Il Corsivo

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  • Il rischio dell’irrilevanza | 24/12/2024 | Il Corsivo
    L’anno che l’Unione Europea si lascia alle spalle non verrà certo ricordato come uno dei più sereni della sua storia, oramai ultra trentennale. Logorata, infatti, non solo dagli enormi problemi sorti a seguito del conflitto in Ucraina, ma anche da quelli dovuti al ristagno dell’economia ed all’instabilità politica di Paesi guida come Francia e Germania, Bruxelles si trova adesso a dover fronteggiare anche un insidioso “sentiment” di disaffezione rispetto ai suoi valori fondativi. Un “sentiment” alimentato da forze politiche che remano in senso anti unitario, vaticinando di un’Europa sempre meno compatta e sempre più fondata sulla regola del “chi fa da sé fa per tre”. Esiste, quindi, il rischio concreto che, già nell’immediato futuro, vengano a mancare quella coesione istituzionale e quell’unità di intenti, senza le quali l’orizzonte dalla irrilevanza globale si farà sempre più vicino.
    L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, tra dazi preannunciati e minacce di voler abbandonare gli Europei al loro destino sul piano militare – chiudendo cioè, quell’ombrello protettivo al di sotto del quale si erano comodamente adagiati da circa ottant’anni – ha indubbiamente rappresentato una sgraditissima doccia gelata sia per Bruxelles, che per tutti i singoli 27 Paesi membri dell’Unione.
    Tuttavia, noi siamo portati a pensare che il neo presidente - come del resto già fece durante il suo primo mandato - tenderà ad inquadrare ogni questione politica o economica, in termini strettamente commerciali, privilegiando di gran lunga i conteggi dei profitti e delle perdite , rispetto alle sottigliezze ideologiche ed agli ambiziosi obbiettivi programmatici sui quali, in Europa, si riflette (e magari ci si ammazza anche) da secoli… Pertanto, non ci meraviglieremmo affatto se il proposito di ridimensionare il peso e le funzioni della NATO, rientrasse beatamente dinanzi ad un chiaro impegno, da parte europea, ad incrementare gli acquisti di materiale bellico proprio dall’industria americana.
    Comunque sia, Trump o non Trump, l’Ucraina è destinata a rimanere il più grave problema che l’Unione Europea dovrà affrontare nel 2025. Diamo, ad esempio, per scontato che, in un modo o nell’altro, le due parti in causa – entrambe stremate da una guerra imprevedibilmente infinita – decidano di sottoscrivere un “cessate il fuoco”: siamo noi Europei seriamente convinti e, comunque, tutti coesi nell’inviare quei contingenti militari indispensabili per monitorare e garantire l’inviolabilità dei confini temporaneamente scaturiti dall’eventuale sospensione del conflitto? Siamo davvero in grado di rappresentare un baluardo militare, capace di indurre Putin a più miti consigli, frenandone i sogni di ritrovata potenza imperiale? A queste domande, almeno per ora, non ci sembra che l’Europa stia fornendo risposte lucide e coerenti.
    Pertanto, a prescindere da cosa faranno Trump o i Cinesi, l’anno che viene sarà un momento di svolta che ci chiamerà a scelte politiche radicali e probabilmente decisive per il nostro futuro. Altrimenti, la destinazione “irrilevanza” si farà sempre più inevitabile, riducendo il Continente che più di ogni altro ha fatto la storia, al rango di terra di conquista non solo economica, ma anche militare da parte di chiunque sappia fare la voce più grossa.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Il rischio dell’irrilevanza | 24/12/2024 | Il Corsivo
    L’anno che l’Unione Europea si lascia alle spalle non verrà certo ricordato come uno dei più sereni della sua storia, oramai ultra trentennale. Logorata, infatti, non solo dagli enormi problemi sorti a seguito del conflitto in Ucraina, ma anche da quelli dovuti al ristagno dell’economia ed all’instabilità politica di Paesi guida come Francia e Germania, Bruxelles si trova adesso a dover fronteggiare anche un insidioso “sentiment” di disaffezione rispetto ai suoi valori fondativi. Un “sentiment” alimentato da forze politiche che remano in senso anti unitario, vaticinando di un’Europa sempre meno compatta e sempre più fondata sulla regola del “chi fa da sé fa per tre”. Esiste, quindi, il rischio concreto che, già nell’immediato futuro, vengano a mancare quella coesione istituzionale e quell’unità di intenti, senza le quali l’orizzonte dalla irrilevanza globale si farà sempre più vicino.
    L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, tra dazi preannunciati e minacce di voler abbandonare gli Europei al loro destino sul piano militare – chiudendo cioè, quell’ombrello protettivo al di sotto del quale si erano comodamente adagiati da circa ottant’anni – ha indubbiamente rappresentato una sgraditissima doccia gelata sia per Bruxelles, che per tutti i singoli 27 Paesi membri dell’Unione.
    Tuttavia, noi siamo portati a pensare che il neo presidente - come del resto già fece durante il suo primo mandato - tenderà ad inquadrare ogni questione politica o economica, in termini strettamente commerciali, privilegiando di gran lunga i conteggi dei profitti e delle perdite , rispetto alle sottigliezze ideologiche ed agli ambiziosi obbiettivi programmatici sui quali, in Europa, si riflette (e magari ci si ammazza anche) da secoli… Pertanto, non ci meraviglieremmo affatto se il proposito di ridimensionare il peso e le funzioni della NATO, rientrasse beatamente dinanzi ad un chiaro impegno, da parte europea, ad incrementare gli acquisti di materiale bellico proprio dall’industria americana.
    Comunque sia, Trump o non Trump, l’Ucraina è destinata a rimanere il più grave problema che l’Unione Europea dovrà affrontare nel 2025. Diamo, ad esempio, per scontato che, in un modo o nell’altro, le due parti in causa – entrambe stremate da una guerra imprevedibilmente infinita – decidano di sottoscrivere un “cessate il fuoco”: siamo noi Europei seriamente convinti e, comunque, tutti coesi nell’inviare quei contingenti militari indispensabili per monitorare e garantire l’inviolabilità dei confini temporaneamente scaturiti dall’eventuale sospensione del conflitto? Siamo davvero in grado di rappresentare un baluardo militare, capace di indurre Putin a più miti consigli, frenandone i sogni di ritrovata potenza imperiale? A queste domande, almeno per ora, non ci sembra che l’Europa stia fornendo risposte lucide e coerenti.
    Pertanto, a prescindere da cosa faranno Trump o i Cinesi, l’anno che viene sarà un momento di svolta che ci chiamerà a scelte politiche radicali e probabilmente decisive per il nostro futuro. Altrimenti, la destinazione “irrilevanza” si farà sempre più inevitabile, riducendo il Continente che più di ogni altro ha fatto la storia, al rango di terra di conquista non solo economica, ma anche militare da parte di chiunque sappia fare la voce più grossa.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Il rischio dell’irrilevanza | 24/12/2024 | Il Corsivo
    L’anno che l’Unione Europea si lascia alle spalle non verrà certo ricordato come uno dei più sereni della sua storia, oramai ultra trentennale. Logorata, infatti, non solo dagli enormi problemi sorti a seguito del conflitto in Ucraina, ma anche da quelli dovuti al ristagno dell’economia ed all’instabilità politica di Paesi guida come Francia e Germania, Bruxelles si trova adesso a dover fronteggiare anche un insidioso “sentiment” di disaffezione rispetto ai suoi valori fondativi. Un “sentiment” alimentato da forze politiche che remano in senso anti unitario, vaticinando di un’Europa sempre meno compatta e sempre più fondata sulla regola del “chi fa da sé fa per tre”. Esiste, quindi, il rischio concreto che, già nell’immediato futuro, vengano a mancare quella coesione istituzionale e quell’unità di intenti, senza le quali l’orizzonte dalla irrilevanza globale si farà sempre più vicino.
    L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, tra dazi preannunciati e minacce di voler abbandonare gli Europei al loro destino sul piano militare – chiudendo cioè, quell’ombrello protettivo al di sotto del quale si erano comodamente adagiati da circa ottant’anni – ha indubbiamente rappresentato una sgraditissima doccia gelata sia per Bruxelles, che per tutti i singoli 27 Paesi membri dell’Unione.
    Tuttavia, noi siamo portati a pensare che il neo presidente - come del resto già fece durante il suo primo mandato - tenderà ad inquadrare ogni questione politica o economica, in termini strettamente commerciali, privilegiando di gran lunga i conteggi dei profitti e delle perdite , rispetto alle sottigliezze ideologiche ed agli ambiziosi obbiettivi programmatici sui quali, in Europa, si riflette (e magari ci si ammazza anche) da secoli… Pertanto, non ci meraviglieremmo affatto se il proposito di ridimensionare il peso e le funzioni della NATO, rientrasse beatamente dinanzi ad un chiaro impegno, da parte europea, ad incrementare gli acquisti di materiale bellico proprio dall’industria americana.
    Comunque sia, Trump o non Trump, l’Ucraina è destinata a rimanere il più grave problema che l’Unione Europea dovrà affrontare nel 2025. Diamo, ad esempio, per scontato che, in un modo o nell’altro, le due parti in causa – entrambe stremate da una guerra imprevedibilmente infinita – decidano di sottoscrivere un “cessate il fuoco”: siamo noi Europei seriamente convinti e, comunque, tutti coesi nell’inviare quei contingenti militari indispensabili per monitorare e garantire l’inviolabilità dei confini temporaneamente scaturiti dall’eventuale sospensione del conflitto? Siamo davvero in grado di rappresentare un baluardo militare, capace di indurre Putin a più miti consigli, frenandone i sogni di ritrovata potenza imperiale? A queste domande, almeno per ora, non ci sembra che l’Europa stia fornendo risposte lucide e coerenti.
    Pertanto, a prescindere da cosa faranno Trump o i Cinesi, l’anno che viene sarà un momento di svolta che ci chiamerà a scelte politiche radicali e probabilmente decisive per il nostro futuro. Altrimenti, la destinazione “irrilevanza” si farà sempre più inevitabile, riducendo il Continente che più di ogni altro ha fatto la storia, al rango di terra di conquista non solo economica, ma anche militare da parte di chiunque sappia fare la voce più grossa.
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    3 min
  • Perché “il fatto non sussiste” | 23/12/2024 | Il Corsivo |
    Perché “il fatto non sussiste”
    L’assoluzione perché il fatto non sussiste di Matteo Salvini segue a ruota quella appena pronunciata anche in favore dell’altro Matteo della politica italiana: quel Renzi che è stato prosciolto dalle accuse mossegli relativamente al caso “Open”, dopo un calvario che, nei suoi cinque anni di durata, non ha risparmiato nemmeno i suoi genitori. Naturalmente, tutto è bene quello che finisce bene, anche se non vi possiamo nascondere che queste vicende – come alcune altre che le hanno precedute – finiscono sempre per suscitare in noi un certo rammarico: non è, infatti, per nulla confortante osservare come la pervicacia (tutta nostrana) dell’idea che la via giudiziaria al potere sia, tutto sommato, quella più rapida ed efficace, rimanga - a oltre trentanni dal suo inizio con l’esperienza talvolta tragica di “Mani Pulite” - ancora fortemente radicata in ambiti tutt’altro che irrilevanti della politica italiana. E’ vero che, probabilmente reso più smaliziato da una serie infinita (e sempre meno credibile) di processi avviati sulla base di scarsi elementi di colpevolezza - ma, comunque, assolutamente distruttivi sul piano mediatico – l’elettore medio, come del resto dimostra il risultato delle recenti elezioni in Liguria, è diventato un tantino più difficile da suggestionare... tuttavia i casi Renzi e Salvini sono oggi a testimoniare - se mai ce ne fosse ancora stato bisogno – della pericolosità che è insita nel consentire ad un qualunque PM di assurgere al ruolo di protagonista unico ed assoluto di un’indagine penale, potendola egli condurre con discrezionalità sostanzialmente illimitate
    Ecco perché ci pare che la separazione delle carriere, prevista dalla riforma Nordio, possa rappresentare una valida forma di tutela democratica e liberale dinanzi a certe derive pericolosamente autoreferenziali. Ed a questo proposito, nella nostra letterina a Babbo Natale, vogliamo esprimere il forte auspicio che pure le forze politiche che attualmente sono all’opposizione, comincino a riconsiderare certi loro atteggiamenti di totale chiusura nei confronti di alcune proposte legislative che sono ispirate ad un più chiaro e ragionevole garantismo. In fondo, se è vero che – almeno sino ad oggi – le indagini delle varie procure italiane sono parse orientate prevalentemente verso un particolare indirizzo politico, non sono comunque neanche mancati, in passato, esempi nei quali a finire nel vortice della mala giustizia – per chi non la ricordasse, segnaliamo la “via crucis” di Ottaviano Del Turco - sono stati proprio anche esponenti di quei partiti che oggi alzano, forse senza adeguatamente riflettere, le loro barricate contro ogni ipotesi di riforma della giustizia.
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    3 min
  • Manovra verso l'approvazione tra record di emendamenti, errori tecnici, scontri nella maggioranza | 20/12/2024 | Il Corsivo
    Manovra verso l'approvazione tra record di emendamenti, errori tecnici, scontri nella maggioranza.
    Il disegno di legge di Bilancio 2027-2025 è pronto per il voto di fiducia. Una volta ottenuto nella tarda serata di oggi, saranno i senatori a dare il via libera e chiudere definitivamente la sessione di Bilancio 2024, condizionata da un record di emendamenti, errori tecnici, e da uno scontro politico nella maggioranza che ha ritardato l'intero iter parlamentare.
    Il caos tecnico e politico nella maggioranza.
    Gli emendamenti approvati sono stati 211: si tratta di un record rispetto alle ultime legislature visto che si toccano i 400 correttivi, compresi gli emendamenti identici. Diversi errori ce ne sono stati nella gestione della montagna di carta prodotta con fascicoli duplicati con lo stesso numero, ed emendamenti che intervenivano sulla stessa materia ma con due testi diversi. La stessa maggioranza ha prodotto correttivi a raffica costringendo gli uffici a verificare ogni volta i profili finanziari di ben 100 proposte di modifica. Su 208 emendamenti approvati ben 150 portano le firme dei deputati dei quattro partiti che sostengono la premier Giorgia Meloni.
    L'ultimo errore.
    L'ultimo errore grossolano riguarda l’Ires premiale: nel testo A presentato in Aula alla Camera mancava infatti un emendamento approvato in commissione Bilancio, che aggiunge un’altra condizione per l’Ires premiale destinata alle aziende che investono gli utili in azienda. Viene aggiustata la svista e reintrodotta la condizione sull’ammontare degli utili accantonati, che devono essere anche non inferiori al 24 per cento degli utili dell’esercizio al 31 dicembre 2023.
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    2 min
  • Manovra verso l'approvazione della Camera. Dopo Natale passa al vaglio del Senato | 19/12/2024 | Il Corsivo
    Manovra verso l'approvazione della Camera. Dopo Natale passa al Senato.
    Il testo della manovra approda oggi a Montecitorio e in tarda mattinata sarà posta la fiducia che sarà votata venerdì. Poi la discussione parlamentare, le dichiarazioni dei leader dei partiti e il voto finale arriverà domani in tarda serata. Il via libera definitivo del Senato slitta a dopo Natale. Fin qui la calendarizzazione della manovra.
    Le ultime misure.
    La Lega incassa l’incremento delle risorse per il Ponte, e fondi anche ad altre infrastrutture, dalla Tav alla Sibari-Catanzaro e a Ferrovie. Dopo una dura opposizione, Forza Italia attenua la portata dei nuovi controlli previsti dalla regola sui controllori del Mef nelle aziende e negli enti destinatari di contributi pubblici. In particolare, si cancella del tutto la previsione che i revisori del Mef finiscano nei collegi sindacali o di controllo di chi riceve contributi pubblici, e ci si limita a chiedere agli organi di controllo già esistenti, quando il contributo è superiore a 100mila euro. Ha trovato un equilibrio il testo sull’aumento delle buste paga dei ministri e sottosegretari non parlamentari, accoppiato alla norma “anti-Renzi” che frena gli incarichi extra-Ue di componenti del Governo, deputati, senatori e presidenti di Regione. La Lega riesce ad inserire la possibilità per i lavoratori “interamente contributivi” di accedere al canale di pensionamento anticipato con almeno 64 anni di età grazie a un “ponte” con la previdenza integrativa.
    Non è una manovra di crescita.
    La legge di stabilità uscita dalle aule parlamentari non sarà certamente un documento che sprona alla crescita. Del resto poteva andare solo così, dopo un lungo ed estenuante braccio di ferro tra le forze della maggioranza, centinaia di emendamenti giunti all'ultimo momento ai deputati sotto forma di riformulazioni, tra le proteste delle opposizioni, che hanno lamentato il troppo poco tempo concesso per l’esame di una legge così delicata per il paese.
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    3 min
  • Manovra economica. In scena l'assalto alla diligenza dei partiti | 18/12/2024 | Il Corsivo
    Manovra economica. In scena l'assalto alla diligenza dei partiti.
    Diciamolo subito: alla fine del 2024 la manovra economica, cioè la carta d'identità del nostro paese, sarà approvata e lo spettro dell'esercizio provvisorio, evocato dall'opposizione, tornerà in soffitta almeno fino a dicembre 2025. Ma che fatica. Ogni anno assistiamo sempre all'assalto della diligenza, incarnata dalla legge di stabilità, da parte dei partiti di maggioranza. Ci siamo abituati a questa farsa con gli esecutivi di centrodestra e di centrosinistra: è uno spettacolo comunque indecoroso, non degno di una delle nazioni più sviluppate del mondo. Ieri è andato in scena l'ultimo atto di questa commedia. Parla la premier Giorgia Meloni, l'emiciclo di Montecitorio è in parte vuoto. Forza Italia accorre in massa, col capogruppo Paolo Barelli e il vicepremier Antonio Tajani. Matteo Salvini invece non c’è. E dall’alto dell’emiciclo, mentre la premier interviene per oltre mezz’ora di discorso su Siria, migranti, automotive, pace in Ucraina, si notano appena 5 deputati del Carroccio. 5 su 65. Dove sono? Non sono presenti. "Colpa dei treni", dicono. Lo scontro politico rientra. La risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni della premier passa con 193 voti favorevoli, 118 contrari e 9 astenuti. Ci sono anche i leghisti.
    Lo spauracchio dell'esercizio provvisorio.
    Nella prima Repubblica, l'esercizio provvisorio è stato utilizzato almeno 33 volte, e anche nella seconda Repubblica è sempre stato agitato come spauracchio per uscire dai pantani delle crisi di governo. Lo spettro è tornato a far parlare di sé in questi giorni, dominati dalla possibilità che non ci siano i tempi per approvare la manovra di fine anno. Del resto l’esercizio provvisorio del bilancio, almeno in teoria, è una misura straordinaria che dovrebbe trovare rara applicazione, anche se, dalla data di entrata in vigore della Costituzione, 42 leggi hanno dato il via libera a questo strumento (33 per l’autorizzazione effettiva e 9 per garantire una proroga). La Costituzione (articolo 81), infatti, prevede due condizioni: primo, che la misura sia autorizzata formalmente da una legge; in secondo luogo l’esercizio provvisorio può durare al massimo quattro mesi (la proroga può avvenire solo all’interno di questo intervallo di tempo).
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  • Il punto di vista di Mattarella su diritto di asilo e corte Ue | 17/12/2024 | Il Corsivo
    Il punto di vista di Mattarella su diritto di asilo e corte Ue.
    Il capo dello Stato Sergio Mattarella ha scelto la riunione dei diplomatici alla Farnesina per indicare le linee guida italiane su diritto di asilo e Corte Ue, in netto contrasto con quelle della maggioranza di centrodestra, della premier Giorgia Meloni, del vice premier Matteo Salvini. Primo: garantire il diritto d’asilo per lo straniero a cui venga impedito nel suo Paese l’esercizio delle libertà democratiche. Il secondo punto è un messaggio indiretto contro Elon Musk, intervenuto dopo le elezioni americane contro le decisioni dei nostri magistrati: la difesa delle Corti di giustizia europee messe sotto accusa dal nostro governo, la messa in guardia dalle sirene del “settarismo nazionalistico”. Nella sostanza Mattarella ha tracciato i confini della nostra politica estera, ribadendo atlantismo, europeismo, ma anche i concetti di solidarietà e di diritto asilo per i rifugiati.
    Le preoccupazioni di Mattarella.
    “Le istituzioni multilaterali faticano ad agire in modo efficace. Minacce transnazionali e non convenzionali, di natura ambientale, energetica, aggravano il quadro delle guerre in atto", avverte Mattarella. Il Presidente della Repubblica ribadisce che il diritto d’asilo è stabilito dall'articolo 10 della nostra Costituzione. Il riferimento è ai muri alzati per la protezione umanitaria dei profughi siriani. E le Corti di giustizia tutelano l’applicazione degli ordinamenti. "Stare in Europa impone una limitazione alla sovranità, ma ne deriva anche una protezione, che spesso si sottovaluta. Si è augurato una convergenza di tutte le forze politiche nella politica estera", ha affermato Mattarella. Le sue parole saranno le ennesime rimaste inascoltate in questo anno che se ne sta andando?
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    3 min
  • La fine della coalizione semaforo in Germania | 16/12/2024 | Il Corsivo
    La fine della coalizione semaforo in Germania.
    Salvo sorprese, con la verifica che viene chiesta oggi, Olaf Scholz diventerà il quarto cancelliere nella storia della Repubblica federale tedesca ad incassare un voto di sfiducia, dopo Willy Brandt (Spd, 1972), Helmut Kohl (Cdu, 1982) e Gerhard Schröder (Spd, 2005). A quel punto si determinerà la fine formale della cosiddetta coalizione semaforo tra socialdemocratici, verdi e liberali, la cui crisi era esplosa il 6 novembre scorso con la resa dei conti nella maggioranza: il premier e il ministro dell’Economia, Robert Habeck contro il ministro delle Finanze e leader dei Liberali, Christian Lindner.
    I motivi della crisi politica in Germania.
    La stagnazione economica tedesca ha contribuito a indebolire un Governo incapace di trovare risposte concrete in campo economico, finanziario e occupazionale. Il fallimento di un progetto politico raffazzonato diventerà il tema centrale della campagna elettorale.
    Verso le elezioni anticipate.
    Alle urne di febbraio, i tre partiti ex alleati usciranno fortemente ridimensionati e anche se la Spd riuscirà a restare al Governo in una Große Koalition con la Cdu, magari allargata a un terzo partner, per la carriera politica di Scholz arriverà un nuovo momento della verità.
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  • Oggi lo sciopero generale indetto da Usb. Braccio di ferro tra Salvini e i sindacati autonomi | 13/12/2024 | Il Corsivo
    Oggi lo sciopero generale indetto da Usb.
    Il 2024 sarà archiviato come l'anno della conflittualità tra sindacati confederali e varie sigle autonome e il governo. Fino ad ora sono stati proclamati 1.565 scioperi di varie categorie, di cui 905 revocati. Ne restano in calendario poco più di cinquanta tenendo conto dei venti revocati di recente. Sono due le date da segnare in rosso: oggi 13 dicembre e domenica 15 dicembre. Saranno giorni critici per chi dovesse mettersi in viaggio per lavoro o per piacere. Per l'astensione odierna è in atto da giorni un braccio di ferro tra il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Matteo Salvini e i sindacati autonomi sulle modalità di sciopero. E possibili disagi ci saranno anche a ridosso di Natale.
    Situazione occupazionale e agitazioni sindacali.
    Dove nasce questa conflittualità sindacale? La manovra economica è ritenuta insufficiente da Cgil e Uil che si sono già astenuti dal lavoro lo scorso 29 novembre, mentre la Cisl mantiene una linea aperta con il Governo. I confederali protestano contro il modesto piano di investimenti in vari settori pubblici e privati: sanità, trasporti, lavoro. La crisi del gruppo Stellantis e delle tante aziende dell'indotto ha acuito la difficile situazione occupazionale. A Torino riparte la mobilitazione, qualche accordo è stato siglato, come il ritiro di 97 licenziamenti di Trasnova, ma altri vengono confermati in numerosi comparti italiani. Il piano di Beko prevede chiusure multiple di fabbriche e di uffici, con oltre 1.900 eccedenze su circa 4.400 dipendenti: l'azienda mette in esubero quasi la metà del personale senza risparmiare alcun sito del nostro paese.vSono più di 30 le crisi aziendali per le quali è stato aperto un tavolo nazionale al Mimit-Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Oltre 60 mila i lavoratori a rischio. Il Mimit sta monitorando anche altre 20 situazioni difficili nelle quali l'impresa, pur non versando in uno stato di crisi conclamata, opera in settori fragili.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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