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Mentre Donald Trump viene accolto dalla Corona nel Regno Unito e rinnova le accuse a Putin (“mi ha davvero deluso”), in Ucraina la guerra continua con bombardamenti e numeri drammatici.
Ma la notizia che scuote l’America riguarda la libertà di parola: Jimmy Kimmel licenziato da ABC dopo le minacce del presidente, che ha ventilato la revoca delle licenze televisive alle emittenti critiche.
Il caso apre un fronte delicatissimo: fino a che punto l’amministrazione può spingersi contro media e oppositori senza minare la democrazia?
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Benjamin Netanyahu e il segretario di Stato americano Marco Rubio si presentano fianco a fianco: carri armati israeliani entrano a Gaza City, mentre il premier ribadisce che l’obiettivo è “annientare Hamas”. Ma Axios smentisce la sua versione sull’attacco di Doha: Netanyahu avrebbe informato Trump un’ora prima, non agito in autonomia.
Intanto, a Tel Aviv, Netanyahu parla di un Israele che deve diventare “Sparta e Atene insieme”, accusando le minoranze musulmane in Europa e i media finanziati dal Qatar e dalla Cina di condizionare l’opinione pubblica contro lo Stato ebraico. Parole che spaventano il mondo economico israeliano: oltre 200 CEO denunciano il rischio di “crollo politico ed economico senza precedenti”.
Sul campo, Gaza City vive una nuova notte di fuoco: grattacieli colpiti, quartieri devastati, ospedali travolti dai feriti. I residenti parlano di “una notte pesante”, mentre cresce la pressione internazionale e Rubio cerca di mantenere aperti i canali con il Qatar.
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L’Europa vive giorni di tensione senza precedenti. Dopo gli sconfinamenti in Polonia e Romania, Bruxelles accusa Mosca di “escalation sconsiderata”, mentre il segretario generale della NATO, Mark Rutte, annuncia la missione Sentinella Est e valuta una no-fly zone sul confine orientale.
Ma Donald Trump, che aveva promesso di chiudere la guerra in 24 ore, oggi si limita a dire: “Dovrò parlare con loro, perché si odiano a vicenda”.
Intanto il conflitto cambia volto. La Russia produce fino a 30.000 droni all’anno, lanciandoli in sciami e con nuove tecnologie per colpire infrastrutture, città e civili. Un’arma che demoralizza e terrorizza la popolazione, trasformando le notti ucraine in incubi continui. Nel 2025 sono già stati lanciati oltre 34.000 droni, nove volte più che l’anno scorso. L’Europa corre ai ripari, finanziando la produzione di droni in Ucraina, ma il rischio di escalation resta.
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Le incursioni di droni russi in Polonia rivelano le fragilità dell’Alleanza Atlantica. Solo quattro velivoli abbattuti, molti precipitati da soli, uno arrivato a 300 km dentro Varsavia: per Repubblica il test sulle difese NATO è fallito. Il Wall Street Journal sottolinea che il fianco orientale è scoperto, indebolito dal trasferimento di sistemi all’Ucraina.
Mosca mette alla prova la coesione degli alleati, che promettono unità ma restano divisi su come rafforzare la protezione. E mentre l’Europa alza la voce, Donald Trump risponde con distacco, lasciando dubbi sul ruolo americano. Per il New York Times, la Casa Bianca ha perso un’occasione per mostrare fermezza, alimentando la percezione che gli Stati Uniti stiano scaricando sull’Europa il peso della difesa.
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Nella notte tra il 9 e il 10 settembre i radar polacchi hanno registrato 19 incursioni di droni provenienti dalla Bielorussia. Varsavia parla di minaccia senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale e invoca l’articolo 4 del Trattato NATO. Donald Tusk chiede più difese, intelligence e monitoraggio alleati, mentre Trump reagisce con un messaggio ambiguo che divide l’opinione pubblica americana.
Per il New York Times, i droni sullo spazio aereo polacco sono un segnale diretto di Vladimir Putin: un avvertimento all’Europa e allo stesso Trump, mentre la guerra in Ucraina rischia di estendersi. Mosca nega di aver colpito obiettivi in Polonia, Minsk minimizza parlando di “errori di rotta”, ma l’Europa è già entrata in una fase nuova del conflitto.
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Un attacco aereo israeliano ha colpito la capitale del Qatar, Doha, prendendo di mira i vertici di Hamas riuniti per discutere la bozza di tregua proposta da Donald Trump. L’operazione, giustificata da Netanyahu come risposta all’attentato di Gerusalemme, viene condannata da Doha e dai paesi europei come violazione del diritto internazionale.
Il Qatar annuncia il ritiro dai colloqui. Trump, intanto, prende le distanze dall’attacco: “Decisione di Netanyahu, non mia”. Ma il sospetto che Washington fosse al corrente rimane forte.
Con la rottura di un canale cruciale, si riaccendono le tensioni sulla possibilità di un cessate il fuoco e cresce lo scontro politico anche dentro Israele, dove lo stesso capo di stato maggiore dell’IDF aveva messo in guardia contro la fine prematura delle trattative sugli ostaggi.
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Due uomini armati aprono il fuoco su un autobus a Gerusalemme Est: sei morti e decine di feriti. L’attacco, compiuto da “lupi solitari” con pistole artigianali, riporta alla memoria la seconda intifada e diventa subito il pretesto politico per Benjamin Netanyahu e l’ultradestra israeliana.
Mentre Bezalel Smotrich invoca lo smantellamento dell’Autorità Palestinese, Netanyahu annuncia una nuova manovra di terra su Gaza City: "Avete poco tempo per fuggire".
A Gaza, centomila persone restano intrappolate senza via di fuga, mentre il ministro della Difesa Katz minaccia: "Un uragano si abbatterà sulla città".
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Donald Trump ha lanciato via social un “ultimo avvertimento” ad Hamas, affermando che Israele avrebbe accettato la sua proposta di tregua. L’iniziativa, elaborata insieme al suo inviato Steve Witkoff, prevede il rilascio degli ostaggi in cambio di prigionieri palestinesi e la fine delle operazioni a Gaza City. Hamas si dice disponibile a negoziare, ma chiede la fine della guerra, il ritiro israeliano e una nuova gestione indipendente della Striscia. Netanyahu, invece, ribadisce che accetterà solo un accordo globale: liberazione di tutti gli ostaggi, disarmo di Hamas e controllo della sicurezza a Israele.
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Dal vertice di Parigi della “coalizione dei volenterosi” emerge un piano dettagliato per la sicurezza dell’Ucraina: truppe pronte a intervenire in caso di cessate il fuoco, monitoraggio satellitare e forze di pace sotto guida ONU. Macron insiste sul ruolo europeo, mentre Meloni conferma che l’Italia non manderà soldati in Ucraina ma sosterrà missioni esterne.
Trump, collegato in videoconferenza, si propone come mediatore con Putin, ma annuncia la fine del programma americano di addestramento per gli eserciti dell’Europa orientale, chiedendo agli alleati di aumentare la spesa militare.
Il piano divide l’Europa: alcuni paesi sono pronti al dispiegamento immediato, altri frenano per vincoli politici interni. Sullo sfondo, la minaccia di Putin: “Se ci sono truppe, saranno obiettivi legittimi”.
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