Borghi Fantastici - MITUR

Borghi Fantastici - MITUR

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Borghi Fantastici - MITUR episodes

  • Curon Venosta (BZ) - Il campanile del Lago Resia
    Al confine tra la Svizzera e l’Austria, immerso in uno scenario fiabesco, si trova il paese di Curon Venosta. Il borgo si distribuisce lungo le rive del Lago Resia ed è un’attrazione unica in ogni periodo dell’anno. Da qui, si parte per sentieri alla scoperta di luoghi incontaminati, nelle valli e sulle montagne intorno. D’inverno si raggiungono facilmente due comprensori sciistici.
    Ma la maggiore attrazione di Curon Venosta è proprio il Lago Resia. Un bacino d’acqua su cui riflettono le foreste e la corona delle Alpi. Il lago assume tinte azzurre-verdi, che si imprimono magicamente nello sguardo, insieme a quell’elemento anomalo che svetta nel mezzo. Che cos’è? Non ci crederete… è un campanile!
    Nel Lago Resia, spunta dall’acqua un campanile romanico che risale al 1355. È l’unico testimone di una vita passata, della storia del vecchio Curon, il paese originario che ora si trova sommerso dall’acqua.
    Era il 1950 quando Don Alfred Rieper, il parroco del paese, scese da quei monti per fare un pellegrinaggio fino a Roma. Nell’anno del Giubileo, Don Rieper, deciso a difendere le case dei suoi paesani, si recò dal papa nella speranza che il suo gesto avrebbe potuto cambiare le sorti di Curon. Ma il suo pellegrinaggio non servì a salvare quel piccolo paese. Tutta la zona, infatti, era parte di un ambizioso progetto per la realizzazione di un grande bacino, che avrebbe fornito energia idroelettrica. Nel 1950, la Centrale Montecatini creò una diga che innalzò le acque di ben 20 metri, con la conseguenza che tutto il paese venne sommerso. 500 ettari di campi coltivati e 150 case furono coperte dall’acqua. Gli abitanti videro scomparire davanti ai loro occhi i propri ricordi, le vite passate, le mura domestiche, le vie del borgo antico. Alcuni finirono per abbandonare quel paesaggio divenuto troppo amaro, molti invece costruirono l’attuale Curon, ai bordi del lago.
    Il campanile è l’unica cosa che emerge del vecchio abitato, è il simbolo di qualcosa che resiste, nonostante i cambiamenti inevitabili di una vita che deve progredire.
    Nelle gelide giornate invernali, il lago si trasforma in una lastra di ghiaccio e si può camminare lì sopra, fino a raggiungere il campanile, come una volta. Si narra, che si senta ancora il suono delle sue campane, anche se neppure quelle esistono più.
    O forse quel suono caldo è proprio la voce naturale di un luogo d’incanto, com’è quel territorio sulle sponde del lago Resia.
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  • Mezzocorona (TN) - Il basilisco di Mezzocorona
    Mezzocorona è un borgo compreso tra i fiumi Adige e Noce e si adagia sulla Piana Rotaliana. Su quel terreno fruttuoso, si ottiene il Teroldego, uno dei vini più famosi del Trentino e Mezzocorona ospita una vera e propria Cittadella del Vino. I pregiati vigneti del borgo abbracciano alcuni palazzi nobiliari d’un tempo e i castelli della zona. Tra questi antichi edifici, ce n’è uno in particolare che non è affatto facile da raggiungere.
    Il Monte Mezzocorona, con i suoi 1500 metri, svetta alle spalle del paese, ed è proprio lungo la parete rocciosa del monte, più o meno a metà altezza, che si trova il Castello chiamato Corona di San Gottardo. E’ un’antica fortezza risalente all’anno 1000, costruita all’interno di una grotta naturale, di cui rimangono ormai soltanto i resti. Ma a guardare bene, sopra il portone d’ingresso, spicca lo stemma affrescato di un drago. Si tratta del basilisco di Mezzocorona, protagonista leggendario di una tra le storie popolari più conosciute del Trentino.
    Il basilisco era un mostro con il corpo da serpente e il muso da drago. Come se non bastasse, per rendere ancora più originali quelle fattezze, il basilisco era dotato anche di ali. D’altra parte, solo con quelle un giorno poté arrivare fin lassù, nella grotta, per rifugiarsi proprio all’interno del Castello del San Gottardo. Il basilisco però non se ne stava sempre rintanato tra le rocce. Piuttosto si dedicava spesso, troppo spesso, a scorribande distruttive lungo la piana Rotaliana. Ogni volta che il basilisco si avvicinava al paese, gli abitanti erano terrorizzati. Tutto ciò che calpestava veniva distrutto e il mostro inceneriva le case e i raccolti con un solo fiato. Un giorno, i paesani di Mezzocorona decisero di abbandonare quelle terre per trasferirsi in luoghi non infestati dal mostro. Ma il cavaliere Firmian, prode soldato qual era, si oppose ad un simile atteggiamento di resa e promise agli abitanti che avrebbe lottato per ristabilire la serenità. Si incamminò allora lungo il ripido sentiero che conduceva alla grotta del drago. Il cavaliere Firmian aveva con sé la spada ed alcuni insoliti oggetti: una scodella, una bottiglia di latte ed uno specchio. Quando si trovò al cospetto del basilisco, il mostro stava ancora dormendo, così il cavaliere poté preparare la sua ingegnosa macchinazione. Versò il latte nella scodella, vi pose accanto lo specchio e attese. Al risveglio, il basilisco si avvicinò alla scodella di latte e, udite udite, iniziò a bere come un gattino affamato. Poi vide la sua figura riflessa nello specchio e prese a muoversi curioso, goffo, ammirando la propria immagine riflessa, pensando fosse quella di un altro drago identico a lui. Ma mentre il mostro si agitava distratto, il cavaliere Firmian si avvicinò e lo trafisse con la spada. Felice di aver risolto il problema all’intera vallata, il cavaliere richiamò dall’alto tutti i paesani, agitando in aria la testa del basilisco. Ma una goccia di veleno, cadde da quella testa decapitata e colpì il corpo del cavaliere che, all’improvviso, incenerì. Quando gli abitanti del borgo raggiunsero il Castello, trovarono soltanto una testa di drago mozzata ed un’armatura, che ancora emanava l’odore acre di cenere e fumo.
    Il cavaliere da allora divenne un eroe. Rientrati nel borgo, gli abitanti del paese brindarono in suo onore con il vino più pregiato, frutto di quella valle ritornata alla serenità.
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  • Città della Pieve (PG) - Lo spirito di Vitellozzo Vitelli
    Si incontra Città della Pieve su una collina, compresa tra il verde della Val di Chiana e le placide acque del lago Trasimeno. Città della Pieve è un paese medioevale, con le case di mattoni rossi a vista e gli archi che collegano tra loro i vicoli più stretti. Uno di questi prende il nome di vicolo Baciadonne ed è largo appena 60 centimetri. Risale invece al tempo della Pieve gotica, la ripartizione della città in tre rioni, detti terzieri. Uno fu quello della borghesia, un altro dei contadini, il terzo fu il rione del Castello. Nel punto più alto del borgo, spicca infatti l’austera Rocca Perugina che svetta con le sue possenti torri. La Rocca segnò le tappe della vita turbolenta del paese a partire dal 1326, quando Perugia dette l’ordine di edificare la fortezza, per controllare quel borgo, che mal sopportava il dominio della città. All’interno delle spesse mura della Rocca, si verificarono alcuni atti violenti. Uno dei più efferati fu ad opera di Cesare Borgia, detto il Valentino.
    Cesare Borgia fu un cardinale che presto abbandonò la porpora per dedicarsi alla carriera politica. Al tempo, assumere una carica di potere significava essere a capo di un esercito. Borgia allora assoldò una schiera di guerrieri senza scrupoli ed iniziò la conquista dei terreni nell’Italia Centrale. Per bloccare questa minacciosa avanzata, alcuni cavalieri si riunirono presso il Castello di Magione e organizzarono la cosiddetta “congiura della Magione”. Tra loro, vi fu anche tale Vitellozzo Vitelli, cavaliere di ventura.
    Vitellozzo Vitelli temeva per i propri possedimenti, così tramò con altri cavalieri l’uccisione del Valentino. Immediato però fu l’intervento del papa, per scongiurare quello spargimento di sangue e, proprio a seguito della pressione papale, gli animi infuocati contro Cesare Borgia si placarono. Tanto che un giorno, lo stesso Borgia invitò a cena Vitellozzo Vitelli nella Rocca Perugina, in segno di apparente pacificazione. Durante la cena infatti, il padrone di casa si vendicò della congiura tramata alle proprie spalle e avvelenò l’ignaro ospite. Vitellozzo Vitelli però non morì subito anzi, il veleno tardò a compiere il proprio effetto. D’un tratto allora, l’impaziente Cesare Borgia s’alzò da tavola, sguainò un pugnale e s’avventò contro Vitellozzo. Lo uccise barbaramente, macchiando di sangue il desco e pure le proprie mani.
    Narrano le voci del borgo che lo spirito di Vitellozzo Vitelli sia rimasto dentro la Rocca e che si mostri ancora, con un taglio profondo ed inquietante all’altezza del collo, mentre con voce flebile implora il perdono del papa, per quella congiura che gli costò la morte.
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  • Narni (TR) - Lo spirito di Giuseppe Andrea Lombardini
    Narni è uno splendido borgo, immerso nel verde delle colline umbre. La sua origine risale al 300 a.C. ma l’atmosfera del paese riporta al periodo medioevale e rinascimentale. Adagiato su un colle, Narni è protetto dalla possente fortezza di Albornoz. Sotto il maniero, si dipana un reticolo di vicoli e scalinate, su cui si affacciano palazzi nobiliari, chiese e piazze con antiche fontane. Da pochi decenni, ai gioielli storici e artistici del borgo, si aggiunge la scoperta della misteriosa Narni sotterranea.
    Nel 1979, alcuni giovani del paese trovarono un pertugio sotto un convento, da cui si aprì una sorta di porta temporale che catapultò il gruppo di esploratori indietro nel tempo o meglio, alla scoperta di quegli sconosciuti spazi nel sottosuolo. I ragazzi individuarono dei passaggi segreti, alcune stanze, persino delle prigioni. Varcando una porta, i giovani attraversarono un lungo corridoio e giunsero nella Sala dei Tormenti. Dovete sapere, che fino alla metà del 1700, fu proprio in quella sala che ebbe sede il temuto Tribunale della Santa Inquisizione. In una delle celle vicine, fu imprigionato anche Giuseppe Andrea Lombardini, caporale delle Guardie del Sant’Uffizio di Spoleto. L’uomo fu arrestato con l’accusa di tradimento. Il caporale Lombardini fu ritenuto colpevole di aver favorito la fuga dalle prigioni di un suo compagno, accusato a sua volta di blasfemia e di aver insultato un Vicario della Chiesa. Giuseppe Andrea Lombardini non fu però un prigioniero qualunque ma rese le pareti della propria cella un vero capolavoro di arte e mistero. La riempì di incisioni, disegni, appunti, simboli, scritte e lettere, tutte riconducibili alla pratica esoterica. Il capitano utilizzò dei cocci per lasciare quei graffiti e dichiarare anche la sua innocenza eterna. La quantità di simboli tuttora visibili nella cella è straordinaria. Essi tappezzano le pareti ma anche il soffitto. Ci sono il sole e la luna, un gallo con la coda di drago, l’albero della vita, animali alati e poi numeri, spirali, simmetrie e figure di Santi. Quei tratti, rimandano alla tradizione alchemica, alla numerologia, alla Geometria Sacra, persino all’Ordine dei Templari ma nonostante gli studi fatti, molti di quei segni continuano a rimanere enigmatici. Giuseppe Andrea Lombardini realizzò su quelle pareti un racconto spirituale, un percorso intimo e simbolico, che ai nostri occhi giunge come un’opera d’arte magica e dall’energia potente, quasi palpabile. Un’opera che rimarrà nel tempo, come rimangono le anime che riescono a superare lo sconforto e ritrovano la luce interiore. Esse si trasformano, come fa l’oro che nasce dal piombo, secondo l’antichissima arte dell’alchimia.
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  • Todi (PG) - La strega Mariuccia
    Todi è adagiata in cima a un colle, da cui domina la Valle del Tevere. Il borgo antico è racchiuso dalle mura medioevali e composto di vicoli, belle piazze, scorci panoramici e scalinate. Una di queste conduce all’ingresso della Cattedrale, un’altra invece sale alla maestosa Chiesa di San Fortunato. Nella cripta di San Fortunato, è custodito il monumento sepolcrale di Jacopone da Todi, un illustre poeta che subì la scomunica e visse in prigione, nei sotterranei del vicino Convento. E proprio nel Convento, sono custoditi preziosi documenti di un’epoca nefasta, che per prima avvolse il paese di Todi. Stiamo parlando del periodo della Santa Inquisizione, quando gli uomini legati alla chiesa e al potere emettevano sentenze di condanna, per la stregoneria.
    Nella piazza di Todi, un giorno fu bruciata al rogo tale Matteuccia di Francesco, dichiarata prima donna strega d’Italia. Matteuccia di Francesco fu descritta come “donna di pessima condizione, vita e fama, pubblica incantatrice, fattucchiera, maliarda e strega”. Con un simile giudizio era impossibile salvarsi ma Matteuccia fu davvero una strega?
    Per quel che si racconta, la donna era un’abile conoscitrice delle erbe, con le quali preparava unguenti e infusi, capaci di alleviare sia le malattie fisiche che quelle spirituali. Ci furono ragazze che si rivolsero a Matteuccia per risolvere i problemi coniugali. La fattucchiera fornì loro le ricette per composti e bevande tratte da uova, erba cavallina, cenere di rondini, capelli e acqua di fiume. La fama della donna guaritrice si diffuse rapidamente e tante furono le personalità, anche di spicco, che si rivolsero a lei per i motivi più disparati. Allo stesso tempo, c’era chi non vedeva di buon occhio quella donna dalle capacità singolari e Matteuccia finì per essere accusata di provocare malanni e fatture, attraverso i riti magici. D’altra parte però, si diceva pure che liberasse uomini e donne posseduti dagli spiriti maligni ma quando fu vista con un osso in mano, Matteuccia venne addirittura accusata di infanticidio. Con il sangue degli innocenti uccisi, la strega si sarebbe cosparsa il corpo per volare ogni lunedì fino a Benevento, noto luogo di ritrovo per i Sabba delle fattucchiere.
    Insomma, secondo i documenti dell’epoca, la donna ricevette almeno trenta capi d’accusa, a seguito dei quali fu imprigionata e sottoposta ad atroci torture. Il 20 marzo del 1428, Matteuccia fu caricata su un asino, con le braccia legate dietro la schiena. Venne condotta sulla pubblica piazza e lì, il suo corpo fu avvolto dalle fiamme.
    Matteuccia, come tante altre donne dopo di lei, visse in un’epoca annebbiata dalle superstizioni, dalle dicerie, dalle lotte interne che mescolavano potere sacro e potere politico. A farne le spese, furono proprio le figure più intriganti, le personalità fuori dal comune che suscitavano fascino e che sapevano distinguersi oltre le bassezze delle menti altrui. Per questo però, quelle donne non vennero comprese, ma suscitarono paura e subirono una dolorosa persecuzione, da parte di uomini potenti, ma dalle anime impoverite.
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  • Ferentillo (TR) - Il mistero delle Mummie
    In Valnerina, non lontano dalla spettacolare Cascata delle Marmore, c’è un paese diviso in due, dal fiume Nera. Fondato dal Re longobardo Liutprando, il paese si chiama Ferentillo ed è composto dai piccoli borghi di Matterella e Precetto. Ciascuna frazione si arrampica su un colle e su quel cucuzzolo ha il proprio Castello. Dalla piazzetta di Precetto, si sale un vicolo che arriva fino alla Chiesa di Santo Stefano, proprio sotto la Rocca. La cripta della Chiesa ospita il singolare, quanto inquietante, Museo delle Mummie. Lì dentro, si trovano 25 corpi mummificati perfettamente conservati con abiti, denti, persino barba e capelli, oltre a più di 200 teschi.
    Nel 1500, si usava seppellire i morti nella cripta. Non si trattava di nobili, bensì erano gli abitanti stessi del paese. Fu Napoleone, trecento anni dopo, che vietò questa pratica. Con un editto, l’imperatore ordinò di riesumare tutte le salme e di trasferire i cimiteri fuori dalle mura cittadine.
    Immaginate allora lo stupore dei monaci di Ferentillo, quando scesero nella cripta dell’antica Chiesa e si trovarono di fronte tutte quelle mummie. Com’era stato possibile? Come avevano fatto quei corpi a conservarsi così bene? Secondo recenti studi, nella cripta sarebbe presente un microrganismo, in grado di essiccare i tessuti, mantenendoli così a lungo nel tempo. Anche il particolare terreno e l’aria che filtra nel sottosuolo avrebbero contribuito al processo di mummificazione. Sull’identità delle mummie, vi sono molte ipotesi ma dai tratti del volto, rimasti ancora evidenti, alcuni potrebbero riconoscere i propri antenati.
    Una mummia sarebbe quella di Severino il Gobbo. Fu un giovane del paese che per via di quell’infelice gobba trovò conforto solo presso il curato. Si narra che una notte, in cui pure la luna si nascondeva tra le nuvole, Severino abbia incontrato un uomo, lungo i vicoli bui del borgo. Quel tizio aveva un cappellaccio calzato fino agli occhi e il corpo era avvolto in un tabarro, il tipico mantello nero, lungo e pesante. Quella figura tenebrosa propose a Severino di seguirlo, in cambio avrebbe alleviato la sua infelicità. Il giovane certamente era gobbo ma mica fesso! Severino capì subito che si trovava al cospetto del Diavolo e rifiutò l’invito, tornando sereno dal suo curato, l’unica persona che lo amasse davvero. Un’altra mummia del Museo si dice sia quella del Campanaro. Una domenica, mentre suonava le campane, il giovane si sporse troppo, per guardare la bella Agnese di cui era innamorato, e precipitò dal campanile. Tra quei corpi scheletrici, c’è anche un avvocato del borgo, che morì pugnalato a tradimento da un amico. E c’è pure l’amico traditore, ucciso dall’avvocato prima di morire. Due sposini cinesi, arrivati forse in pellegrinaggio, contrassero la lebbra che colpì l’Italia nel 1750. Morirono a Ferentillo sulle scale della chiesa e furono così sepolti nella cripta. Gli sposini ora sono due mummie dagli evidenti tratti asiatici.
    All’ingresso della cripta, si leggono queste parole: “Oggi a me, domani a te. Io fui quel che tu sei tu sarai quel che io sono. Pensa mortal, che il tuo fine è questo, e pensa pur che ciò sarà ben presto”.
    La scritta ricorda che tutti dovremo oltrepassare questa vita prima o poi. E le mummie di Ferentillo testimoniano proprio il mistero di quel confine, tra la vita e la morte. Loro che da secoli si mantengono in un limbo, la cui esatta spiegazione rimane pur sempre avvolta nell’ enigma.
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  • Piegaro (PG) - I fantasmi del Castello di Macereto
    Circondato da boschi, ulivi e vigneti, Piegaro è un piccolo borgo, nel territorio del Lago Trasimeno. Il centro storico medioevale è stato per secoli il cuore dell’arte vetraia. Tra i vicoli, ancora spunta, alta, la ciminiera in mattoni. È addossata al complesso dell’antica vetreria, ora divenuta Museo. Qui si conservano attrezzi e oggetti, che raccontano il legame tra la lavorazione del vetro e la vita del borgo. Nel 1400, Piegaro viveva un periodo prospero e tranquillo, che fu però interrotto dall’attacco di un manipolo di soldati di ventura, capitanati da tale Ciarpellone. Nonostante le resistenze dei paesani, quella volta Piegaro fu saccheggiato e distrutto.
    Dovete sapere che Ciarpellone, detto anche Zerpellone, fu un condottiero bergamasco dal vero nome di Antonio Attendolo. E non si fece mica attendere quel bellicoso forestiero! Ciarpellone infatti non si accontentò di assalire Piegaro ma attaccò, in breve tempo, anche il suo castello. Su un colle alto 300 metri, non lontano dal borgo, si ergeva e si erge ancora, il Castello di Macereto. Una fortezza costruita appositamente per sorvegliare il territorio intorno a Piegaro. Durante l’assalto al Castello, Ciarpellone e i suoi sgherri uccisero tutte le guardie del maniero. Leggenda vuole che i fantasmi di quel plotone militare sterminato compaiano ancora attorno al Castello, nell’estenuante tentativo di una difesa eterna, della loro fortezza.
    Gli abitanti dei paesi vicini raccontano che quei fantasmi compiano la loro apparizione soprattutto nei pressi del Poggio delle Forche. Come suggerisce il nome, si tratta del luogo in cui probabilmente si svolsero le esecuzioni capitali.
    Sembra, che i fantasmi dei soldati si muovano ancora in fila per due, con gli occhi spaventosi della morte e il viso scavato ma sempre impettiti e fieri. Battono una marcia militare, che non riesce più però, a far risuonare gli stivaloni degli spettri, su questa terra…
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  • Valsinni (MT) - Il fantasma di Isabella Morra
    Valsinni è un borgo pittoresco, situato lungo la riva destra del fiume Sinni, nella punta estrema del Parco del Pollino. La parte storica del paese si arrampica su uno sperone roccioso ed è un reticolo di vicoli e case dal sapore antico. Alcune viuzze sono collegate tra loro con il gafio, un tipico arco a volta che protegge il passaggio sottostante. Il vecchio borgo è percorribile solo a piedi e si sviluppa intorno al Castello, assumendo i contorni di un luogo romantico. Ma la vera poesia proviene proprio da lassù, dall’imponente Castello della famiglia Morra. Il maniero sovrasta il borgo dall’anno 1000 e fu teatro di vita, di versi e di dramma, per la povera Isabella. Isabella Morra oggi è riconosciuta come una delle più importanti poetesse del 1500 ma la sua esistenza fu breve, troncata a soli 26 anni.
    Isabella visse tra le mura del Castello assieme alla famiglia ma la sua, fu una vita struggente, perché privata presto degli affetti più profondi. L’amato padre andò in esilio lontano che lei aveva otto anni. La madre visse rinchiusa nelle sue stanze, profondamente depressa, isolandosi dalla famiglia. Isabella allora si dedicò alle arti, alla scoperta della poesia e delle letture, cercando di riempire un vuoto interiore incolmabile. Fu così che la fanciulla iniziò anche a scrivere versi, che in breve si rivelarono degni dell’animo più sensibile e raffinato. Torquato, il suo tutore, se ne accorse. Le propose allora di iniziare una corrispondenza epistolare con un poeta spagnolo, tale Diego Sandoval De Castro. Eppure, proprio quello scambio epistolare e lirico divenne fatale. Il poeta spagnolo era un uomo sposato e i fratelli di Isabella si opposero barbaramente a quel carteggio. Rinchiusero la fanciulla nel maniero, senza che mai più potesse uscire. Durante quei lunghi giorni di prigionia, Isabella scrisse le poesie più sofferte, liriche dense d’amore e puro dolore. Pervasa dalla sofferenza, non esitò a descrivere i luoghi che scorgeva dall’alto del maniero come abitati da “gente irrazionale, priva di ingegno, di aspro costume, ignorante”. Così definì pure i suoi fratelli, educati alla vita brutale, avvezzi solo agli istinti primitivi. Su di sé invece scrisse: “Qui non provo io di donna il proprio stato” infine “Che dolce vita mi sarìa la morte”. E proprio quel giorno funesto arrivò. I fratelli si macchiarono dell’orrendo delitto e il corpo di Isabella fu gettato dalla rupe, privato anche di una degna sepoltura. Il tutore Torquato e il poeta spagnolo Sandoval De Castro subirono la stessa fine.
    Gli abitanti del borgo rivelano che il fantasma di Isabella vaghi di notte tra le mura del castello, alcuni raccontano di averla udita decantare versi anche tra i vicoli del paese.
    “Ecco ch'una altra volta, o valle inferna, o fiume alpestre, o ruinati sassi,
    o ignudi spirti di virtute e cassi,
    udrete il pianto e la mia doglia eterna.”
    A Valsinni, oggi c’è un Parco Letterario che celebra il sublime valore di quella poetessa, a cui fu impedito di fiorire ma che vivrà per sempre, nell’eternità della poesia.
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  • Acerenza (PZ) - La Cattedrale, Dracula e il Sacro Graal
    Acerenza è un prezioso borgo lucano dalle origini antiche. Il paese è arroccato sulla sommità di un colle che si erge solitario, incorniciato dalla pianura tutta intorno. Le case del borgo sono strette l’una all’altra e raccolte dalle mura medioevali. Il centro storico ospita palazzi con portali signorili e architetture normanne ma, oltre quei tetti, spicca imponente la Cattedrale. Austera e grandiosa, la Cattedrale di Acerenza risale all’anno 1000. Sulle pareti e al suo interno, custodisce opere di pregio e alcune di queste hanno anche significati misteriosi, che rimanderebbero addirittura a storie di vampiri.
    Su un muro della Cattedrale, campeggia il blasone della Famiglia Balsa. Si narra che Maria Balsa fu la figlia di un certo nobile, erede di svariate terre in Transilvania. Il blasone riporta la figura di un drago ed è lo stesso, che compare nello stemma di tale Vlad III di Valacchia, fondatore dell’ordine del Drago, meglio noto con il nome di Conte Dracula.
    Maria Balsa sarebbe giunta orfana in Italia, fu adottata dal Re di Napoli Alfonso d’Aragona e andò in sposa ad un nobile di Acerenza. Si narra che la salma della figlia di Dracula, sia seppellita proprio nella Cattedrale. Ma basta osservare i dettagli distribuiti nella Chiesa per cogliere anche altri segni, riconducibili al Conte dei Vampiri. All’ingresso della Cattedrale, un drago morde sul collo ignare vittime. Nella cripta, si trova la figura di Sant’Andrea, patrono della Romania e, in un bassorilievo, si nota il demone biblico chiamato Lilith. Il demone era solito comparire di notte per succhiare il sangue dei neonati. In un affresco invece un uomo sembra che volti le spalle all’altare, come voltasse le spalle a Dio. Poi vi sono anche un sarcofago vuoto, stelle a cinque e sedici punte, un vano murato di cui si ignora l’utilizzo e tanti altri segni, che creano un’atmosfera ambigua ma affascinante.
    E non è finita qui. La Cattedrale di Acerenza potrebbe custodire anche il Sacro Graal, la Coppa su cui bevve Gesù nell’Ultima Cena e che Giuseppe d’Arimatea utilizzò, per raccogliere il sangue di Cristo che colava dalla croce. Si dice che i Templari fossero i guardiani del Sacro Graal e Acerenza, in epoca medioevale, fu proprio un borgo di passaggio, per i guerrieri che si recavano in Terra Santa.
    Tutti questi simboli, i misteri, le storie presunte e quelle documentate che si scoprono nel borgo di Acerenza, fanno davvero girar la testa. Non sappiamo quale sia il confine di tali leggende ma forse è proprio questo il loro fascino. Nel confondersi con la realtà, per creare storie che uniscano mondi sacri e mondi profani, terre vicine o ancora inesplorate, la vita degli uomini con quella di chi sfida il mistero, ed è capace di varcare i confini persino dell’aldilà.
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  • Forenza (PZ) - La leggenda del Crocifisso miracoloso
    Forenza è un borgo della valle del Bradano. Sorge su un colle, nel cuore del Vulture, ed è chiamata “Balcone delle Puglie”. Dall’alto dei suoi 800 metri, il panorama di Forenza abbraccia il Tavoliere pugliese fino al Gargano e al Monte Vulture. L’anima del paese è raccolta da sempre nella vita rurale e la Casa Contadina di Forenza è un prezioso museo che ne custodisce i ricordi. Tra i vicoli che si snodano tortuosi, sotto gli archi antichi e lungo le scalinate, si scoprono palazzi gentilizi e le bellezze barocche del patrimonio sacro. Ma è nella Chiesa del Santissimo Crocifisso che si può vivere un’esperienza unica e miracolosa. Dietro l’altare, è esposto un crocifisso in rovere, risalente al 17 secolo. L’opera è stata scolpita da un monaco del vicino Convento. Quel crocifisso è ritenuto uno dei più suggestivi tra tutta la produzione lignea francescana. Se si osserva attentamente il volto di Cristo, si possono ammirare tre diverse espressioni: Gesù morente dal lato destro, Gesù agonizzante dal centro e persino Gesù che sorride, dal lato sinistro. Sembrerebbe incredibile! Eppure esiste una leggenda, che ci racconta come questo sia potuto accadere.
    L’ autore del Crocifisso fu Frate Angelo da Pietrafitta. In realtà, il frate si dedicò a scolpire il corpo, a dimensioni quasi naturali, ma quando si trattò di far emergere i tratti del volto dal legno, Fra’ Angelo non riuscì a creare alcuna forma. Una sera, stanco e anche un po’ avvilito, il monaco si coricò, abbandonando il lavoro. Quella notte, un Angelo entrò nella Chiesa, portò in volo il volto di Cristo e si mise a rifinire l’intera scultura. L’indomani, con somma gioia, il frate trovò l’opera compiuta e il suo cuore si riempì di stupore e gratitudine. A Forenza, c’è un detto popolare che aggiunge un particolare alla nostra storia. Fra Angelo quella notte incontrò in sogno Gesù, che pronunciò queste parole: “In cielo mi vedesti, in terra mi facesti”. E infatti così fu. Gli anziani del borgo ripetono anche un altro detto: “Non abbiate paura, il tredicesimo Cristo si è fermato a Forenza!”. E quel crocifisso fu proprio l’ultimo, e il tredicesimo, scolpito da Fra Angelo da Pietrafitta.
    La popolazione di Forenza è molto devota al Santissimo Crocifisso, perché gli attribuisce il potere di proteggere il paese, anche dalle calamità che sono note al territorio come frane, terremoti e alluvioni. Il miracolo più recente risale alla Seconda Guerra Mondiale, quando i tedeschi entrarono nella chiesa e tentarono di trafugare il Crocifisso. In quel momento e soltanto nello spazio della chiesa, si verificò un terremoto che mise in fuga i soldati, liberando così Forenza dall’occupazione tedesca.
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