Il Corsivo

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  • Cresce il fronte a sostegno della manifestazione pro Europa del 15 marzo | Il Corsivo di Martedì 04 Marzo 2025
    Cresce il fronte a sostegno della manifestazione pro Europa del 15 marzo.
    Dopo l'appello di Michele Serra sulle pagine di Repubblica, cresce il fronte politico, sindacale, della società civile, per la manifesta a sostegno dell'Europa dopo i duri attacchi del presidente americano Donald Trump. Si terrà il 15 marzo in piazza del Popolo, e nell'intento degli organizzatori non deve apparire come una iniziativa di destra o di sinistra, bensì trasversale, in difesa dei valori europei, di libertà e di autodeterminazione dei popoli. Ma nell'assenza di una leadership forte , la piazza per l'Europa rischia di diventare un'occasione di visibilità dei partiti, per altro divisi sulle finalità.
    Partecipanti e contrari alla manifestazione.
    Ci saranno certamente i sindaci delle città come Gualtieri a Roma e Sala a Milano. Saranno presenti Calenda di Azione, Magi di +Europa, Renzi di Italia Viva che sostengono Zelensky contro Trump e Putin. Confermano vari esponenti del Pd che risultano però uniti sul progetto di una identità europea forte, e al contempo divisi sull'invio di nuove armi a Kiev e sull'aumento di spese militari come chiesto dal presidente americano e dalla Nato. Ci sarà Avs, ma con una connotazione pacifista contro la guerra. In forse viene data Forza Italia, molto più tiepidi quelli di Fratelli d'Italia, contraria la Lega. Il M5s si sfila e si concentra su un appuntamento contro il Governo il prossimo 5 aprile. Serra si immagina piazza del Popolo come un luogo emotivo, di orgoglio europeo in un momento in cui l’Europa vive una situazione molto complicata, e rischia grosso perché da una parte c’è Trump e dall’altra c’è Putin. Ma non ci ha detto ancora quale Europa vuole: quella dei volenterosi disposti a schierare una forza di interposizione, quella che ha finanziato la guerra oppure l'Europa cdi pace e progresso che riprende i valori scritti nella sua Costituzione.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Tranquillo Putin, ci pensa Trump | Il Corsivo di Lunedì 03 Marzo 2025
    Il penoso spettacolo, a cui abbiamo assistito in diretta mondovisione dallo Studio Ovale, lascia intendere che il futuro dell’Ucraina sarà sempre più una questione da affrontare in un ambito strettamente europeo. Indispettita dall’opposizione di Zelensky, a consegnarle - senza fiatare ed in cambio di generiche promesse o di beffardi inviti a “fidarsi della parola di Putin” - l’immenso tesoro racchiuso nel sottosuolo del suo Paese, l’Amministrazione Trump sembra adesso orientata ad abbandonare Kiev al suo ingrato destino, sospendendo, fin da subito, ogni forma di aiuto militare: dalle forniture di armi all’accesso ai satelliti Starlink di Elon Musk, divenuti ormai indispensabili per quanto riguarda la connettività internet su tutto il territorio ucraino. Tuttavia, ad onta dei facili trionfalismi espressi dai vari putiniani di casa nostra, non sono pochi gli analisti di cose militari a sostenere, che, in realtà, il tracollo completo dell’esercito di Zelensky non sarebbe poi così prossimo, visto che disporrebbe ancora di armi e munizioni in quantità adeguata per resistere per qualche mese (forse, addirittura sei) senza ricevere ulteriori rifornimenti. L’esito della guerra in corso sarebbe, quindi, probabilmente scontato nel medio – lungo termine, ma non nel breve.
    La patata bollente passa, dunque, al Vecchio Continente al quale tuttavia, se davvero riuscisse a trovare una sua unità di intenti sul sostegno alle ragioni del Paese aggredito, non dovrebbero affatto mancare le risorse finanziarie per subentrare agli Americani nel supporto militare a Zelensky: d’altra parte, i missili e i cannoni – che forse, al momento, scarseggiano negli arsenali di Berlino o di Parigi - si possono, pur sempre, acquistare anche da Paesi terzi... magari dagli stessi Stati Uniti, che, in questo caso, riuscirebbero ad unire l’utile (dei cospicui guadagni) al dilettevole (del mettersi comodamente d’accordo con Mosca per una ridefinizione delle rispettive aree di influenza a livello planetario). E in effetti, Donald Trump è stato molto chiaro nel ribadire, più volte, la sua ferma intenzione di non inviare neanche un soldato in Ucraina e di nemmeno voler concedere aiuti strategici ad un eventuale contingente europeo di peace keeping. E su queste ipotesi è stato irremovibile, sia parlandone con Macron, che con Starmer: Washington non vede, quindi, soluzioni terze rispetto alla continuazione della guerra – purché, naturalmente, a pieno carico degli Europei - oppure alla rapida capitolazione definitiva della resistenza ucraina di fronte agli appetiti dell’orso russo.
    In conclusione, pare incredibile, ma stiamo davvero assistendo alla paradossale situazione in cui è un presidente americano a portare a compimento lo storico disegno perseguito oggi da Putin ed in passato dai suoi predecessori sovietici : quello cioè, di dividere l’Occidente in due sponde, tra di loro separate da un Oceano Atlantico di incomprensioni.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Da Bruxelles a Londra | Il Corsivo di Venerdì 28 Febbraio 2025
    Sembra proprio che l’atteggiamento aggressivo assunto dalla nuova Amministrazione americana nei confronti dell’Europa nel suo complesso, stia avendo l’effetto di rivitalizzare, rapidamente, quei rapporti tra Regno Unito ed Unione europea, messi a così dura prova dalla Brexit del 2016. Infatti, dinanzi all’esigenza di garantire la propria sicurezza, senza poter più fare affidamento sull’ombrello militare americano, il riavvicinamento tra Londra e le altre capitali del Vecchio Continente pare, adesso, orientato a procedere a passi sempre più celeri: come, del resto, suggerisce anche l’incontro che, domenica 2 marzo, vedrà proprio il premier britannico, Keir Starmer, ospitare i leader dei maggiori Paesi europei, per parlare di questioni inerenti l’eventuale allestimento di una comune difesa militare. E si tratta di un meeting che, prima dell’avvento di Trump alla Casa Bianca, sarebbe stato ben difficilmente immaginabile.
    Probabilmente, la politica inglese ha iniziato a riflettere sul fatto che la Brexit, oltre ad avere creato tanti problemi, non ha nemmeno poi portato quei vantaggi particolari che, specialmente sul piano dei trattamenti di favore da parte degli Stati Uniti, erano stati, invece, tanto attesi. Anzi, gli attacchi arroganti (e davvero sorprendenti) indirizzati da Trump all’Europa – ormai considerata, evidentemente, più come un fastidioso intralcio alla strategia del Make America Great Again, che come un affidabile alleato – devono avere accentuato, anche Oltremanica, i timori legati al possibile verificarsi -in un futuro magari neanche troppo lontano – di situazioni di inadeguatezza militare, dinanzi ad un’ulteriore ripresa dell’espansionismo russo. Stiamo, naturalmente, parlando di passaggi che non esprimono ancora una chiara intenzione di Londra di rientrare a far parte della famiglia europea, ma che, comunque, conferiscono una certa attualità ad ipotesi che, soltanto pochi mesi fa, sarebbero state quasi impensabili. In conclusione, è, forse, ancora abbastanza prematuro ritenere che la brutale sequenza di “sparate” che giungono, quotidianamente, da Washington, possa davvero provocare quel salutare shock di rinnovamento politico di cui l’Europa avrebbe tanto bisogno. Tuttavia, l’incontro londinese di domenica prossima ci induce a sperare che almeno qualche barlume di consapevolezza stia, gradualmente, emergendo dal fondo del più colpevole immobilismo.
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    3 min
  • Terre rare | Il Corsivo di Giovedì 27 Febbraio 2025
    Secondo autorevoli studi di analisi mineraria, il sottosuolo ucraino custodirebbe una ricchezza valutabile in circa quindicimila miliardi di dollari: un tesoro dinanzi al quale ci si può, quindi, dimenticare, senza troppe esitazioni, di centinaia di soldati migliaia morti o mutilati, di bambini deportati chissà dove, di città rase al suolo e di qualsiasi richiamo ad un equo ristabilimento dello scenario geopolitico internazionale. Domani Zelensky è atteso a Washington dove dovrebbe firmare, con gli Stati Uniti, un accordo di cui si ignorano praticamente tutti i dettagli, ma che avrà, comunque, per oggetto lo sfruttamento di quelle “terre rare” che, stando almeno a quanto comincia a trapelare dall’incrociarsi delle dichiarazioni, sembrano sollecitare gli appetiti non del solo Donald Trump, ma anche quelli di Vladimir Putin. Anzi, il Cremlino si è persino sbilanciato fino al punto di far notare che anche il suo sottosuolo è particolarmente ricco – forse ancor di più di quello ucraino – ed offre, pertanto, “grandi opportunità” per un eventuale sfruttamento congiunto, da realizzarsi avvalendosi proprio della tecnologia in possesso delle aziende americane.
    Ed è musica per le orecchie dell’affarista che risiede alla Casa Bianche, il quale, non a caso, ha subito manifestato il suo pieno interesse per “chiudere un accordo sui minerali russi”. Mosca non dispone dei mezzi tecnologici e delle competenze professionali per valorizzare, da sola, tutto il potenziale che può derivare dal suo sottosuolo: ecco, dunque, il motivo per cui l’insperato aiuto del nuovo amico statunitense potrebbe, per lei, rappresentare un’autentica “manna dal cielo”. Urge però, a questo punto, per entrambe le parti, chiudere al più presto quella fastidiosissima “rottura di scatole” che è tuttora rappresentata dall’ostinata resistenza incarnata da quegli insopportabili Ucraini, i quali pretendono – pensate un po’ con quanta arroganza – di conoscere, almeno a grandi linee, quale sarà il loro destino…Succede, in pratica, che di fronte alle “avances” affaristiche che le due superpotenze nucleari si stanno scambiando reciprocamente – sorvolando beatamente su ogni barlume di rispetto per la libertà e l’indipendenza degli altri – Putin si stia rivelando un interlocutore molto meno ostico di quanto l’ingenuità europea potesse aspettarsi: lui, infatti, è sempre pronto quando si tratta di fare dei soldi…Si smetta dunque, al più presto, di combattere e se Macron e qualche altro guerrafondaio come l’inglese Starmer ci tengono proprio a mandare un velleitario contingente di “peace keeping” sul campo, lo facciano pure…Tanto, adesso, ci sono ben altri affari ai quali doversi dedicare…
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    3 min
  • Un voto davvero deludente | Il Corsivo di Mercoledì 26 Febbraio 2025
    Si è parlato, giustamente molto, della sorprendente confusione che si è venuta a creare, l’altro giorno, al Palazzo di Vetro, quando l’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato due risoluzioni sull’aggressione della Russia contro l’Ucraina. Lo stupore ci ha colti non soltanto per i tratti – quasi comici – di dilettantismo, messi in bella evidenza dalla diplomazia statunitense, la quale è addirittura arrivata a votare contro una risoluzione da essa stessa presentata, ma anche (e, forse, soprattutto) per il voto contrario espresso, verso la mozione – sostenuta dall’Ucraina e dall’Unione europea – da un Paese che, votando in quel modo, è parso davvero rinnegare se stesso. E stiamo parlando di Israele che, nel pronunciarsi – accanto agli Stati Uniti e ad altri campioni di democrazia come Russia, Bilorussia e Corea del Nord – a sfavore di un testo che propugnava il concetto di integrità territoriale dell’Ucraina, è parso proprio voltare le spalle a tutto il suo passato. Francamente, dall’America di Trump abbiamo rapidamente smesso di aspettarci qualcosa di buono, ma il fatto che gli Israeliani – sia pure condizionati, certamente, dalla loro dipendenza militare da Washington – si siano spinti fino a schierarsi sulle posizioni del pacifismo “ad ogni costo” di stampo putinian – trumpiano, non può che deludere profondamente chi, come noi, da sempre, sostiene le ragioni dello Stato ebraico.
    Naturalmente, ignoriamo i dettagli dell’iter diplomatico che ha portato il sia pur abitualmente cinico governo Netanyahu a lasciare da parte ogni forma – anche la più ipocrita – di pudore, per adeguarsi supinamente alla “voce del padrone” e votare in questa maniera davvero sconfortante. Tuttavia, sebbene consapevoli di quanto possa – specialmente in questo particolarissimo e delicatissimo momento della storia mediorientale – risultare imbarazzante per Israele non assecondare, in tutto e per tutto, le strategie umorali della Casa Bianca, ci stupisce, comunque e seriamente, il fatto che un Paese che, dal giorno stesso della sua nascita, combatte per affermare il suo diritto ad esistere – essendo minacciato da Paesi ed organizzazioni terroristiche che vorrebbero letteralmente cancellarlo dalla faccia della Terra – resti poi così indifferente di fronte al dramma di un altro popolo che sta battendosi anch’esso per la propria libertà. Altro significato avrebbe, ad esempio, potuto assumere un’astensione israeliana sul voto, ma qui, evidentemente, la “voce del padrone” cui accennavamo poc’anzi non è quella di chi i cani li ama, ma è, invece, quella di chi li tiene stabilmente legati alla catena…In conclusione, il fatto di leggere, affiancato a quelli delle tirannie più spietate, anche il nome del Paese che, da sempre, rappresenta l’unico faro di democrazia in un’area del Pianeta in cui si viene ancora, tranquillamente, messi a morte per le proprie tendenze sessuali o per i propri convincimenti religiosi, altro non è se non, purtroppo, l’indice della piega davvero preoccupante che stanno confusamente prendendo le sorti di un mondo che ci apparterrà sempre meno.
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    3 min
  • Un Cancelliere amico, ma esigente per Giorgia Meloni | Il Corsivo di Martedì 25 Febbraio 2025
    L’uomo che si appresta a diventare il decimo Cancelliere tedesco è un ricco signore – lui preferisce definirsi “benestante” – che ha fatto i soldi lavorando nel mondo dell’alta finanza e che incarna decisamente – senz’altro più di Angela Merkel – i valori tradizionali di una destra germanica conservatrice, ma saldamente europeista. Non a caso, durante la campagna elettorale, Friedrich Merz non ha avuto alcun timore nell’indicare la sua priorità assoluta nel “raggiungere l’indipendenza dagli Stati Uniti”: anche sulla questione Ucraina, nella quale – a suo giudizio – Washington appare colpevolmente indifferente.
    Il prossimo Cancelliere sembra, dunque, trovarsi maggiormente in sintonia – almeno rispetto al suo amletico predecessore socialdemocratico – col francese Macron per quanto concerne la funzione importante che l’Europa potrà (e dovrà) svolgere nelle trattative – che al momento paiono escluderla – sul come porre fine al conflitto ucraino. Un orientamento, questo, che, in qualche modo, può anche essere interpretato come l’auspicio e l’implicita premessa di una rapida evoluzione istituzionale, destinata a sfociare in una più salda compattezza europea, sia sul piano politico, che su quello militare. E non a caso, impegnandosi ad affiancare Londra e Parigi sulla linea di opposizione all’idea trumpiana di abbandonare Zelensky al suo destino, Merz ha già anche preannunciato che intende inviare all’esercito di Kiev quei tanto agognati missili Taurus che, per troppo tempo, i generali del Paese assediato hanno atteso invano.
    In questo scenario, potenzialmente innovativo, che si profila all’orizzonte, pure l’Italia potrebbe trarre non pochi motivi di soddisfazione, visto che, d’ora innanzi, l’interfaccia berlinese di Giorgia Meloni non sarà più un personaggio prevenuto nei suoi confronti quale era stato l’ormai ex cancelliere Scholz, ma sarà, invece, quel Merz che, più volte, negli ultimi due anni, non ha mancato di esprimere un certo apprezzamento per l’operato di Palazzo Chigi, soprattutto in merito alle politiche migratorie. Tuttavia, è pure molto probabile che il nuovo Cancelliere, per quanto ben disposto nei riguardi delle destre dialoganti, intenda, comunque, chiedere alla nostra premier di decidere, una volta per tutte, se preferisca schierarsi, in maniera netta ed inequivocabile, dalla parte dell’ America di Trump oppure da quella dell’Unione Europea… abbandonando, in questa seconda ipotesi, l’ambizioso – ma forse velleitario – proposito di riuscire a porsi come il canale privilegiato di mediazione tra Washington e Bruxelles.
    In ogni caso, a seconda della scelta che – sia pure a malincuore – riterrà più o meno conveniente fare, la Meloni finirà, quasi inevitabilmente, per creare del malcontento all’interno dl suo Esecutivo, deludendo o Salvini o Tajani.
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  • Tre anni dopo l'inizio del conflitto tra Russia e Ucraina, vince la spartizione del mondo di Trump e Putin | Il Corsivo di Lunedì 24 Febbraio 2025
    Tre anni fa iniziava il conflitto tra Russia e Ucraina
    E’ il 24 febbraio 2022, tre anni fa. La Russia invade il territorio ucraino, segnando una brusca escalation del conflitto russo-ucraino in corso dal 2014. La guerra provoca la maggiore crisi per l’accoglienza di rifugiati in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale, tanto che si è ritenuto necessario invocare la Direttiva di protezione temporanea.
    L’intervento armato viene preceduto da un prolungato ammassamento sul confine delle forze russe iniziato già nella primavera 2021, motivato dal presidente russo Vladimir Putin sulla base del timore di una adesione dell’Ucraina alla NATO, e seguito da esercitazioni militari. Solo pochi giorni prima dell’invasione, la Russia riconosce l’indipendenza della Repubblica Popolare di Doneck e la Repubblica Popolare di Lugansk, e il 20 febbraio, in violazione del Memorandum di Budapest sulle garanzie di sicurezza dell’Ucraina, la Russia invia le proprie forze armate. Sono le ore in cui Consiglio della Federazione autorizza all’unanimità il presidente Vladimir Putin a usare la forza militare fuori confine.
    Tre anni dopo vince la spartizione del mondo di Trump e Putin
    Quali sono le conseguenza della guerra? Secondo un rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni del 17 aprile 2022, è sfollata una persona su sei, 7,7 milioni di persone, 17% del totale della popolazione ucraina.Resta incalcolabile il bilancio di morti, feriti, tra militari e civili. Tre anni dopo, sono stati avviati i primi tentativi di accordi di pace attraverso una serie di telefonate ra Trump e Putin, il vertice di Riad, i colloqui tra l’amministrazione americana e il leader ucraino Zelensky. Tre anni dopo però, l’Ucraina diventa il terreno in cui ricucire i rapporti politici, economici, geopolitici tra Stati Uniti e Russia interrotti il 24 febbraio 2022, dove al centro dei trattati non c’è soltanto la fine della guerra, ma l’avvio di una nuova spartizione del mondo tra le due superpotenze che taglia fuori Zelensky e limita, se non annulla, il ruolo dell’Europa, dilaniata da divisioni e da una mancanza di autorevolezza della sua leadership.
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  • Trump: no alla risoluzione Onu sull'Ucraina. Kellogg annulla il punto stampa con Zelensky | Il Corsivo di Venerdì 21 Febbraio 2025
    Trump: no alla risoluzione Onu sull'Ucraina.
    La linea di Washington sulla pace in Ucraina pende dalla parte del Cremlino. “Mosca ha le carte in regola. Ha conquistato molto territorio e ora vuole la pace”, dice Trump. L'obiettivo è costringere Zelensky ad un lento passo indietro, come suggerisce Musk. “Non può affermare di rappresentare la volontà del popolo ucraino a meno che non ripristini la libertà di stampa e smetta di cancellare le elezioni”. Il consigliere per la sicurezza nazionale Usa Mike Waltz invita Zelensky ad abbassare i toni e a firmare prima possibile l’accordo sui minerali strategici proposto da Trump. Gli Stati Uniti si rifiutano di essere co-autori di una bozza di risoluzione dell’Onu in occasione del terzo anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, che sostiene l’integrità territoriale del Paese e condanna l’aggressione russa. La bozza è sostenuta da oltre 50 Paesi. Gli americani si oppongono all'idea di definire la Russia aggressore in una dichiarazione del G7, rischiando di far fallire una tradizionale dimostrazione di unità. Non solo. La dimostrazione che i tempi stanno cambiando è la dichiarazione del segretario al Tesoro americano Scott Bessent: sul tavolo dei negoziati per un accordo di pace in Ucraina potrebbe esserci un alleggerimento delle sanzioni contro la Russia.
    Kellogg annulla il punto stampa con Zelensky.
    La distanza tra Stati Uniti e Ucraina si è resa visibile quando la conferenza stampa in programma dopo i colloqui tra il presidente ucraino Zelensky e l’inviato del presidente Trump per l’Ucraina, Kellogg, è stata annullata su richiesta dei funzionari statunitensi. Si tratta di uno sgarbo istituzionale mai accaduto. Del resto il viaggio di Kellogg a Kiev è coinciso con il botta e risposta fra Trump e Zelensky, che ha incrinato i loro rapporti personali e messo ulteriormente in dubbio il futuro del sostegno Usa allo sforzo bellico dell’Ucraina.
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  • Trump e Putin attaccano Zelensky. Il leader ucraino difeso dall'Europa che non partecipa ai negoziati | Il Corsivo di Giovedì 20 Febbraio 2025
    Trump e Putin si scagliano contro Zelensky.
    In poche ore, Trump e Putin hanno preso di mira Zelensky. "E' un dittatore mai eletto e un comico mediocre che è riuscito ad ottenere centinaia di miliardi dagli Stati Uniti per una guerra che non avrebbe mai vinto", dice Trump. "L'isteria dell'Ucraina per non essere stata invitata al tavolo negoziale tra Russia e Usa è inappropriata", aggiunge Putin. Fino a pochi mesi fa, con l'amministrazione di Joe Biden, non avremmo potuto assistere a questo fuoco concentrico delle due superpotenze. Ora sembra invece una strategia comune stabilita durante l'incontro di Riad, i cui obiettivi non riguardano solo la fine del conflitto in Ucraina, ma il rilancio di un nuovo rapporto tra Russia e Stati Uniti. Infatti, Putin conferma: Mosca e Washington hanno concordato di riprendere il normale lavoro dei rispettivi dipartimenti diplomatici e nelle trattative l'Ucraina non sarà esclusa. Trump è concorde e va avanti con quanto stabilito nel primo vertice tecnico del disgelo.
    Zelensky difeso solo dall'Europa che non partecipa ai negoziati.
    Zelensky ribadisce l'auspicio per una conclusione della guerra quest'anno. Dice che gli Stati Uniti hanno aiutato Putin a rompere tre anni di isolamento da parte dell'Occidente. Afferma che l'Ucraina non è in vendita. Chiede nuove armi, ma gli Stati Uniti hanno chiuso i rubinetti. Gli unici che difendono ormai Zelensky sono gli europei che restano però divisi, senza una posizione comune. L'Alto Rappresentante Ue Kaja Kallas dice che per far funzionare qualsiasi tipo di pace, è necessario che l'Ucraina e l'Europa siano a bordo, altrimenti non funzionerebbe, perché l'attuazione è in Europa e in Ucraina. Solo ieri Macron ha rimesso intorno al tavolo i leader non coinvolti nel vertice di lunedì, ma anche in quel caso sono emerse visioni discordanti su spese militari a favore di Kiev e invio di truppe di interposizione.
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  • A Riad, Stati Uniti e Russia firmano un patto sull'Ucraina. Europa fuori dalla trattativa | 19/02/2025 | Il Corsivo
    A Riad, Stati Uniti e Russia firmano un patto sull'Ucraina. Europa fuori dalla trattativa
    A Riad partono i negoziati sul futuro dell'Ucraina e sulla fine della guerra. Stati Uniti e Russia firmano un patto e stabiliscono i passaggi formali della tregua e della ricostruzione, ma due protagonisti restano al momento a guardare: l'Europa e Zelensky.
    Si tratta del primo incontro ufficiale dall'invasione dell'Ucraina da parte russa dopo anni di gelo. Zelensky lamenta di non essere stato invitato alla prima riunione e guarda con attenzione la Turchia di Erdoğan come luogo in cui si possono tenere nuovi colloqui. Emmanuel Macron tenta oggi, per la seconda volta in pochenore, di convocare un nuovo vertice per smussare le frizioni dei leder europei su spese militari e forze di interposizione in Ucraina, ma il tentativo resta in salita.
    Le condizioni concordate tra Russia e Usa
    Per comprendere di cosa si è realmente discusso a Riad basta leggere con attenzione le condizioni concordate dalle due delegazioni, entrambe soddisfatte dell'esito. Nominare i rispettivi team di alto livello per iniziare a lavorare su un percorso per porre fine al conflitto in Ucraina al più presto in un modo che sia durevole, sostenibile e accettabile da tutte le parti. Normalizzare le relazioni diplomatiche e gettare le basi per una futura cooperazione tra i due Paesi su questioni di reciproco interesse geopolitico e sulle storiche opportunità economiche e di investimento dopo la conclusione della guerra. Cosa vuol dire? Stati Uniti e Russia avviano negoziati per una nuova spartizione del mondo, una sorta di Yalta 4.0 , dove ancora il terzo protagonista non è ancora uscito allo scoperto: la Cina di Xi Jimping.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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