
Sign up to save your podcasts
Or


Entra nel flusso e fatti portare dalla musica e dal suono.
L’esperienza e il vissuto determinano lo sguardo e, di conseguenza, la percezione che abbiamo di ciò che osserviamo e ascoltiamo. È una condizione primordiale per comprendere e godere il mondo elettroacustico e sperimentale di Niton, un trio attivo tra il Mendrisiotto e la Lombardia e che, con il nuovo album “11”, saluta l’adolescenza artistica accogliendo la maturità.
Togli 1 dal titolo e hai 10, come le tracce che contiene e come gli ospiti straordinari che, per la prima volta, sono entrati nel laboratorio di Niton e hanno dato un contributo attivo che espande il raggio d’azione dell’organismo nel quale, per un giorno, si sono immersi.
È un parterre di artisti internazionali straordinari: Beatrice Graf, Julian Sartorius, John Butcher, Andy Moor, Meryem Aboulouafa e Vanni Bianconi, Boris Hauf, Peter Kernel, Olivia Louvel, Andy Bluvertigo e Achille Ateba Mvondo.
Il valore “alternativo” dell’elettronica di Niton non sta nella sua definizione, ma nella tipologia di strumenti che suona: un violoncello filtrato attraverso gli effetti, gli oggetti (strumenti impropri, anche loro filtrati) e i sintetizzatori analogici.
È con estremo piacere che diamo il benvenuto a Zeno Gabaglio, Luca Xelius Martegani e El Toxique sull’isola felice di Confederation Music.
Laure Betris é attiva musicalmente da una ventina d’anni. La parabola creativa di questa cantautrice e sperimentatrice friborghese dai mille talenti è costellata di innumerevoli progetti personali e collaborativi che ne definiscono lo spirito mutevole ed esplorativo.
Abbiamo incontrato Laure Betris lo scorso settembre a Losanna, in occasione della passata edizione di Label Suisse, dove ha presentato una performance legata alla proiezione del documentario The Wonder Way.
È stata un’occasione ghiotta per farci raccontare la sua straordinaria rinascita stilistica post-Kassette (il suo primo alter-ego durato 10 anni) e “Berceuses”, il suo ennesimo, nuovo progetto di ricerca, questa volta basato sulla tradizione orale nelle ninne-nanne e realizzato con altre 7 musiciste romande.
“Travel in cycles” é l’album di Worries And Other Plants, progetto nato nella testa e nel salotto sangallese del batterista (diventato cantautore polistrumentista) Dionys Müller, per gli amici Dio.
Worries And Other Plants oggi si esibiscono come sestetto, interpretano un indie rock caldo, psichedelico e desertico, in bilico tra il bene e il male, tra la luce e l’oscurità, una dicotomia ricorrente nella discografia di Dio, secondo cui, ogni vita é “un diamante”.
È la vita, con i suoi cicli, a ispirare questo lavoro. Una vita fatta di gioie e dolori e che, partendo dalla Valle del Reno, racconta i ricordi d’infanzia e le radici italiane, l’influenza del nonno molisano, la monotonia della vita quotidiana e la morte della nonna.
Tra i chiari e gli scuri di “Travel in cycles”, un disco realizzato in modalità DIY che ha il sapore degli strumenti analogici, Worries And Other Plants portano un messaggio variopinto di speranza, in cui c’è tutta la forza della comunità.
Eros Minichiello, in arte Cybophonia, ha fatto un album che è come una scatola di cioccolatini assortiti.
“Nothing more” vede il musicista, produttore e DJ locarnese in modalità trasformista. Della chill-out che aveva caratterizzato il periodo Irma Records di Cybophonia (quello più popolare) restano delle tracce, perché mica lo rinneghi il tuo DNA, però questo disco ambizioso suona come il bouquet stilistico di un artista che ha cambiato direzione, in maniera radicale.
Il dream-pop di Minichiello di che avevamo assaggiato nel 2021 con l’album “Bloom”, adesso si tinge di folk-rock, di arpeggi di chitarra acustica … c’è un accenno di bossa, ci sono brani cantati in italiano, ci sono gli archi.
Cybophonia, nel suo lungo percorso evolutivo, questa volta offre un caleidoscopio musicale che, pur essendo variato ed eclettico, non tradisce le sue radici e la sua coerenza.
Si chiama “Adrift” il primo vero album di Arthur Hnatek, rinomato maestro della batteria jazz diventato sperimentatore elettronico, già Premio Svizzero di Musica e osannato da personaggi come Tom Ravenscroft e Gilles Peterson di BBC6.
Dopo una lunga serie di singoli, EP e collaborazioni entusiasmanti inaugurata nel 2020, il musicista ginevrino di stanza a Zurigo aggiunge un nuovo tassello al suo puzzle evolutivo. Spingendosi oltre i confini delle convenzioni, Hnatek ridefinisce il concetto di musica elettronica contemporanea mescolando improvvisazioni percussive acustiche e cultura club, in un processo di semplificazione ritmica che è semplice solo all’apparenza.
Nel suo primo LP distribuito da Mouthwatering Records e disponibile anche in vinile, Arthur alterna ambienti dancefloor a paesaggi sonori onirici, passando dalla Breakbeat e dall’IDM.
Il titolo “Adrift” dice tutto: andare alla deriva, in balia della corrente, senza un porto dove attraccare.
La nostra chiacchierata è partita proprio da lì, da quell’idea che, alla fine, c’è una componente dell’arte creativa che non potrai mai controllare.
“A lot to give” è un racconto naïve e spensierato del cosiddetto “coming of age”, quella fase della vita in cui dai il ben servito all’adolescente e assumi l’adulto. È anche quando hai maturato esperienza e sensibilità sufficienti nella vita per iniziare a interpretare il mondo, soprattutto le sue ingiustizie, quelle che ti fanno montare la rabbia dentro.
Asher Varadi è un docente di canto specializzato in coordinamento respiratorio. Musicista e compositore, Asher è l’epicentro di Ash The Ash, un entusiasmante sestetto indie rock basato a Losanna.
“A lot to give” è il titolo del loro primo album, disponibile anche in vinile. È un debutto maturo che arriva 3 anni dopo l’EP “Where are you?”. È un disco molto ben prodotto, di stampo britannico, in cui s’incontrano frenesia e delicatezza, in un mix che ti scuote, decisamente.
Ho raggiunto Asher Varadi a Ginevra per farmi raccontare la sua storia, quella del combo Ash The Ash così numeroso e quella di uno dei miei album svizzeri preferiti di questo autunno.
Ricordo ancora la sorpresa ascoltando per la prima volta le linee vocali del primissimo EP che Andrea Bignasca aveva impacchettato da solo con il bricolage. Era il 2014. C’era qualcosa di durevole in quella voce, una prospettiva, la certezza che quel canto così solido fosse un dono, una specie di basamento dorato su cui investire.
Andrea Bignasca oggi è una voce rock svizzera affermata. In 4 album, Andrea (che da qualche anno è di stanza a Lisbona) ha plasmato un “Bignasca sound” che si rimodella ogni volta. La costante, é la capacità innata di scrivere canzoni. Belle canzoni.
Lo “stranezza” del nuovo album “Stranger” si ritrova nel nuovo ruolo di Andrea Bignasca come genitore, in una primogenita che non conosceva prima di incontrare, nelle vesti inedite di madre della sua compagna e in un disco più strano, un po’ più prodotto e affrontato diversamente.
Per capire meglio e per fare una nuova immersione nel suo mondo musicale, abbiamo raggiunto Andrea Bignasca in Portogallo.
È bello essere testimoni dell’evoluzione delle cose.
Olympic Antigua avevano fatto breccia nei nostri cuori all’istante, da quel primo singolo “Mr. Preacher” del 2021 che anticipava l’arrivo del primo EP omonimo. Era un blend rock-soul ruvido e desertico, “à la Dan Auerbach in modalità di The Arcs” per azzardare un riferimento.
Olympic Antigua hanno pubblicato “Open Heart”, un secondo EP da sei tracce (+ 3 radio edit) con un suono più morbido, curato dal rinomato produttore Marcello Giuliani. C’è anche una new-entry nella famiglia, la cantautrice e polistrumentista vodese Delia Meshlir, in veste di supporto per i concerti. Almeno per il momento...
Olympic Antigua è un super-gruppo attivo sull’asse vallesano-vodese e composto da Tiziano Zandonella (Yellow Teeth), Igor Métrailler (The Last Moan), Tim Dorsaz (Tim and the Thieves) e Kevin Ruffieux (già batterista di Mount Koya).
Per la puntata numero 700 di Confederation Music, vi proponiamo l’incontro avuto con Igor, Tim e Kevin in occasione della loro performance alla passata edizione di Label Suisse.
Tal Arditi è stato una promessa del jazz-europeo.
“È stato” perché è in quel contesto che aveva fatto parlare di sé, finché la pandemia non ha fatto da spartiacque e, dopo i mesi del lockdown, vuoi anche per le settimane passate a casa in confinamento, Tal è riemerso trasformato in cantautore. E che cantautore.
Tal Arditi oggi fonde elettronica e chitarra acustica in chiave folk e canta le sue storie in un mélange sonoro raffinato, pubblica dischi con un ritmo impressionante (il prossimo “Close Your Eyes” arriverà nel 2025) e si sta affermando come prolifico e talentuoso singer-songwriter svizzero, sull’asse Basilea-Berlino, la sua seconda casa.
Sandra Romano ha intervistato Tal Arditi e questa è la sua storia; e la sua musica ovviamente, pubblicata dall’etichetta bernese Mouthwatering Records..
Il viaggio degli Young Gods continua.
Dopo l’immersione elettronica e sperimentale nella musica di Terry Riley, i Giovani Dei stanno tornando al vigore delle loro radici, con un nuovo album che vedrà la luce nel 2025.
È una necessità fisiologica, una rimpatriata di cui abbiamo avuto un assaggio lo scorso settembre a Label Suisse, quando sul palco della Place Des Pionnières, gli Young Gods hanno aperto con una manciata di brani del disco che verrà.
A Losanna, ho avuto il piacere di ri-incontrare un Franz Treichler in splendida forma, prima del concerto. Era la penultima data del 2024, la sera successiva avrebbero chiuso in Francia con l’ultima presentazione live di “Play Terry Riley in C”, un disco che, come racconta Treichler in questa generosa intervista, ha aperto nuove prospettive.
From the publisher's feed
Ah... è svizzero? Quante volte vi siete stupiti scoprendo che quella particolare canzone che tanto vi piace è svizzera?
All'ombra del grande mercato e del circo mass-mediatico internazionale,…
Confederation Music è una finestra aperta sulla variegata e frizzante scena musicale elvetica.
Potrete ascoltare parole e suoni di chi ha scelto di fare il musicista nel nostro paese, o di quegli Svizzeri che fanno musica all'estero, ma anche di chi, arrivando da fuori, ha fatto della Confederazione il proprio campo base musicale!