Giorgia Meloni ha annunciato l’arrivo in Consiglio dei ministri di un provvedimento che prevede un tetto nelle classi agli studenti stranieri che non parlano adeguatamente italiano, misure sull’apprendimento della lingua per i genitori nei casi di grave difficoltà di inserimento scolastico e il divieto di burqa e niqab negli istituti.
Le opposizioni contestano duramente l’iniziativa. Antonio Decaro ha risposto pubblicando una fotografia scattata quando era sindaco di Bari, insieme a bambini di diverse etnie, sostenendo che tra i banchi nessuno dovrebbe sentirsi straniero o appartenente a una minoranza.
Da Amatrice, Giuseppe Valditara ha posto invece l’accento sulla padronanza dell’italiano, sostenendo che senza la conoscenza della lingua non possono esserci vera integrazione e successo scolastico.
Nello stesso contesto Sergio Mattarella ha definito la scuola «la più efficace leva di integrazione». Parole interpretate da una parte della stampa come un monito al governo. Meloni ha respinto questa lettura nelle successive interviste con Bruno Vespa, sostenendo che l’obiettivo del provvedimento sia proprio evitare la formazione di «classi ghetto».
Al di là dello scontro politico, resta una domanda concreta: come garantire contemporaneamente integrazione e qualità dell’insegnamento?
Una fotografia di bambini felici racconta qualcosa di importante sulla convivenza, ma non risolve il problema didattico che può sorgere quando in una classe si concentra un numero elevato di studenti che non conoscono adeguatamente l’italiano.
Integrare significa anche insegnare bene la lingua italiana e costruire classi equilibrate, nell’interesse di tutti gli studenti, italiani e stranieri.
Negare il problema linguistico non aiuta l’integrazione: significa evitare di affrontare uno degli ostacoli che possono renderla più difficile.
L’approfondimento completo su Hyperbros.com.