Jazz Anthology

Jazz Anthology

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Jazz Anthology episodes

  • Jonas Gwangwa 1937-2021 (2)
    Cointestato a Hugh Masekela e al trombettista Herb Alpert, che negli anni sessanta era stato un fenomeno di straordinario successo con la formula di una esuberante musica pseudomessicana, Main Event Live, registrato nel '78 a Los Angeles, è un album non molto noto, forse anche per via di un pregiudizio nei confronti di un maestro dell'easy listening come Alpert, ma è un disco dal vivo magnifico, dinamico, vitale, a cui Gwangwa dà un contributo molto importante, sia come trombonista che come autore di quattro degli otto brani. Con la fine degli anni settanta si apre poi per Gwangwa una nuova fase della sua vita e della sua carriera: Gwangwa sente il bisogno di tornare in Africa e di riavvicinarsi al suo paese, e accetta l'incarico - non privo di rischi - di dirigere Amandla, compagine che sul piano artistico-culturale rappresenta ufficialmente l'African National Congress. Con la fine dell'apartheid poi, nel '91, dopo esattamente trent'anni di esilio, il rientro in patria e gli ultimi decenni di una carriera gloriosa.
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  • Jonas Gwangwa 1937-2021 (2)
    Cointestato a Hugh Masekela e al trombettista Herb Alpert, che negli anni sessanta era stato un fenomeno di straordinario successo con la formula di una esuberante musica pseudomessicana, Main Event Live, registrato nel '78 a Los Angeles, è un album non molto noto, forse anche per via di un pregiudizio nei confronti di un maestro dell'easy listening come Alpert, ma è un disco dal vivo magnifico, dinamico, vitale, a cui Gwangwa dà un contributo molto importante, sia come trombonista che come autore di quattro degli otto brani. Con la fine degli anni settanta si apre poi per Gwangwa una nuova fase della sua vita e della sua carriera: Gwangwa sente il bisogno di tornare in Africa e di riavvicinarsi al suo paese, e accetta l'incarico - non privo di rischi - di dirigere Amandla, compagine che sul piano artistico-culturale rappresenta ufficialmente l'African National Congress. Con la fine dell'apartheid poi, nel '91, dopo esattamente trent'anni di esilio, il rientro in patria e gli ultimi decenni di una carriera gloriosa.
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  • Jonas Gwangwa 1937-2021 (2)
    Cointestato a Hugh Masekela e al trombettista Herb Alpert, che negli anni sessanta era stato un fenomeno di straordinario successo con la formula di una esuberante musica pseudomessicana, Main Event Live, registrato nel '78 a Los Angeles, è un album non molto noto, forse anche per via di un pregiudizio nei confronti di un maestro dell'easy listening come Alpert, ma è un disco dal vivo magnifico, dinamico, vitale, a cui Gwangwa dà un contributo molto importante, sia come trombonista che come autore di quattro degli otto brani. Con la fine degli anni settanta si apre poi per Gwangwa una nuova fase della sua vita e della sua carriera: Gwangwa sente il bisogno di tornare in Africa e di riavvicinarsi al suo paese, e accetta l'incarico - non privo di rischi - di dirigere Amandla, compagine che sul piano artistico-culturale rappresenta ufficialmente l'African National Congress. Con la fine dell'apartheid poi, nel '91, dopo esattamente trent'anni di esilio, il rientro in patria e gli ultimi decenni di una carriera gloriosa.
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  • Jonas Gwangwa 1937-2021 (1)
    Jonas Gwangwa è stato una delle più importanti figure della generazione del jazz sudafricano emersa negli anni cinquanta: la sua scomparsa - a 83 anni, nel gennaio di quest'anno - ha suscitato in Sudafrica grande cordoglio, perché Gwangwa era onorato nel suo paese non solo per i suoi meriti musicali come trombonista e compositore, ma anche per il suo impegno militante, negli anni dell'esilio, nella lotta contro l'apartheid. In due puntate, ripercorriamo la sua carriera dagli esordi da ragazzino nella Father Huddleston Band (in cui si formò anche Hugh Masekela), fino alle incisioni degli ultimi decenni, dopo il rientro in patria, e lo facciamo richiamando in particolare l'attenzione su alcuni album ingiustamente non abbastanza conosciuti: in questa puntata gli Lp Jazz in Africa Vol. 1 e 2 incisi nel '59 col pianista americano John Mehegan e l'album di ambito free The Dragon Suite inciso nel '67 a New York dal polistrumentista Marc Levin e prodotto da Bill Dixon.
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  • Jonas Gwangwa 1937-2021 (1)
    Jonas Gwangwa è stato una delle più importanti figure della generazione del jazz sudafricano emersa negli anni cinquanta: la sua scomparsa - a 83 anni, nel gennaio di quest'anno - ha suscitato in Sudafrica grande cordoglio, perché Gwangwa era onorato nel suo paese non solo per i suoi meriti musicali come trombonista e compositore, ma anche per il suo impegno militante, negli anni dell'esilio, nella lotta contro l'apartheid. In due puntate, ripercorriamo la sua carriera dagli esordi da ragazzino nella Father Huddleston Band (in cui si formò anche Hugh Masekela), fino alle incisioni degli ultimi decenni, dopo il rientro in patria, e lo facciamo richiamando in particolare l'attenzione su alcuni album ingiustamente non abbastanza conosciuti: in questa puntata gli Lp Jazz in Africa Vol. 1 e 2 incisi nel '59 col pianista americano John Mehegan e l'album di ambito free The Dragon Suite inciso nel '67 a New York dal polistrumentista Marc Levin e prodotto da Bill Dixon.
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  • Jonas Gwangwa 1937-2021 (1)
    Jonas Gwangwa è stato una delle più importanti figure della generazione del jazz sudafricano emersa negli anni cinquanta: la sua scomparsa - a 83 anni, nel gennaio di quest'anno - ha suscitato in Sudafrica grande cordoglio, perché Gwangwa era onorato nel suo paese non solo per i suoi meriti musicali come trombonista e compositore, ma anche per il suo impegno militante, negli anni dell'esilio, nella lotta contro l'apartheid. In due puntate, ripercorriamo la sua carriera dagli esordi da ragazzino nella Father Huddleston Band (in cui si formò anche Hugh Masekela), fino alle incisioni degli ultimi decenni, dopo il rientro in patria, e lo facciamo richiamando in particolare l'attenzione su alcuni album ingiustamente non abbastanza conosciuti: in questa puntata gli Lp Jazz in Africa Vol. 1 e 2 incisi nel '59 col pianista americano John Mehegan e l'album di ambito free The Dragon Suite inciso nel '67 a New York dal polistrumentista Marc Levin e prodotto da Bill Dixon.
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  • Grandi inediti - Bailey-Bennink-Parker: Topographie Parisienne
    L'improvvisazione radicale europea emerge con una fisionomia distinta rispetto a quella del free jazz d'oltre Atlantico nel corso degli anni sessanta. Nel 1970 tre capiscuola di questo filone, il sassofonista Evan Parker, il chitarrista Derek Bailey, entrambi britannici, e il batterista Han Bennink, olandese, incidono The Topography of the Lungs: prima uscita della Incus, etichetta fondata - in un'ottica di autogestione - proprio da Parker e Bailey assieme al batterista britannico Tony Oxley, The Topography of the Lungs viene subito riconosciuto come una pietra miliare dell'improvvisazione europea. E tuttavia The Topography of the Lungs, primo album del trio, rimane anche l'ultimo: negli anni successivi in effetti Bailey, Bennink e Parker hanno occasione di suonare assieme in contesti più ampi, ma raramente si producono invece come trio, e non registrano mai un altro album. E' in particolare Bailey, con la sua concezione rigorista dell'improvvisazione, che tende a sfuggire a gruppi con una configurazione fissa. Questo spiega l'importanza di Topographie Parisienne, pubblicato nel 2019 dalla francese Fou Records, un cofanetto di quattro cd, che documentano una serata dell'aprile 1981 al Dunois, glorioso locale parigino: ben tre ore e mezzo di musica, con due solo di Evan Parker, diversi duo nelle tre combinazioni possibili, e soprattutto due brani in trio di oltre quaranta minuti ciascuno, che rappresentano l'unica altra consistente testimonianza, oltre a The Topography of the Lungs, del trio di questi tre maestri.
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  • Grandi inediti - Bailey-Bennink-Parker: Topographie Parisienne
    L'improvvisazione radicale europea emerge con una fisionomia distinta rispetto a quella del free jazz d'oltre Atlantico nel corso degli anni sessanta. Nel 1970 tre capiscuola di questo filone, il sassofonista Evan Parker, il chitarrista Derek Bailey, entrambi britannici, e il batterista Han Bennink, olandese, incidono The Topography of the Lungs: prima uscita della Incus, etichetta fondata - in un'ottica di autogestione - proprio da Parker e Bailey assieme al batterista britannico Tony Oxley, The Topography of the Lungs viene subito riconosciuto come una pietra miliare dell'improvvisazione europea. E tuttavia The Topography of the Lungs, primo album del trio, rimane anche l'ultimo: negli anni successivi in effetti Bailey, Bennink e Parker hanno occasione di suonare assieme in contesti più ampi, ma raramente si producono invece come trio, e non registrano mai un altro album. E' in particolare Bailey, con la sua concezione rigorista dell'improvvisazione, che tende a sfuggire a gruppi con una configurazione fissa. Questo spiega l'importanza di Topographie Parisienne, pubblicato nel 2019 dalla francese Fou Records, un cofanetto di quattro cd, che documentano una serata dell'aprile 1981 al Dunois, glorioso locale parigino: ben tre ore e mezzo di musica, con due solo di Evan Parker, diversi duo nelle tre combinazioni possibili, e soprattutto due brani in trio di oltre quaranta minuti ciascuno, che rappresentano l'unica altra consistente testimonianza, oltre a The Topography of the Lungs, del trio di questi tre maestri.
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  • Grandi inediti - Bailey-Bennink-Parker: Topographie Parisienne
    L'improvvisazione radicale europea emerge con una fisionomia distinta rispetto a quella del free jazz d'oltre Atlantico nel corso degli anni sessanta. Nel 1970 tre capiscuola di questo filone, il sassofonista Evan Parker, il chitarrista Derek Bailey, entrambi britannici, e il batterista Han Bennink, olandese, incidono The Topography of the Lungs: prima uscita della Incus, etichetta fondata - in un'ottica di autogestione - proprio da Parker e Bailey assieme al batterista britannico Tony Oxley, The Topography of the Lungs viene subito riconosciuto come una pietra miliare dell'improvvisazione europea. E tuttavia The Topography of the Lungs, primo album del trio, rimane anche l'ultimo: negli anni successivi in effetti Bailey, Bennink e Parker hanno occasione di suonare assieme in contesti più ampi, ma raramente si producono invece come trio, e non registrano mai un altro album. E' in particolare Bailey, con la sua concezione rigorista dell'improvvisazione, che tende a sfuggire a gruppi con una configurazione fissa. Questo spiega l'importanza di Topographie Parisienne, pubblicato nel 2019 dalla francese Fou Records, un cofanetto di quattro cd, che documentano una serata dell'aprile 1981 al Dunois, glorioso locale parigino: ben tre ore e mezzo di musica, con due solo di Evan Parker, diversi duo nelle tre combinazioni possibili, e soprattutto due brani in trio di oltre quaranta minuti ciascuno, che rappresentano l'unica altra consistente testimonianza, oltre a The Topography of the Lungs, del trio di questi tre maestri.
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  • Grandi inediti - Stan Getz: Getz at the Gate
    Nel 1960, per la prima volta in un decennio, Getz non risulta il sax tenore dell'anno nel referendum del mensile Down Beat: la consultazione questa volta ha premiato John Coltrane, il sax tenore che fa parte del gruppo di Miles Davis. Getz sente vacillare il suo trono e capisce che deve rientrare negli Stati Uniti. Non è che sia stato lontano moltissimo, ma nei due anni e mezzo della sua assenza molti cambiamenti cruciali sono intervenuti nella scena del jazz e nel pubblico, a cominciare dall'irruzione del free jazz. Getz deve rimontare la china. Quando nel novembre del '61 si esibisce al Village Gate di New York con Steve Kuhn al piano, John Neves al contrabbasso e Roy Haynes alla batteria, Getz è alle soglie dell'uscita del suo album con Bob Brookmeyer, che contribuirà a rilanciare la sua popolarità, e a qualche mese dall'incisione di Jazz Samba, che si tradurrà in un clamoroso successo: ma lo Stan Getz che si esibisce al Gate è ancora uno Stan Getz che si sta battendo per tornare in cima, per riaffermare il suo ruolo di grande star, è uno Stan Getz che non fa prigionieri. Pubblicato dalla Verve nel 2019, Getz at the Gate è stato ricavato da una registrazione realizzata dalla stessa Verve, e poi dimenticata nei suoi archivi per decenni: evidentemente la Verve aveva preso in considerazione l'idea di pubblicare un live, che poi però, dopo l'exploit di Jazz Samba, in quegli anni non avrebbe avuto senso: ma un live che fa felici noi oggi.
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