Roberta Pinotti (ex Ministro della difesa, Membro del Senato della Repubblica Italiana) ospite de l'Attimo Fuggente con Luca Telese
Roberta Pinotti. Possiamo fidarci di questi nuovi talebani?
Luca Telese: Roberta Pinotti, la voce più importante, in Italia, per capire cosa sta accedendo in questo momento in Afghanistan.
Qual è la vera faccia dei talebani, secondo lei? Dobbiamo credere a tutte queste aperture? Ci saranno
le persecuzioni verso le donne o ci saranno le donne al Governo?
Roberta Pinotti: La situazione è molto composita, da sempre con la definizione "talebani" rientravano diverse categorie, c'erano gli studenti coranici, c'era la parte combattente e strategica per quanto riguarda le operazioni, c'erano anche le persone disoccupate. Quindi una galassia abbastanza composita e in questo momento è ancora più complicato definirla in un modo unitario. Siamo di fronte ad una nuova generazione dei talebani, non sono gli stessi dei vent'anni fa, però in questi vent'anni hanno configurato un nuovo gruppo di testa, che ha deciso anche le strategie, quella per esempio, la frase che venne detta all'inizio agli occidentali: "voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo". Dal punto di vista della loro strategia, hanno deciso in questi vent'anni, quando dovevano combattere, quando invece, dovevano inabissarsi, usando la strategia di attesa che è quella poi che abbiamo visto essere capace di riprendersi il Paese in due mesi. Un tempo incredibilmente breve.
Afghanistan è un Paese molto grande, con diverse etnie, e grandissima parte di questo paese è rurale,
povero. In queste zone, dove è difficile anche la sola comunicazione, perché difficile da raggiungere, quello che potrebbe verificarsi, da parte dei talebani, sono le azioni violente, contro le donne, contro altre parti della popolazione.
Lo è sempre stato di difficile definizione la galassia talebana, adesso, per di più con i talebani vincenti, è ancora più difficile capire qual è aggregazione. Ci sono sicuramente le differenze tra i talebani che si presentano in città e i talebani che, in qualche modo, sono sparsi sul territorio.
Luca Telese: Possiamo fidarci di questi nuovi talebani?
Roberta Pinotti: Noi, dobbiamo trattare con quelli che hanno vinto, che è quello che è avvenuto, che i talebani in un tempo brevissimo hanno vinto.
Durante gli accordi di Doha, che inizialmente sono stati fatti soltanto con la parte statunitense, poi, nella seconda parte è stato coinvolto il governo afghano (quando ancora c'era). In questa aggregazione facevano parte anche le esponenti donne, che erano preoccupate per quello che poteva succedere. In quel occasione, sono state espresse le preoccupazioni delle donne, sui loro diritti, che sono stati sempre lasciati in grande ambiguità. I talebani continuavano a ripetere quello che stanno dicendo adesso: "applicheremo il diritto islamico." Ma la traduzione di questo "diritto islamico" può voler dire o tutto o niente.
Le donne potranno istruirsi? Dalle prime dichiarazioni sembrerebbe di si. Potrebbero uscire da sole, lavorare? In questi vent'anni i passi in avanti sono stati tantissimi.
Luca Telese: Il disimpegno degli americani, era prevedibile, era inevitabile?
Roberta Pinotti: La posizione degli americani in questi vent'anni ha avuto delle debolezze che non sono soltanto quelle che vediamo ora. Dall'ingresso in Iraq, con l'uccisione di Saddam Hussein e la nascita di ISIS, in modo da allontanare l'attenzione dell'Afghanistan. Dopo l'uccisione di Osama bin Laden, Obama comincia a ridurre le truppe. Sono tutti i messaggi che i talebani registravano e in base a quello, decidevano la loro strategia. Con Trump, è arrivata l'idea di mettersi a tavola di discussione con i talebani sull'idea di come doveva essere il futuro del Paese.
In queste trattative a Doha, inizialmente, c'erano sono gli americani, ma non c'è il governo afghano.
Io non penso che ci debba essere un "fine missione mai" ma non è importante solo come cominci una missione ma anche come la concludi. Ed una conclusione, che vede le persone cosi disperate, da attaccarsi ai carrelli del aereo per poter scappare, penso che sia uno schiaffo a quelli che pensano che il mondo occidentale abbia dei valori, convenzioni che vuole far valere nel mondo. Non vuole dire l'esportazione della democrazia, ma, là dove esistono dei soprusi, annientamento dei diritti, io credo, che l'Occidente dovrebbe farsi sentire. Dire come ha detto Biden: "per noi la missione è computa, perché il terrorismo non ci sarà ed era questo il nostro obiettivo", è una dichiarazione piuttosto deludente, perché non abbiamo detto che in questi vent'anni l'unico obiettivo era quello.
Il primo obiettivo era la costruzione del Afghanistan più democratico, dove i diritti sono più importanti.
Luca Telese: C'erano dei segnali che potevano far intuire una debolezza cosi forte del regime costruito in questi vent'anni?
Roberta Pinotti: Sulla terza parte della missione, la formazione delle forze armate afghane, è stato investito moltissimo, sia in termini di addestramento che in termini di risorse. Sulla carta ci dovevano essere quasi 300 mila di queste forze. Quando per i talebani se ne parla di 65-80 mila. In realtà, questi 300 mila, probabilmente non ci sono mai stati. Non basta addestrare ma bisogna dare le motivazioni. Probabilmente, in Afghanistan non c'è stata una grande motivazione a combattere, oltre a tutte le cose, che ci siamo già detti.
Luca Telese: Gino Strada che è sempre stato molto critico verso le missioni, aveva detto: "attenzione, che quando andranno via le truppe, tornerà il governo dei talebani". Era una "profezia", facile, interessata oppure, secondo lei c'era qualcosa in tutta la critica del mondo pacifista, che era un punto di verità di cui tenere conto?
Roberta Pinotti: Quando si arriva ad un punto, che abbiamo visto, che è una disfatta, non c'è dubbio che bisogna analizzare gli errori. Dal punto di vista della critica fatta dal mondo pacifista, quanto è stato l'investimento militare e quanto in termini di crescita e sviluppo? In questa sproporzione, secondo me, c'è stato un errore. In certe situazioni hai anche bisogno della presenza militare per cambiare un contesto, ma lì, l'errore è stato quello che per vent'anni, si è investito sopratutto sulla presenza militare.
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