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Il crescente interesse per il musical americano nel nostro paese sta spingendo i teatri e le direzioni artistiche a pianificare con maggiore regolarità i grandi classici di questo repertorio all’interno delle tradizionali stagioni d’opera. Non deve, dunque, sorprendere che Theater Basel metta le proprie forze al servizio di una produzione berlinese di West Side Story che ha riscosso in Germania grandissimo successo. Il regista Barrie Kosky e il coreografo Otto Pichler riportano la tragica storia di Tony e Maria alla purezza primordiale del suo significato archetipico, come ci svelerà il musicologo Alberto Napoli, che per noi ha assistito ad una delle prime recite. Dopodiché voleremo in Irlanda per incontrare Rosetta Cucchi, direttrice artistica del Festival di Wexford, che quest’anno ha celebrato il 75° anniversario dalla fondazione, come da tradizione con una selezione di titoli rarissimi.
La storia di Roma come chiave per leggere il più tedesco dei miti musicali: è la sfida di Siegfried, che inaugura la nuova stagione sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e prosegue il progetto di esecuzione scenica della Tetralogia, destinato a concludersi nel 2028. Un’impresa di grande impegno per un’istituzione sinfonica, che sceglie di affrontare Wagner con una produzione teatrale a tutto campo (in scena fino al 27 ottobre). Il regista Vincent Huguet associa le diverse giornate del Ring a tre epoche della storia romana: l’Impero, lo Stato Vaticano e l’Impero coloniale italiano degli anni Trenta e Quaranta. Sul podio, Daniel Harding, alla guida di una partitura in cui l’orchestra è protagonista assoluta, tra tensione drammatica, slancio epico e raffinatezza timbrica, e con un cast di primissimo piano. L’ha visto per noi Andrea Penna che ci racconterà di questa produzione di Santa Cecilia, ma anche del nuovo Falstaff dell’istituzione concorrente della capitale italiana, l’Opera di Roma, diretto da Michele Mariotti e con la regia di Tatjana Gürbaca al suo debutto italiano in scena (fino al 1 novembre).
Nella seconda parte della puntata ci spostiamo a Venezia per scoprire come un teatro possa tornare a vivere proprio quando sembra aver esaurito le proprie possibilità. Ne conversiamo con Massimo Marino, autore del volume “Teatro La Fenice. Anni di cambiamento 1979-1986” (edizioni Marsilio), il periodo della sovrintendenza di Lamberto Trezzini e della direzione artistica “vulcanica” di Italo Gomez, in cui un teatro magnifico ma segnato dai debiti e da anni difficili cambia passo e allarga radicalmente il proprio raggio d’azione: un nuovo modo di progettare i cartelloni d’opera, allargandone il repertorio e le messe in scena, ma nuova musica con la Biennale, danza, il Carnevale, i cicli di approfondimento, nuovi rapporti con il pubblico, gli abbonamenti, gli spazi e il territorio. Un settennato di invenzioni continue che porta la Fenice a concepirsi come un vero “teatro pubblico”, capace di innervare la musica nella società veneziana.
Non ce ne vogliano bassi e baritoni, ma la puntata di oggi sarà dedicata alla tipologia canora maschile per eccellenza, anche se in verità tratteremo di vocalità abbastanza eccentriche… Spavalderia eroica, sfoggio di acuti smargiassi, divismo sfrenato: tutti aspetti tipici del tenorismo che oggi non toccheremo, a fronte invece di interpreti che si distinguono per un raffinato percorso di stile e di declamazione, e per una ricerca timbrica improntata alla morbidezza.
Il fascino di Peter Pears non stava certo nello squillo luminoso del timbro, che per la sua oscurità faceva storcere il naso agli amanti del canto all’italiana, ma il tenore inglese incantava per l’inimitabile legato e per l’intelligenza musicale – certo, aveva dalla sua il vantaggio di un genio come Britten che per lui stravedeva e componeva ad personam. Per Pears Britten creò “Death in Venice”, titolo che risuona in questa stagione nel circuito di OperaLombardia.
Per noi Sabrina Faller ha assistito alla recita di Como, il 9 ottobre. Un tenor-baritenore e un tenore leggerissimo duetteranno poi al nostro microfono per raccontarci le loro diverse anime tenorili, squisitamente cameristiche: Riccardo Pisani e Andrès Montilla, che sotto la direzione di Marco Mencoboni sono i protagonisti di “L’eterno foco”, musiche di Stefano Landi, per Novantiqua Records.
Un’opera che arriva dal Perù del Cinquecento, un girasole che brucia sulla scena e un Verdi ancora lontano dai grandi capolavori della maturità. È, in sintesi, Alzira, l’opera che apre quest’anno il Festival Verdi di Parma, dedicato ai “Mondi lontani” (gli altri due saranno la Babilonia di Nabucodonosor e l’Egitto di Aida). La nuova produzione, che riporta al Teatro Regio un’opera rara, assente dal Festival dal 2002, è diretta da James Conlon con uno spettacolo firmato da Manuel Renga che promette un’immagine potente: un semplice foglio di metallo che diventa un grande girasole destinato a bruciare, immagine delle terre devastate dalla conquista. Con quale efficacia lo sapremo da Giacomo Agosti, che l’ha vista per noi. È invece sola, senza accompagnamento, la voce al centro del progetto Vox in Femina, che Laura Catrani porta avanti dal 2010 e che oggi arriva anche al disco, pubblicato da Stradivarius nel 2026. Nell’album convivono Sequenza III di Luciano Berio, una pagina diventata uno dei suoi brani-simbolo, e composizioni più recenti come Gutta cavat lapidem di Leonardo Marino e To whom? di Alessandro Solbiati. Ci faremo raccontare dalla stessa cantante questo punto d’arrivo di una ricerca sulla voce sola che Catrani ha sviluppato per anni: una voce chiamata a fare tutto, dalla parola al suono, dal respiro al gesto, senza nessun altro strumento a sostenerla.
La prima produzione operistica della nuova stagione di Bühnen Bern è una Traviata di Giuseppe Verdi firmata da Raimund Orfeo Voigt, che trasporta la dama delle camelie in un popoloso deserto di asettica pulizia formale. Un giovane cast di interpreti accompagnato dalla Berner Symphonieorchester sotto la guida di Alevtina Ioffe restituisce alla partitura una inattesa freschezza, come ci racconta Lalitha Del Parente che per noi ha assistito alla première del 19 settembre. Nella seconda parte della trasmissione, invece, torniamo a dialogare con Camillo Faverzani che insieme ad Andrea Gialloreto e Michela Landi ha curato per LIM una raccolta di saggi intitolata Scrittori melomani in cui si racconta il fertile incontro fra i letterati e l’opera nell’Europa dell’Ottocento.
Quando Puccini muore, nel 1924, Turandot è ancora incompiuta: la partitura si interrompe dopo la morte di Liù. Perché Puccini non riuscì a portare a termine l’opera e come avrebbe immaginato il suo finale? Sono domande che, a un secolo dalla prima rappresentazione postuma nel 1926, continuano a risuonare e che saranno al centro della nuova produzione di Turandot, diretta da Alessandro D’Agostini, che inaugura la stagione d’opera del Teatro Sociale di Como (in scena in altri teatri per tutto ottobre nell’ambito di OperaLombardia). L’elemento di novità è il progetto del collettivo Floret Umbra, guidato dal giovane regista Nadir Dal Grande, vincitore del bando internazionale under 35 di OperaLombardia, e dalla lighting designer Jenny Cappelloni. Dal Grande firma regia, scene e costumi, in un allestimento dalla forte identità visiva e contemporanea. Al centro della lettura scenica c’è proprio la questione dell’incompiutezza: la morte di Liù diventa il punto di arrivo dello spettacolo, che sceglie di non ricomporre la frattura lasciata da Puccini con una soluzione convenzionale, ma di trasformarla in un finale aperto. Con quali esiti, ce lo racconterà Nicola Cattò, che l’ha vista per noi.
Con Puccini e con la morte di Liù si apre anche una delle grandi questioni del teatro musicale italiano del Novecento: quella di una tradizione che, dopo i grandi capolavori dell’Ottocento e del primo Novecento, sembra progressivamente arenarsi. È un cliché, ma non del tutto infondato, tanto che Gianandrea Gavazzeni parlava di un «senso d’eccitato tramonto». Ed è proprio quest’espressione che Emanuele Franceschetti ha scelto come titolo del suo libro, Un senso d’eccitato tramonto. Il teatro musicale in Italia nel secondo dopoguerra, 1945-1961, edito da NeoClassica. Attraverso una vasta ricerca d’archivio, il volume ricostruisce, ce lo spiegherà l’autore, nostro ospite in puntata, quel quindicennio di passaggio, tra la ricostruzione e il boom economico, seguendo le trasformazioni dei teatri italiani, delle istituzioni e del linguaggio operistico, sospesi fra la forza della tradizione e le nuove esigenze della sperimentazione.
Dopo la lunga pausa estiva, ripartono anche in Svizzera le stagioni d’opera e il primo teatro a proporre una nuova produzione è il Grand Théâtre di Ginevra con un titolo svizzero: La Tempête di Frank Martin. Nella sede distaccata dei Bâtiment des Forces Motrices, la registra Netia Jones trasforma il dramma shakespeariano nell’esperimento visionario di uno scienziato pazzo, come ci racconta Gianluigi Bocelli che per noi ha assistito alla prima del 16 settembre.
Dopodiché ci trasferiamo a Modena per raccontare insieme a Eloisa Magiera il senso e l’attività dell’associazione dedicata a suo padre Leone Magiera, uno dei più illustri vocal-coach della storia dell’opera, che all’età di 92 anni ha personalmente coordinato i lavori per il concerto inaugurale dell’associazione presso il Teatro Comunale Freni-Pavarotti.
Come si formano i grandi cantanti lirici di domani? E soprattutto, che cosa significa essere un artista oggi, in un mondo attraversato da trasformazioni, conflitti e nuove sensibilità? Nella puntata di oggi approfondiamo due modi diversi di accompagnare i giovani artisti verso la professione: da una parte l’Accademia della Scala, dove la formazione si misura con la tradizione e con l’esperienza di uno dei più importanti teatri d’opera al mondo; dall’altra Opera for Peace, che propone un percorso internazionale e interculturale, mettendo in relazione giovani cantanti provenienti da Paesi e contesti diversi. Attraverso il racconto di una produzione concreta, L’elisir d’amore di Donizetti, in scena alla Scala dal 5 al 16 settembre, entriamo nel lavoro dell’Accademia: sul podio Marco Alibrando, alla regia Maria Mauti, con un cast formato in gran parte dai giovani allievi dell’Accademia. Ne parliamo con Daniele Borniquez, responsabile del Dipartimento Musica e coordinatore di progetti e corsi dell’Accademia Teatro alla Scala, per capire come si costruisce, giorno dopo giorno, la preparazione di un giovane cantante lirico e cosa significa confrontarsi così presto con il grande palcoscenico. Fondata nel 2019 da Julia Lagahuzère, Opera for Peace è un’organizzazione internazionale che individua e sostiene giovani talenti della lirica provenienti da tutto il mondo, offrendo loro formazione, masterclass, mentoring e opportunità concrete per costruire una carriera internazionale. Un progetto che punta anche a rendere l’opera più inclusiva, dando spazio ad artisti che spesso provengono da contesti con minori opportunità. A raccontare le ragioni di questa iniziativa sarà Julia Lagahuzère, mentre la regista Claudia Blersch ci accompagnerà verso il gala del 12 settembre, anticipando la costruzione dello spettacolo e il percorso che porterà sul palco del LAC dieci giovani cantanti provenienti da diversi Paesi, insieme all’Orchestra della Svizzera italiana diretta da Kamal Khan.
Chi fa da sé fa per tre, dice il proverbio. Il Ridotto, però, non si fida e preferisce moltiplicare le forze, soprattutto per un’impresa titanica come quella di setacciare i calendari operistici alla ricerca degli appuntamenti imperdibili per la stagione 2026/2027. Gaia Varon, Davide Fersini e Paolo Borgonovo snocciolano titoli, date e interpreti alla ricerca di filoni tematici e chiavi interpretative per un autunno che sembra diviso – sia in Svizzera che in Italia – fra belcanto, verismo e musica americana.
Mentre a Taormina l’eruzione dell’Etna si inserisce nella scenografia del Nabucco di Giuseppe Verdi, a Sankt Margarethen in Austria, un’intera chiesa barocca viene ricostruita nelle antiche cave di pietra romane, per ospitare una nuova e opulentissima produzione di Tosca. Nel frattempo, a Bregenz, Damiano Michieletto proietta la dolorosa vita di Traviata su un enorme specchio infranto issato sul lago di Costanza e parallelamente a Drottningholm – tra corde e pulegge - rinasce la favola di Orfeo di Monteverdi nel più filologico dei teatri di tradizione.
Potrebbe bastare questo breve elenco per completare la lunga tournée estiva del Ridotto attraverso Festival e kermesse, ma prima di tornare a casa, non possiamo non fare tappa a Siena, dove il Chigiana International Festival & Summer Academy 2026 ha festeggiato il centenario della nascita di Hans Wener Henze – uno dei massimi operisti del ‘900 - con un ciclo di concerti intitolati “Focus Henze 100”.
Programma ricchissimo per una puntata a tre voci con Gaia Varon, Paolo Borgonovo e Davide Fersini.
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Quattro secoli di passioni, trame, follie, trionfi, croci e delizie. Lo spettacolo più sensazionale ed inverosimile creato dall’umanità, si rinnova ogni settimana sulle onde di Rete Due con Gaia…