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  • Referendum contro l’autonomia. Si mobilitano sindacati, centrosinistra e comitati: obiettivo 500 mila firme | 22/06/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Referendum contro l’autonomia: obiettivo 500 mila firme 
    Una richiesta di referendum promossa dalle cinque Regioni governate dal centrosinistra e una raccolta firme di 500 mila firme per mobilitare l'opinione pubblica contro l'Autonomia differenziata. I leader dell'opposizione provano a fermare così il ddl Calderoli approvato mercoledì mattina alla Camera a colpi di maggioranza. 
    Si mobilitano cinque consigli regionali, sindacati, centrosinistra e comitati
    Il ddl Autonomia è una legge ordinaria, sottoponibile a consultazione popolare. Per chiedere l’abrogazione in base all'articolo 75 della Carta, ci vuole il consenso di almeno 5 Consigli regionali o da 500mila cittadini italiani. Secondo Alfonso Gianni del Coordinamento per la democrazia costituzionale (Cdc) – si potrebbero anche seguire entrambe. Da quando il centrosinistra ha riconquistato la Sardegna, infatti, ha a disposizione le cinque regioni necessarie a promuovere il referendum abrogativo (insieme a Emilia Romagna, Toscana, Puglia e Campania). In modo parallelo potrebbe cominciare la raccolta firme per mobilitare l'opinione pubblica: hanno dato l'adesione Pd, M5s, Avs, +Europa,  Azione, Italia viva, oltre a  sindacati, associazioni e reti civiche. 
    Il ricorso alla Consulta
    Alcuni giuristi hanno sollevato il dubbio che il referendum possa essere dichiarato inammissibile, dato che il disegno di legge è un collegato alla Legge di Bilancio. Così una o più Regioni potrebbero presentare anche un ricorso alla Consulta per aprire un conflitto di attribuzione. 
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    2 min
  • Un esercito di poveri: 5,6 milioni, secondo Istat | 21/06/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Un esercito di poveri; 5,6 milioni, secondo Istat
    Al di là delle narrazioni del Governo, ci sono i numeri dell'Istat che non sono di destra e di sinistra, e che testimoniano la presenza di un esercito di poveri nella nostra societò.  Il rapporto Istat “Noi Italia 2024” ha restituito i numeri del peggioramento della povertà assoluta: nel 2022 ha interessato oltre 2,18 milioni di famiglie, l’8,3% del totale. In crescita rispetto al 7,7% registrato l’anno prima. In tutto più di 5,6 milioni di persone, pari al 9,7% della popolazione complessiva.
    Le cause della povertà assoluta
    L'inflazione ha accelerato la tendenza negativa della povertà assoluta, e ha accentuato la spaccatura del Paese in due: al Sud, oltre 1,8 milioni di persone vivono “in una condizione di grave deprivazione materiale e sociale”. Il dato rappresenta il 9,3% della popolazione residente su tutto il territorio nazionale. Nel Nord-Est, invece, la quota di chi è più in difficoltà è decisamente più bassa, all’1,6 per cento. Anche l’incidenza della povertà relativa, a livello familiare, propone la stessa dinamica: Calabria (30%), Campania (20,8%) e Puglia (20%) sono le Regioni che registrano i valori più elevati, mentre Trentino-Alto Adige (3,6%), Emilia-Romagna e Lazio (entrambe al 5,2%) presentano quelli più bassi.
    I redditi bassi 
    I redditi familiari degli italiani restano bassi. Quello netto è pari in media è a 33.798 euro, ma la metà delle famiglie non supera i 26.979 euro. "La disuguaglianza nella distribuzione del reddito - si legge in un passaggio del rapporto - è superiore alla media europea”. Pochi soldi in tasca, pochissimi per gli acquisti, dai beni alimentari ai vestiti: nel Nord-Ovest si spendono in media 755 euro in più del Mezzogiorno.
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    3 min
  • La crisi del M5s e il ritorno di Beppe Grillo | 20/06/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    La crisi del M5s e il ritorno di Beppe Grillo
    Non è la prima volta che il movimento fondato da Beppe Grillo e Casaleggio padre si trova ad affrontare una crisi politica interna e un calo di consensi. Dopo le elezioni europee che hanno portato il M5s a sfiorare di poco il 10%, ora va in scena lo scontro tra i seguaci di Beppe Grillo e quelli di Giuseppe Conte e gli stracci volano alla luce del sole, come da tradizione. La resa dei conti è ormai un atto pubblico. In una sorta di auto intervista, Grillo utilizza toni più moderati rispetto alla sua prima bordata contro Conte accusato di aver vaporizzato  il movimento. Ora il comico mette dei paletti precisi. Appoggia Virginia Raggi e indica una strada, quella degli esordi: bisogna tornare a proporre idee radicali e visionarie. "Parlare di sinistra e destra è come tornare ai guelfi e ghibellini". Poi ferma l'idea del terzo mandato, perché il limite dei mandati è non solo un principio fondativo, ma è anche un presidio della democrazia fin dai tempi di Atene. Grillo, nella sostanza, vuole tornare ai tempi in cui faceva incontri con i leader del movimento con Casaleggio e con quanti sono intenzionati a dare una mano per tracciare la rotta nei prossimi anni. Parole che sembrano indirizzate a Virginia Raggi e Roberto Fico.  
    Lo scontro nel M5s
    Il ritorno di Grillo sulla scena politica demarca le distanze interne tra chi vorrebbe un movimento di Governo e chi di opposizione, chi confermerebbe le alleanze con il Pd di Elly Schlein e chi pensa ad un soggetto politico che corre da solo, in autonomia delle logiche di coalizioni. In questo scontro, la base del M5s resta a guardare, alimentando l'idea di nuove scissioni nell'assoluta impotenza della attuale leadership di Giuseppe Conte, sempre più sola al comando di un atomo politico in via di implosione.
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    3 min
  • La riforma della discordia: premier per due mandati, in caso di crisi politica può sciogliere le Camere | 19/06/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Premierato, la riforma della discordia
    Le riforme che trasformano la Carta Costituzionale in alcuni punti delicati come quella del premierato, il ddl Casellati, andrebbero discusse e condivise da almeno i due terzi delle camere. La maggioranza, forte dei numeri, ha imposto un percorso rapido, e il Senato ha dato il suo primo via libera. Però un pezzo consistente del Paese non è d'accordo. Non solo le opposizioni e la società civile che hanno trovato in parte la loro unità in piazza, ma anche almeno 180 tra giuristi, intellettuali, esperti di riforme costituzionali, che hanno firmato un appello intorno alla dichiarazione contraria di  Liliana Segre. 
    Premier per due mandati, in caso di crisi politica può sciogliere le Camere
    Sono quattro gli articoli della Costituzione che vengono toccati dalla riforma che introduce il premierato, cioè l’elezione diretta del presidente del Consiglio: l’articolo 94, 92, 88 e 59. ll presidente del Consiglio viene eletto a suffragio universale e diretto e dura in carica 5 anni. Le Camere seguono cioè il destino del premier. È modificato l’articolo 92 della Carta dall’articolo 5 della riforma. Entro dieci giorni dalla formazione, il governo si presenta alle Camere per la fiducia. Se il premier neo eletto non la ottiene, può riprovarci, ma può fare solo due tentativi. Se viene bocciato anche la seconda volta, allora si torna al voto. Nell’ipotesi di impedimento personale o di dimissioni volontarie del premier, entro sette giorni può chiedere di sciogliere le Camere, previa informativa parlamentare. Se non lo fa, è previsto che il capo dello Stato possa affidare l’incarico a un parlamentare che sia stato candidato in collegamento con il presidente del Consiglio eletto per attuare il programma. Può accadere solo una volta nella legislatura.
    Il ruolo del Capo dello Stato
    Nei fatti, il ruolo del Presidente della Repubblica viene ridotto a pura formalità. Conferisce l’incarico all’eletto e può revocare i ministri su proposta del premier. Però i poteri di garanzia, ovvero la possibilità di intervenire nella formazione dei governi a inizio legislatura o di avere un ruolo nella soluzione di emergenze istituzionali, non gli spettano più.  Si sfascia il sistema dei pesi e contrappesi definiti dalla nostra Costituzione che diventa, nella sostanza, carta straccia.
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    3 min
  • Le opposizioni unite contro le riforme: “Difendiamo la Carta Costituzionale” | 18/06/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Le opposizioni unite contro le riforme: “Difendiamo la Carta Costituzionale”
    Quella di oggi a Roma, è la prima manifestazione unitaria contro le riforme del premierato e dell'autonomia differenziata. Già questa sarebbe una notizia, visto che dal 25 settembre 2022, giorno della vittoria del centrodestra a guida Giorgia Meloni, le opposizioni uscite sconfitte dalle elezioni politiche non hanno mai trovato una sintesi e hanno marciato sostanzialmente ognuno per la propria strada. Pd, M5S, Verdi-Sinistra e +Europa protestano dopo le violenze alla Camera e dicono no a premierato e autonomia, provvedimenti arrivati al rush finale in parlamento. Azione di Carlo Calenda e Italia Viva, pure loro ormai separati e sconfitti alle recenti elezioni europee, non parteciperanno all'iniziativa. Oltre ai partiti ci saranno forze civiche e sociali, sindacati e associazioni, rete degli studenti e Anpi, Acli, Arci. Un grande happening chiuso da Monica Guerritore, che dal palco leggerà l’appello sottoscritto da 180 intellettuali, fra cui giuristi e presidenti emeriti della Consulta, uniti contro il ddl Meloni-Casellati: da Enzo Cheli a Ugo De Siervo fino a Gustavo Zagrebelsky, allineati a fianco di Liliana Segre.
    Prove tecniche di alleanza anti destre
    L'iniziativa è nei fatti il debutto dell'alleanza contro il centrodestra, sebbene in formato ridotto per l'assenza di Azione e Italia Viva. Ma anche questo schieramento alternativo risulta diviso. Elly Schlein, sull’onda del 24% preso alle europee, rimane convinta che si debba costruire un fronte comune per tentare di bloccare premierato e autonomia. Giuseppe Conte è alle prese con l’analisi della sconfitta che, con il 9,9%, porta il M5s ai minimi storici e in posizione subalterna rispetto al Pd. Chiede un peso maggiore il duo Bonelli-Fratoianni, con Avs che ha ottenuto il 6,8%. +Europa di Riccardo Magi si lecca ancora le ferite per il mancato raggiungimento della soglia di sbarramento con la lista Stati Uniti d’Europa, insieme a Matteo Renzi. Non sarà facile per Schlein mettere insieme i cocci un'opposizione rissosa e lacerata, priva di un progetto politico comune.
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    3 min
  • Si apre lo scontro sul vertice della Commissione europea. Von der Leyen in pole position, ma permangono veti | 17/06/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Si apre lo scontro sul vertice della Commissione europea.
    Dopo l'esito delle elezioni europee, con le leadership di Francia e Germania uscite indebolite, si avvia lo scontro sulla guida della Commissione, soprattutto sulle nomine. Il primo appuntamento è previsto stasera con la cena informale dei 27 capi di Stato organizzata dal presidente del Consiglio Charles Michel. Tra una portata e l'altra si discute sul futuro dell'Europa, in primis su chi ricoprirà i posti di vertice delle istituzioni comunitarie. In discussione ci sono la presidenza della Commissione, del Consiglio Europeo, del Parlamento e l'alto rappresentante degli Affari esteri.  La premier Giorgia Meloni  chiede che all'Italia sia riconosciuto "il ruolo che le spetta in termini di competenze dei commissari.  Il vicepremier Antonio Tajani, in una intervista al Corriere, è ancora più esplicito: un commissario forte e la vicepresidenza. La decisione formale è attesa nel consiglio Europeo del 27 e 28 giugno.
    Ursula Von der Leyen in pole position, ma permangono veti incrociati
    Ursula Von der Leyen è intenzionata a trovare i voti direttamente in Parlamento, senza cambiare la maggioranza, confermando l'asse Popolari, Socialisti e Liberali. E' quindi sicura di potersi muovere dentro il perimetro determinato dall'alleanza che ha guidato l'ultima legislatura, ed è altrettanto convinta di poter garantire le condizioni imposte da popolari e socialisti. L'orientamento è per il suo bis, ma continuano a pesare numerosi veti incrociati, per questo la Von der Leyen intende giocare d'anticipo. C'è la necessità di ampliare all'Eurocamera i numeri dei suoi sostenitori. I socialisti hanno chiesto che non vengano coinvolti i Conservatori della presidente Giorgia Meloni, e avviare una trattativa serrata con i verdi che contano una cinquantina di eletti. I popolari chiedono l'esatto contrario, cioè escludono ogni rapporto con gli ambientalisti e aprono a Fratelli d'Italia.  Ha ragione Romano Prodi quando chiede comunque un presidente forte e inappuntabile. Oggi ci sarà la prima tappa che sarà ancora molto lunga e non avara di sorprese. 
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    3 min
  • Bergoglio al G7 | 15/06/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    La presenza, per la prima volta, di un papa ad un vertice del G7 è già, di per sé, un evento che non può certamente passare inosservato, a prescindere dalla persona che, in quel determinato momento, incarni la figura del capo della Chiesa cattolica. Se poi, a partecipare al summit che riunisce i rappresentanti delle principali potenze occidentali, è anche  il pontefice, storicamente, meno vicino alle sensibilità dell’Occidente, allora il fatto assume dei connotati che vanno ben oltre i tradizionali  e formali scambi di buoni auspici o di sorrisi diplomatici. Quanto è diverso e quanto è distante dal pensiero che permea l’odierno vertice internazionale, questo gesuita argentino, rispetto a tutti gli altri cardinali che – almeno da Pio XII in poi – lo hanno preceduto sul soglio pontificio...Egli stesso si è, almeno una volta, auto definito come “il papa venuto dalla fine del mondo”...Quanto diverso e quanto distante è, ad esempio, dal quel papa polacco così attento al rispetto dei diritti umani sui quali, specialmente quando si parla di Islam, Bergoglio sorvola spesso e volentieri. Quanto è diverso e distante dal teologo Ratzinger che esaltava la cultura giuridica occidentale, intesa come la risultante di un felice incontro avvenuto tra cristianesimo, filosofia greca e diritto romano…
    Non sapremo mai quali siano, effettivamente, stati gli scambi di opinione che papa Francesco può avere avuto ieri nei suoi incontri privati con i vari Biden, Macron o Zelensky... certo è che, da sempre, il Vescovo di Roma esprime una priorità che prevale, in modo netto e chiaro, su tutte le altre: ed è quella della pace, in nome della quale non ha esitato – infastidendo, talvolta, interlocutori politici e parte dell’opinione pubblica mondiale – ad esortare, costi quel che costi, i grandi decisori sul campo di battaglia a sventolare la “bandiera bianca”.
    Ci domandiamo se l’esordio pontificio al G7 organizzato in terra di Puglia, sia destinato a segnare una sorta di svolta in grado di riavvicinare vecchi amici che sembrano avere perso dimestichezza tra di loro, oppure non comporterà alcuno sviluppo positivo, lasciando le cose come stavano. Per parte nostra, pur avendo una visione completamente laica sia della vita privata, che di quella pubblica, non vi nascondiamo che guardiamo con estremo favore a quei (per la verità non molti) pensatori che sottolineano quanto l’ Europa stia oggi pagando , in termini di coesione sociale, il distacco dai valori fondativi del cristianesimo e quanto, viceversa, stia perdendo, in termini di consenso religioso, una Chiesa che non presta il dovuto ascolto alle istanze di indipendenza e di libertà dei popoli.
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    3 min
  • Europa: cercasi leadership disperatamente | 14/06/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    L’Europa che esce dalla consultazione elettorale dello scorso week end si trova adesso a dover  affrontare una situazione particolarmente impegnativa, a causa del suo già ben noto declino demografico, economico e industriale, al quale, da due anni a questa parte, si sono aggiunte anche minacce serissime alla sua stessa sicurezza.
    Riemerso dalle devastazioni e dalle tragedie del secondo conflitto mondiale anche grazie (o, forse, soprattutto) al sacrificio di tanti soldati americani, venuti a morire sui suoi territori per sconfiggere la barbarie nazista (basti pensare agli oltre venticinquemila che persero la vita nel solo D-Day), il nostro caro e vecchio Continente - militarmente ben riparato sotto l’ombrello protettivo della NATO - ha potuto fruire di una lunga stagione di sviluppo e benessere, fino ad allora neanche immaginabili. Certo, il peso politico e strategico delle singole potenze europee non era più quello dei bei tempi andati, ma in fondo il gioco valeva ampiamente la candela, visto che l’economia cresceva a ritmi talmente sorprendenti da poter consentire l’affermazione di un welfare assolutamente sconosciuto in ogni altra parte del Pianeta.
    Chiusa nel dimenticatoio una logorante storia di sterili guerre intestine e partendo dall’istituzione della CECA fino ad arrivare all’attuazione del Trattato di Maastricht, mezzo secolo di cooperazione europea aveva indicato, ai Paesi coinvolti nel progetto, la strada più rapida e sicura verso un futuro di pace, di ricchezza e di democrazia. E probabilmente, è in questa sorta di stato di grazia inebriante, che gli Europei hanno perso almeno una parte della loro capacità di comprendere i grandi cambiamenti epocali avvenuti negli ultimi trent’anni, cullandosi nell’illusione culturale che ogni conquista sociale e politica, da loro felicemente raggiunta, fosse ormai destinata a durare in eterno. Nel sentirsi i “primi della classe” che portavano avanti i programmi più ambiziosi (vedi Green Deal), si sono dimenticati, ad esempio, che la libertà non può mai essere data per scontata e che, purtroppo, talvolta  bisogna anche farsi trovare pronti a difenderla ricorrendo all’uso delle armi. E neanche hanno prestato la dovuta attenzione ai timori montanti – specialmente tra le classi sociali meno agiate e protette – dinanzi ad una globalizzazione lanciata un po’ troppo a briglia sciolta ed ad flussi migratori inquietanti e non ancora adeguatamente governati.
    Un certa dose di responsabilità riguardo al momento di disorientamento in cui l’Europa si viene oggi a trovare, noi tendiamo ad attribuirla all’incauto prevalere - a livello di istituzioni comunitarie - di un filone legislativo ispirato da un estremismo ambientalista, dietro il quale non è del tutto sbagliato intravedere i colpi di coda delle vecchie posizioni anti industriali ed anti capitaliste.
    Temiamo, quindi, sia in gioco la sopravvivenza stessa dell’Unione Europea e non ci pare di scorgere in giro leadership e chiarezza di intenti in grado di guidarci fuori dal tunnel. Anzi, forse – a dire il vero - una leadership universalmente riconosciuta ci sarebbe anche... ed è pure italiana...ma poiché non è espressione di alcun partito, vedrete che se ne resterà a casa ad occuparsi dei suoi nipotini...
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  • L'aggressione in Parlamento contro Donno del M5s è un brutto segnale per la democrazia | 13/06/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    È accaduto di tutto nella seduta della Camera nella quale è approdato il ddl sull autonomia differenziata e il Parlamento si è trasformato in un match di pugilato più che il luogo istituzionale dove si discutono leggi. La vittima è il deputato Leonardo Donno del M5s, colpevole di aver voluto consegnare a Roberto Calderoli una bandiera italiana, in segno di contrarietà al provvedimento del Governo. In pochi secondi, mentre i commessi provvedevano a ritirare la bandiera, si è scatenata una rissa, una vera e propria aggressione con calci e pugni contro il deputato, poi trasportato in ospedale per accertamenti su una sedia a rotelle. 
    Un clima da anni Venti
    Prima della rissa, il deputato di Fratelli d’Italia Salvatore Deidda urla alla capogruppo dem Chiara Braga «stai zitta». Proteste veementi dell’opposizione e il presidente Lorenzo Fontana, leghista, sospende la seduta. Si riparte ed ecco che dai banchi del Pd, idea di Giuseppe Provenzano, si inizia a sventolare il Tricolore e a cantare «Bella Ciao». A questo punto, dai banchi della Lega il deputato Domenico Furgiuele fa il segno della X: tutti pensano alle frasi del generale Roberto Vannacci sui fascisti della Decima Mas, da lui evocati in positivo, e si scatena il putiferio. Fontana espelle quindi Furgiuele. L'emiciclo scivola indietro di cent'anni, negli anni Venti.
    Gli aggressori
    Le immagini della rissa mostrano scene vergognose, inqualificabili, non degne di un Paese civile. Tra i più esagitati c'è Igor Iezzi, commissario della Lega Nord, che sferra colpi contro Donno, che dopo pochi secondi stramazza al suolo. Nella mischia si vedono chiaramente parlamentari della Lega e di Fdi. Nel frattempo iniziano a girare sulle chat le immagini della rissa e non si capisce bene se il pugno di Iezzi arrivi al volto di Donno. Dal Pd e dallo stesso Donno, viene tirato in ballo il deputato FdI, ex paracadutista della Folgore, Enzo Amich. Fontana chiude la seduta e invita i questori a visionare i filmati per prendere provvedimenti disciplinari che, a mio avviso, devono essere severi, perché la rissa di ieri rappresneta un colpo alla democrazia.  
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  • Il voto europeo e amministrativo rafforza le leadership di Meloni e Schlein nei due schieramenti | 12/06/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il voto europeo e amministrativo rafforza le leadership di Meloni e Schlein nei due schieramenti 
    Il voto europeo e amministrativo rafforza l'immagine e l'azione politica delle due leader di Fdi e Pd, Giorgia Meloni e Elly Schlein. Sulle loro spalle grava il futuro del centrodestra e del centrosinistra. E i numeri confermano ancor di più una tendenza in atto dalle elezioni politiche del 2022 con l'ascesa a Palazzo Chigi di Meloni e successivamente con la vittoria alle primarie del Pd di Schlein. Con le elezioni 2024, questa polarizzazione politica del nostro Paese si è maggiormente accentuata. FdI hanno superato il 28%, avvicinandosi al 29%, mentre il Pd si ritrova poco sopra al 24%. 
    Le distanze fra i due partiti si sono ridotte
    Il margine tra Fdi e Pd si è ristretto. Facciamo alcuni esempi. Al netto di un record dell'astensione e un calo dell'affluenza, il peso dell'elettorato ricade in maggioranza sulle due principali formazioni. Il crollo verticale della Lega, ridotta al 9%, e del M5s, scivolato al 10%, porta dunque ad un allargamento di numerosi punti decimali tra Fdi e Pd rispetto ai loro alleati.  Il Centrodestra appare molto esteso e prevalente, al Nord, al Centro, al Sud.  Anche se si trova in difficoltà quando il Centro-Sinistra si presenta come un campo effettivamente largo e coeso, come accaduto nelle principali città, dove, tra alleanze tra Pd, Avs e liste civiche, è prevalso in gran parte dei grandi agglomerati urbani: Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli. Pd e AVS confermano e mantengono una prevalenza nelle province del Centro-Nord, tra Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche. La geografia elettorale del Centrodestra è dettata dal ruolo e dal peso della leader, Giorgia Meloni, e del suo partito che ne costituiscono un importante legame fra le componenti della coalizione. 
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"Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.

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