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Or


Francesco aveva 13 anni e si domandava perché fosse così spesso preso dall’amore. Non riusciva a chiamarlo altrimenti. E quella ragazzina era davvero attraente.
Incontravo l’ironia, che non fornisce un sì o un no e che dunque non dava risposta ai miei perché: avevo imparato a riconoscerli come provocazione per il proseguimento del mio viaggio infinito.
Quegli insegnamenti martellanti di occuparmi di altro, da parte specialmente di mio fratello Matteo, procurarono rallentamenti inconsapevoli, nel mio percorso sulla strada della conoscenza.
Ben presto mi resi conto del potere di quei libri: dopo la lettura di poche pagine mi trovavo altrove, superando i confini della casa, navigando per altre terre, in formidabili avventure.
Avvertivo come la società occidentale coinvolgesse la domanda e la risposta come “bisogno di” e “soluzione da”, spostando la differenza nella tollerabile diversità. Ma la differenza non è la diversità. La differenza esiste in quanto le cose si dicono, senza più categoria morale o legale, senza che l'Altro sia escluso.
Non c'era più niente di scontato, niente era nascosto nella complicità, non c'era più sacrificio, non c'era più motivo di rappresentarsi mancante per difendere il sogno.
Ciascuna storia può raccontarsi ancora, ma poi è un’altra cosa. La cifrematica sta qui: nell’altra cosa, in una scienza altra e nuova, nella scienza della parola, nella sua logica, nella sua procedura, nella sua esperienza.
Forse in quell’improbabile non vissuto, in cui si fabbricano le favole, anche Edipo entra in scena e sembra vero, sembra ordinare al sole di andarsene e sembra imporre una lotta infinita, nella sfumatura delle cose, mai sempre quelle, mai reali.
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