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È significativo notare quanta musica oggi inviti a rallentare e a prendersi il tempo per sé stessi. Come se decelerazione e contemplazione fossero l’unica medicina contro il logorio psico-fisico di una società sempre più frenetica. Gli zurighesi Namaka lo fanno con “Cloudspotting” (Mouthwatering Records): sdraiarsi sull’erba, o su un tetto e osservare le nuvole che passano, lasciando vagare i pensieri.
Sophie Adam e Philipp Schlotter sono tornati 4 anni dopo l’album “Restore”, con una nuova passeggiata nel loro parco giochi che oggi contiene, oltre al fedele laptop, anche un registratore a cassetta a quattro piste.
In undici tracce dal sapore dream pop elettronico, di cui tre sono dei “corti strumentali”, Namaka riflettono sul flusso inarrestabile della vita e sul rumore costante della società, arrivando a una conclusione: siamo sempre in movimento e raramente ci prendiamo il tempo per guardarci dentro, fermarci, riflettere e capire veramente chi siamo e che cosa vogliamo. Nel nuovo album, Namaka meditano anche sul nostro modo di relazionarci con il mondo circostante ed esplorano le radici della memoria ereditaria nel contesto familiare: da madre a figlia, da genitore a figlio. È un grande omaggio alle storie che vivono dentro di noi.
La colonna sonora di questo invito all’auto-affermazione è un bouquet sonoro aperto ed evocativo, organico e a tinte dark. E, sopra tutto, c’è la voce angelica di Sophie Adam, sincera, intima e inquietante come i tempi che viviamo. Sandra Romano ha incontrato Namaka a Zurigo.
Ho un debole per Casanora. È quell’ammirazione per coloro che, pur consci di pagare un prezzo, agiscono fuori dagli schemi e dalle convenzioni.
Nora Ringgenberg, in arte Casanora, produttrice elettronica e sound designer bernese, era già stata a Confederation Music nel 2022 con “Electric Water” e ritorna di nuovo con l’acqua, quella del mare, la dimensione fluida in cui nuotano le meduse.
Si chiama “The Year of the Jellyfish” il nuovo album di Casanora. È ispirato alle bellezze della Puglia e alle acque temperate del Mediterraneo, quelle in cui danza serenamente una tra le creature più antiche, sconosciute e incomprese di questo pianeta: la medusa.
In questo concept elettronico la medusa diventa sinonimo di tranquillità in mezzo al caos, di una deriva oggi più che mai necessaria per scoprire la bellezza, allontanandosi dal ritmo frenetico e insostenibile della nostra vita. È un atto di libertà, un dipinto musicale che rappresenta la vastità del mare, con una parola d’ordine: decelerazione.
Con “The Year of the Jellyfish” (Infinite Machine) Casanora invita l’ascoltatore a perdersi e a ritrovare sé stesso, in un viaggio musicale di sette brani che attraversa paesaggi subacquei ambient e introspettivi, momenti ritmici vigorosi e all’apparenza più terreni, e dove la voce appare sia come strumento musicale quasi impercettibile che come “spoken word” carico di messaggio.
È un piacere accogliere di nuovo Nora Ringgenberg.
“Emotional Hardcore” é l’ultimo album di Elio Ricca uscito il 22 agosto 2025 con Mouthwatering Records. È un inno alle contraddizioni interiori, un disco che ha la luce del primo mattino, quella che vedi quando torni a casa dopo una notte fuori.
“Emotional Hardcore” ha la scintilla selvaggia, cruda e lo-fi che ha caratterizzato il passato musicale di Elio Ricca, ma è più melodico, un po’ più pop e molto più sintetico. Tra ritmiche elettroniche, testi trasparenti come l’acqua, auto-ironia, risate e tristezza, spuntano per la prima volta anche due brani cantati in italiano, la lingua materna e paterna di Elio che, assieme a Philip Meienhofer, compone questo unicum sangallese.
Elio Ricca hanno re-inventato il loro suono, che è un clash di pop e underground, di disco e grunge, di punk e synthwave. Anche i contenuti sono diversi, i temi sono più crudi e intimi; si parla di ADHD, di pressione sociale e relazioni che si sgretolano. È un mix di euforia e vulnerabilità condensate in 8 canzoni.
Sandra Romano ha incontrato Elio Ricca e Zurigo e gli ha chiesto, in apertura, che cosa è successo dall’album “Lunapark” del 2022, quando era stato a Confederation Music l’ultima volta.
Se parli con un musicista romando o svizzero tedesco dell’eventualità di suonare in Ticino, ti dirà sempre Facciamo La Corte.
Quella reazione spontanea racchiude il fascino di una festa che colpisce l’immaginario collettivo locale e nazionale. Una “festa” perché la sua forza sta nel suo valore popolare.
Venerdì 29 e sabato 30 agosto, va in scena, nei vicoli e nelle corti di Muzzano, la decima edizione di “Facciamo la corte”, così bella, così genuina e aggregante da risuonare anche presso l’Ufficio Federale della Cultura a Berna, che ha consegnato ai suoi creatori Simone Bernardoni, Damiano “Dug” Merzari e Paride Bernasconi, un prestigioso “Premio speciale di musica”.
Facciamo la Corte è la storia di un’idea messa in pratica, germogliata come il seme di una pianta che ha messo radici ed è diventata grande, restando sempre a misura d’uomo, di famiglia e di paese. La decima edizione prevede 22 concerti e tante performances per tutti, nel migliore degli spiriti indie e underground.
Mentre Muzzano attende l’abbraccio della sua popolazione e di chi arriverà da fuori, Simone Bernardoni racconta i segreti di un’incredibile avventura e del suo successo.
La colonna sonora della puntata viene tutta dal cartellone della decima edizione di “Facciamo la Corte”.
L’amore, l’incertezza, la morte e il viaggio infinito alla ricerca del modo migliore per relazionarsi con sé stessa.
Andrea Thoma, in arte Amoa, torna a Confederation Music da solista 4 anni dopo l’album “You” con “I’ll be kind” (Radicalis), un disco intenso di 7 canzoni con cui mette in musica i sentimenti più intimi.
È una metamorfosi stilistica quella di Amoa. L’elettronica dell’esordio ha lasciato spazio a un suono analogico e organico che rende tutto più vivido e rock, senza togliere un solo grammo alla delicatezza e alla sensibilità di una voce dalla grande estensione e che, su questo album, si può sentire spesso e volentieri in falsetto.
Amoa, amante del jazz e dell’estetica degli anni 70, combina elementi moderni del pop con la sperimentazione. Lo fa invitando l’ascoltatore ad andare più a fondo perché così avviene nel suo mondo: le verità più oscure si vedono solo quando guardi da vicino, mentre l’amore può celarsi nei luoghi più impensabili.
“I’ll be kind” di Amoa è un viaggio musicale e lirico appassionato, dark e provocatorio. Noi siamo andati a Basilea a trovarla e le abbiamo chiesto, in apertura, che cosa è diventato il suo progetto in questi 4 anni.
Si chiama “Hope” l’ultimo album di Mark Kelly & The Peaceful Warriors.
La “speranza” del titolo è quella di cui hanno tanto bisogno la nostra civiltà e il nostro pianeta in tempi così bui, ma è anche la speranza che ha Kelly di diventare una persona migliore.
Dopo una serie di album solisti, il musicista vodese venuto da Manchester è tornato con la nuova full band The Peaceful Warriors, riscoprendo e assaporando l’energia creativa e salutare della comunità che fa musica.
“Hope”, pubblicato da Hairy People Records, contiene undici canzoni edificanti e piene di calore che parlano di crescita, perdono ed elevazione; un disco organico, luminoso e ritmato, stilisticamente sperimentale che spazia dall’afro-pop alla musica country. È il ritorno di una delle voci più belle della realtà musicale indipendente svizzera.
Mark Kelly era stato a Confederation Music la prima volta il 17 agosto del 2013 con l’album “Nothing’s perfect”. D’acqua e canzoni, sotto il ponte nel frattempo ne son passate e Mark ha anche affrontato e superato un burnout.
Prima di parlare dell’ultimo album, la nostra inviata a Zurigo, Sandra Romano, ha chiesto a Mark Kelly che cosa è cambiato dopo 12 anni.
Una città immaginaria, ideale e dove tutto funziona. Tutti lavorano e le strade sono tranquille. Tutto è chiaro, razionale e le emozioni, rigorosamente moderate, sono sotto controllo. Tutti sono pronti per la nuova tecnologia, il nuovo aggiornamento… ma c’è paura del futuro e dei propri simili. È il timore per la propria esistenza.
È lo scenario in cui si sviluppa “Technophobia” (No Signal Music) l’ultimo lavoro del musicista e compositore zurighese Rio Wolta, dieci anni dopo il debutto con “Swing for the nation” e quel video clip di “Through my street” con le scavatrici danzanti che aveva vinto premi in tutto il mondo.
Rio Wolta nella sua quarta opera parla di un luogo che non c’è, in cui la gente non crede più nel futuro e nel progresso. È un commento meticoloso sulle minacce del nostro tempo, dove si rinuncia al sonno per stare al passo, dove l’amore soccombe alla tecnologia o dove è la macchina stessa a consigliarti come combattere la tecnofobia.
Loop, campioni, synth e oscillatori al servizio della drammaturgia di un film musicale che siamo noi a dover completare con la nostra immaginazione, e in cui la voce di Rio Wolta (cantata o parlata) è centrale come mai prima d’ora.
Con “Technophobia” di Rio Wolta, co-prodotto da Domi Chansorn, è disponibile anche una confezione di compresse medicinali contro la paura della tecnologia, da assumere prima dell’ascolto.
È la quarta volta che Terry Blue passa da Confederation Music e, di nuovo, la storia è diversa, come se il cambiamento (oltre alla missione e alla vocazione artistica) fosse il carburante di questo sodalizio pieno di novità e prospettiva.
L’ultimo album di Terry Blue è “Lakewoods” (Another Music Records/Safe Port Production ), un disco sperimentale, magnificamente strano e lontano dal folk più primitivo del precedente “Chronicles Of A Decline”. Elettronica più prominente, utilizzo dell’effetto reverse e una voce, quella di Leo Pusterla, più nascosta nel mix e usata anche come strumento musicale: il nuovo corso stilistico di Terry Blue, oltre ad essere determinato dal contributo sempre più importante di Eleonora Gioveni, è favorito anche dalle opportunità offerte dallo studio di registrazione casalingo di Safe Port Production come, naturalmente, da una sempre crescente consapevolezza di ciò che si sta facendo di come lo si fa.
“Lakewoods” è un album meno autoreferenziale dei precedenti, forse l’opera più politica realizzata finora. Lo sguardo di Terry Blue è rivolto più verso l’esterno che l’interno, verso le contraddizioni del mondo che ci circonda.
In questo disco volutamente oscuro e stridente (come i tempi in cui viviamo) i “Lakewoods”, i boschi di lago che abbandoniamo in gioventù e verso i quali poi torniamo, ci accomunano.
Philipp Fankhauser è rinato.
La storia recente del maestro del blues svizzero ha dell’incredibile. Dopo la diagnosi, nel 2023, di una mielofibrosi potenzialmente letale, l’anno successivo Fankhauser si è sottoposto a un trapianto di cellule staminali e dopo soli 12 mesi è arrivato il suo diciottesimo album.
“Ain’t that something”, uscito con Funk House Blues Productions, è a tutti gli effetti l’album di un artista grato alla vita e alla medicina, un musicista che ha un nuovo bagaglio genetico, un nuovo sangue e una nuova data di nascita.
Il nuovo disco di Philipp contiene un bouquet stilistico variato di canzoni (e di ospiti) piene d’energia “à la Fankhauser”, come se quei due anni di grave malattia e di esistenza sospesa non fossero mai esisti.
È partita da lì, ovviamente, la chiacchierata con Philipp Fankhauser, venuto a trovarci nel suo amato Ticino, dove ha vissuto da ragazzo.
Nel variopinto cielo discografico svizzero c’è una stella che brilla da 10 anni, una finestra aperta sul mondo e una concreta trasposizione musicale della multiculturalità: Bongo Joe Records.
Attenta alla scena della sua città (Ginevra) come a quella etnica globale e con un occhio vigile sulla contaminazione, Bongo Joe Records incarna da un decennio lo spirito del suo fondatore, il musicista Cyril Yeterian (ex-Mama Rosin e attualmente in forza a Cyril Cyril e Yalla Miku).
Prima negozio di dischi e poi anche etichetta discografica e caffè artistico, luogo di scambio culturale e sala concerti, Bongo Joe Records ha rianimato una zona intera di Ginevra da quando si è trasferita nella bellissima sede di Les Halle de L’Île.
Nell’anno del suo decimo compleanno, in mezzo a un tour celebrativo nelle principali città Europee, noi ci siamo andati per vivere il luogo e per farci raccontare (mentre in sottofondo scorre un best of di 10 anni di pubblicazioni Bongo Joe Records) la storia di un marchio discografico svizzero conosciuto e apprezzato in tutto mondo.
From the publisher's feed
Ah... è svizzero? Quante volte vi siete stupiti scoprendo che quella particolare canzone che tanto vi piace è svizzera?
All'ombra del grande mercato e del circo mass-mediatico internazionale,…
Confederation Music è una finestra aperta sulla variegata e frizzante scena musicale elvetica.
Potrete ascoltare parole e suoni di chi ha scelto di fare il musicista nel nostro paese, o di quegli Svizzeri che fanno musica all'estero, ma anche di chi, arrivando da fuori, ha fatto della Confederazione il proprio campo base musicale!