Borghi Fantastici - MITUR

Borghi Fantastici - MITUR

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Borghi Fantastici - MITUR episodes

  • Ruvo di Puglia (BA) - La leggenda del Conte Carafa e dell’inchino del suo Cavallo
    Nel Parco dell’Alta Murgia, in una distesa di ulivi e vigneti, sorge Ruvo di Puglia. Città d’arte, dal passato fiorente, conserva reperti e monumenti di pregio. Tra i vicoli stretti del centro storico, si riflette la pietra bianca e luminosa dei palazzi cinquecenteschi e delle case più antiche. Il sole rende abbagliante anche la Cattedrale di Santa Maria Assunta. È un gioiello romanico pugliese, la cui facciata è impreziosita dal rosone e da bassorilievi con leoni, grifi, i quattro Evangelisti, figure angeliche e zoomorfe. Palazzo Jatta ospita il Museo Archeologico Nazionale, dove sono conservate preziose ceramiche di varie epoche, tra cui il suggestivo Vaso di Talos. Il forte legame del borgo con il passato e le sue tradizioni è mantenuto vivo anche dalle processioni penitenziali, sorte con le Confraternite religiose. Proprio a una processione è legata la leggenda del Cavallo Inchinato di Ruvo.
    Nel 1500, il feudo di Ruvo di Puglia fu acquisito dal casato dei Conti Carafa, i quali governarono il territorio per almeno duecento anni. La signoria dei Carafa contribuì in modo controverso alla gloria di Ruvo. I Conti Carafa furono tiranni e il popolo dovette subire numerose angherie. Una di queste fu ad opera del Conte Ettore. Si narra che il Conte Ettore amava andare a caccia, nel territorio intorno al borgo. Un giorno, di ritorno da una battuta di caccia, il Conte Ettore si imbatté con il suo seguito nella processione del Corpus Domini. Già il fragoroso scalpiccio degli zoccoli infastidiva il devoto silenzio dei fedeli, raccolti in preghiera. Eppure il Conte Ettore osò di più. Con arroganza e presunzione, il Signorotto volle attraversare il corteo, interrompendo la funzione religiosa. Fu allora che accadde qualcosa di imprevisto ed inimmaginabile. Il cavallo del Conte, giunto al cospetto del Santissimo Sacramento, chinò la testa e si inginocchiò. Un simile gesto compiuto dall’animale colpì profondamente l’animo del nobile. L’uomo si sentì mortificato e colse la gravità del proprio comportamento. Per risolvere l’ignominia di cui si era macchiato, il Conte Ettore stabilì di celebrare di nuovo la solennità del Corpus Domini, a proprie spese e con più sfarzo, otto giorni dopo. Nacque così la festa dell’Ottavario. Essa si ripete ancora oggi, con un grande corteo che si snoda lungo i vicoli del centro storico.
    In un quadro della Chiesa di San Giacomo, si nota il Conte Carafa che regge l’ombrello al Vescovo, proprio durante la processione dell’Ottavario. La leggenda racconta infatti che quella volta in cui il cavallo si inchinò, il Conte finì addirittura in faccia al prelato. E fu il Vescovo in persona che fece una severa reprimenda, a quel Signorotto troppo pieno di sé e poco rispettoso.
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  • Montone (PG) - Braccio Fortebraccio e la leggenda della Spina Santa
    Montone è un borgo medioevale che risale all’anno Mille. Situato nell’Alta Valle del Tevere, Montone si erge su un colle, incorniciato dal verde rigoglioso del paesaggio. Le antiche mura circondano il borgo e racchiudono vicoli tortuosi, scalinate, piazzette, botteghe, edifici storici e religiosi di gran pregio, oltre a torri e campanili che svettano sul profilo del paese. La storia di Montone balza al centro delle cronache a partire dal Trecento, grazie alla famiglia Fortebracci e soprattutto al condottiero Andrea Fortebracci, meglio conosciuto come Braccio da Montone.
    Egli fu un abile combattente, coraggioso, astuto ma anche spietato. Braccio da Montone fu protagonista di numerose battaglie e fece grandi conquiste sulle terre del centro Italia, al comando di una compagnia di soldati di ventura. Braccio da Montone fu un uomo politico ambizioso, uno stratega militare che seppe farsi conoscere e ricordare da tutti per la sua audacia. In un’opera, Manzoni lo richiama con simili versi: “Per tutto ancora con maraviglia e con terror si noma”. Le prodezze di Braccio da Montone arrivarono quasi a costituire uno Stato in opposizione allo Stato della Chiesa. Ma questa volontà fu decisamente troppo audace e finì per costargli la vita. Braccio da Montone morì in battaglia nel 1424.
    Dopo pochi anni, il figlio Carlo si dimostrò degno erede del padre condottiero e seppe distinguersi anche lui, con sommo valore, al servizio della Repubblica di Venezia. Carlo Fortebracci combatté contro i Mori e li sconfisse. A seguito di una simile importante vittoria, Carlo ricevette in dono una Spina della Corona di Cristo, così la portò a Montone, il suo paese natìo, e ne decretò la festa il Lunedì dell’Angelo.
    A questo punto del racconto, ecco cosa narra la leggenda. Si dice che all’arrivo di Carlo, di ritorno da Venezia, al passaggio del primo drappello di soldati, le campane del borgo presero a suonare, senza che vi fosse alcun campanaro appeso alla corda del batocchio. Le campane suonarono da sole, per festeggiare l’arrivo della Spina Santa. Una leggenda, ancor più suggestiva, racconta che la Spina fiorì il giorno del Venerdì Santo, emanando un delicato profumo che inebriò le vie del paese.
    La Santa Spina ora è custodita dalle suore di Sant’Agnese. L’ostensione della reliquia viene celebrata ogni anno, il Lunedì di Pasqua. La penultima domenica di agosto, invece, la festa per la Spina Santa si arricchisce di un corteo in costume e della contesa del palio tra i tre rioni del paese.
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  • Isola del Liri (FR) - La Cascata nel borgo
    Dopo il grande salto, una nuvola d’acqua rimane sempre sospesa nell’aria e lo fa per un tempo che appare infinito. È quello che succede ai piedi di una cascata. Di giorno, quando il sole si riflette in quelle gocce, nasce l’arcobaleno sull’acqua. Di notte, i giochi di luce creano l’atmosfera perfetta, per lo sguardo intenso degli innamorati. In verità, nessuno può sfuggire all’incanto di quell’angolo da fiaba. Che esiste, è tutto vero, e si trova in un borgo della bassa Ciociaria. Isola del Liri, così si chiama il paese con al centro una cascata. Anzi due.
    L’Isola del Liri, come racconta il nome stesso, è un borgo che sorge su un’isola creata dalle braccia di un fiume. Il Liri è un corso d’acqua che giunge placido fino ad un masso di travertino, il quale sovrasta il borgo e costringe il fiume a dividersi in due canali. Questi ultimi si tuffano entrambi nell’ambiente sottostante, formando due cascate. Una detta la Grande Cascata Verticale, l’altra più piccola è la Cascata del Valcatoio. In tutta Europa, la Grande Cascata è l’unica a compiere un salto di ben 27 metri all’interno di un tessuto urbano.
    Ecco perché quando si cammina tra i vicoli del borgo, giunge all’udito una melodia secolare, è il suono fragoroso dell’acqua, ascoltandolo pare come di immergersi e di percorrere le pagine di una fiaba. Alzando lo sguardo, in cima al masso di travertino che biforca il fiume, si erge imponente il Castello Boncompagni Viscogliosi. L’edificio è immerso in un parco lussureggiante. Quel folto verde è una cornice perfetta, che ricade con esuberanza ai lati della Grande Cascata.
    Isola del Liri regala uno scenario singolare che stupisce e toglie il respiro. Nei secoli, quell’angolo fiabesco ha saputo colpire la sensibilità di tanti artisti, pittori anche stranieri. Essi hanno voluto imprimere nelle tele l’armonia della natura, che sa irrompere nella vita quotidiana di un borgo, sfiorandone le abitazioni e regalando un insolito incanto, da ammirare seduti al tavolino di un bar o affacciati alle finestre di una casa.
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  • Sutri (VT) - La leggenda di Orlando il Paladino
    Sutri è un borgo arroccato su un colle di tufo, nel cuore della Tuscia. Circondata dai boschi, Sutri è chiamata “La porta dell’Etruria”. Le sue origini sono assai remote, dicono risalga all’età del bronzo o addirittura sia stata fondata dal Dio Saturno. La Necropoli etrusca, il suggestivo Anfiteatro Romano, il Mitreo, l’elegante Villa Signorelli sono i luoghi che raccontano di un passato ricco di storia. Il borgo del paese è un reticolo di stradine, piazze, su cui affacciano palazzi d’un tempo e le antiche case in tufo rosso. Le numerose chiese di Sutri riportano bellezze artistiche ed architettoniche di notevole pregio. A Sutri, passa anche un tratto della celeberrima Via Francigena, lo storico cammino percorso dai pellegrini che collega la cattedrale di Canterbury alla città di Roma. Ma a Sutri, passa pure la Via Cassia. Ed è proprio lungo questo tragitto, appena fuori paese, che si trova una grotta etrusca detta la Grotta di Orlando.
    Secondo una leggenda, in questo antro composto di due stanze e una colonna, nacque il valoroso paladino Orlando. La madre Berta era la sorella di Carlo Magno e quel figlio fu il frutto dell’amore con il giovane Milone. Costui era un brav’uomo e valoroso condottiero, ma privo di titoli nobiliari. Carlo Magno, saputo dell’unione di Berta con quell’uomo dalle umili origini, diseredò la sorella e la cacciò dal castello. Milone e Berta si misero allora in cammino verso Roma, per chiedere l’aiuto del Papa. Giunti nei pressi di Sutri, Berta fu colta dalle doglie e partorì Orlando in una grotta solitaria. Si narra che una volta, il piccolo ancora in fasce sfuggì alle mani della madre e rotolò sull’erba del prato. Berta esclamò “Oh, le petit Roland!”. Da allora, quella valle prese il nome di Valle Rotoli.
    Orlando crebbe a Sutri e diventò presto un condottiero forte e abile. Un giorno d’inverno, Carlo Magno si trovò di passaggio nel borgo, era diretto a Roma per essere incoronato. Il giovane Orlando ne approfittò per introdursi a un banchetto del Re. Si travestì da servitore e riuscì a sottrarre proprio la coppa, dalla quale aveva appena bevuto il sovrano. Carlo Magno se ne accorse e volle sfidare il ragazzo a ripetere quella giocosa malefatta. L’indomani, Orlando riuscì di nuovo a trafugare la coppa regale. Nel frattempo, i fedelissimi del Re incontrarono Berta per le strade di Sutri e la riconobbero. Tornati alla corte, riferirono tutto a Carlo Magno. Fu così che il re, scoperta l’identità di quell’abile giovanotto, decise di ricongiungere tutta la sua famiglia. Nato in una grotta, di un borgo della Tuscia, Orlando venne presto nominato Paladino di Francia e divenne protagonista di famose gesta cavalleresche.
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  • Civita di Bagnoregio (VT) - La leggenda di San Bonaventura
    Arroccato su uno sperone di roccia, circondato da un’ampia conca dall’aspetto lunare, Civita di Bagnoregio si raggiunge soltanto percorrendo a piedi un lungo ponte, a strapiombo sulla vallata. Civita di Bagnoregio è un luogo d’incanto ma è definito anche “la città che muore”. Il colle tufaceo su cui sorge il borgo è destinato ad assottigliarsi gradualmente. Gli agenti atmosferici, le frane e le acque dei torrenti della valle, operano un’erosione continua che lentamente sgretola la fragile rupe.
    Una volta attraversato il ponte pedonale e varcata Porta Santa Maria, scavata nella roccia, si scopre un piccolo mondo suggestivo, tanto silenzioso quanto pittoresco. Camminando sui ciottoli, ci si addentra tra vicoli e piazzette. Le case medioevali sono in pietra, basse, rallegrate da balconi fioriti e con le tipiche scalette esterne, dette profferli. Tra palazzi trecenteschi e botteghe, ricordo di un tempo vivace, si giunge nella piazza principale dove si affaccia la Chiesa di San Donato. Al suo interno, è custodito un crocifisso ligneo ritenuto miracoloso. Si racconta che nel 1499 si diffuse nel territorio un’epidemia di peste. Una donna, che era solita pregare davanti al crocifisso, un giorno udì una voce, che la rassicurò sull’imminente fine della pestilenza. Di lì a poco, l’epidemia scomparve e tutti gridarono al miracolo. Ogni anno, il giorno del Venerdì Santo, il crocifisso viene portato in processione. Qualcuno ritiene pure che il volto di Cristo diventi sempre più sofferente man mano che la processione si allontana dal borgo di Civita, per giungere oltre il ponte, nel vicino Bagnoregio.
    Per conoscere un’altra leggenda dobbiamo, invece, affacciarci al Belvedere di San Francesco Vecchio. Qui ci si espone sulla rupe dove si trova la grotta di San Bonaventura. Il nome del santo fu Giovanni Fidanza, un uomo originario proprio di Bagnoregio. Si racconta che San Francesco in persona guarì con un miracolo il piccolo Giovanni, gravemente malato. Quando ciò avvenne, il Santo stesso esclamò “Oh bona ventura!” e fu così che Giovanni Fidanza decise di farsi monaco anche lui e, per il suo grande operato, diventò San Bonaventura.
    Infine, è il nome stesso di Bagnoregio a nascondere una storia misteriosa. Forse deriva dal latino Balneum Regis, che significa Bagno del Re. La leggenda racconta che Desiderio, un re longobardo, guarì dalle ferite di guerra semplicemente immergendosi nelle vicine acque termali della zona.
    Civita di Bagnoregio è un borgo minuscolo eppure è uno scrigno di bellezze, persino quando è circondato dalla nebbia della valle, sembra come sospeso su una nuvola. La sua fragilità è il tesoro più grande. Essa dona al luogo un’atmosfera magica e struggente. Si imprime nello sguardo e nel cuore di chi varca la soglia di questo piccolo mondo tenace, dal destino inesorabile.
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  • Gaeta (LT) - La leggenda della Montagna Spaccata
    Gaeta è un borgo dalle origini antichissime e sorge su una penisola che si estende nell’omonimo Golfo. Il borgo vecchio di Gaeta risale all’epoca medioevale. Dal lungomare, ci si inoltra in un dedalo di vicoli e scalinate, su cui affacciano le vecchie case dei pescatori, le botteghe dal sapore d’un tempo lontano, insieme alle Chiese riccamente decorate, campanili in stile arabo-normanno, torri cilindriche e il maestoso Castello Angioino Aragonese che domina dall’alto il panorama sul mare. Ed è proprio di fronte all’intenso colore turchese dell’acqua che Gaeta rivela bellezze naturali, capaci di suscitare stupore e mistero.
    Il Monte Orlando è l’estrema propaggine della penisola su cui è adagiato il borgo. Il monte si getta in mare con una spettacolare falesia e presenta grotte e crepacci suggestivi, come quelli della cosiddetta “Montagna Spaccata”. Si tratta di tre profonde fenditure, le quali tagliano la roccia in tutta la sua altezza e generano storie suggestive.
    Narra la leggenda che tali fenditure si formarono nel momento esatto in cui Cristo morì. Il dolore del mondo fu così intenso, che il terremoto di Gerusalemme scosse il mare e l’acqua trafisse la montagna, spaccando il promontorio in tre punti. Una scalinata, che parte dal Santuario della Santissima Trinità, consente di inoltrarsi nelle viscere della montagna spaccata. Lungo la scalinata, si percorre anche una sorta di Via Crucis incisa nella roccia, mentre si ammira dall’interno la fenditura più profonda. Le magie e i misteri del luogo proseguono poi scendendo gli scalini verso il mare. Ad un tratto, infatti, si incontra la misteriosa Mano del Turco. Sono i segni, impressi nella parete, che nascondono un’altra storia. Si narra, che un turco giunto lungo la costa si inoltrò nella spaccatura del promontorio. Il turco non credeva affatto alla storia della montagna legata alla morte di Gesù ma, quando appoggiò una mano sulla roccia, quella diventò morbida come burro. Le dita del turco affondarono miracolosamente nella parete e lasciarono così la loro impronta. Essa è ancora visibile, dunque a tutti è concesso ora di infilare le proprie cinque dita nella roccia. Accanto all’impronta del turco è presente una lapida con una scritta in latino che recita così: "Un incredulo si rifiutò di credere a ciò che la tradizione riferisce, lo prova questa roccia rammollitasi al tocco delle sue dita”.
    Scendendo ancora più in basso, lungo la fenditura, si incontra il Letto di San Filippo Neri, un giaciglio in pietra su cui Filippo Neri amava ritirarsi in preghiera. Nel 1400, un macigno si staccò dalla cima e si incastrò tra le pareti di roccia, lì ora sorge la Cappella del Crocifisso.
    L’esplorazione della Montagna Spaccata prosegue poi con la Grotta dei Turchi, uno spettacolare antro in cui i saraceni usavano ripararsi con le loro navi.
    Storia, arte e mistero fanno di Gaeta un luogo magico, in cui anche la natura crea effetti leggendari, nell’incontro estremo e imprevedibile tra il mare e il monte.
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  • Veroli (FR) - Le mura ciclopiche
    Veroli è un borgo nel cuore della Ciociaria. Il suo aspetto medioevale crea un’atmosfera antica e suggestiva. Nel centro storico si passeggia lungo vicoli stretti, tra case-torri ornate da bifore, trifore e con imponenti portali gotici. Il paese ha varie chiese antiche, ma la più importante è la Basilica di Santa Salomé. Qui si può salire in ginocchio la Scala Santa, per ricevere l’indulgenza plenaria. La Scala Santa di Veroli è una delle sole tre presenti al mondo, dopo quella di Roma e di Gerusalemme. Poco lontano dal centro abitato, si erge l’Abbazia di Casamari. Splendido esempio di architettura gotico-cistercense, nell’Abbazia si ritrovano incisioni e simboli la cui spiegazione richiama ipotetici legami con l’esoterismo. Veroli ha origine antichissime e i misteri legati al paese risalgono addirittura a mille anni prima di Cristo.
    È il tempo in cui il popolo degli Ernici costruì una cinta muraria sul colle di San Leucio, per proteggere il paese da nord. Le mura di cui vi parliamo sono costituite da enormi massi, affiancati l’uno all’altro. Si trattava di una ingegnosa quanto ciclopica opera difensiva. Ma chi erano questi Ernici capaci di realizzare le mura megalitiche? Si narra che fossero i discendenti del dio Saturno. Costui, cacciato dall’Olimpo, si rifugiò in queste terre dove incontrò il re Giano che gli offrì accoglienza. In cambio, Saturno gli fece il dono di poter custodire il passato e predire il futuro, tanto che il re venne rappresentato da quel momento con due teste e acquisì l’appellativo di Giano Bifronte. Fu sempre Saturno che insegnò alle genti del posto a coltivare i campi e a costruire quelle imponenti mura per proteggere i villaggi.
    Secondo altre leggende, le mura gigantesche furono erette dai Ciclopi venuti dalla Grecia. Alcuni sostengono pure che quelle enormi costruzioni siano opera del Diavolo in persona e che lì sotto, da qualche parte, vi siano nascosti antichi tesori.
    Quale sia la verità noi non è dato saperlo ma, forse, la ricchezza di Veroli risiede proprio nel mistero che si respira passeggiando nel borgo, tra quei segni e simboli ancora poco decifrati, lasciati dall’uomo o forse dagli Dei, nel corso dei secoli.
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  • Palmanova (UD) - La leggenda del pastore Camotio e della tela di ragno
    Palmanova è un borgo straordinario ed unico perché ha la forma di una stella a nove punte e per questo è detta la Città Stellata. Essa è costruita al di sotto della linea dell’orizzonte e da lontano non è quasi possibile vederla. Palmanova è una fortezza ma è anche un modello della città ideale del Rinascimento. Si accede al borgo da tre porte monumentali e al centro perfetto della pianta stellare vi è la bella Piazza Grande. Nella piazza a forma di esagono, si ammira il Duomo in pietra bianca e convergono pure le sei strade principali, su cui affacciano numerosi palazzi in stile veneziano. La perfetta geometria di Palmanova crea un’atmosfera quasi irreale. Ma chi ha saputo progettare una simile architettura? Le leggende che danno origine all’incredibile disegno sono almeno due, avvicinatevi e ascoltate questa storia.
    Si narra che un giorno, un pastore di nome Camotio giunse nei pressi del terreno su cui ora sorge Palmanova. Al tempo, la città non esisteva ancora e quelle zone erano perfette per far pascolare il gregge. Dalla stanchezza, però, il pastore si addormentò e fece un sogno. Camotio vide nel sonno manovali all’opera, intenti a scavare fossati e costruire una fortezza. Quando si risvegliò, Camotio raccontò il suo sogno agli amici ma quelli non fecero altro che deriderlo, credendolo un ubriacone. Eppure, dopo qualche decennio, proprio dove si fu addormentato Camotio, sorse la Città Stellata.
    Un’altra leggenda invece racconta che a fine 1500, la Repubblica di Venezia decise di costruire una fortezza. Per realizzare l’imponente progetto, furono coinvolti ingegneri, architetti e anche il sovrintendente generale Giulio Savorgnan. Tutte queste grandi menti esperte concordarono nel realizzare la fortezza su quel territorio nei pressi di Udine. Mentre era in corso la riunione per studiare il progetto, scoppiò un violento temporale. Gli uomini subito si ripararono sotto la tettoia di una vicina cappella. Tirava un vento forte e una folata fece cadere una ragnatela ai piedi del sovrintendente generale. Alla vista di quella perfetta geometria, Giulio Savorgnan ebbe l’illuminante idea di costruire Palmanova secondo la forma di una ragnatela, che altro non è se non l'esempio perfetto, di luogo d’attacco e di difesa. Così, nel 1593 fu posata la prima pietra di Palmanova.
    Le voci del paese, da sempre, raccontano anche un’altra storia, che il borgo sia uno dei progetti del grande Leonardo da Vinci. Forse il genio fornì davvero l’idea di base ma di sicuro non seguì i lavori di costruzione, troppo impegnato in altri progetti.
    Qualunque sia l’esatta origine della Città Stellata, l’importante è sapere che ora esiste un luogo in cui si concretizza la perfezione della magia geometrica, in cui l’uomo abbia potuto sperimentare un progetto di città ideale, diventato patrimonio dell’Umanità.
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  • Grado (GO) - La leggenda delle Varvuole
    L’Isola d’Oro o Isola del Sole, così viene chiamata Grado. Un delizioso borgo lagunare e termale, le cui spiagge non sono mai all’ombra. Grado ha una storia lunga più di 1600 anni e il suo fascino antico si respira ancora nel pittoresco centro storico. Tra calli, campielli, case in pietra, casette colorate dei pescatori, Grado conserva il fascino di un borgo marinaro ma il castrum, con il Duomo e il Battistero, testimonia anche un patriarcato durato otto secoli, riportando pregiate opere architettoniche di origine romana e paleocristiana. Al Porto Mandracchio si ammira la quotidiana attività dei pescatori di Grado, da lì arrivano e partono i pescherecci ogni giorno. Ed è proprio questo antico porto che richiama alla mente una leggenda.
    Un tempo, Grado doveva difendersi spesso dagli attacchi degli Uscocchi, i pirati che provenivano dalla vicina Dalmazia. Si trattava di gente bellicosa, bardata di tutto punto. Gli Uscocchi incutevano timore con i paradenti in ferro e i gambali di legno, tuttavia agli occhi degli abitanti di Grado suscitavano anche qualche curiosità, perché quei pericolosi guerrieri indossavano delle ampie gonne, nello stile della moda turca. Nel corso degli anni, e nei racconti della gente, gli Uscocchi si trasformarono in Streghe del mare, chiamate Varvuole. Si narra che a Grado vi fosse un banditore detto Zef, il quale aveva il compito di suonare il tamburo per annunciare l’arrivo delle Varvuole e dare l’allarme. Le streghe del mare arrivavano a bordo delle batele, le tipiche barche della laguna, e il loro scopo era quello di rapire i bambini della città. Le streghe erano spaventose, avevano fili di ferro al posto dei capelli e si presentavano vestite di lunghe gonne tutte sdrucite. Narra la leggenda che le streghe del mare fossero solite urlare per i vicoli ed emettere dei suoni terrificanti. Ma le donne di Grado sapevano sempre come difendersi. Al suono del banditore, chiudevano a chiave le porte di casa, strofinavano l’aglio alle finestre e proteggevano i bambini con l’acqua santa.
    Ogni anno, il 5 gennaio a Grado si rinnova la leggenda. Arrivano le Varvuole al Porto Mandracchio e si incamminano per i vicoli del borgo, alla ricerca dei bambini da portare in un mondo lontano. Eppure le Varvuole non riescono mai nel loro intento. Sarà perché l’aglio ha da sempre dei poteri magici, capaci di far scappare lontano anche i personaggi più crudeli che si possano incontrare lungo la via. Dunque, a quelle streghe ogni anno non rimane che dissipare il loro maleficio davanti a tutti, esibendosi in una danza, detta “la danza delle batele”.
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  • Poffabro (PN) - La leggenda delle Agane e il processo alle streghe
    Poffabro è un piccolo borgo immerso nella Val Còlvera, ai piedi delle Prealpi Friulane, che mantiene l’atmosfera di un villaggio d’altri tempi. Le sue case sono alte e strette, costruite in pietra arenaria, hanno rustici ballatoi in legno di castagno e racchiudono cortili antichi, che ritagliano luoghi così intimi da sembrare quasi segreti. Le abitazioni di Poffabro si collegano tra loro con viottoli stretti e silenziosi, scalinate tortuose e massicci archi in pietra. Una simile architettura rivela l’anima sobria del borgo, la sua identità rurale e genuina ma non per questo meno suggestiva. Anzi, ogni angolo di Poffabro diventa pittoresco e richiama la purezza dell’aspro paesaggio montano, che avvolge il paese in un equilibrio perfetto.
    Poffabro sarebbe il luogo ideale per una fiaba. Non a caso durante il Natale diventa un presepe tra i presepi, moltiplicando la sua magia in un caleidoscopio di luci ed opere artistico religiose esposte lungo le sue vie.
    Eppure, anche una località così incantevole può nascondere un passato misterioso e leggendario.
    Si racconta, infatti, che in queste terre un tempo abitarono figure mitiche, chiamate Agane. Erano metà donna e metà pesci. Le Agane vivevano vicino ai piccoli torrenti di montagna, ai laghi, alle sorgenti che zampillavano dalle rocce. Le Agane erano ninfe dell’acqua e tutti sapevano che erano solite divertirsi facendo scherzi ai viandanti, quando questi si avvicinavano ai ruscelli per bere e trovare ristoro.
    In paese. però. si narra anche un’altra storia, meno gioiosa di questa e dalle tinte decisamente più oscure. Alcuni secoli or sono, di notte, le streghe si radunavano nei luoghi più impervi delle vicine montagne. Di giorno, invece, le stesse fattucchiere assumevano le sembianze rassicuranti delle donne di Poffabro.
    Nascoste nelle rupi, dentro le grotte, tra le rocce e le tenebre, le streghe erano solite organizzare i loro riti magici. Pare che a quei Sabba, partecipasse addirittura il Diavolo in persona.
    Si narra che nel 1648, un bambino di nome Mattia fu portato dalla nonna a cavallo di un caprone, fino al Plan di Malgustà, proprio dove si tenevano i raduni delle streghe. Un simile accadimento giunse alle orecchie dei giudici della Santa Inquisizione e il bambino fu sottoposto a un lungo processo come testimone della stregoneria. Furono ascoltati molti abitanti del borgo ma, dopo due anni di indagini, tutto si risolse in un nulla di fatto. Ciononostante, Poffabro in un memoriale della Curia di Udine fu definito “il nido particolar delle streghe”.
    Che tutto questo sia vero o meno nessuno può dirlo, ma sappiamo che Poffabro è un luogo in cui si respira ancora un’umanità genuina e riservata che accoglie i forestieri con balconi adornati di fiori e offre tutto l’anno quella serenità che caratterizza i luoghi ai confini dei boschi.
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