Un consigliere di Stato senza dipartimento, con un ufficio, un posto al tavolo del Governo e il diritto di partecipare alle sedute, ma nessun accesso ai dossier. È questa l’immagine che il Ticino si è portato a casa ieri pomeriggio.
Claudio Zali aveva annunciato a luglio le sue dimissioni per fine settembre. Martedì, dopo la notizia di un secondo procedimento penale a suo carico, questa volta per reati contro l’integrità sessuale, i colleghi di Governo – così come gran parte dell’arco politico - gli hanno chiesto di andarsene subito. Nel pomeriggio, quaranta minuti prima della conferenza stampa dell’Esecutivo, Zali ha risposto con una nota: le accuse sono false, il procedimento verrà abbandonato e resterà al suo posto — sono parole sue — fino alla data da lui stabilita. A suo dire le dimissioni immediate sarebbero state interpretate come un’ammissione di colpa, in barba al principio della presunzione d’innocenza. Il Consiglio di Stato ha allora fatto l’unica cosa che poteva fare: gli ha tolto il Dipartimento del territorio, affidandolo a Raffaele De Rosa, supplente designato, almeno fino all’entrata in carica del subentrante di Zali, il democentrista Piero Marchesi.
Un caos istituzionale quindi non ancora totalmente risolto, che lascia sul tavolo diversi interrogativi, posti anche in alcuni atti parlamentari, che toccano pure l’operato della magistratura e di chi la sorveglia.
A Modem ne discutono tre granconsiglieri ticinesi:
· Maura Mossi Nembrini, Più Donne
· Evaristo Roncelli, Avanti con Ticino e Lavoro
· Pino Sergi, Movimento per il Socialismo