla cima del campanile e cadde con un tonfo, spappolandosi al suolo. Subito le guardie, su ordine del Consiglio, cercarono di nascondere quei pezzi marci, ma ormai il misero era svelato. Le voci si diffusero rapidamente oltre le mura del borgo e raggiunsero i paesi vicini. Da cui echeggiarono per giorni sonore risate di scherno.
    Da quella volta, a fine Ottobre Venzone si popola di nobildonne, cavalieri, musicisti e artigiani. Il borgo rivive la sua atmosfera medievale, per il gran divertimento della Festa della Zucca, che stavolta non cadrà dall’alto...
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  • Gemona (UD) - Il fantasma del Castello
    Incoronato dagli aspri pendii delle Prealpi Giulie, Gemona sorge su un colle ed estende il proprio territorio fino alla pianura friulana. Il borgo conserva origini antichissime, con preziosi tesori medioevali e longobardi. Il cuore del centro storico è dominato dal Duomo di Santa Maria Assunta che si mostra maestoso con le sue architetture romanico-gotiche. Il Museo civico di Palazzo Elti conserva, invece, opere rinascimentali e barocche. Percorrendo la medioevale via Bini, si ammirano palazzi storici, come l’elegante Palazzo Comunale. Gemona conserva il più antico luogo di culto legato a Sant’Antonio da Padova, una chiesetta duecentesca, eretta dal santo stesso. Ma a dominare la città da millenni è il Castello che si raggiunge a piedi, in cima alla così detta “Salita dei Longobardi”.
    Il Castello di Gemona, di origine celtica, si trova su uno sperone roccioso da cui godere di un panorama splendido. In parte ricostruito dopo il terremoto del ’76, il fortilizio conserva ancora la cinta muraria, un alto torrione ed alcuni vani interni. E tra quelle antiche pietre si nasconde una leggenda.
    Si dice, infatti, che un giorno, arrivò a Gemona un mercante. Stanco del lungo viaggio, senza un posto in cui coricarsi, l’uomo si addormentò in piazza. Durante il sonno, il mercante udì una voce “Se hai coraggio, domani sera, fatti trovare di nuovo qua”. Il mercante, che di coraggio ne aveva da vendere, il giorno seguente si fece trovare di nuovo sul posto. E ancora udì quella voce che urlava: “Seguimi fino al Castello e fai come ti dico: dalla Torre getterai un sasso, vedrai passare un mostro a cavallo di una cassa, in bocca il mostro avrà una chiave, quella chiave, prendila. Ma mi raccomando, fallo, prima che scocchi l’una della notte”.
    L’uomo, attento e scrupoloso, eseguì tutto quello che la voce aveva richiesto. Stava per strappare la chiave dalla bocca del mostro, quando le campane suonarono il rintocco dell’una di notte.
    Tornò allora quella voce misteriosa, ma stavolta non urlò, anzi, il timbro era affranto e sconsolato “Speravo tanto di essere liberata da te, ed invece rimango qui, come un’anima disperata. Attenderò, che nasca un altro albero da cui ricavare la culla, dell’uomo che un giorno mi porterà maggior fortuna”.
    Gli abitanti di Gemona raccontano che quell’anima stia ancora aspettando, per questo si sentono i suoi lamenti di notte, dalla Torre del Castello. Chissà che un giorno non arrivi una persona abbastanza coraggiosa da liberarla per sempre dalla sua gabbia di dolore.
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Borghi Fantastici, la guida fantasy ai Borghi Italiani, è il progetto vincitore del Contest Viaggio in Italia promosso dal Ministero del Turismo in collaborazione con Invitalia.

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