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Per alcuni in gioco c’è addirittura il futuro della democrazia e della sovranità della prima economia del Sudamerica; in Brasile 160 milioni di elettori sono chiamati alle urne per rinovare il Congresso, i governatori locali e, soprattutto, la presidenza. La principale sfida si gioca tra il presidente uscente Luiz Ignacio Lula da Silva, ottantenne che spera in un quarto mandato (non consecutivo), e il suo principale sfidante: Flávio Bolsonaro, 45 anni, senatore e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro agli arresti per il tentato golpe del 2022.
Intanto le urne del primo turno hanno parlato, e non manca un po’ di sorpresa: Flàvio Bolsonaro - dato per sfavorito alla vigillia - fa corsa in testa con il 47%, contro il 45% dei voti raccolti da Lula.
Un’elezione importante non solo perché i due rappresentano le due anime, progressista e conservatrice, di un paese fortemente polarizzato, ma anche e forse soprattutto per l’attenzione che la Washington di Donald Trump è tornata a prestare al subcontinente americano dove i più recenti appuntamenti politici hanno favorito i candidati in linea con la galassia Maga. Quale destino per il Brasile?
A Modem ne discutiamo con:
Emiliano Guanella, giornalista e collaboratore RSI da San Paolo
Antonella Mori, professoressa di macroeconomia presso l’Università Bocconi e responsabile desk America Latina Ispi Milano
Alberto Eisenhardt, operatore umanitario nella periferia di San Paolo
Con la partenza delle ultime truppe straniere l’Iraq si ritrova come paese sovrano. Un ritiro di soldati italiani, tedeschi, francesi, olandesi e soprattutto statunitensi che riporta l’attenzione internazionale su una nazione persa di vista dall’attenzione. Eppure, l’Iraq non è un paese qualsiasi, ma si ritrova al crocevia di molti conflitti da quelli religiosi a quelli politici passando per la questione della produzione di petrolio in una regione che è tornata ad infiammarsi dopo gli attacchi di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran.
E allora, che paese lasciano i militari esteri a livello politico ed economico dopo la seconda guerra del Golfo del 2003, seguita da un ritiro quasi completo e da un rientro in forze nel 2014 per combattere lo stato islamista dell’ISIS.
A Modem ne discutono:
Lorenzo Trombetta, giornalista, saggista, ed esperto di Vicino e Medio Oriente e che da anni collabora con la RSI
Emanuele Valenti, giornalista e collaboratore RSI che ha visitato il mese scorso l’Iraq
Se ne è discusso anche in Parlamento, nel dibattito d’attualità su canicola e siccità. L’agricoltura svizzera ha vissuto un’estate estremamente difficile a causa delle alte temperature e della scarsità di precipitazioni. A soffrirne è stato anche il settore ortofrutticolo, basti dire che il raccolto delle patate – prodotto principe nel nostro Paese – ha subito un calo del 25% rispetto alla media degli ultimi anni. Il raccolto autunnale di questo tubero è ancora in corso, i dati a disposizione ci dicono che finora questa è stata la peggiore stagione negli ultimi sessant’anni. Simili difficoltà sono state registrate anche per altri ortaggi, in Ticino in particolare per il pomodoro. Da diversi anni chi lavora nel settore si è attrezzato per far fronte a queste ondate di calore, con irrigazioni, serre ventilate e con speciali sementi più resistenti a caldo e siccità. Uno sforzo che ha finora permesso di mitigare i danni, ma che necessita di ulteriori misure per far fronte alle sfide del futuro e ad altre possibili estati torride. Argomenti, interrogativi e timori di cui parleremo con:
Marco Bassi, direttore della Federazione ortofrutticola ticinese
Stefano Ginelli, docente di produzione vegetale al Centro professionale di Mezzana
In apertura di puntata, un servizio sul raccolto delle patate nel Canton Berna, con un primo bilancio della stagione a livello svizzero.
L’estate del 2026 non è stata un’estate qualsiasi. È stata l’estate dei record: la più calda e secca mai registrata in Svizzera. E le immagini di questa estate sono ancora fissate nei nostri ricordi – anzi tante le abbiamo ancora sotto agli occhi: campi riarsi, fiumi ai minimi storici, ghiacciai che si ritirano a vista d’occhio e un’agricoltura in ginocchio. E infine, storia degli ultimi giorni, centinaia di persone scese in piazza per protestare contro l’inazione climatica.
E l’allarme bussa infine alle porte di Palazzo Federale, dove proprio oggi il Parlamento sarà chiamato a discutere di clima e siccità con una domanda di fondo: come dobbiamo rispondere a questo allarme?
Da un lato, c’è chi vede in questa estate la prova definitiva di una crisi climatica che richiede un’azione immediata, radicale, per tagliare le emissioni alla radice e cambiare rotta prima che sia troppo tardi. Dall’altro, c’è chi sostiene che, di fronte a un cambiamento ormai in atto, la priorità dev’essere l’adattamento: gestire le conseguenze con pragmatismo, innovazione tecnologica e senza gravare su cittadini e imprese con divieti e nuove tasse.
Ne parliamo con
Bruno Storni, consigliere nazionale PS
Paolo Pamini, consigliere nazionale UDC
Un dossier tra i più complessi e divisivi degli ultimi anni, segnato da una spaccatura che attraversa la Svizzera su più livelli: geografico, politico ed economico. Un dossier fondamentale per il futuro del Paese
La portata dell’accordo è imponente: oltre 2.000 pagine di trattati che salgono a 20.000 considerando gli atti di riferimento, tanto che si afferma che «nessuno può coglierne tutte le implicazioni».
Sebbene da parte di Bruxelles la regola sia quella del “prendere o lasciare” – cioè le due Camere non possono modificare gli accordi - il Parlamento svizzero ha comunque un margine decisivo: può infatti dire la sua sulle misure di accompagnamento interne e sulla tipologia di referendum, con la popolazione che sarà chiamata ad esprimersi in merito presumibilmente nel 2028.
E anche noi a Modem questa mattina vi proponiamo, vista la complessità e viste le dimensioni della tematica, una prima entrata in materia
Lo facciamo con tre ospiti, tre consiglieri agli Stati
Marco Chiesa, TI/UDC
Fabio Regazzi, TI/Centro
Carlo Sommaruga, GE/PS
Il prezzo di benzina e diesel dall’inizio dell’anno è in costante ascesa, e cittadini e imprese arrancano. In diversi paesi europei si cercano delle soluzioni per aiutare chi fatica a stare a galla a causa del continuo rincaro, conseguenza di una situazione geopolitica funestata da diversi fronti di guerra. La Francia ha pensato, ad esempio, a sgravi per chi viaggia molto per lavoro, a sussidi per l’agricoltura e il presidente Macron ha chiesto alla presidente della Commissione europea von der Leyen misure per incrementare la produzione di diesel e cherosene nell’UE. La Germania col suo “Tankrabatt” da inizio ottobre fino alla fine dell’anno calmiererà i prezzi di benzina e diesel di 17 centesimi al litro. Misure simili saranno introdotte anche in Spagna. In Italia ENI introdurrà un tetto massimo ai prezzi e la speranza è che altri distributori seguano questa via. La Lituania dimezza le tariffe dei treni, la Polonia propone forti prelievi su profitti record di produttori e venditori di carburanti e la Grecia tassa di più il gioco d’azzardo per trovare fondi per gli aiuti.
E in Svizzera cosa si fa? Sul piano nazionale stanno arrivando diverse proposte dalla politica, da schieramenti di destra, come di sinistra, per chiedere alla Confederazione di intervenire. Qualcuno sottolinea i maggiori introiti nelle casse pubbliche, poiché i prezzi più alti aumentano l’IVA incassata. Altri chiedono invece di attingere maggiormente alle riserve di carburante e di limitare i margini di guadagno dei distributori.
Ne discuteremo con:
Antonella Crüzer, Segretaria generale di ACSI, Associazione delle consumatrici e consumatori della Svizzera Italiana
Edoardo Beretta, professore di Macroeconomia monetaria e internazionale all’Università della Svizzera Italiana a Lugano
Boris Martinoni, CEO di ECSA Energy SA e portavoce dell’Associazione Ticinese Stazioni di Servizio
Si è svolta in questi giorni la visita ufficiale del presidente cinese Xi Jinping a Washington. Arrivato mercoledì e accolto in pompa magna dallo stesso Donald Trump all’aeroporto, Xi Jinping ripartirà oggi, venerdì. I due potrebbero rivedersi però già a novembre, quando Trump dovrebbe tornare in Cina per il vertice Apec (Cooperazione Economica Asia-Pacifico) di Shenzhen.
Quella che si conclude oggi è sì la prima visita di Xi alla Casa Bianca dopo oltre un decennio (l’ultima risaliva al 2015), ma si tratta già del terzo incontro di persona con il presidente statunitense nell’arco di un anno, dopo i vertici di Busan, in Corea, lo scorso ottobre 2025 e la visita di Trump a Pechino a maggio di quest’anno.
Un incontro che avviene in un momento in cui il mondo è destabilizzato dalle guerre, dal prezzo dell’energia fuori controllo e dalla scomparsa dell’idea stessa di una comunità internazionale (basti pensare che pur trovandosi negli Stati Uniti, il presidente cinese ha snobbato l’Assemblea generale dell’Onu in corso in questi giorni a New York).
Eppure, nonostante i temi di cui i leader delle due superpotenze mondiali discutono siano di importanza e impatto globale, molti analisti già alla vigilia ritenevano che sarebbe stato un incontro più incentrato sull’immagine e sul simbolismo, piuttosto che sulla ricerca di progressi sostanziali su questioni come il commercio e la guerra dei dazi, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, le guerre in corso oppure il nodo di Taiwan…
Che bilancio trarre quindi da questo incontro fra i leader delle due superpotenze globali?
A Modem ne parliamo con:
Andrea Vosti, corrispondente radiofonico RSI da Washington
Lorenzo Lamperti, collaboratore RSI dall’Asia orientale
Alla camera alta, con 25 voti a favore e 17 contrari, questa settimana si è sbloccata la contesa che da anni frena il finanziamento supplementare a favore dell’esercito. Mezzi con cui, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, si vogliono portare le spese per la difesa all’uno percento del prodotto interno lordo della Svizzera. Questi fondi erano bloccati, da una parte da chi li vuole stanziare senza nuove entrate ma grazie a dei risparmi, mentre dall’altra c’è chi è scettico a veder crescere in maniera massiccia i mezzi a disposizione del Dipartimento della difesa.
Il Consiglio degli Stati propone ora aumento dello 0.2 percento dell’Imposta sul valore aggiunto per i prossimi 18 anni, punto su cui verrebbe chiamato a esprimersi il popolo, e in parallelo un fondo per “La sicurezza e la difesa” da al massimo 24 miliardi di franchi. Questo Fondo potrà indebitarsi fino a 12 miliardi di franchi e verrebbe alimentato, oltre che dai proventi dell’aumento dell’IVA, dalla metà delle eccedenze di finanziamento ordinarie della Confederazione. Una soluzione diversa da quella del Consiglio federale, che puntava ad uno 0.5 percento supplementare di IVA, e che deve ancora passare al vaglio del Consiglio nazionale e del popolo. Missione non facile pensando alle polemiche che toccano vari programmi di armamento, a cominciare dalle polemiche legate all’acquisto dei caccia F-35.
A Modem intervengono sul tema due consiglieri nazionali:
Martin Candinas, grigionese del Centro
Bruno Storni, ticinese del PS
Carenza di appartamenti, prezzi e pigioni in continua ascesa: le difficoltà di inquilini e di chi cerca casa restano all’ordine del giorno in Svizzera (e non solo). L’argomento si è riproposto a Palazzo federale dove il Consiglio nazionale ha approvato, con una rara alleanza tra UDC e sinistra, una mozione in cui l’UDC di Zugo Thomas Aeschi chiede un solido rafforzamento della Lex Koller. La legge che limita l’accesso di persone e capitali stranieri alla proprietà in Svizzera. L’intenzione è di ridurre le tendenze speculative nel mercato immobiliare e con ciò la pressione sui prezzi.
Sull’efficacia di una simile misura, alla quale sta peraltro lavorando anche il Consiglio federale, i pareri divergono: PLR e Centro la considerano addirittura controproducente. Chi ha ragione? E in quale modo affrontare il problema dei costi dell’alloggio che tanto incide, insieme a quello dei costi della sanità, sul potere d’acquisto dei cittadini? Ne discutiamo con:
· Paolo Pamini, consigliere nazionale UDC
· Simone Gianini, consigliere nazionale PLR
· Intervista registrata a Cristian Dandrès, consigliere nazionale PS
Yemen, da guerra dimenticata a epicentro di una crisi globale che minaccia le rotte commerciali e tenta di ridisegnare gli equilibri in Medio Oriente.
Nelle ultime settimane l’Arabia Saudita ha registrato attacchi sempre più frequenti da parte dei combattenti filoiraniani Houthi arrivati a controllare lo stretto di Bab Al Mandab sul Mar Rosso – divenuto passaggio marino vitale per il trasporto di merci e petrolio tra l’Asia e L’Europa, specialmente dopo il blocco dello Stretto di Hormuz.
Da uno stretto all’altro per un’evoluzione della crisi in Medio Oriente che rischia di paralizzare entrambe le vie di trasporto marittimo lungo la penisola arabica e sottoporle al controllo iraniano. Una leva potentissima da impiegare nella guerra contro gli Stati Uniti e che – e ce ne siamo accorti – fa schizzare alle stelle il prezzo del petrolio.
Ne parliamo a Modem con
Eleonora Ardemagni, esperta di Yemen e Monarchie del Golfo, ISPI
Alessandro Colombo, professore di Relazioni internazionali, Università degli Studi Milano
Giacomo Luciani, esperto di energia e professore di relazioni internazionali al Graduate Institute di Ginevra
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Modem Giovani: su argomenti che riguardano direttamente il mondo giovanile con tra gli ospiti anche i ragazzi.
Modem Incontro: non un dibattito, ma un'intervista con un solo ospite.
Una puntata al giorno, alle 08.30, per 5 giorni la settimana, da settembre a metà giugno.

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