In fuga dalla violenza politica, dalle persecuzioni religiose o dalla povertà, ogni giorno uomini, donne e bambini si mettono in viaggio dall’Asia Centrale, dal Medio Oriente, dall’Africa per intraprendere lunghi e pericolosi viaggi alla ricerca di un futuro migliore. Viaggi che diventano una vera e propria esistenza in esilio, sottotraccia e avvolta dall’incertezza. Le frontiere sono i luoghi in cui l’esistenza di questi esuli emerge in superficie, diventando oggetto di contestazione, di attenzione mediatica e di controllo e repressione da parte delle autorità, ma anche di empatia e aiuto concreto da parte di attivisti e popolazione locale.
La sociologa Anne-Claire Defossez e il medico e antropologo Didier Fassin hanno scelto le Alpi, la zona del Monginevro tra l’alta Val di Susa e la regione di Briançon, per studiare i meccanismi che si instaurano sulla frontiera. Tre attori: esuli, poliziotti e attivisti intrecciano rapporti umani complessi e inaspettati, in un ambiente ostile per natura e per scelta politica. La loro indagine sul campo, definita di “partecipazione osservante”, è durata cinque anni, con periodi di permanenza in montagna. Una ricerca che è confluita nel libro Umanità in esilio. Cronache dalla frontiera alpina, uscito in Francia nel 2024 e tradotto in italiano per Feltrinelli lo scorso anno.
Laser ha intervistato i due autori, per i quali la frontiera alpina è un prisma attraverso il quale lo sguardo si allarga dalle storie locali ai fenomeni globali, permettendo di indagare le migrazioni, ma forse soprattutto di comprendere la preoccupante evoluzione delle società europee.