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  • L’affare Santanchè e la scoperta del garantismo in casa Meloni | 08/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Daniela Santanchè era indagata da mesi (e non poteva non saperlo…), però l’avviso di garanzia non le era mai stato ufficialmente notificato prima di mercoledì scorso, giorno in cui la ministra del Turismo è intervenuta in Senato per fornire, in Aula, i chiarimenti richiesti in merito alla presunta scorretta amministrazione delle sue aziende. Di conseguenza, la politica e imprenditrice piemontese ha potuto – non senza buone ragioni - prendersela con i giornali che, evidentemente informati da qualcuno che agisce all’interno della Procura milanese o della Polizia Giudiziaria, avevano pubblicato una notizia che avrebbe dovuto, invece, essere coperta dal segreto istruttorio.
    E’ difficile, comunque, non rilevare come, tacendo agli alleati l’esistenza di un’indagine a suo carico, Santanchè abbia fornito alle opposizioni un assist formidabile per mettere in serio imbarazzo il governo Meloni. Possiamo immaginare che Daniela Santanchè, pur non potendo certo ignorare l’esistenza di un’inchiesta che la riguardava personalmente, abbia scelto di rimanere nel vago con la stessa premier e con gli altri capi del centrodestra anche per non alimentare presso di loro delle perplessità e dei timori rivelatisi poi – purtroppo per lei - tutt’altro che infondati.
    Tuttavia, sembra anche strano che, all’epoca in cui nacque l’attuale Esecutivo, né Meloni (che, infatti, si dice abbia sostanzialmente subito l’inserimento della Santanchè nella compagine ministeriale), né i leader della maggioranza ignorassero del tutto il fatto che le attività imprenditoriali della Santanchè presentavano oggettivi elementi di conflitto di interesse proprio con la titolarità del ministero del Turismo e che fossero, inoltre, in odore di scarsa solidità finanziaria. Ciò nonostante, si preferì, in quella circostanza, fare finta di nulla e soprassedere su alcuni impedimenti che, in altri tempi di maggiore prudenza e professionalità politica, avrebbero sicuramente consigliato alla “Pitonessa” di rassegnarsi ad occupare posizioni pubblicamente meno rilevanti rispetto a quella ministeriale. Adesso, attraverso una durissima nota ufficiosa di Palazzo Chigi, Meloni accusa “una fascia della magistratura” di muoversi in sintonia con le opposizioni e di aver aperto in grande anticipo la campagna elettorale per le Europee del 2024. A tornare d’attualità sarebbe, quindi, il vecchio concetto di “giustizia a orologeria”.
    Ci fa piacere che anche gli esponenti di Fratelli d’Italia i quali, quando erano seduti sui banchi dell’opposizione, plaudevano entusiasticamente ad ogni iniziativa della magistratura orientata verso i partiti avversari, scoprano oggi le virtù del garantismo. Temiamo però, che la loro sia essenzialmente una forma di garantismo “double face”, valida cioè soltanto nei confronti degli amici, ma sempre pronta a trasformarsi nel più intransigente dei giustizialismi ogni volta che entrano in gioco i diritti e gli interessi degli antagonisti politici.
    3 min
  • Il nostro ruolo in un’Europa che sembra guardare più a destra | 07/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Il nostro sistema politico, capace di dividersi sui balneari, sul salario minimo o sulle responsabilità della Santanchè, si ricompatta, invece, almeno nelle sue componenti fondamentali, sui grandi temi della politica estera e della sicurezza. Con la guerra portata da Putin nel cuore del Vecchio Continente, tutte le grandi scelte che riguardano il presente e l’immediato futuro dell’Unione Europea registrano, infatti, una sostanziale (anche se mai apertamente riconosciuta) convergenza tra le posizioni di Meloni, Pd, Forza Italia e Terzo Polo. Quello che resta fuori - e cioè 5 Stelle, destra e sinistra radicali e parzialmente anche la Lega - rappresenta un’opposizione del tutto marginale e, comunque, priva dei numeri necessari per rimettere, eventualmente, in discussione le strategie di fondo del Paese. Certo, a parole, tutti auspicano la definizione di una pace da concordare nel più breve tempo possibile, ma poi nessuno al Governo o ai vertici del Partito Democratico si sogna di avanzare qualche obiezione alla linea di condotta che prevede le forniture militari all’Ucraina, le sanzioni alla Russia o il coordinamento delle decisioni tra Nato e Bruxelles, poiché questa è l’impalcatura sulla quale, al momento, si reggono sia l’Italia, che l’Europa. Ed anche pensando a quanto potranno riservarci le prossime elezioni europee, appare ben difficile che ci sarà dato di assistere a cambiamenti particolarmente significativi.
    In uno scenario di questo tipo, è sembrata muoversi, con sorprendente abilità, Giorgia Meloni la quale, smentendo i pregiudizi che inizialmente la davano per sicura candidata ad una impotente emarginazione a livello comunitario, ha saputo, invece, ritagliarsi un ruolo tutt’altro che secondario, come dimostra, ad esempio, il mandato che le è stato conferito dal presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, affinché trattasse con Polonia e Ungheria sulla “questione migranti”. In questa circostanza, si è avuta conferma del fatto le attuali leadership europee intendono investire proprio sulla Meloni per favorire la crescita di una destra più “ragionevole” e, quindi, meno drastica nel portare la sua contestazione al cuore dell’Unione Europea e dei suoi valori. In altre parole, puntare su Meloni per sbarrare la strada alla Le Pen.
    Ed a questo proposito, riteniamo sia opportuno (e non solo, ovviamente, per le forze politiche che sostengono la maggioranza di governo, ma anche per quelle di opposizione) non sottovalutare l’opportunità che l’attuale momento storico sta offrendo – attraverso la sua premier – all’Italia nel suo complesso, per affermarsi come un tramite equilibrato e credibile tra le relazioni che intercorrono tra l’Est e l’Ovest del Continente. Potrebbe, infatti, configurarsi come una missione geopolitica di essenziale importanza per il futuro dell’Europa intera. Che ne dice Matteo Salvini? Non vale forse la pena di riflettere su queste novità con un po’ di attenzione prima di saltare incautamente sul carro dei perdenti?
    3 min
  • Villa San Martino: non solo coppe e libri antichi | 06/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    La villa San Martino di Arcore, nota soprattutto per essere stata la residenza principale di Silvio Berlusconi, diventerà il luogo della memoria dedicato ai tanti successi imprenditoriali, politici e sportivi di quello che, non a caso, fu anche definito come “il Cavaliere di Arcore”. Tuttavia, almeno a chi ha qualche annetto in più, la sontuosa magione non dovrebbe ricordare solamente la stagione frenetica del “Patto con gli Italiani”, delle prime TV commerciali o delle Coppe vinte dal Milan, ma anche qualche titolo di cronaca nera risalente al 1970. E stiamo parlando della tragica vicenda che coinvolse la nobile famiglia dei Casati - Stampa (allora proprietari della villa) in un triplice omicidio/suicidio, che vide il marchese Camillo assassinare la moglie Anna Fallarino e il di lei amante, per poi togliere la vita anche a se stesso sparandosi con un fucile da caccia.
    Non staremo qui a soffermarci sulle morbosità che infiammarono quell’Italia di oltre cinquant’anni fa, così assetata di conoscere tutti i dettagli erotici (che, tra l’altro, il marchese annotava scrupolosamente in un suo diario segreto) di una coppia che per funzionare aveva sistematicamente bisogno di un partner occasionale esterno. Ci pare, invece, più interessante orientare il nostro sguardo sul singolare destino che toccò a Villa San Martino che, comunque, non fu il palcoscenico sul quale si consumò il delitto che avvenne, invece, a Roma. Dopo lo sciagurato episodio, la settecentesca casa di Arcore rientra nel ricchissimo patrimonio che la minorenne Annamaria Casati Stampa eredita dai suoi genitori e la cui amministrazione è affidata all’amico di famiglia, Avv. Giorgio Bergamasco, titolare di un importante studio legale in cui sta emergendo la figura di un collaboratore votato ad una rapida e brillante carriera professionale: e stiamo parlando di Cesare Previti. La giovane ereditiera, sconvolta dagli eventi, nel 1972 decide di trasferirsi in Brasile, lasciando carta bianca ai suoi avvocati nella gestione del suo ragguardevolissimo patrimonio.
    È il momento in cui Previti, nella sua qualità di vice tutore, riceve l’incarico di vendere Villa San Martino ed è anche quello nel quale la dimora di Arcore – grazie alla mediazione dello stesso Previti - viene acquistata da un rampante imprenditore milanese che si sta già facendo conoscere come leader di Edilnord e di Fininvest.
    L’ immobile ha un valore allora stimato circa 1 miliardo e 300 milioni di lire, ma viene venduto per soli 500 milioni di lire, pagati però non in denaro, bensì in titoli azionari non quotati in borsa e, quindi, difficilmente ricollocabili. Di conseguenza, non riuscendo Annamaria a monetizzarli, si vede ben presto costretta ad accettare, sempre tramite l’intervento di Previti, una proposta di Berlusconi che riacquista, in tal modo, i titoli per la quasi irriverente cifra di 250 milioni... Non c’è che dire, un vero affare per un immobile che, all’inizio degli Anni 80, sarà stimato 7,3 miliardi dal sistema bancario…
    Nel 1994, ritroveremo Cesare Previti come ministro nel primo governo Berlusconi.
    3 min
  • Umanità predatrice | 05/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Uno studio condotto da un team internazionale di ricercatori e pubblicato sulla rivista “Communications Biology”, ci induce a riflettere seriamente su quelli che storicamente sono sempre stati i nostri rapporti con gli altri esseri viventi. Dalla sua lettura apprendiamo, infatti, che oltre un terzo di tutte le specie di vertebrati presenti sulla Terra sono, in qualche modo, utilizzate dall’uomo e che questo fatto sta causando impatti sproporzionati sugli ecosistemi e sui servizi benefici che la natura fornisce indistintamente.
    La ricerca ha analizzato i dati riguardanti i pesci, i mammiferi, gli uccelli, i rettili e gli anfibi più conosciuti ed ha scoperto che l’umanità ha oggi raggiunto un livello di influenza sugli altri animali mai precedentemente conosciuto nel suo passato. In particolare, l’attività predatoria degli esseri umani risulta 300 volte superiore rispetto a quella degli altri principali predatori come, ad esempio, gli squali o i leoni, i quali però si limitano a cacciare le loro vittime solo per cibarsi, mentre gli umani hanno, invece, anche tutta un’altra vasta gamma di utilizzi che vanno – oltre ovviamente dal cibo – pure al vestiario, all’accumulo di trofei, alla ricerca nei laboratori e, nei casi più fortunati, all’affettuosa accoglienza come animali domestici.
    Lo studio ha analizzato i dati di 45.000 vertebrati e ha scoperto che “gli esseri umani utilizzano 15.000 di queste specie, di cui circa 6.000 sono a rischio di estinzione”. Impressionante è, ad esempio, la comparazione che è emersa tra le 9 specie di prede tipiche del giaguaro, rispetto alle 2.700 utilizzate, in una maniera o nell’altra, dagli esseri umani nella stessa area geografica.
    Esseri umani che si qualificano, pertanto, come i predatori più terribili del pianeta, facendo cose che gli altri animali non fanno, uccidendo o catturando per ragioni diverse dal nutrirsi, “oltre a mettere in pericolo contemporaneamente migliaia di specie viventi”.
    Ecco perché diventa, quindi, adesso, indispensabile ripensare a fondo quel fenomeno che, nel corso dei millenni, ha visto l’umanità occupare gradualmente uno spazio ecologico di dimensioni divenute ormai enormi e del quale la nostra scarsa capacità di gestire gli impatti non ha saputo, ragionevolmente, tenere conto. Ed a questo proposito, gli autori della ricerca lanciano un avvertimento, segnalando i rischi che nascono dallo sfruttamento di “un insieme di specie diversificato ed ecologicamente distinto”, la cui conseguenza è destinata a sfociare nella perdita di determinati animali e dei ruoli che essi svolgono in natura, provocando, inevitabilmente, “cambiamenti significativi agli ecosistemi”.
    Forse, siamo ancora in tempo – o almeno lo speriamo – per intervenire positivamente su questo preoccupante scenario: non a caso, lo studio di Communications Biology si conclude esprimendo la propria fiducia nei nuovi impegni internazionali, fissati per proteggere il 30% del pianeta entro il 2030. Impegni che, se realmente applicati, potrebbero certamente “aiutare a fare più spazio alla natura”.
    3 min
  • Il principio di sussidiarietà in Europa: dalla teoria alla prassi | 04/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Il cosiddetto “principio di sussidiarietà” a cui, trattando di questioni europee, si è recentemente appellata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, non va assolutamente considerato come un elemento giuridico che sia frutto esclusivo del pensiero sovranista. Anzi, a ben vedere, il concetto in base al quale è preferibile non accentrare a Bruxelles ciò che può essere realizzato meglio a livello nazionale (o, comunque, locale) è, invece, presente in tutti i Trattati fondativi dell’Unione Europea: da quello di Roma per arrivare fino a Maastricht e a Lisbona. Pertanto, nei settori che non sono di competenza esclusiva dell’UE, il principio di sussidiarietà intende proprio tutelare la capacità di decisione e di azione dei vari Stati membri, legittimando l’intervento dell’Unione solamente nei casi in cui determinati obbiettivi non possano essere adeguatamente raggiunti dai singoli Paesi, ma siano, invece, meglio conseguibili a livello di Unione. L’introduzione di questo principio nei trattati europei mira, quindi, a portare l’esercizio delle competenze il più vicino possibile ai cittadini e si configura, in tal modo, come una chiara espressione della volontà di rispondere all’esigenza che le decisioni siano prese dalle autorità più prossime alle collettività destinatarie delle decisioni stesse. Ciò significa, in altre parole, che è Bruxelles a dover dimostrare, concretamente, che il suo intervento diretto è necessario e costituisce il solo mezzo per ottenere un certo risultato o per ottenerlo, comunque, in maniera più efficace.
    Tuttavia, non possiamo neanche sottovalutare il fatto che stiamo parlando di principi giuridici e meccanismi operativi la cui applicazione è spesso però rimasta soltanto a livello teorico: tanto è vero che, tra le ragioni della crescente disaffezione verso le Istituzioni comunitarie, figura sicuramente anche una certa dose di risentita insofferenza verso una proliferazione legislativa comunitaria eccessiva e sovente invasiva in quasi tutti gli ambiti della vita dei cittadini e delle imprese degli Stati membri. Proliferazione che, nel caso più estremo, ha finito poi per provocare addirittura la Brexit.
    Tuttavia, non sarebbe corretto addebitare l’origine di tanto intasamento normativo al principio di sussidiarietà, quanto piuttosto al controverso problema del perimetro delle funzioni attribuite all’Unione Europea: infatti, anche per quelle sue competenze che non sono esclusive, ma invece condivise, Bruxelles conserva pur sempre una legittimazione generale ad introdurre regole uniformi o discipline armonizzate. Legittimazione generale che, a questo punto, richiede probabilmente di essere ripensata in senso meno espansivo.
    Pertanto, possiamo ipotizzare che, forse, soltanto riducendo il perimetro operativo degli interventi normativi europei, si produrrà il duplice effetto positivo di accrescere contemporaneamente l’efficacia degli atti legislativi e di consolidare la fiducia nella capacità delle Istituzioni europee di migliorare la vita dei cittadini e delle imprese. Cosa che, non dobbiamo scordarlo, costituisce, fin dai suoi primi passi, uno degli obiettivi primari dell’Unione Europea.
    3 min
  • Da che parte è schierata la Francia più profonda? | 03/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Difficile prevedere quale sbocco avranno gli scontri che, da alcuni giorni, stanno sconvolgendo la Francia. Si direbbe persino che gli episodi di violenza (ed i conseguenti provvedimenti di polizia restrittivi delle libertà personali), oltre a confermare, per l’ennesima volta, la profondità della frattura sociale che affligge il Paese, abbiano, comunque, ormai raggiunto il classico livello del non ritorno.
    Un agente di polizia è stato subito incarcerato per aver ucciso – sembra a sangue freddo – un ragazzo di 17 anni che, senza patente, era alla guida di un’auto (ovviamente non sua) e che non era assolutamente nuovo a bravate del genere. La morte di un minorenne – per quanto avviato sulla strada della criminalità - dovrebbe indiscutibilmente costituire un dramma non solo per i suoi familiari ed amici, ma anche per chiunque sia capace di provare un minimo di pietà umana. Tuttavia, se andiamo a leggere i dati relativi ai fondi raccolti da due collette che si sono aperte in queste ultime ore – una in favore della madre del giovane di origini algerine e l’altra destinata alla famiglia del poliziotto incriminato – scopriamo che la prima ha messo insieme, fino ad oggi, 82mila euro, mentre la seconda ne ha totalizzati addirittura 550mila: e vale a dire circa sette volte di più. Il risultato finanziariamente molto più elevato ottenuto da chi intende esprimere la propria solidarietà all’autore del delitto ci porta, inevitabilmente, a domandarci da che parte stia l’opinione pubblica francese: quella che cioè, solitamente, preferisce rimanere silenziosa, facendo sentire il suo peso politico soprattutto quando si tratta di concentrare i propri voti sui candidati più moderati per impedire che un esponente della destra lepenista o dell’estrema sinistra vada ad occupare la poltrona dell’Eliseo.
    Nell’osservare le immagini che ci giungono in continuazione dalle città d’Oltralpe, possiamo avere l’impressione che il Paese di Voltaire (ma non dimentichiamolo anche di Robespierre) si stia avvicinando pericolosamente alla soglia della “resa dei conti”. Da un lato, sono schierati i giovani delle “banlieus” che denunciano di essere discriminati e di non riuscire, pertanto, a sentirsi francesi.
    Dall’altro, sembra invece posizionarsi una Francia che, in un certo senso, finisce per confermare i malesseri dei giovani di origine africana, poiché, a sua volta, non li considera come dei veri francesi, ma piuttosto come dei fannulloni che sfruttano le generosità dello Stato sociale, per poi impegnarsi sul serio esclusivamente in attività illecite di ogni tipo.
    I nostri cugini transalpini sono abituati, da sempre, a fare affidamento su uno Stato molto forte che però, adesso, comincia a dare preoccupanti segni di sfaldamento: milioni di individui mostrano, infatti, sempre più chiaramente di non rispettarne più né le istituzioni, né i simboli. Eppure, Nanterre – il comune in cui è avvenuto l’episodio che ha dato origine alla rivolta – è tutt’altro che un’area desolata e abbandonata a se stessa...Anzi, è anche sede di una prestigiosa Università e di altre organizzazioni culturali... Certo non è facile per nessuno colmare il vuoto politico e valoriale lasciato dalla crisi dei partiti tradizionali, dei sindacati e della chiesa: un vuoto che ha, tra l’altro, finito per creare spazi - fino a qualche anno fa neanche immaginabili - per l’inserimento alternativo di nuove forze politiche e religiose. E i fatti di questa settimana confermano che una di queste – potrà la cosa piacerci o meno - è sicuramente l’Islam.
    4 min
  • La rivolta in Francia e il caso del giovane ucciso dalla polizia a Nanterre | 01/07/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Nanterre è un grande agglomerato della periferia a nord ovest di Parigi. Ed è lì che Nahel, un ragazzo 17enne, è stato fulminato da un'arma di un poliziotto. Nahel guidava una Mercedes senza patente, non si è fermato come richiesto da due agenti. E uno di loro ha sparato, uccidendolo. La ribellione già in atto si allarga a macchia d'olio in tutte le città. Parigi ferma metro e tram. Marsiglia ordina l'evacuazione del porto. Il presidente della Repubblica francese Macron si rivolge ai genitori dei giovani manifestanti. "Un terzo degli arrestati sono giovani o molto giovani, è responsabilità dei genitori tenerli a casa. Faccio appello al senso di responsabilità delle famiglie", ha dichiarato Emmanuel Macron annunciando la mano dura, l'utilizzo di "mezzi aggiuntivi" contro le rivolte. Ma le Nazioni Unite hanno chiesto alla Francia di affrontare seriamente i problemi del razzismo e della discriminazione razziale all'interno delle sue forze di polizia, dimostrando che il problema esiste. La morte di un giovane durante dei tumulti, in mezzo ad una rivolta epocale, comunque sia avvenuta, è una sconfitta dello Stato francese e dello stesso Macron che non può cavarsela con l'appello ai genitori. La morte di un ragazzo dovrebbe invece scuotere le coscienze di un Paese e costringerlo ad interrogarsi sulle origini delle violenze che non riguardano tanto le periferie, ma ampie sacche della popolazione francese che protestano da mesi su pensioni, welfare, diritti, e molto altro ancora. Il pugno duro e lo stato di eccezione rendono Macron molto più debole sul piano politico.
    3 min
  • L'arresto di Paolo Bellini e le verità sulla strage alla stazione di Bologna | 30/06/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Di Paolo Bellini resta un frame ritrovato nella pellicola amatoriale girata in super8 da un turista tedesco in transito alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, poco prima della strage: 85 morti e oltre 200 feriti. La cinepresa ritrae Bellini tra la folla, molto prossimo all'entrata della sala d'aspetto di seconda classe, dove viene piazzato un ordigno ad alto potenziale, 25 chilogrammi di esplosivo di tipo militare. Quell'immagine lo incastra durante l'ultima inchiesta sui mandanti dell'eccidio e lo porta alla condanna all'ergastolo al termine del processo in primo grado della Corte d'Assise di Bologna. Ora Paolo Bellini è stato arrestato. Aveva pianificato nuovi omicidi e vendette contro chi riteneva responsabile di quella condanna. Ad esempio voleva uccidere l’ex moglie, Maurizia Bonini, che aveva testimoniato contro di lui smontando pezzo dopo pezzo il suo alibi, e il figlio del presidente della Corte d’Assise di Bologna, Francesco Caruso, che emise la sentenza. Bellini era stato intercettato nell’ambito di due diversi procedimenti per altrettante stragi di mafia, in particolare dalla Dda di Firenze e dalla Dda di Caltanissetta. Bellini ha un passato che non passa mai. Ex militante di Avanguardia nazionale, responsabile dell'omicidio del militante di Lotta Continua di Reggio Emilia Alceste Campanile, killer di ‘ndrangheta e infiltrato in Cosa nostra ai tempi delle stragi. Si porta dietro un curriculum che lo annovera tra i "collaboratori" dei carabinieri e in odore di servizi segreti. La sua figura è centrale per comprendere fino in fondo la verità sulla strage di Bologna.
    3 min
  • La sfida di Giorgia Meloni all'Europa sul Mes | 29/06/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Nel suo discorso nelle aule parlamentari, Giorgia Meloni si prende la responsabilità di non ratificare il Meccanismo europeo di stabilità. Nella sostanza la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni preferisce salvare la maggioranza che sostiene il suo Governo, allineandosi alle posizioni del leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, piuttosto che procedere secondo il parere espresso lo scorso 20 giugno dal ministero del Tesoro guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti, secondo cui la ratifica del Mes può persino migliorare la valutazione dei BTp. Scrivevano infatti i tecnici del tesoro. "La riforma del Mes non spinge verso la ristrutturazione del debito, non aumenta nemmeno il rischio percepito dai mercati sui nostri titoli di Stato. Anzi, è possibile che la riforma del Mes, nella misura in cui venga percepita come un segnale di rafforzamento della coesione europea, porti ad una migliore valutazione del merito di credito degli Stati aderenti". Al Consiglio europeo che si apre oggi a Bruxelles, Meloni apre dunque il negoziato sulla nuova governance europea con un approccio a pacchetto, nel quale le regole del patto di stabilità, il completamento dell’Unione bancaria e i meccanismi di salvaguardia finanziaria si possano discutere nel loro complesso, nel rispetto del nostro interesse nazionale. Il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni anticipa già la posizione di Bruxelles. "E' legittimo discutere su quale può essere la funzione del Meccanismo Europeo di Stabilità nei prossimi anni, ma con la riforma già decisa dobbiamo fornire un paracadute aggiuntivo in caso di crisi bancaria". Come dire, discutiamo ma alla fine bisogna ratificare quello che già c’è.
    3 min
  • La missione di mons. Zuppi della Cei a Mosca. Un tentativo di fermare la guerra | 28/06/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    E' un tentativo di fermare la guerra tra Russia e Ucraina sul piano culturale, religioso e politico, non solo una generica missione di pace, la visita odierna a Mosca del cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei. Oggi Zuppi sarà a Mosca per la seconda tappa della missione voluta da Papa Francesco. E' probabile che Zuppi possa incontrare il Patriarca di Mosca Kirill. Ed è altrettanto probabile che Zuppi possa vedere anche Putin. Mons. Paolo Pezzi, arcivescovo della Madre di Dio a Mosca e anche presidente dei vescovi cattolici russi, auspica un salto in avanti concreto nella prospettiva della riconciliazione e anche di possibili passi concreti per quel che riguarda gli aspetti umanitari come i prigionieri, gli sfollati e i migranti, come la vicenda di 18mila bambini ucraini portati in Russia e ancora trattenuti. Diciamo subito per non generare equivoci che quella dell’arcivescovo di Bologna è una missione praticamente impossibile, fortemente voluta nei mesi scorsi da papa Francesco, anche se giunge in uno dei momenti più difficili della leadership di Vladimir Putin, dopo la marcia farsa della Wagner su Mosca. Non si tratta di una mediazione vaticana, gli uomini di Bergoglio sono consapevoli di non avere la bacchetta magica. È piuttosto il tentativo di costruire una rete di rapporti che permetta, come sostiene il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, di togliere ogni ostacolo per la pace. Oppure, come ha detto lo stesso Zuppi, trasformare il nemico in un avversario, passare dalla mentalità militare alla mentalità politica. Non sarà facile, ma il tentativo di Zuppi è l'unico messo in campo in questi lunghi mesi di guerra e va sostenuto, appoggiato, difeso.
    3 min

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"Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.

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