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Due anni di prigione per aver realizzato un disegno ritenuto “atto di terrorismo”. L’artista curda Zehra Dogan ha pagato con il carcere in Turchia il proprio impegno per i diritti civili della popolazione curda e a favore delle donne nella società turca.
Poco importa se la condanna è stata cancellata pochi giorni fa e in modo definitivo dalla corte di cassazione turca, dopo che lo scorso ottobre era stata chiesta la revisione del processo. Non è una forma di terrorismo disegnare carri armati e la bandiera turca sulle macerie di una città curda distrutta dall’esercito di Ankara, ma l’artista ha comunque pagato un prezzo carissimo: il carcere e poi l’esilio in Europa.
A margine di Chiasso Letterario, Zehra Dogan racconta a Laser il suo rapporto con l’arte, il significato del suo lavoro e come sia riuscita comunque a fare uscire dal carcere le sue opere d’arte. “Io non sono pentita” scritta con il proprio sangue su una installazione che riproduce la cella di un penitenziario, è la firma del suo impegno per gli ideali e i diritti in cui crede, e che nemmeno il carcere è riuscito a scalfire.
By RSI - Radiotelevisione svizzera5
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Due anni di prigione per aver realizzato un disegno ritenuto “atto di terrorismo”. L’artista curda Zehra Dogan ha pagato con il carcere in Turchia il proprio impegno per i diritti civili della popolazione curda e a favore delle donne nella società turca.
Poco importa se la condanna è stata cancellata pochi giorni fa e in modo definitivo dalla corte di cassazione turca, dopo che lo scorso ottobre era stata chiesta la revisione del processo. Non è una forma di terrorismo disegnare carri armati e la bandiera turca sulle macerie di una città curda distrutta dall’esercito di Ankara, ma l’artista ha comunque pagato un prezzo carissimo: il carcere e poi l’esilio in Europa.
A margine di Chiasso Letterario, Zehra Dogan racconta a Laser il suo rapporto con l’arte, il significato del suo lavoro e come sia riuscita comunque a fare uscire dal carcere le sue opere d’arte. “Io non sono pentita” scritta con il proprio sangue su una installazione che riproduce la cella di un penitenziario, è la firma del suo impegno per gli ideali e i diritti in cui crede, e che nemmeno il carcere è riuscito a scalfire.

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