In Valnerina, non lontano dalla spettacolare Cascata delle Marmore, c’è un paese diviso in due, dal fiume Nera. Fondato dal Re longobardo Liutprando, il paese si chiama Ferentillo ed è composto dai piccoli borghi di Matterella e Precetto. Ciascuna frazione si arrampica su un colle e su quel cucuzzolo ha il proprio Castello. Dalla piazzetta di Precetto, si sale un vicolo che arriva fino alla Chiesa di Santo Stefano, proprio sotto la Rocca. La cripta della Chiesa ospita il singolare, quanto inquietante, Museo delle Mummie. Lì dentro, si trovano 25 corpi mummificati perfettamente conservati con abiti, denti, persino barba e capelli, oltre a più di 200 teschi.
Nel 1500, si usava seppellire i morti nella cripta. Non si trattava di nobili, bensì erano gli abitanti stessi del paese. Fu Napoleone, trecento anni dopo, che vietò questa pratica. Con un editto, l’imperatore ordinò di riesumare tutte le salme e di trasferire i cimiteri fuori dalle mura cittadine.
Immaginate allora lo stupore dei monaci di Ferentillo, quando scesero nella cripta dell’antica Chiesa e si trovarono di fronte tutte quelle mummie. Com’era stato possibile? Come avevano fatto quei corpi a conservarsi così bene? Secondo recenti studi, nella cripta sarebbe presente un microrganismo, in grado di essiccare i tessuti, mantenendoli così a lungo nel tempo. Anche il particolare terreno e l’aria che filtra nel sottosuolo avrebbero contribuito al processo di mummificazione. Sull’identità delle mummie, vi sono molte ipotesi ma dai tratti del volto, rimasti ancora evidenti, alcuni potrebbero riconoscere i propri antenati.
Una mummia sarebbe quella di Severino il Gobbo. Fu un giovane del paese che per via di quell’infelice gobba trovò conforto solo presso il curato. Si narra che una notte, in cui pure la luna si nascondeva tra le nuvole, Severino abbia incontrato un uomo, lungo i vicoli bui del borgo. Quel tizio aveva un cappellaccio calzato fino agli occhi e il corpo era avvolto in un tabarro, il tipico mantello nero, lungo e pesante. Quella figura tenebrosa propose a Severino di seguirlo, in cambio avrebbe alleviato la sua infelicità. Il giovane certamente era gobbo ma mica fesso! Severino capì subito che si trovava al cospetto del Diavolo e rifiutò l’invito, tornando sereno dal suo curato, l’unica persona che lo amasse davvero. Un’altra mummia del Museo si dice sia quella del Campanaro. Una domenica, mentre suonava le campane, il giovane si sporse troppo, per guardare la bella Agnese di cui era innamorato, e precipitò dal campanile. Tra quei corpi scheletrici, c’è anche un avvocato del borgo, che morì pugnalato a tradimento da un amico. E c’è pure l’amico traditore, ucciso dall’avvocato prima di morire. Due sposini cinesi, arrivati forse in pellegrinaggio, contrassero la lebbra che colpì l’Italia nel 1750. Morirono a Ferentillo sulle scale della chiesa e furono così sepolti nella cripta. Gli sposini ora sono due mummie dagli evidenti tratti asiatici.
All’ingresso della cripta, si leggono queste parole: “Oggi a me, domani a te. Io fui quel che tu sei tu sarai quel che io sono. Pensa mortal, che il tuo fine è questo, e pensa pur che ciò sarà ben presto”.
La scritta ricorda che tutti dovremo oltrepassare questa vita prima o poi. E le mummie di Ferentillo testimoniano proprio il mistero di quel confine, tra la vita e la morte. Loro che da secoli si mantengono in un limbo, la cui esatta spiegazione rimane pur sempre avvolta nell’ enigma.