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È il deserto la prima immagine che vedi quando “Silver Lining” ti entra nelle orecchie, un calore a tinte gialle che liquefa l’immagine sull’orizzonte e che entra dal finestrino abbassato dell’automobile sulle strade della California, quando fa così caldo che sei sospeso nel tempo.
“Silver lining” è il bagliore argenteo che accende il contorno delle nuvole quando dietro c’è il sole. È anche il titolo del primo album di Mount Jacinto, progetto della cantautrice costaricana di stanza a Zurigo, Sonya Carmona, ex Colornoise e Las Robertas, una musicista con radici nel rock alternativo più grezzo.
Linee di basso morbide, groove, tanta melodia, sensibilità pop e atmosfere ipnotiche alimentate da belle linee vocali reverberate… “Silver lining” è un disco che può essere veloce e statico, dove c’è tanto rumore e anche silenzio.
Nel suo viaggio introspettivo, Sonya Carmona, arrivata in Svizzera seguendo l’amore, prende il cavallo come metafora dell’intuizione, di un istinto al quale dobbiamo restare fedeli se vogliamo soddisfare i desideri dell’anima; oppure la foresta di notte, allegoria delle ombre che ci portiamo dentro, spaventose e che scacciamo ma dalle quali possiamo imparare delle cose.
Sandra Romano ha intervistato Sonya Carmona a Zurigo e la chiacchierata è partita dal luogo mitico che ha ispirato tutta questa storia: il deserto.
La storia discografica di Tesla Death Ray è legata, come in un parto gemellare, a quella di Taxi Gauche Records. Il quartetto psy-rock zurighese pubblica con la label di Piet Alder da 7 anni, durante i quali il suono ruvido degli esordi è diventato vintage e psichedelico, prima di assorbire l’energia del punk e del blues-rock e godere di un approccio produttivo sempre più professionale.
Tesla Death Ray lo avevano detto che il terzo album “Uncanny” sarebbe stato il frutto dell’esplorazione di nuovi territori musicali, più crudi e diretti eppure, in tutta questa dinamica, la sensazione è quella di ascoltare qualcosa di famigliare che non ha perso un solo grammo della propria matrice identitaria.
Che stiano camminando o correndo, Tesla Death Ray mantengono il tocco “psy” e una trama che si consolida brano dopo brano finché ti rendi conto, mentre si costruisce un muro di suono, d’essere di nuovo in quella modalità ipnotica che é il marchio di fabbrica della band.
“Uncanny” di Tesla Death Ray è un album che sonda gli abissi dell’anima, tra lotte interiori, introspezione e capacità di resistenza. Sandra Romano ne ha parlato con il chitarrista e cantante Claudio Amoroso e il bassista Max Talmon-Gros
È settembre il mese propizio per Laddermen. Se il primo album “Special kind of violence” (uno dei dischi indie rock svizzeri più belli di quell’anno) era uscito il 3 settembre del 2021, il secondo “Life got lame and now you’re bored”, è arrivato, forse casualmente, il 4 settembre del 2024.
Band basata a Lucerna e nata dal cuore del musicista e cantautore texano Leopold Oakes, Laddermen si muovono spavaldi in territori indie malinconici e art-rock, parlando, questa volta, di ponies che lasciano la stalla, di marinai che perdono l’amore per le loro navi, di quando la musica disco morì e di nostalgia per momenti non ancora vissuti.
“Life got lame and now you’re bored” é come la conversazione con un caro amico; per stile e modalità di produzione, è un album di rottura in cui fa capolino, oltre a un indie rock esplosivo, anche il folk. È un’opera melodica e intricata che ha il sapore della ricerca di uno scopo nuovo, come una storia di redenzione.
Sandra Romano ha intervistato Leopold Oakes, attualmente di stanza a Londra.
Tiziana Greco in trotinette e con gli stivali da cowboy . È una delle tante belle immagini che ci riconsegnano Luce nella sua nuova veste musicale.
Il secondo album della musicista e cantautrice lucernese Luce, s’intitola “Blue star soft eyes” (2024 Red Brick Records). È una metamorfosi radicale che ha spostato Tiziana Greco dai tasti alle corde, dal solo alle band, trasformando un suono elettronico, sperimentale ed etereo, in un mélange acustico elettrico e organico influenzato dall’indie degli anni 90.
Delicata e attenta, Luce, che parla di trasformazione interiore, ci ricorda che ogni volta che diciamo addio, gettiamo le basi per un ricongiungimento. In questa nuova versione di sé stessa, dove la chitarra è centrale, Luce scandaglia la strada che, dal buio degli stati d’animo, riporta in superficie. Dal letargo all’entusiasmo per la vita. Alla luce, appunto.
La chiacchierata con Tiziana Greco è partita dalle radici di questo nome. Luce.
Roland Vollenweider è andato in Francia a concepire il terzo album di Us & Sparkles.
“When the birds kick in” (2024 autoproduzione) è una nuova partenza in un universo sperimentale condiviso (per questa occasione) con l’amico e chitarrista Simon Boss.
Roland è uno psicoterapeuta e psicoanalista. Ha studiato letteratura e filosofia a ZH. Nel suo mondo musicale c’è anche la musica Techno, prodotta con lo pseudonimo Voll, ma è Us & Sparkles la valvola di sfogo creativa più organica ed eclettica.
“When the birds kick in”, rappresentato in copertina dal dipinto stilizzato di due Gru, è un viaggio sonoro nostalgico e autentico ispirato al selvaggio West. Parte ambient e chitarristico, prima di diventare vivace e ritmico, per poi chiudersi in totale psichedelìa.
È un mondo sonoro radicalmente diverso rispetto a quello dell’album “Silver Linings” (2023 Radicalis) fatto con la cantautrice basilese Amoa. Oggi, il suono di Us & Sparkles è molto più organico. Come mai? L’intervista parte da lì.
C’è la Svizzera italiana nella “torre d’acqua” de L’Orage.
“Water Tower”, l’ultimo album de L’Orage è stato concepito durante una residenza invernale a Medeglia offerta da Jazz In Bess, tra castagni, muri a secco, pini mossi dal vento, laghi, fiumi e pranzi consumati davanti al fuoco.
L’Orage è il quartetto jazz ginevrino del batterista Nelson Schaer, con Robin Girod alla chitarra, Ganesh Geymeier al sax tenore e Fabien Iannone al basso e contrabbasso.
Come il precedente “Triangle”, con il suo grande pot-pourri stilistico, anche “Water Tower” è una porta d’accesso stimolante per chi il jazz non lo mastica; é l’opera più leggiadra, eterea e (pur sempre) magnetica de L’orage, la celebrazione matura e organica di 8 anni di raffinatezza musicale, servita come l’album fotografico di una famiglia in vacanza a Sud delle Alpi.
In questi sette brani un po’ malinconici ci sono i ricordi del sole del Ticino a gennaio. Prima di affrontarle, abbiamo chiesto a Nelson Schaer quando e come ha messo le mani sulla sua prima batteria da bambino.
Sono passati più di 2 anni dall’Artist Award vinto dai Mnevis agli Swiss Music Awards. È un riconoscimento che premia l’eccellenza del lavoro musicale di questo quartetto sparso oggi tra Lucerna, Baden e Zurigo e che, simbolicamente, ha dato il via a un nuovo periodo di ricerca sfociato nel terzo album “Lightning Sulfur Calm” (2024 Red Brick Records).
Il songwriting di Mnevis matura come i pomodori al sole, e con esso i loro paesaggi cinematografici e quel gusto riconoscibile per le atmosfere musicali delicate e raffinate.
“Lightning sulfur calm” è il nuovo prodotto di un laboratorio pop in cui i confini di genere vengono costantemente valicati, esplorati e ridisegnati, ma dove si trova sempre un fil rouge: ritmiche incalzanti, cura del dettaglio e un mood sognante e calmo alimentato dalla voce di Mario Hänni che fluttua sopra tutto.
Nell’universo inconfondibilmente diverso di Mnevis, c’è sempre una narrazione cosmica: le stelle, le galassie e lo spazio sono ricorrenti in questo magma sonoro in costante movimento. È da lì, che parte l’intervista di Sandra Romano con il bassista David Hänni
A volte succede che l’affetto per ciò che fai e per come lo fai sia più forte del desiderio di condividerlo con gli altri.
Chauffeur e Parlak sono chimica pura, due anime amiche dentro e fuori la musica che, pur di non snaturare l’essenza e l’intimità del loro rapporto, scelgono di non esibirsi dal vivo, perché farlo significherebbe ingrandire la famiglia e affrontare un iter organizzativo che nulla ha a che vedere con i propri scopi artistici.
Chauffeur e Parlak è il duo zurighese di Chaffeur Di, al secolo il multistrumentista David Diehl e di Esteban Parlak, alterego del batterista e percussionista Stefan Hell.
In poco meno di un anno, Chauffeur e Parlak hanno pubblicato due album: “Homemade Pickles” e l’ultimo “In Chromatic Tension”, entrambi usciti con la label bernese Mouthwatering Records.
È musica strumentale elegante, realizzata in modalità DIY con un paio di microfoni e con un alto coefficiente cinematografico, alimentato da riff rock ruvidi, suoni sferici e ritmi latini. È l’espressione creativa di una passione condivisa per le armonie esotiche e una strumentazione non convenzionale.
Chauffeur Di e Esteban Parlak definiscono il suono di Chauffeur et Parlak “musica esotica cucinata in casa” ; l’intervista di Sandra Romano parte da lì, dall’affinità di questo laboratorio creativo con la cucina casereccia.
Anna Erhard ha intrapreso un percorso di riduzione che si è concretizzato nell’ultimo album “Botanical Garden”(2024 Radicalis), co-prodotto anche questa volta dal produttore tedesco Pola Roy.
La cantautrice basilese, acuta e originale osservatrice che vive a Berlino da tanti anni, aveva iniziato scrivendo e cantando di temi universali per poi ridurre, condensare e arrivare “alla cosa più piccola possibile”.
Nella sua nuova musica, da cui traspare un personale senso dell’assurdo, Anna Erhard smantella i costumi sociali, svela i paradossi delle frustrazioni di tutti i giorni e celebra le piccole cose della vita. Lo fa con leggerezza ed empatia, conversando in modo bizzarro con gli amici, in un’atmosfera musicale apparentemente cool ma che, in verità, cela ricercatezza e sofisticazione, tutte da sentire negli arrangiamenti delle nove canzoni che compongono “Botanical Garden”.
Sandra Romano ha raggiunto Anna Erhard a Berlino e la chiacchierata è partita dalla libertà, quella che la metropoli tedesca offre alla cultura underground.
Il bagliore del tramonto alpino come metafora della metamorfosi dall’oscurità alla luce, dal pesante al leggero, da ciò che è famigliare all’ignoto.
“Alpenglow” è l’album di debutto del progetto losannese Yoyoya, un collettivo d’artisti con una lunga esperienza in altre entità romande. Thats Xayachack e Olivier Schubert militavano nel gruppo math e post rock Brutus una quindicina d’anni fa; Christian Pahud (in veste di produttore) é in forza agli storici Honey For Petzi e poi c’è Delphine Bovey, autrice dei testi, delle immagini e dei videoclip di questo originale album.
Il fil rouge delle 9 canzoni di “Alpenglow” è la contemplazione. Cantando in inglese, francese, giapponese e laotiano, con un originale pop anni 70 che trae ispirazione dal math-rock e dal post-rock dei loro gruppi passati, Yoyoya attraversano atmosfere inquietanti e paesaggi maestosi, per raccontare la montagna, il vagabondaggio, l’amore, la solitudine e la gioia della vita condivisa; concetti semplici e universali, ma più che mai necessari in una società sempre più frenetica ed esigente.
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Ah... è svizzero? Quante volte vi siete stupiti scoprendo che quella particolare canzone che tanto vi piace è svizzera?
All'ombra del grande mercato e del circo mass-mediatico internazionale,…
Confederation Music è una finestra aperta sulla variegata e frizzante scena musicale elvetica.
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