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Enrico Filippini (2./2)


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Enrico Filippini, negli anni più importanti del secondo Novecento, ha attraversato il pensiero filosofico, le turbolenze politiche, la critica letteraria, le neoavanguardie culturali.

Erano tempi in cui le avanguardie storiche europee, si dedicavano alla ricerca di nuovi linguaggi e il senso di discussione e collettività, orientava ogni movimento artistico e culturale.

Filippini, quando lasciò la Svizzera, in età giovanile, esprimeva già in pieno le sue qualità a tutto campo. A partire dai primi studi intrisi di cultura mitteleuropea: dalla traduzione di Husserl "La crisi delle scienze europee", fino ad arrivare all'intenso anno di studi a Parigi tra il '61 e il '62, dove frequentò il "Collège de France", con Ricoeur e Merleau- Ponty e il gruppo "Tel Quel", con Barthes e Derrida, fino ad arrivare all’interesse che coltivò per il pensiero di Jacques Lacan.

La sua intensa attività di traduttore, non si limitava ad introdurre opere e autori nuovi, ma agiva nello scenario editoriale italiano, in modo estremamente acuto.

Il suo primo testo narrativo, "Settembre", venne pubblicato sul Menabò 5, di Vittorini e Calvino.

Questa pubblicazione, poteva aprire la strada a nuove conquiste letterarie, ma “Nani" sembrava evitare tutto quello che avrebbe potuto rappresentarlo compiutamente, così, mantenne sempre un rapporto aperto e controverso con la scrittura.

Le importanti collaborazioni di Filippini con alcune case editrici italiane, prima di tutto la Feltrinelli - in cui il suo lavoro si espresse con travolgente vitalità - mostrano la sua notevole capacità di incarnare la spinta giovanile che intendeva cambiare la cultura, e attraverso questa, il mondo.

Nel ruolo di traduttore, Filippini agiva secondo un'ottica militante, in quello di redattore culturale, divulgatore mediatico e critico letterario, agiva secondo una visione che intendeva come lui stesso ha scritto: "rompere le croste ideologiche imposte", per "portare l'uomo alla coscienza dell'inautenticità". Tutto questo, oltre l'illusione, per mirare allo "smascheramento" come esigenza della cultura contemporanea.

Intanto, nel clima di dissoluzione dello storicismo marxista, Enrico Filippini fondava insieme ad altri il Gruppo '63, sulle tracce del Gruppo '47, che conobbe da vicino su invito di Gunter Grass. Dal 1976, intraprese un'intensa attività giornalistica come redattore delle pagine culturali di "Repubblica", scrivendo circa 500 articoli.

Una collaborazione che durò fino al 1988, anno della sua scomparsa.

In questo documentario, il percorso narrativo si muove dagli aspetti più umani e intimi, affidati ai ricordi della figlia Concita - che evocano la presenza profondamente percettiva e seduttiva di “Nani” - alla costruzione del testo per il lavoro teatrale “l’ultimo viaggio”, basato sui diari di Concita Filippini e da lei curato insieme a Giuliano Compagno, con la regia e l’interpretazione di Marco Solari.

Gli effetti storici del pensiero e dell’azione di “Nani” - così veniva chiamato a Milano, o Nanni, così veniva chiamato a Roma - in questo lavoro diventano l’indicatore per "decifrare i moti più segreti, più pericolosi e inevitabili del tempo", intrecciandosi con le testimonianze di Giacomo Marramao, Paolo Mauri e Gianni Emilio Simonetti, che in circostanze diverse, hanno conosciuto e collaborato intensamente con “Nani”.

Così il racconto, che si snoda in due episodi, attraversa l’Italia delle avanguardie intellettuali milanesi e gli anni trascorsi a Roma, svelando una complessa riflessione sulla scrittura e sul linguaggio, evidenziata dalla speciale relazione di “Nani”con gli aspetti filosofici e psicoanalitici, sollecitati anche dalle esperienze del periodo parigino, sulle tracce di Jacques Lacan.

In questo modo emerge lo “sguardo obliquo” di “Nani” e l’azione di “infinito corteggiamento della vita, dell’altro/a, ma anche della morte”, come ha scritto Paolo Mauri, nella prefazione al libro che riprende la sceneggiatura mai rappresentata: Byron & Shelley.

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