Per affascinarci, sedurci e convincerci a comprare i loro prodotti, si prevede che entro il 2025 le aziende investiranno nel mondo un trilione di dollari ossia, centesimo più, centesimo meno, 720 mila milioni di Euro.
Anche se la pubblicità ha un’origine lontanissima - la prima inserzione a mezzo stampa risale al 1479 - grazie alla diffusione della televisione, è soprattutto dalla seconda metà del secolo scorso che l’immaginario degli esseri umani è diventato terreno di conquista per chiunque intenda affermare i propri prodotti, qualsiasi essi siano, sul mercato. Alle strategie di marketing, che nel corso dei decenni si sono fatte sempre più raffinate e capaci di persuadere il consumatore con messaggi mirati a stimolarne il desiderio di acquisto, ha contribuito – e contribuisce – l’intero universo della comunicazione di massa: televisione, radio, stampa, cinema, industria discografica, mondo sportivo e web. Produrre e consumare rappresentano ormai l’alfa e l’omega del sistema mondo.
Però… c’è un però…
Secondo un rapporto della Banca Mondiale entro il 2050 i rifiuti globali aumenteranno del 70 per cento rispetto ai livelli attuali, saranno cioè quasi 3,4 miliardi di tonnellate; quasi tre miliardi e mezzo di rifiuti generati proprio dal nostro consumare spesso dissennato cui ci invita quotidianamente la pubblicità. È possibile cambiare rotta? Ne abbiamo parlato con: Cinzia Bianchi, docente di Semiotica della pubblicità e Nicoletta Cavazza, docente di Psicologia sociale e Psicologia della persuasione, entrambe dell’Università di Modena e Reggio Emilia; Giulia Scaglioni, laureata in Management e comunicazione di impresa e ora dottoranda in Psicologia e Giovanni Mezzetti, laureando in Management e comunicazione di impresa.