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  • Matteo Messina Denaro tra i mandanti delle stragi del 1992 | 20/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Ci sono voluti 31 anni, e giunge la sentenza d'appello che conferma il ruolo dell'ex latitante Matteo Messina Denaro, tra i mandanti delle stragi di Capaci e via d'Amelio. Con l'arresto di Messina Denaro e questa sentenza si chiude una stagione, ma restano ancora dei lati oscuri non ancora esplorati. In primo grado quando, da latitante, fu condannato all’ergastolo, nella sentenza per Matteo Messina Denaro fu riconosciuta l’esistenza di un “disegno comune” scattato all’indomani del verdetto definitivo sul maxiprocesso, emesso dalla Cassazione il 30 gennaio ‘92. Un progetto - innescato dalla volontà di vendetta di Cosa nostra - che prevedeva appunto la mattanza dei giudici Falcone e Borsellino. Anche i giudici della Corte d’assise d’Appello di Caltanissetta hanno condannato all’ergastolo il boss di Castelvetrano, considerato appunto uno dei mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio nel 1992. Tutto ruota intorno alla cosiddetta "missione romana" che risale alla fine del febbraio del ’92, quando Totò Riina inviò nella capitale un ristretto gruppo di uomini d’onore guidato da Messina Denaro e Giuseppe Graviano: erano i componenti della cosiddetta Supercosa, la risposta del boss corleonese alla Superprocura, cioè la Direzione nazionale antimafia che era stata inventata da Falcone. Un verdetto – che conferma la decisione di primo grado – che arriva nel giorno dell'anniversario del massacro del giudice Borsellino e della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina.
    3 min
  • Via d'Amelio 31 anni dopo. La memoria di Paolo Borsellino non è condivisa | 19/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il 19 luglio 1992, 31 anni fa, la mafia colpiva a Palermo, in via d'Amelio, Paolo Borsellino e la sua scorta. L'attentato chiudeva la prima stagione delle stragi di Cosa Nostra, iniziata il 23 maggio 1992 con l'eccidio di Capaci con la morte di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli uomini della sua protezione. 31 anni dopo, la memoria di Paolo Borsellino, al di là delle parole spesso di circostanza, non è condivisa. La premier Giorgia Meloni non parteciperà alla tradizionale fiaccolata serale in via D’Amelio organizzata storicamente dalla Destra e sarà presente a una cerimonia ufficiale, alla caserma Lungaro. Si tratta di una scelta più istituzionale che ha spiazzato gli esponenti di FdI. Il motivo? Secondo il ministero dell'Interno ci corre il rischio di innescare possibili contestazioni durante il corteo di Giorgia Meloni, soprattutto dopo le dichiarazioni del ministro Guardasigilli Carlo Nordio favorevole all'abolizione del reato di concorso esterno alla mafia. Il fratello del giudice, Salvatore Borsellino, alla testa di un corteo organizzato da associazioni antimafia, chiede a gran voce che la premier Meloni si discosti pubblicamente dalle posizioni di Nordio. Insomma, la memoria di Paolo Borsellino, la sua eredità, le sue intuizioni, il suo sacrificio, non trova nelle istituzioni e nelle piazze una visione comune. E fa impressione notare che, gli strumenti di indagine inventati da Falcone e Borsellino, l'attribuzione di ruoli e reati, come ad esempio il concorso esterno alle cosche, hanno portato enormi passi avanti nella lotta contro la criminalità organizzata di stampo mafioso. Un insegnamento che dovrebbe essere seguito da tutto il Paese.
    3 min
  • La posizione antifisco di Matteo Salvini e la guerra contro l'agenzia delle Entrate | 18/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    La posizione antifisco del leader leghista Matteo Salvini non è nuova e l'idea di una grande e definitiva pace fiscale torna e ritorna nel corso del tempo, in campagna elettorale e al Governo. La novità sta nell'attacco diretto contro l'Agenzia delle Entrate che è anche lo strumento più importante di lotta all'evasione e di recupero di ingenti quantità di entrate per l'esecutivo. Le frasi di Salvini arrivano a pochi giorni da quelle della premier Giorgia Meloni secondo cui il recupero dall’evasione dei piccoli commercianti rappresenta un vero e proprio “pizzo di Stato”. Il direttore dell'Agenzia delle Entrate-Riscossione, Ernesto Maria Ruffini, non le ha mandate a dire. “È un fatto di giustizia nei confronti di tutti coloro che - e sono la stragrande maggioranza - le tasse, anno dopo anno, le pagano, e le hanno pagate, sempre fino all'ultimo centesimo, anche a costo di sacrifici e nonostante l'innegabile elevata pressione fiscale", ha affermato Ruffini che annuncia di aver recuperato nel 2022 circa miliardi, praticamente una manovra finanziaria. Sta di fatto che la tanto annunciata riforma fiscale promessa dal Governo non è ancora stata licenziata dal Parlamento e il suo cammino è iniziato in Senato solo in queste ore. Ma quale riforma? La possibilità che le pendenze fiscali di almeno 15 milioni di italiani con l'Agenzia delle Entrate siano in qualche modo cancellate oppure ridotte conserva l'acre sapore del condono e una colossale beffa nei confronti di oltre 30 milioni di persone che pur con sacrifici immensi saldano il loro debito con lo Stato. C'è però bisogno di una riforma efficace che possa intervenire con strumenti nuovi e meno coercitivi nei confronti di chi non è un evasore totale.
    3 min
  • Se Salvini rilancia la pace fiscale | 17/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    C’è un miraggio che, proprio in questo Luglio caratterizzato dalla presenza di un opprimente caldo desertico, riappare all’orizzonte: ed è del condono fiscale. Di questo ha, in sostanza, appena parlato il vice presidente del Consiglio, Matteo Salvini, quando ha ipotizzato una sanatoria per i contribuenti in difficoltà con il Fisco per importi fino a trentamila euro. Premesso che il Governo ha chiesto e ottenuto una delega dal Parlamento al fine di definire un disegno organico di riforma del sistema tributario italiano, ci sentiamo di scrivere che, nel momento in cui tale riforma dovesse divenire realtà, il farla accompagnare anche da una nuova iniziativa di pace fiscale potrebbe poi non essere una cosa così fuori luogo. Intendiamo dire che, in fondo, un azzeramento delle pendenze dei contribuenti rimasti fino a quel giorno inadempienti - a fronte, si intende, del pagamento di una percentuale del dovuto - potrebbe realisticamente non stonare neanche troppo...In altre parole, “fisco nuovo, vita nuova”.
    Tuttavia, l’ idea che Salvini lancia autonomamente, mentre l’Esecutivo (di cui, comunque, fa parte) è impegnato a ridisegnare la mappa del percorso che conduce ad una più equa ed efficace redistribuzione dei carichi fiscali, ci pare essenzialmente una sua trovata, magari utile sul versante propagandistico, ma in concreto piuttosto sterile.
    Il leader della Lega cita “milioni di Italiani ostaggio da troppi anni dell’Agenzia delle Entrate” e distingue tra due categorie fondamentali di evasori fiscali: quelli totali che, a suo avviso, “ possono andare in galera e buttare la chiave” e quelli che, molto più banalmente, non pagano perché – purtroppo per loro - non ce la fanno proprio. Per questi ultimi, si potrebbe, quindi, anche chiudere un occhio, in nome di quella che Salvini definisce una “grande e definitiva pace fiscale”. In pratica, verrebbe offerta, a chi da anni si trascina un debito fino a 30mila euro, l’opportunità di chiuderla lì versando solamente una certa quota dell’importo totale. Un Fisco molto benevolo e comprensivo che, probabilmente, farebbe comodo a molti di noi e che, anzi, speriamo davvero possa informare i rapporti tra lo Stato ed i contribuenti nel prossimo futuro. Guai però a sognare troppo in grande senza aver prima considerato il frapporsi di un ostacolo tutt’altro che agevole: e stiamo parlando dei circa 100 miliardi di euro che, ogni anno, l’evasione fiscale sottrae alla collettività. Sono tutti dovuti ai disonesti furbacchioni che deliberatamente ignorano gli adempimenti tributari che, almeno in teoria, dovrebbero gravare su tutti i cittadini? Oppure, a quella cifra (che vale addirittura il 12% del nostro PIL) contribuiscono anche tante piccole evasioni da poche centinaia o migliaia di euro?
    Pertanto, ci troviamo di fronte ad un problema che - come ben si può comprendere – presenta non poche complessità: sia sul piano del rigore finanziario, che su quello della tolleranza verso le debolezze umane e verso le sfortune della vita.
    3 min
  • Ucraina nella NATO: perché Zelensky non deve fare i capricci | 15/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Non da oggi, nell’ambito della NATO, ci si pone la domanda se sia opportuno o meno favorire l’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza atlantica. Fino allo sciagurato 24 febbraio dello scorso anno, a prevalere era certamente stato l’orientamento politico di chi, temendo di provocare inutili tensioni con Mosca, aveva imposto un atteggiamento prudenziale (per non dire di vera e propria chiusura), giudicando molto pericolosa, per gli equilibri strategici mondiali, una eventuale ammissione di Kiev nell’Organizzazione che costituisce il baluardo della sicurezza militare per l’intero Occidente. Purtroppo però, i fatti più recenti si sono incaricati di dimostrare che forse tanta prudenza, in fin dei conti, si è poi rivelata inutile, visto che non è servita a tenere sotto controllo le mire espansionistiche della Federazione Russa. Si è venuta così a creare una situazione che rende abbastanza comprensibili (anche se, al momento, azzardate) le insistenze con le quali il presidente Zelensky chiede che anche il suo Paese possa, finalmente, occupare un posto al tavolo del selettivo consesso che ha sede a Bruxelles.
    Tuttavia, se è più che scontato che l’Ucraina, per la sua stessa sopravvivenza, stia puntando tutte le sue carte su un’adesione alla NATO (che intende come una sorta di polizza vita), è altrettanto ovvio che gli Stati Uniti frenino su certi incauti entusiasmi che, se soddisfatti adesso, potrebbero comportare conseguenze addirittura catastrofiche. Non dimentichiamo, infatti, che l‘art. 5 dello Statuto dell’Alleanza prevede che l’attacco ad un qualsiasi Paese membro – che, in questo caso, diverrebbe l’Ucraina – debba essere considerato come diretto anche a tutte le altre Nazioni che la compongono...Per contro, non è neanche seriamente ipotizzabile che l’Amministrazione Biden sia disposta ad armare ancora gli Ucraini a tempo indeterminato – magari per anni e anni – senza mai porsi il problema di trovare una soluzione realistica del conflitto. Ecco perché, nel quadro di una complessa negoziazione diplomatica con Putin, Biden potrebbe utilizzare l’opzione dell’ingresso di Kiev nella NATO, convincendo Zelensky a rinunciare ad una parte dei territori occupati dai Russi, in cambio dello scudo protettivo che gli verrebbe fornito, ufficialmente ed istituzionalmente, dallo status di membro effettivo dell’Alleanza militare. Sarebbe una via d’uscita pragmatica sia dal vicolo cieco in cui si è infilato Putin, che dall’ossessione di non arrivare al domani in cui, da troppo tempo, vivono gli Ucraini.
    Francamente, non vediamo altri mezzi per evitare che l’Europa faccia un folle salto indietro di quattro secoli per riandare ad avventurarsi in una nuova “guerra dei trent’anni”...Pertanto, siamo portati a pensare che l’adesione dell’Ucraina alla NATO sia destinata ad imporsi, inevitabilmente, come la condizione “sine qua non” di ogni futura prospettiva di pace.
    3 min
  • Strasburgo: se la “maggioranza Ursula” traballa su aratri e canne da pesca... | 14/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Il voto al Parlamento europeo sulla Legge per il Ripristino della Natura porta alla luce le fratture che, ormai da diverso tempo, albergano all’interno della cosiddetta “maggioranza Ursula”. Infatti, solo la defezione di ventuno esponenti del Partito Popolare Europeo – rispetto a quella che era stata l’indicazione di voto partita dal capogruppo del PPE, Manfred Weber - ha salvato e rimandato al giudizio finale del Consiglio europeo la legge in questione, facendo però emergere un elemento di novità impossibile da ignorare: e stiamo parlando di come il gruppo dei Socialisti e Democratici e quello del Partito Popolare Europeo - pilastri sui quali si appoggia la Commissione presieduta da Ursula von der Leyen - appaiano oggi profondamente divisi sui grandi disegni strategici che dovrebbero definire la fisionomia dell’Europa che verrà. Ciò lascia prevedere che i mesi che ci separano ancora dal rinnovo del Parlamento di Strasburgo nel 2024 saranno soggetti a non poche oscillazioni telluriche.
    Vi segnaliamo che la proposta di legge sul ripristino della natura è stata, fin da subito, avversata da quasi tutte le organizzazioni dell’agricoltura e della pesca, nella parte in cui prevede di destinare porzioni di terreni coltivati e di fiumi alla ricostruzione di ecosistemi, sottraendoli, in tal modo, alle attività agricole, zootecniche e ittiche. Per fortuna di questi settori economici, l’Aula di Strasburgo – grazie anche all’azione di diversi europarlamentari italiani – ha approvato pure alcuni emendamenti che cancellano l’obbiettivo di ridurre del 10% la superficie agricola produttiva ed introducono, al tempo stesso, il riferimento al rispetto del principio di reciprocità per i prodotti importati. Vengono così presi in considerazione numerosi dubbi che erano stati avanzati dai Paesi maggiormente agricoli, nel timore che una visione troppo rigida della normativa sul ripristino della natura potesse comportare, oltre a pesanti riduzioni del potenziale produttivo, anche un significativo aumento delle importazioni (da Paesi terzi) di alimenti meno garantiti per la salute dei consumatori.
    È ovvio che ripristinare gli ecosistemi in cattive condizioni è una finalità che rientra senz’altro nell’interesse di tutti (imprenditori agricoli ed ittici compresi): tuttavia è auspicabile che la Commissione europea, d’ora innanzi, valuti a fondo anche gli effetti collaterali di ciò che propone, evitando di lasciarsi prendere troppo la mano da posizioni ideologiche che, sottraendo terreni produttivi alla disponibilità degli agricoltori e vietando la pesca su migliaia di chilometri su percorsi fluviali, rischiano essenzialmente di compromettere la sovranità alimentare europea, esponendola ad una inaccettabile dipendenza da mercati esteri che, tra l’altro, del nostro Green Deal se ne infischiano beatamente.
    3 min
  • Se il Concerto di Nizza fa più clamore di quello di Vienna… | 13/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Diceva lo scrittore, sceneggiatore e giornalista Ennio Flaiano che “in Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli anti - fascisti”...E forse la cosa vale anche per i nostri cugini d’Oltralpe...Come abbiamo appreso in questi giorni, il Comune di Nizza ha deciso di invitare, per dirigere i prossimi concerti di Natale e Capodanno, un direttore (preferisce non essere chiamata “direttrice”) d’orchestra di fama internazionale: e stiamo parlando della trentatreenne lucchese Beatrice Venezi, guida artistica della Fondazione Taormina Arte, nonché inserita, nel 2018, dalla rivista Forbes nella lista dei più influenti under 30 del mondo. Peccato però, che questa nostra giovane connazionale, che così bene incarna un talento di fama globale, sia anche fascista: così almeno sostengono dodici associazioni e comitati anti – fascisti francesi, che hanno intimato al direttore generale dell’Opéra de Nice, Bertrand Rossi, di annullare i concerti, perché “la città di Nizza non deve, sotto la copertura di un evento artistico e strumentalizzando l’Opéra de Nice, dare un assegno in bianco al neofascismo italiano”. Ma quali sono le colpe che gli indignati “goscisti” nizzardi attribuiscono alla Venezi? Essenzialmente quella di essere “consulente musicale” della presidenza del Consiglio italiano e di aver partecipato alla convention del partito di Fratelli d’Italia nel maggio 2022...
    E nulla importa, ai contestatori, se a dirigere l’Orchestra filarmonica locale a Natale e Capodanno sarebbe chiamata - forse per la prima volta - una donna (in un ambiente che, fra l’altro, è tradizionalmente appannaggio dell’universo maschile), perché, a loro giudizio, la musicista toscana, è soprattutto un’espressione di quel governo italiano che vuole limitare i diritti delle donne e che difende valori come “Dio patria e famiglia”, ereditati dall’ideologia mussoliniana.
    Non sappiamo come andranno a finire la cose - e se cioè il buon Bertrand Rossi, per quieto vivere, finirà per innestare la retromarcia - tuttavia ci pare, francamente, che escludere Beatrice Venezi dalla direzione di un’orchestra soltanto per le sua vicinanza al centrodestra italiano, oltre a costituire un comportamento del tutto illiberale, rappresenterebbe anche una vera e propria assurdità. Siamo, infatti, in presenza di un’artista che può avere tutte le convinzioni politiche, filosofiche o religiose che vuole, ma che ha pure tutto il diritto di essere stimata o meno in base a quello che crea e non a quello che pensa. E noi, che a livello politico nulla abbiamo certamente da condividere col partito di Giorgia Meloni, ci teniamo lo stesso ad aggiungere che, se anche Beatrice Venezi avesse mai espresso apertamente la propria nostalgia per il passato regime, la cosa non dovrebbe, comunque, avere nulla a che vedere con quella che è la sua attività sul podio.
    3 min
  • Salario Minimo: le ragioni di maggioranza e opposizione | 12/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Se ci soffermiamo ad analizzare i risultati emersi da svariati sondaggi, che hanno rivelato percentuali molto alte tra i cittadini italiani che si pronunciano (fino al 74%) a favore del cosiddetto “salario minimo”, può apparirci quasi inspiegabile l’atteggiamento di sostanziale chiusura assunto, dai partiti che formano la maggioranza di Governo, nei confronti di una legge che si incarichi di fissare una soglia retributiva al di sotto della quale sia vietato scendere. Tuttavia, andando a considerare anche le loro argomentazioni, si scoprono ragionamenti e timori che non vanno assolutamente trascurati. Se, infatti, per i partiti di opposizione, stabilire un livello salariale minimo a 9 euro lordi costituisce la via maestra per tutelare i circa 3 milioni di lavoratori “poveri” che sono concentrati prevalentemente nei settori dei servizi e dell’agricoltura, per il Governo esistono altre e già più collaudate alternative da percorrere, come quella – prima su tutte - di combattere il fenomeno degli stipendi troppo bassi, utilizzando lo strumento della contrattazione collettiva. Il che significa, ovviamente, lasciare all’esclusiva competenza delle parti sociali la gestione della materia.
    A parte il fatto – così pare ragionare Palazzo Chigi – che, nei settori a più bassa redditività, l’introduzione del salario minimo potrebbe dare impulso ad ulteriore lavoro in nero o a finto part time, non bisogna neppure tralasciare i casi - tutt’altro che remoti – nei quali datori di lavoro che già oggi pagano, su base contrattuale, più di 9 euro l’ora, potrebbero essere indotti - da una legge che consentisse loro di scendere a tale limite - ad ignorare il contratto sottoscritto con i sindacati per applicare, invece, direttamente la norma sul salario minimo.
    Recentemente, Giorgia Meloni, affrontando lo spinoso tema, si è premurata di sottolineare che “la stragrande maggioranza di chi oggi è lavoratore dipendente nel privato è coperto (nella misura del 97% dei rapporti di lavoro) da contratti collettivi nazionali che già di fatto prevedono un minimo salariale”. Pertanto, sempre seguendo il ragionamento della premier, il salario minimo garantito riguarderebbe solo il 3% di chi lavora in Italia. E qui però, pensiamo sia doveroso spendere due parole in più in merito allo stato della contrattazione collettiva nel nostro Paese, che viene, appunto, definita “collettiva”, anche se, a ben vedere, lo è poi fino a un certo punto. Infatti, è vero che i lavoratori che vi rientrano ufficialmente, sono oltre il 90%: tuttavia, capita spesso di dover assistere ad accordi siglati da associazioni datoriali e sindacati scarsamente rappresentativi, che danno vita ai cosiddetti “contratti pirata”. Contratti che, in concreto, non si fanno scrupolo di stabilire minimi salariali e condizioni di lavoro largamente inferiori a quelli previsti dai contratti riferibili alle maggiori organizzazioni imprenditoriali e sindacali. Ed a questo proposito, vale la pena di segnalare che quella percentuale del 97% a cui ci rimanda la Meloni, pur essendo certamente effettiva, è comunque – almeno secondo gli ultimi dati forniti dalla Fondazione Di Vittorio - condizionata dalla presenza di 894 tipi di contratti che, nel settore privato, sono stati sottoscritti in Italia nel 2022. Di essi, 207 (vale a dire il 23,2% del totale) portano le firme di Cgil, Cisl, Uil, mentre i restanti 687 (e cioè il 76,8%), quelle di altre organizzazioni sindacali. Le percentuali sembrano, pertanto, riflettere una realtà nella quale la presenza di lavoratori dipendenti non protetti da un contratto negoziato tra le sigle sindacali più rappresentative risulta, quindi, tutt’altro che marginale.
    4 min
  • La questione morale, la giustizia, la politica | 11/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Ci risiamo. C'è una questione morale rimasta ancora irrisolta in politica. La risoluzione del problema dovrebbe riguardare tutti: la società civile che decide la classe dirigente del Paese, chi rappresenta le istituzioni, chi guida i partiti, chi si candida alle elezioni, chi viene eletto. Il tema torna alla ribalta proprio nei giorni in cui Fratelli d'Italia, il partito di riferimento del Governo si trova al centro di casi giudiziari e morali di ampia portata. La ministra al Turismo Daniela Santanchè è impegnata al rilancio del turismo italiano e allo stesso tempo a studiare la strategia migliore per salvare le sue società Visibilia e Visibilia concessionari dalla bancarotta, viene contestata alla Versiliana. Il Presidente del Senato Ignazio La Russa difende a spada tratta il figlio Leonardo Apache accusato di aver violentato una ragazza di 22 anni e di aver fatto uso di cocaina durante lo stupro. La ministra Eugenia Roccella difende Ignazio La Russa e Daniela Santanchè e viene a sua volta contestata a Polignano a Mare. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro delle Vedove si trova indagato per rivelazione di segreto d'ufficio in relazione al caso dell'anarchico Alfredo Cospito. Si tratta di vicende diverse tra loro e che saranno esaminate in sede giudiziaria dai magistrati e dai giudici, secondo le regole del codice penale o civile. Non saremo certo noi a mettere in piedi processi mediatici che proprio non ci piacciono, li lasciamo agli arditi di parte, ma restano i comportamenti dei politici, arroccati ad una salvaguardia di casta, ad una protezione di famiglia, ad un aiuto di membri dello stesso partito, che portano l'orologio indietro nel tempo, quando il potere tutelava il potere e i suoi accoliti. Servirebbe ora una nuova era, quella dei politici disinteressati con ambizioni oneste, per cui gli alti uffici restano un dovere e una missione da compiere per il bene del Paese.
    2 min
  • Il fuoco dell’identità religiosa | 10/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Recentemente, commentando la XVI edizione del Rapporto sulla Libertà religiosa nel mondo, Giorgia Meloni ha detto che è “profondamente sbagliato pensare che per accogliere l’altro si debba negare la propria identità, compresa l’identità religiosa”. Parole che la nostra premier ha pronunciato praticamente nelle stesse ore in cui la Francia veniva sconvolta da un’ondata di violente sommosse che, questa volta, non scaturivano più dalle tradizionali contrapposizioni economiche – come, tanto per chiarire meglio, era avvenuto, la scorsa primavera, sul fronte delle pensioni - ma rappresentavano, invece, il divampare (neanche tanto improvviso) di un fuoco che ardeva già da anni nelle pieghe della società transalpina. E stiamo parlando delle difficoltà che il Paese incontra nel tentativo di armonizzare la contestuale presenza, sul suo territorio, di identità etniche che non si parlano (e spesso non si sopportano) tra di loro. Appare, dunque, in tutta evidenza, la crisi del modello di integrazione sociale francese, fondato essenzialmente su valori laici, nei quali però, una massa crescente di cittadini – francesi di nazionalità, ma non di origine – rifiuta oggi di riconoscersi.
    Si tratta di un problema che, al momento, coinvolge soprattutto le nazioni che hanno avuto importanti trascorsi coloniali (come, appunto, la Francia o il Belgio), ma che, in prospettiva, è destinato a riguardarci tutti da vicino: da qui discende la inderogabile necessità di procedere ad approfondite riflessioni sulla validità delle politiche di accoglienza ed integrazione finora realizzate dagli Stati europei. Serve a qualcosa, ad esempio, mandare nel dimenticatoio – come spesso abbiamo fatto noi in Italia - comportamenti e simboli tradizionali religiosi per non turbare la sensibilità culturale di chi non li condivide? Può essere veramente utile, al fine di facilitare i rapporti tra bambini di origini diverse, bandire l’usanza di preparare un presepio nelle scuole? Davvero basta mostrarsi più amiconi e arrendevoli per scongiurare il ripetersi di episodi come quelli di Nanterre e di altre città d’Oltralpe?
    Cerchiamo, innanzitutto, di non perdere di vista il fatto che il conflitto, che sta creando enormi problemi di ordine pubblico al presidente Macron, non si basa più sulle storiche contrapposizioni di classe (che assumono in questa circostanza una dimensione di sostanziale contorno), ma affonda, invece, le sue radici in un gravissimo disagio esistenziale dovuto alla quasi impossibilità di conciliare modelli culturali che, forse, sono addirittura incompatibili. I giovani delle banlieus rivendicano per se stessi il rispetto identitario e pretendono, di conseguenza, trattamenti ritagliati su misura per le proprie esigenze: ed in uno scenario di questo tipo, lo strumento più spontaneo ed immediato di cui essi dispongono per proclamare il proprio antagonismo sociale è quello rappresentato dalla religione. Ma se la contrapposizione si manifesta a livello religioso, allora dobbiamo ammettere che le nostre democrazie partono svantaggiate, poiché le società laiche europee, da molto tempo, hanno cessato di fornire, alle proprie popolazioni, delle forti motivazioni di adesione ideologica. Le religioni sono, invece, molto più unificanti ed offrono ai loro fedeli un ideale mistico su cui modellare la propria vita: e purtroppo, la storia insegna che chi sposa sul serio un determinato credo, ben difficilmente è disposto a riconoscere pari dignità a discipline come scienza e filosofia che si occupano, invece, prevalentemente della sfera umana.
    4 min

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"Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.

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