Il Corsivo

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  • Diventa un caso politico il lutto nazionale per le morte di Silvio Berlusconi | 14/06/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Diventa un caso politico il lutto nazionale per le morte di Silvio Berlusconi deciso dalla Presidenza del Consiglio. Per Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell'Anci, è un atto dovuto. Secondo Rosy Bindi, ex ministra ed esponente del Partito Democratico, resta una decisione inopportuna. Per Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale, è invece una scelta politico-amministrativa. Comunque la si possa pensare, il lutto nazionale in memoria di Silvio Berlusconi è un fatto inedito, mai concesso negli ultimi 30 anni a nessun presidente del Consiglio a parte Leone e Ciampi che però furono presidenti della Repubblica. Si tratta della morte di un politico che ha ricoperto il ruolo di Presidente del Consiglio per molti anni, discusso come possono essere molti suoi colleghi, ma certamente quella di Silvio Berlusconi una figura divisiva per le note vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto, per gli scontri istituzionali messi in campo più volte, per leggi ad personam reiterate e leggi bavaglio contro le attività dei giornalisti nel corso della sua guida del Paese, per l'editto bulgaro che mise fuori dalla tv di Stato conduttori straordinari come Enzo Biagi, per polemiche contro giudici, magistrati, uomini e organismi delle istituzioni, quello di cui in questi giorni di santificazione e beatificazione si tende a ignorare e omettere. Le bandiere a mezz'asta si sarebbero dovute riservare a personaggi che hanno unito una Nazione. Si è scelto di assecondare l'anima populista del nostro Paese.
    3 min
  • Il futuro di Forza Italia e del centrodestra senza Berlusconi | 13/06/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Con la morte di Silvio Berlusconi finisce certamente un'epoca, ma il futuro del suo partito e del centrodestra diventa incerto. Sì, perché la figura di Berlusconi ha rappresentato il collante dell'intera coalizione, nonostante il peso politico di Forza Italia si sia ridotto negli anni a vantaggio prima della Lega di Matteo Salvini e ora di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni. Senza Berlusconi sarà più difficile smorzare le spinte centrifughe, le tentazioni di molti azzurri di appoggiare con maggiore vigore la svolta a destra e abbandonare il sogno europeista di centro moderato. Come sempre accade nei partiti personali, la morte del suo fondatore, in questo caso del padre padrone, non determina una eredità politica certa, non crea una scia di continuatori carismatici, in grado cioè di mantenere Forza Italia sul crinale centrista. Il partito ha un vicepresidente e un coordinatore nazionale, Antonio Tajani, che però sembra rifiutare l'idea di considerarsi il successore di Berlusconi. C'è Marta Fascina, deputata, fidanzata del Cavaliere che ha isolato Licia Ronzulli ha imposto suoi fedelissimi nelle leve di comando, a partire dalla Regione Lombardia. Tutti gli altri, con rispetto parlando, sono al più dei personaggi in cerca di autore, delle comparse, dei gregari. Nella sostanza Berlusconi lascia una eredità, ma senza eredi politici. Ora si apre una fase con molte incognite. Passati i giorni di lutto emozione e lacrime, ci sarà una fase di transizione che potrebbe durare a lungo. Ma ad un certo punto qualcuno dovrà sedersi intorno a un tavolo e immaginare una Forza Italia senza Berlusconi. Non sarà facile.
    3 min
  • L’Europa parla finalmente di immigrazione | 12/06/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Come è noto, giovedì scorso, in Lussemburgo, il Consiglio Affari Interni dell’Unione Europea ha approvato a maggioranza qualificata un testo (proposto dalla presidenza di turno svedese) sui temi dell’immigrazione e dell’asilo. L’Italia ha votato a favore, a differenza di Polonia e Ungheria, le quali si sono, oltre tutto, espresse anche contro la modalità stessa del voto a maggioranza qualificata su argomenti che, invece, a loro giudizio avrebbero dovuto essere decisi all’unanimità dai capi di stato e di governo nell’ambito del Consiglio Europeo.
    Non entreremo nel merito dell’accordo raggiunto, anche perché non lo conosciamo ancora nei suoi dettagli, ma ci interessa, comunque, soffermarci sui suoi aspetti politici di fondo e sull’importanza che riveste il fatto che, finalmente, l’Europa abbia cominciato a ragionare in maniera sinergica sulla questione dei migranti. Inoltre, va segnalata pure l’importantissima novità che nasce dalla scelta – fatta propria da nove ministri degli Esteri europei - di promuovere l’adozione delle decisioni a maggioranza qualificata in materia di politica internazionale e di sicurezza interna.
    Stiamo parlando del nucleo originario dei sei Paesi che nel 1951 si attivarono per fondare la Ceca (e cioè Francia, Germania, Italia e i tre Paesi del Benelux), ai quali si aggiungono oggi anche Finlandia, Slovenia e Spagna: e sono tutti mossi dalla comune finalità di semplificare e di rendere più immediati ed efficaci gli interventi dell’Unione Europea per quanto concerne la politica estera. L’intesa siglata dai nove ministri ci sembra, quindi, costituire un passo in avanti molto significativo verso un’ Europa in grado di recitare - sperabilmente in modo molto più credibile di quanto sia fino ad oggi riuscita a fare - una parte da protagonista sul teatro globale.
    Non è, probabilmente, il caso di lasciarsi adesso trasportare da entusiasmi eccessivi, tuttavia è chiaro che si è aperto uno scenario piuttosto incoraggiante per chi crede che valga ancora la pena di lavorare affinché l’accordo appena raggiunto in Lussemburgo possa evolvere positivamente e sfociare in procedure e strumenti che siano davvero capaci se non di porre del tutto fine, almeno di arginare quel flusso di tragedie umanitarie che purtroppo, nei nostri mari, si ripetono con una puntualità divenuta ormai quasi quotidiana.
    3 min
  • Elly Schlein, troppo sola al comando? | 10/06/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    A ormai tre mesi dalla sua elezione alla segreteria del PD, dobbiamo ancora francamente capire che cosa abbia davvero in testa Elly Schlein. Si direbbe che, almeno fino ad oggi, la nuova guida della maggiore forza politica di opposizione al Governo non abbia ancora trovato il coraggio o la chiarezza di idee per farci sapere quali siano realmente le sue posizioni in merito a tanti argomenti – dall’utero in affitto al sostegno militare all’Ucraina, per arrivare fino al termovalorizzatore di Roma – che rischiano di risultare particolarmente divisivi anche all’interno dello stesso Partito Democratico.
    Forse, l’unico piano sul quale Schlein ha dato prova di saper agire con una certa determinazione è stato quello dei rapporti da intrattenere con gli esponenti del Partito a lei meno legati: valga per tutti il caso di Piero de Luca (figlio di Vincenzo, governatore della Campania) che è stato sollevato, da un giorno all’altro, dall’incarico di vice capogruppo del PD alla Camera, per essere sostituito da quel Paolo Ciani che non ha neanche la tessera del Partito e che, tra l’altro, si è ancora recentemente distinto per aver votato contro l’invio di armi all’Ucraina, in totale autonomia rispetto alla linea incerta (ma, comunque, ufficiale) della formazione politica che, adesso, sarà chiamato a rappresentare alla Camera. La scelta inaspettata (ed anche piuttosto arrogante) della Schlein è stata prevalentemente interpretata come una ritorsione nei confronti di alcune critiche che le erano state mosse dall’autorevole genitore del parlamentare ormai, evidentemente e suo malgrado, caduto in disgrazia. E’ un gesto politicamente maturo e sensato quello di colpire il figlio per far capire al padre che è giunta l’ora, anche per lui, di cambiare aria? Ha pensato la “donna sola al comando” a quali conseguenze elettorali andrebbe incontro se un indispettito Vincenzo de Luca, alle prossime consultazioni regionali campane, decidesse di portare in dote tutti i suoi voti al Renzi o al Calenda di turno? Con questo, non intendiamo certamente dire che non possa essere, talvolta, una cosa salutare il procedere allo svecchiamento dinanzi a determinate realtà ostinatamente cristallizzate, ma c’è, tuttavia, modo e modo...
    L’impressione che abbiamo è quella che Elly Schlein stia sottovalutando l’utilità di ascoltare anche i membri di quella componente riformista che, a grandi linee, fa riferimento a Stefano Bonaccini e che, all’ultimo congresso, aveva pur sempre raccolto il 53% dei consensi contro il 35% andato, invece, alla neo segretaria, la quale deve, infatti, il posto che occupa esclusivamente al sorprendete ribaltone provocato dal voto espresso successivamente da elementi esterni al Partito.
    3 min
  • Non tutto il male l’ha inventato la Meloni | 09/06/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Lo scontro politico al quale stiamo assistendo, in questi giorni, sulla questione del controllo concomitante della Corte dei Conti in materia di Pnrr, ben poco ha a che vedere con quello che dovrebbe essere un confronto corretto e democratico tra maggioranza e opposizione. Il provvedimento di sospensione introdotto dall’esecutivo Meloni, oltre a non intaccare alcun principio costituzionale (come, del resto, è stato sottolineato anche da autorevoli giuristi), non è nemmeno il frutto di un’iniziativa specifica del Governo attuale, essendo già stato tranquillamente previsto anche nelle normative varate da quelli presieduti da Giuseppe Conte e da Mario Draghi: il tutto, ovviamente, senza che allora a qualche estremo tutore della democrazia fosse venuto in mente di lanciare disperati appelli contro una preoccupante “deriva totalitaria”. Ciò nonostante, i principali partiti di opposizione, anche in questa circostanza, non hanno perso la loro occasione per denunciare “urbi et orbi” i gravissimi rischi connessi ad un potere che incomincia a dare segni sempre più concreti di refrattarietà verso ogni tipo di controllo imparziale, oggettivo e democratico.
    Tuttavia, ci pare, invece, doveroso riconoscere che, in una situazione delicata come quella costituita dai ritardi che il nostro Paese sta denotando nella messa a terra del Pnrr, certi controlli di carattere strettamente giuridico e burocratico rischiano, in concreto, di rallentare ulteriormente l’azione di chi si sta adoperando per fornire, nei tempi richiesti, garanzie e certezze ai decisori di Bruxelles. Pensiamo sia chiaro a tutti come la cifra in denaro messaci a disposizione dal Recovery europeo rappresenti, per l’Italia, una opportunità davvero irripetibile e che sarebbe, quindi, assolutamente folle metterla in discussione soltanto per assecondare certe ossessioni ispettive. Se si riconosce sul serio – e almeno, in apparenza, sembra che tutti lo facciano - che la nostra priorità assoluta è, in questo momento, quella di dare tutto il meglio di noi stessi per evitare che vada sprecata una straordinaria occasione finanziaria dalla quale può realmente dipendere il futuro dell’economia nazionale, allora occorre innanzitutto che si mettano immediatamente da parte tutti gli interessi di bottega e di retro bottega, dando la precedenza alle reali esigenze del “sistema Paese” e privilegiando, di conseguenza, ogni iniziativa che sappia di solidarietà e di cooperazione. Non sarà facile, soprattutto in prossimità della scadenza elettorale europea del 2024, alla quale ogni partito cercherà di presentarsi potendo vantare il maggior numero di meriti, da contrapporre ai demeriti degli avversari...
    Il Paese con tutti i suoi meccanismi decisionali – dal Parlamento, fino alle più oscure burocrazie – è, dunque, chiamato a superare un esame di maturità. Speriamo vi si accosti con pragmatismo e senso di responsabilità.
    3 min
  • Il caso D’Alema tra moralismi inconcludenti e complesse realtà commerciali | 08/06/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Come è ormai noto, la Procura di Napoli ha incaricato la Digos del capoluogo campano di effettuare una serie di perquisizioni nelle abitazioni e negli uffici romani di Massimo D’Alema, di Alessandro Profumo (già amministratore delegato di Leonardo), di Giuseppe Giordo, ex direttore del settore Navi di Fincantieri e di Gherardo Gardo, commercialista di D’Alema.
    Le indagini riguardano una complessa operazione di compravendita di navi ed aerei, per la quale le due eccellenze industriali italiane erano in trattativa con il Governo colombiano.
    A tutti e quattro i personaggi viene contestato il reato di corruzione internazionale aggravata, dal momento che, per chiudere i contratti, avrebbero agito con il supporto di una organizzazione criminale presente ed attiva in diversi Stati, tra cui Italia, Usa e, appunto, Colombia. In particolare, secondo gli inquirenti, i soggetti indagati si sarebbero a vario titolo adoperati per promuovere la vendita al governo della Colombia di aerei M 346 (prodotti da Leonardo) e di piccoli sommergibili della Fincantieri, per un valore economico complessivo di circa 4 miliardi di euro. E per raggiungere tali obbiettivi contrattuali, D’Alema e gli altri indagati avrebbero offerto corrispettivi illeciti per 80 milioni di euro.
    Non è però sui contenuti dell’indagine che intendiamo fermare la nostra attenzione, quanto sui commenti che abbiamo cominciato a registrare sui media.
    A parte certa stampa di destra alla quale, probabilmente, non sembra neanche vero di poter raccontare di un “Baffino” finito finalmente nei guai (e di poter anche scrivere oggi di un “Cartello D’Alema”), ad emergere c’è poi anche tutto l’imbarazzo di una certa opinione di sinistra, secondo la quale l’ex presidente del Consiglio - anche nel caso in cui dovesse alla fine risultare innocente – avrebbe, comunque, varcato la soglia di ciò che può essere opportuno o morale per un capo politico della sinistra. Insomma, D’Alema, con la sua attività di mediatore d’affari internazionali, avrebbe fatto un qualche cosa che non è di sinistra e che contrasta con quello che, nell’immaginario collettivo del popolo di sinistra, deve essere il comportamento non solo pubblico, ma anche privato di un suo leader. Il tutto, con buona pace di Nanni Moretti che, già trent’anni fa, implorava “D’Alema, dì qualcosa di sinistra !”.
    Ora però, da tempo D’Alema non occupa più incarichi di partito ufficiali ed è, quindi, (almeno si spera) libero di curare i suoi interessi come meglio crede: se poi questi coincidono – guarda caso – con quelli nazionali bisognerebbe, forse, andare un po’ più cauti prima di esprimere giudizi affrettati. Che cosa leggeremmo, infatti, sui nostri giornali se Società fondamentali per l’ economia italiana come Leonardo e Fincantieri, dovessero malauguratamente andare in crisi e si vedessero costrette a lasciare a casa del personale o a battere cassa presso lo Stato?
    C’è poco da dire, per crescere bisogna vendere e, purtroppo, non sempre l’acquirente è una trasparente socialdemocrazia scandinava...Spesso e volentieri sono, invece, Paesi nei quali, se non sei disposto a venire incontro a qualche particolare richiesta locale, puoi anche fare a meno di iniziare il discorso.
    3 min
  • Ecocidio in Ucraina? | 07/06/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    A seguito delle esplosioni che hanno gravemente danneggiato la diga di Nova Kakhovka sul fiume Dniepro (nella provincia ucraina di Kherson, attualmente finita sotto il controllo russo), sembra che almeno 22mila persone siano state costrette ad abbandonare le loro abitazioni per sfuggire alle devastazioni che l’imponente alluvione sta causando. Entrambe le parti in conflitto si rinfacciano l’accusa di aver volutamente determinato la distruzione della struttura che risale al 1956 e bisogna dire che – almeno per ora - non è affatto facile, per un osservatore esterno, esprimere in merito un’opinione assolutamente certa. Tuttavia, i video disponibili mostrano un’esplosione che avviene all’interno della diga e che non pare, quindi, essere provocata – come sostiene Mosca - da un bombardamento esterno.
    Per la verità, è risaputo che i soldati russi avevano minato la diga di Kakhovka già nell’ottobre scorso, quando cioè le truppe ucraine avevano dato l’impressione di poter liberare le zone occupate intorno alla città di Kherson da un momento all’altro: in quella circostanza fu probabilmente ipotizzato, da parte dei vertici militari del Cremlino, di ricorrere alla distruzione della struttura per rallentare l’avanzata del nemico, nel caso in cui questo avesse oltrepassato il fiume e si fosse, quindi, spinto ulteriormente verso sud. Poi, siccome, gli Ucraini si erano fermati sulla sponda ovest del Dniepro, i Russi avevano evitato di far detonare le loro cariche: cosa che, invece, hanno forse deciso di fare proprio adesso. Non c’è, infatti, dubbio sul dato che l’enorme massa d’acqua liberata, allagando soprattutto la sponda sud (e vale a dire quella occupata dai Russi), finisca per produrre, dal punto di vista militare, un notevolissimo intralcio per un’ eventuale avanzata ucraina che, a questo punto, si troverebbe a dover fare i conti con le serissime difficoltà in cui verrebbero a trovarsi i suoi mezzi pesanti nel muoversi su un terreno ridotto a fango e paludi.
    Tuttavia, la fine della diga sul Dniepro comporta disagi e grattacapi notevolissimi anche per le forze occupanti, dal momento che è proprio da questa fonte che proviene gran parte dell’acqua che rifornisce sia la penisola di Crimea - annessa dalla Russia nel 2014 – che la centrale nucleare di Zaporizhzhia (oggi controllata dagli uomini di Putin). L’enorme impianto atomico necessita, infatti, di un afflusso idrico molto regolare che risulta indispensabile per il raffreddamento dei suoi reattori, come più volte sottolineato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. E non a caso, durante le poche ispezioni che gli è stato concesso di fare a Zaporizhzhia, il direttore dell’Agenzia stessa, Rafael Grossi, ha sempre evidenziato l’esigenza di garantire una quantità costante di acqua nei grandi bacini che circondano l’impianto. Ecco perché il governo di Kiev accusa oggi Mosca di “ecocidio”.
    3 min
  • Malattia e “diritto all’oblio” | 06/06/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    In questi giorni, si sente spesso parlare di “diritto all’oblio”, facendo riferimento alla particolare esigenza che un individuo possa avere nell’ottenere la cancellazione di alcuni aspetti non più attuali del suo passato, ma che potrebbero, tuttavia, continuare a condizionare l’evolversi dei suoi anni a venire. E, tra i casi più frequenti in cui questo tipo di esigenze vengono a manifestarsi, figurano senz’altro quelli che, chiamando in causa i dati sensibili di natura sanitaria, consentono di delineare lo stato di salute di una persona, specificando le patologie dalle quali questa sia stata o possa ancora risultare colpita. Si pensi, ad esempio, a quel 27% di cittadini italiani che sono riusciti a guarire definitivamente da un tumore, ma che, in qualche modo, devono comunque continuare a fare i conti con la malattia, ogni volta che, per stipulare una polizza assicurativa, per sostenere un colloquio di lavoro o per accendere un mutuo in banca, sono costretti a rivelare i loro precedenti clinici. Ed è proprio in circostanze come queste che viene a configurarsi quella situazione assurda, in base alla quale chi è riuscito effettivamente a liberarsi dal tumore, ne rimane lo stesso marchiato a vita, quasi come se la malattia potesse ancora esercitare la sua nefasta azione persecutoria persino nei confronti di un soggetto divenuto ormai completamente sano. Ecco perché qualcuno, a proposito di certi casi, ha coniato l’espressione di “apartheid oncologico”.
    Pertanto, proprio per ovviare a questo tipo di condizionamenti penalizzanti, la Commissione Affari Sociali della Camera sta, al momento, esaminando alcuni disegni di legge (sostanzialmente bipartisan), i cui principi ispiratori possono individuarsi nel divieto di chiedere informazioni o di imporre clausole inerenti una pregressa patologia oncologica, tali da impedire od ostacolare il normale espletarsi delle più svariate pratiche burocratiche o finanziarie.
    Il diritto all’oblio, stando ai progetti legislativi, dovrebbe scattare dieci anni dopo la fine delle terapie, a meno che la diagnosi tumorale non risalga a prima del compimento dei 21 anni, nel qual caso basterebbero cinque anni per ottenere la rimozione del proprio passato di paziente oncologico.
    E’ importante, quindi, che i lavori parlamentari procedano nella maniera più spedita, per affrancare centinaia di migliaia di persone da questa sorta di apartheid che è, tra l’altro, in così marcato contrasto non soltanto con le nostre norme costituzionali, ma anche con il buon senso comune.
    3 min
  • L’imbarazzo di un uomo normale | 05/06/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    L’impressionante sequenza di delitti compiuti da mariti, fidanzati, padri, parenti o amici nei confronti di donne che pure, almeno in teoria, dovrebbero occupare un posto costante ed imprescindibile nel quadro dei loro affetti più profondi, contribuisce, senza dubbio, a diffondere – specialmente presso l’universo femminile – il convincimento in base al quale, dietro ad ogni uomo, si possa sempre celare un potenziale femminicida. Ne consegue che, per ciascuna donna, sarebbe quanto mai opportuno e prudente trattare con una certa diffidenza qualunque maschio col quale si trovi ad aver a che fare: sia in famiglia, che sul lavoro o in ogni altro tipo di circostanza. E si tratta di un atteggiamento mentale che non può che creare un imbarazzato disagio in molti uomini che, in realtà (e, per fortuna, sono la stragrande maggioranza) si comportano in modo amorevole e corretto con l’altra “metà del cielo”, trascorrendo tutta la loro esistenza senza neanche farsi lontanamente sfiorare da certe folli intenzioni criminali. E’, quindi, comprensibile - e ci sembra anche giustificata - la reazione di sgomento di milioni di maschi che, dinanzi a delitti come quelli che stanno occupando le prime pagine dei nostri giornali in questi giorni, cercano innanzitutto di rassicurare se stessi, ripetendosi interiormente di non essere affatto quel tipo di individuo, ma di esserne se mai l’opposto e di sentirsi, comunque, del tutto incapaci anche soltanto di concepire l’orrore suscitato da certi episodi. Tuttavia, al di là di tutte le più sincere e disinteressate autocritiche che, da parte maschile, si possano fare su questi temi così angoscianti, resta in noi il dubbio che determinate manifestazioni di violenza estrema altro non siano che lo sbocco potenziale – anche se grazie a Dio piuttosto raro – di tutta una serie di rapporti di genere che affondano le loro radici in un contesto sociale in cui ogni uomo – a prescindere da quanto mite possa essere la sua indole – fin dalla primissima infanzia comincia a percepire l’idea (ma anche il fatto) di vivere in un mondo che è più suo che di quella bambina che, a scuola, gli siede a fianco nel banco...Insomma, magari non ci capita di soffermarci spesso a riflettere su queste basi esistenziali di partenza, ma noi maschi anche se non ce ne accorgiamo oppure non ne abbiamo una piena consapevolezza, siamo comunque ancestralmente abituati a provare un senso di possesso dal quale sarebbe meglio iniziassimo, finalmente, a prendere le distanze.
    3 min
  • Il “controllo concomitante” | 03/06/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Sul sito della Camera dei Deputati si legge testualmente che il “controllo concomitante” della Corte dei Conti può essere chiesto dalle Commissioni parlamentari al fine di “intervenire in itinere durante l’attuazione di un piano, programma o progetto, esercitando un’azione acceleratoria e propulsiva dell’azione amministrativa e assicurando, al contempo, il corretto impiego delle risorse rimesse alla gestione pubblica”. Alla luce di queste parole, la decisione della maggioranza di governo di presentare due emendamenti al decreto sulla Pubblica Amministrazione per prolungare, da un lato, di un anno il cosiddetto “scudo erariale” (che limita la responsabilità contabile di amministratori e dipendenti pubblici ai soli casi di dolo e colpa grave) e per esautorare, dall’altro, la Corte dei Conti dalla vigilanza sul Pnrr - abolendo appunto il controllo concomitante dei giudici contabili sull’ utilizzo dei fondi del Piano - sembrerebbe giustificare pienamente la risentita reazione del presidente dei senatori del PD, Francesco Boccia, il quale, a questo proposito, ha parlato di un emendamento “vergognoso ed inaccettabile”. Vergognoso perché sottrae alla Corte la verifica sull’uso dei fondi Pnrr e inaccettabile perché limita le prerogative del Parlamento in una misura che – sempre secondo Boccia – “non è sopportabile”.
    Tuttavia, considerato il travagliato momento di incertezze che il Paese sta vivendo proprio in merito alle destinazioni dei fondi europei, vale forse anche la pena di leggere, nell’orientamento dell’esecutivo Meloni, un pragmatico tentativo di porre il Pnrr al riparo dalle insidie di un meccanismo burocratico lento e contorto che, di fatto, ha fino ad ora rischiato di compromettere la grande opportunità che l’Unione Europea ci ha concesso, mettendo a nostra disposizione addirittura 190 miliardi. Naturalmente, quando parliamo di lungaggini burocratiche, ci riferiamo ad un fenomeno ben più esteso e complesso dei controlli concomitanti della Corte che ne costituiscono soltanto una delle tante possibili componenti, ma ci pare francamente eccessivo individuare, nella posizione assunta dal Governo, un pericoloso passaggio che condurrebbe verso una gestione sempre più autoritaria del nostro Paese. E se il sottrarre il Pnrr al controllo concomitante della Corte dei Conti non fosse affatto una banalissima ripicca nei confronti di alcune critiche espresse recentemente dalla magistratura contabile nei confronti di Palazzo Chigi, ma rappresentasse, invece, un primo segnale di quell’ inversione di tendenza semplificatrice di cui, da tanto tempo, in Italia si avverte il bisogno? E se fosse proprio questa l’ultima carta rimastaci da giocare per evitare che il nostro Pnrr finisca imperdonabilmente per naufragare nelle acque paludose dei cavilli contabili e amministrativi?
    3 min

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"Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.

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