Ri-leggere Roberto Longhi: “Giotto spazioso”.
Articolo redatto da Piero Offidani per la rubrica collegArti in occasione dell'incontro della rassegna, curata da Daniele Benati, “Ri-leggere Roberto Longhi”.
31 marzo 2019
Ri-leggere Roberto Longhi: "Giotto spazioso".
Piero Offidani
Domenica 31 marzo, presso il DAMSlab, si è tenuto il secondo incontro della rassegna, curata da Daniele Benati, “Ri-leggere Roberto Longhi”: un’iniziativa alquanto interessante che ha affidato alle voci di due attrici professioniste, Alessandra Frabetti e Marcella De Marinis, la “ri-lettura”, appunto, di alcune delle più note e affascinanti pagine del grande studioso. Quest’ultimo appuntamento, introdotto da Fabio Massaccesi, ha permesso di ascoltare e apprezzare, sotto una nuova luce, il celebre articolo Giotto spazioso, pubblicato sul numero 131 di “Paragone”, nel 1952.
Al fine di delineare al meglio la concezione di intellettuale secondo Roberto Longhi, ma anche di contestualizzare storicamente Giotto spazioso e la rivista su cui venne pubblicato, Massaccesi ha voluto ricordare una lettera, custodita oggi presso la Biblioteca dell’Archiginnasio, che lo studioso inviò al suo allievo Francesco Arcangeli il 29 marzo 1949. Nella missiva, con la quale si congedava, dopo quindici anni, dall’insegnamento accademico bolognese per assumere la cattedra fiorentina, Longhi si lamenta a riguardo della “confusione mentale” che contraddistingueva, secondo lui, diversi periodici del tempo che trattavano d’arte ed esprime, perciò, l’intenzione di fondare “una nuova rivistina mensile” che si occupasse esclusivamente di critica d’arte “in modo normativo, polemico” e “popolare”. Una rivista perciò, come Longhi specifica subito dopo, “adatta a un pubblico più largo che non sia quello dei soliti sette specialisti”, i quali si distinguevano sempre più, a suo modo di vedere, per “debolezza” ed “inefficienza”. Egli pertanto invita caldamente Arcangeli ad aderire all’iniziativa e ad unirsi al gruppo di giovani studiosi - da Ferdinando Bologna a Giuliano Briganti, da Mina Gregori fino a Federico Zeri – che costituiva, al tempo, il nerbo principale della “forza dei longhiani”. Il progetto, è noto, sarebbe approdato circa un anno dopo, con l’uscita del primo numero di “Paragone”, rivista che ha cambiato decisamente le sorti della storiografia d’arte italiana.
Giotto spazioso, del 1952, ben riflette gli intenti divulgativi espressi nella lettera del ‘49. Punto di partenza per la riflessione longhiana sono, in questo caso, i due “inganni ottici” che Giotto dipinse, a Padova, nell’arco trionfale della Cappella degli Scrovegni, in un periodo compreso fra il 25 marzo 1303 - ovvero la festività dell’Annunciazione a cui la chiesa era dedicata - e il 25 marzo 1305, giorno della consacrazione dell’edificio. Indelebile, per chiarezza e sintesi, rimane la descrizione che Longhi fece di questi incredibili brani pittorici: “Due vani gotici, dei quali, riparati come sono da un parapetto a lastra rettangolare, non vediamo che l’alto delle pareti a specchi di marmo mischio, la volta a costole gotiche dalla cui chiave pende una lumiera di ferro a gabbia con le sue fiale d’olio e la bifora stretta e lunga, aperta sul celo. Figure, nessuna”. Contrariamente a quanto riguarda le restanti scene sacre commissionate da Enrico Scrovegni, Longhi notò come la critica, fino a quel momento, si fosse concentrata solo parzialmente su tali rivoluzionarie raffigurazioni.
Secondo il suo parere, infatti, da Giovanni Battista Cavalcaselle – che aveva cercato in esse un significato allegorico – ad Andrea Moschetti, fino a Friederich Rintelen – autore, nel 1912, di un celebre saggio giottesco – non era stata adeguatamente messa a fuoco la loro effettiva importanza dal punto di vista storico-artistico, venendo anzi trattate in maniera piuttosto sbrigativa. Fu per primo Curt H. Weigelt, nel 1925, a concentrare su di esse una maggiore attenzione, accennando giustamente ad “un mite illusionismo” che le contraddistingue, senza però approfondire oltre questo fondamentale aspetto. Si sarebbero pertanto dovuti aspettare, secondo Longhi, gli studi di Giuseppe Fiocco del 1937 – che ipotizzava l’influenza esercitata su Giotto da Arnolfo di Cambio in veste di architetto – e soprattutto il celebre Trecento, del 1951, del suo maestro Pietro Toesca per aver una lettura più corretta dei due “coretti segreti” padovani. Toesca, in particolare, ben specificò come, a Padova, Giotto, dopo gli esperimenti architettonici assisiati, “seguita ad affrontare la prospettiva per se stessa, quasi a sfidarne i problemi”, come avviene appunto ai due lati del presbiterio della Cappella degli Scrovegni, dove “finge, per semplice gioco prospettivo, due arcate aperte da cui pendono lampade poligonali”. Proprio da questa lettura - che vedeva finalmente nei due brani pittorici non astratti significati allegorici bensì un puro e davvero innovativo tentativo di imitare lo spazio reale - Longhi ritenne che si dovesse partire per una riflessione più profonda.
Tre sono, per Longhi, gli elementi principali che contribuiscono all’effetto di “veridica illusione” delle due cappelle dipinte: le linee immaginarie che solcano le pareti e che convergono in uno stesso punto, collocato nella profondità “reale” dell’abside centrale della chiesa; la luce interna diffusa che si riflette in ogni loro elemento architettonico e, infine, visibile al di là delle due bifore, la luce esterna del cielo, di un colore, quest’ultimo, “non oltremarino astratto ma di un azzurro biavo che si accompagna a quello – vero – fuor delle finestre dell’abside”, a tal punto che, secondo Longhi, ci si aspetterebbe di “vedervi trapassare le stesse rondini che sfrecciano dalla gronda, poco distante, degli Eremitani” e non “gli esemplari da museo” presenti nella scena della Predica agli Uccelli nella Basilica Superiore di Assisi. In queste due “quadrature” – così le definisce Longhi a causa della totale assenza di figure umane – Giotto insomma dimostra di avere una piena coscienza della prospettiva, prospettiva certamente non ancora matematica – come sarà quella di Brunelleschi e Piero della Francesca – ma profondamente ragionata, tradotta successivamente a mano libera.
Se Giotto non tentò questa “esperienza prospettica” anche nelle scene delle Storie di Cristo e della Vergine, preferendo applicarla a zone marginali come i “coretti” o come le aperture polilobate delle fasce decorative dalle quali si affacciano gli Evangelisti e i Dottori della Chiesa, fu, sottolinea Longhi, per precisa volontà. Alle storie sacre non era infatti consentito fingere di appartenere allo spazio effettivo della cappella: per tale motivo venivano ambientate non in “spazi reali” ma, semmai, in “memorie di spazj”.
Alla luce di tali considerazioni che hanno permesso di riscoprire finalmente un “Giotto spazioso” si sarebbero dovute rileggere, conclude Longhi, non solo la sua intera opera ma anche quella dei suoi seguaci: da Maso di Banco a “Stefano” – ovvero Puccio Capanna – fino a Taddeo Gaddi.
Giotto spazioso, come tutti i testi longhiani, non merita tuttavia di esser ricordato solamente per i suoi contenuti di indubbia rilevanza scientifica, ma anche per il suo il suo altissimo valore letterario. La scrittura straordinaria di Longhi – a cui è stata addirittura dedicata una celebre antologia per i “Meridiani” a cura di Gianfranco Contini – è infatti capace di ricostruire, tramite la parola, le stesse sensazioni visive che si provano con l’osservazione diretta dell’opera d’arte, toccando autentiche vette del genere ecfrastico. Questo è risultato ben evidente ascoltando la lettura di Giotto spazioso ad opera di Alessandra Frabetti e Marcella De Marinis, le quali, a conclusione dell’evento, hanno voluto dare una loro impressione, come attrici, sul testo appena interpretato, sottolineando sostanzialmente l’attualità che ancora lo contraddistingue.
Non si può dunque che esser grati a questa preziosa iniziativa che, da una parte, ha consentito agli studenti – ma anche a un pubblico più ampio di non specialisti – di scoprire Roberto Longhi, oltre che come un grande studioso, come straordinario scrittore; dall’altra ha permesso a chi invece è più familiare allo studio e alla lettura dei suoi testi di ritornare, piacevolmente, sulle sue indimenticabili parole.