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  • Guerra totale in Medio Oriente | 20/10/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    E' guerra totale in Medio Oriente. La cronaca delle ultime ore conferma che il livello del conflitto coinvolge in un modo o nell'altro l'intera area. Israele parla di un'offensiva lunga e intensa contro Hamas e i suoi alleati. Dallo Yemen, il gruppo Ansar Allah ha inviato missili e droni in direzione di Israele, poi abbattuti in volo dal cacciatorpediniere americano Carney in navigazione nel Mar Rosso. Milizie sciite hanno lanciato tre droni contro i soldati americani di stanza nella base di al Tanf, nella Siria orientale. Poco prima altri tre droni avevano colpito due basi americane in Iraq, una a Est e l’altra a Nord. Anche in questo caso l’attacco porta la firma delle milizie sciite finanziate da Teheran. Hamas ha sparato venti razzi dal territorio del Libano contro Israele, quindi col permesso di Hezbollah. Le azioni si sono sviluppate in meno di ventiquattr'ore e si sono mosse le principali organizzazioni fondamentaliste in Yemen, Siria e Iraq. Tutte queste fazioni fanno parte del cosiddetto Asse della Resistenza guidato dall’Iran. Il Pentagono spera che Israele riesca a concentrare l'imminente operazione di terra solo contro Hamas, risparmiando così la popolazione civile. Intanto alza il livello di guardia mobilitando le portaerei Ford ed Eisenhower. Nel suo discorso alla nazione, il presidente americano Joe Biden chiede al Congresso l'approvazione di un pacchetto di finanziamenti da 100 miliardi di dollari per Medio Oriente, Ucraina, Taiwan, e la protezione del confine meridionale americano. Ma la confusione regna al Congresso, dopo che il trumpista Jim Jordan, contrario agli aiuti a Kiev, ha rinunciato alla corsa per la poltrona di Speaker della Camera, perché è stato bocciato in due votazioni, e poi ha deciso di rilanciare la propria candidatura. Oggi Biden ospiterà il vertice Usa-Ue, con i presidenti del Consiglio e della Commissione Michel e von der Leyen, con l’obiettivo di trovare una strategia comune per evitare l’escalation militare.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • La protesta filo palestinese in Medio Oriente e contro la guerra negli Stati Uniti | 19/10/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Oltre a morti, feriti, distruzioni, dolore, gli attacchi di Hamas e i raid israeliani provocano reazioni a catena e proteste di piazza filo palestinesi in Medio Oriente e contro la guerra negli Stati Uniti. L'incendio si è ormai propagato ovunque ed è complicato spegnerlo. Beirut sembra restare in disparte. Solo un gruppo di una cinquantina di persone si ritrova davanti alla sede Onu per protestare, non ci sono grandi manifestazioni oltre il raduno di Hezbollah. Invece l’onda della rabbia si riversa in strada a Tunisi, Amman, Teheran, Baghdad, a Tripoli, in Libia, a Rabat. Nella capitale tunisina, in decine di migliaia chiedono la cacciata dell’ambasciatore francese, accusato di essere alleato di Israele. Lo stesso avviene ad Amman dove in 10 mila sfilano in corteo davanti all’ambasciata Usa. Ed è un avvertimento, perché il Regno è il ponte storico con Israele, mediatore col mondo arabo. «Non vogliamo ambasciate sioniste sul territorio giordano», protestano. La polizia spara lacrimogeni per disperderli. A Baghdad, si sono viste scene simili: qualche centinaio di manifestanti raggiunge l’ingresso della Zona verde, dove ci sono le sedi diplomatiche occidentali. Le forze di sicurezza usano i lacrimogeni. E persino in Egitto, dove è vietato manifestare, a migliaia scendono in piazza in diverse città. Ma la guerra non piace anche negli Stati Uniti, nel luogo in cui si decide la doppia politica, quella degli aiuti umanitari ai profughi palestinesi e dei finanziamenti all'arsenale militare di Tel Aviv. 500 persone, tra cui una ventina di rabbini, sono stati arrestati al Campidoglio degli Stati Uniti mentre protestavano contro la guerra, chiedendo un cessate il fuoco immediato a Gaza. Sono segnali da non sottovalutare.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • La missione impossibile di Biden in Medio Oriente | 18/10/2023 | Il Corsivo
    La missione del presidente americano Joe Biden in Medio Oriente parte nel peggiore dei modi, con una strage di centinaia di civili palestinesi all'ospedale di Gaza, le cui responsabilità non sono state chiarite e naufragano nel classico scaricabarile tra Hamas e esercito israeliano. Si restringe anche il campo dell'azione diplomatica perchè la tappa cruciale in Giordania è stata annullata e Biden non vedrà il presidente palestinese Mahmoud Abbas, il ministero degli Esteri giordano e il presidente egiziano Sisi. Il presidente palestinese Abu Mazen conferma il suo ritorno in Cisgiordania dopo la cancellazione del vertice di Amman dopo il massacro a Gaza, e afferma che i palestinesi "non accetteranno un'altra Nakba del XXI secolo". Senza gli interlocutori arabi, il tentativo di Joe Biden di evitare l'estensione della guerra in corso a Gaza, con conseguenze imprevedibili per l’intera stabilità globale, si trasforma in una missione impossibile.Biden vuole portare a casa almeno le cosiddette “safe zones” nella Striscia dove i civili non verranno attaccati da Israele, e la fornitura degli aiuti umanitari secondo un piano che escluderebbe il controllo di Hamas. Il portavoce militare americano Daniel Hecht, ha già messo le mani avanti: la reazione israeliana alla strage del 7 ottobre potrebbe essere qualcosa di diverso dalla tanto temuta offensiva di terra, capace di devastare Gaza e scatenare la risposta dell’Iran. Biden punta soprattutto a evitare azioni capaci di scatenare un conflitto regionale, che potrebbe andare oltre l’Iran, compromettendo anche le difficili operazioni in Ucraina. Usa e Israele si sono accordati su un piano per far arrivare gli aiuti umanitari senza l'intervento di Hamas. Si tratta ora di vedere se funzionerà, e se l’Egitto aprirà finalmente il valico di Rafah per far entrare l’assistenza.
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    3 min
  • A Bruxelles, si risveglia la cellula del terrorismo islamico: due morti. Massima allerta in Europa e nel mondo | 17/10/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    La guerra tra Hamas e Israele è lo sfondo dell'azione a Bruxelles. L'ultimo lupo solitario del fondamentalismo islamico si chiama Abdeslam Lassoued, tunisino, 45 anni, account Facebook Slayem Slouma. E' il terrorista in tuta arancione che, armato di kalashnikov, ha ucciso senza pietà due svedesi e ha rivendicato la loro uccisione sul suo profilo del social, come fosse un rituale, una prassi già tristemente utilizzata nel recente passato. Negli ultimi giorni, Lassoued aveva pubblicato diversi post antisemiti, in solidarietà con l'attacco di Hamas contro Israele. "Sono un Mujahid dello Stato Islamico. Viviamo e moriamo per questa stessa religione. Ho vendicato i musulmani". Abdeslam Lassoued ha colpito vicino al canale che attraversa la città, non lontano dal quartiere di Molenbeek. Partirono proprio da qui, da Molenbeek, gli attentatori del 13 novembre 2015 contro la Francia, e del 22 marzo 2016, sempre a Bruxelles, con 35 persone uccise negli attacchi suicidi all’aeroporto di Zaventem e nella stazione della metro di Maelbeek. Gli attacchi di Parigi e di Bruxelles, entrambi rivendicati dallo Stato Islamico, erano stati ideati dalla stessa cellula jihadista: un gruppo di amici, piccoli delinquenti, molti di origine marocchina, cresciuti a Molenbeek, quartiere a forte immigrazione, non lontano dal Parlamento europeo. In tutta Europa sono scattate imponenti misure di sicurezza, ma oggi, esattamente come allora, nessun allarme specifico era stato lanciato dagli apparati dello Stato di Bruxelles e da altri servizi di intelligence internazionali. Nel frattempo a Molenbeek si risvegliava una nuova cellula dormiente del terrorismo islamico.
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    3 min
  • Le elezioni in Polonia vanno a Donald Tusk. Finisce la stagione populista | 16/10/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Le elezioni in Polonia vanno a quella che, fino alla scorsa settimana, era l'opposizione che sognava da sempre l'allineamento politico con l'Europa su molti dossier scottanti, come quello sui flussi migratori. Finisce così la lunga stagione populista, ma il Pis, il partito di Governo, resta ancora al 36%, ma non ha seggi sufficienti per formare una maggioranza. Neanche con l’ultradestra Konfederacja, che prende molto meno che nei sondaggi e si ferma al 6%. Insieme, Pis e ultradestra avrebbero 212 seggi: per la maggioranza al Sejm (la Camera bassa) ne servono almeno 230. Dunque, trionfa contro le attese, battendo anche i sondaggi più ottimistici, l’opposizione di Donald Tusk. La sua Piattaforma civica supera secondo gli exit poll il 31% (163 seggi); la Terza via incassa il 13% (55 seggi) e la Nuova sinistra l’8,6% (30 seggi). L’opposizione potrebbe conquistare 248 seggi: una maggioranza amplissima per governare la Polonia. Jaroslaw Kaczynski, lo sconfitto, non si dà ancora per vinto. Il padre padrone di Diritto e giustizia promette battaglia senza esclusione di colpi: "Faremo tutto il possibile per tornare al potere. I prossimi saranno giorni di lotta e tensione”. La situazione è in mano al presidente della Repubblica Andrzej Duda, e l’opposizione teme che l’esponente di Diritto e Giustizia possa favorire il suo partito, offrendogli l'incarico di formare un governo, concedendogli il tempo utile per ribaltare l'esito elettorale, magari convincendo parlamentari di altri partiti, tipo quelli della Terza via. Una Polonia democratica può aiutare a mantenere l'azione politica all'interno del perimetro segnato dai valori scritti nella Costituzione europea.
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    3 min
  • Una cinica insidia per Israele | 14/10/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Non possiamo certamente dirci sorpresi dalla notizia che Hamas dichiari la sua contrarietà alla predisposizione di corridoi umanitari. I fondamentalisti palestinesi giocano, infatti, tutte le loro carte sul fatto che, a seguito della carneficina di sabato scorso, la reazione israeliana sarà la più dura di sempre e finirà, pertanto, per provocare la morte di un numero spropositato di abitanti della Striscia di Gaza, con particolare predilezione per i bambini.
    D’altra parte, è una loro tradizionale tecnica quella di usare, senza farsi alcuno scrupolo, la popolazione civile come carne da cannone, in modo da alimentare l’ostilità dell’opinione pubblica mondiale nei confronti di Israele e delle sue reazioni militari che, inevitabilmente, causano sistematicamente numerose vittime anche tra i cosiddetti “scudi umani”. Ecco perché – non a caso - i centri di comando o i depositi di armi di Hamas sono spesso e volentieri collocati in prossimità di una scuola elementare, di un ospedale o di una sede di qualche organizzazione umanitaria...Del resto – per chi ci crede sul serio - che valore può avere la vita terrena di qualche bambino in più o in meno di fronte alla prospettiva messianica di una rinascita palingenetica di tutta l’umanità?
    Sanno bene i dirigenti di Hamas che se lasciassero libera la popolazione di portare la pelle in salvo, rimanendo da soli a vedersela con l’esercito di Tel Aviv, verrebbero annientati in poche giornate: di conseguenza, è molto più sicuro per se stessi e per la sopravvivenza del loro partito tenere gli sventurati cittadini di Gaza in ostaggio.
    Non sarebbe, comunque, corretto guardare ad Hamas come ad una sorta di cosca mafiosa che si è imposta con la violenza su una comunità composta da miti fraticelli di Assisi, poiché si tratta, invece, di una forza politica che è al potere per aver vinto regolarmente le ultime elezioni sulla base di uno spietato programma ideologico e militare ben noto a tutti gli elettori. Inoltre, non va dimenticato che, se nella Cisgiordania di Abu Mazen non si vota dal 2006, è proprio perché il vecchio presidente è ben consapevole del fatto che a conquistare la maggioranza parlamentare sarebbe anche lì il partito del terrorismo e del fanatismo religioso.
    Tuttavia, sebbene sia impossibile sapere quanti degli oltre due milioni di abitanti della Striscia siano ancora oggi favorevoli ad Hamas (e disposti, quindi, ad immolarsi), noi siamo portati a pensare che una parte consistente di essi, se potesse decidere liberamente, opterebbe per la propria salvezza e per quella dei propri cari.
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    3 min
  • Il dramma della popolazione civile nella Striscia di Gaza tra bombe, morte, mancanza di acqua e di elettricità | 13/10/2023 | Il Corsivo
    La Striscia di Gaza ha una superficie di 365 chilometri quadrati e una popolazione di 2.1 milioni di persone, di cui 1.7 milioni sono rifugiati palestinesi. Su questo lembo di terra gli israeliani, colpiti dagli attacchi dei fondamentalisti di Hamas, hanno sganciato in sei giorni sulla almeno 6.000 bombe, per un peso di 4.000 tonnellate. Dicono di aver colpito 3600 obiettivi militari, ma il bilancio pesa tutto sulla popolazione civile palestinese: 1.537 i palestinesi morti nell'offensiva israeliana sulla Striscia di Gaza, di cui 500 bambini e 276 donne. I feriti sarebbero 6.612, tra cui 1.644 bambini. E gli altri, quelli vivi, si muovono tra i ruderi delle città, lungo viali e piazze rasi al suolo da ordigni di ogni tipo, nella mancanza di acqua e la totale assenza di elettricità. Ogni volta che i rumori dei bombardamenti si placano per qualche minuto, la gente esce con le taniche gialle, venti litri ciascuna, con un rubinetto attaccato al fondo, alla ricerca di un’autocisterna che passa una volta al giorno. A una famiglia media venti litri di acqua bastano per un solo giorno. Non si può conservare niente in frigorifero perché non c’è elettricità e la popolazione si arrangia come può. Non lavano la biancheria sporca da cinque giorni e stanno cercando di ridurre al minimo l’uso dell’acqua di rubinetto fino al limite della sopravvivenza. Sui lati delle strade si accatastano enormi cumuli di spazzatura, pieni di vetri rotti che la gente ha buttato dopo aver pulito le case danneggiate dagli attacchi aerei. Quanto può durare? Ore? Giorni? Di sicuro c'è che cibo e acqua, assicura l’agenzia dell’Onu, finiranno molto presto. Le forniture minime sono ancora garantite dai generatori, ma appena finirà il carburante si bloccherà tutto. E' una lotta contro il tempo nella Striscia di Gaza. I gruppi umanitari chiedono la creazione di corridoi per la consegna degli aiuti, ma tutto resta bloccato dall'assenza della politica, di una idea di pace duratura, dall'inerzia delle istituzioni internazionali e degli Stati.
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    3 min
  • Il piano di evacuazione di civili a Gaza gestito dall'Onu | 12/10/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Mentre sono in corso raid israeliani e attacchi di Hamas, si fa strada l'idea di un piano di evacuazione di civili a Gaza gestito dalle Nazioni unite. Si tratta sostanzialmente di un mini-corridoio umanitario attraverso il valico di Rafah, in grado di garantire un limitato scambio umanitario, che però consentirebbe ad alcuni civili di lasciare la Striscia prima dell’eventuale ingresso dell’esercito israeliano a Gaza. Il progetto è quello di assicurare una via di fuga per alcune donne e bambini palestinesi in difficoltà, malati gravi o portatori di handicap, ma anche a un numero ridotto di ostaggi israeliani: i più anziani, i più piccoli, quelli con pesanti problemi di salute. Dietro al piano c'è la mano degli Stati Uniti, in una triangolazione che coinvolge anche il Qatar, che potrebbe sfruttare anche la disponibilità del presidente turco Erdogan, già attivo nei negoziati diretti con Hamas per la liberazione degli ostaggi. Anche Palazzo Chigi Roma ha un ruolo diplomatico, dopo l'incontro al Cairo tra Antonio Tajani e il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi. Ma i contorni sono incerti, perché l’Egitto, il Paese che dovrebbe ospitare i rifugiati, frena. Dovesse fallire il negoziato, i civili si ritroverebbero prigionieri involontari del conflitto, nel mezzo di un guerra urbana combattuta nel cuore di Gaza. In queste ore migliaia di palestinesi sono confluiti a Rafah e Khan Yunes. Sono convinti di poter attraversare il confine, rassicurati dal fatto che le autorità egiziane stessero procedendo all’apertura di un ospedale sul proprio versante del valico per accogliere i feriti più gravi di Gaza. Al momento il varco è rimasto chiuso. E la posizione del governo di al Sisi non si sblocca.
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  • Il dramma dei civili nella guerra tra Hamas e Israele | 11/10/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Come in ogni conflitto nella storia dell'umanità, anche nella guerra ingaggiata da Hamas contro Israele e nella reazione spropositata di Tel Aviv contro i palestinesi, sono sempre le popolazioni civili a contare vittime, feriti, distruzioni di case e interi villaggi. Nuove stime ufficiali segnalano che i morti in Israele per l’attacco di Hamas proveniente da Gaza sono saliti a più di 1200, e i palestinesi rimasti uccisi nei raid aerei israeliani sono 900 e quelli feriti 4500. Chi sono? Quali sono i loro volti? Le testimonianze del massacro di cinque giorni fa riempiono i canali israeliani, sia dal concerto assaltato al mattino che dai kibbutz finiti sotto il controllo di Hamas per quasi un giorno. E i video girati a Gaza dai palestinesi in questi minuti dimostrano che le vittime sono essenzialmente civili, decine di loro minorenni, alcuni piccoli ancora in fasce. Non c'è differenza tra i ragazzi colpiti durante il rave dei pacifisti israeliani nel deserto e i giovani palestinesi trucidati dai raid degli aerei e dell'artiglieria israeliana. Civili uccisi mentre provano a fuggire a piedi o in macchina, un giovane sorpreso nel parcheggio del rave fucilato da membri di Hamas mentre è sdraiato a terra, interi nuclei familiari sterminati dai bombardamenti. Sono tutte vittime innocenti della mancata pacificazione dei territori. Sono il frutto amaro delle scelte politiche sbagliate di Netanyahu e della debolezza della leadership dell'Anp, della corsa agli armamenti degli israeliani e della mancanza di un controllo da parte di Abu Mazen rispetto alle attività terrorstiche delle frange più estreme del fondamentalismo palestinese. Solo con un piano duraturo di pace in Medio oriente, garantito da tutte le istituzioni mondiali, due popoli potranno convivere in due territori.
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  • Allarme di Bankitalia: la guerra a Gaza, il conflitto tra Russia e Ucraina, creano incertezze di crescita economica | 10/10/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Quanto pesano la guerra a Gaza, il conflitto tra Russia e Ucraina, la più generale incertezza geopolitica globale, sulla nostra crescita economica? Molto, secondo Bankitalia, ascoltata in Parlamento un'audizione sulla manovra economica e sui conti del Nadef, la nota del Documento economico e finanziario del Governo. Cosa dice Bankitalia? I rischi che gravano sull’attività economica sono elevati e orientati al ribasso. Le tensioni geopolitiche - legate al conflitto in Ucraina e agli attentati in Israele generano forte incertezza. Le prospettive di crescita potrebbero risentire anche dell’indebolimento dell’economia cinese e, nell’area dell’euro, di una trasmissione particolarmente intensa della stretta monetaria, con un ulteriore irrigidimento delle condizioni di offerta del credito. Insomma, si tratta di una previsione nefasta che smorza i toni ottimistici dell'esecutivo. Secondo la banca centrale italiana, l’elevato rapporto tra il debito pubblico e il Pil è un serio elemento di vulnerabilità: riduce gli spazi di bilancio per fare fronte a possibili futuri shock avversi; espone il Paese al rischio di tensioni sui mercati finanziari; aumenta il costo del debito per lo Stato, e in ultima analisi per le famiglie e le imprese. E allora che fare? Lo spiega l'Istat sempre in Parlamento, quando avverte che gli indicatori congiunturali più recenti suggeriscono per i prossimi mesi il permanere della fase di debolezza dell’economia italiana. Vuol dire che, nella compilazione dei vari capitoli che formano la manovra, bisognerebbe essere prudenti, mettendo da parte le troppe promesse elettorali, per applicare una necessaria realpolitik.
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