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Si chiama Legge federale sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo (MPT) ed è stata approvata dal Parlamento elvetico, lo scorso settembre, su proposta del Consiglio federale. Si tratta della fase finale di un percorso iniziato nel 2015, dopo gli attacchi al giornale satirico francese Charlie Hebdo a Parigi. Questa nuova legge, in buona sostanza, vuole dare alla polizia elvetica più poteri per poter agire in modo preventivo e scongiurare ulteriori attacchi, anche in assenza “prove sufficienti per avviare un procedimento penale".
La persona può essere obbligata a subire interrogatori o a presentarsi regolarmente a un'autorità, le può essere vietato di lasciare il territorio svizzero, di contattare certe persone o di entrare in una determinata zona. Come ultima risorsa e con l'autorizzazione di un giudice, è permesso il ricorso agli arresti domiciliari. Queste misure possono essere imposte a partire dai 12 anni di età, tranne gli arresti domiciliari che saranno applicabili a partire dai 15 anni, e avranno anche una durata limitata.
Una legge che si spinge troppo in là per il comitato interpartitico "No alle detenzioni arbitrarie", che comprende i giovani Verdi, la Gioventù Socialista, i giovani Verdi liberali e il Partito Pirata, che ha lanciato un referendum ed ha raccolto più di 140’000 firme in meno di 100 giorni. Per gli oppositori la nuova legge definisce il terrorismo in modo troppo vago, spalancando così le porte all'arbitrarietà minacciando, al contempo, cittadini innocenti. Inoltre, verrebbe violata la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che proibisce la privazione arbitraria della libertà sulla sola base di un sospetto, e applicandosi ai minori, contravverrebbe anche alla Convenzione sui diritti dell'infanzia.
Per discuterne Modem propone un faccia a faccia tra:
Paolo Bernasconi, avvocato e primo firmatario di un ricorso al Consiglio di Stato, inoltrato da 9 ex procuratori pubblici, contro il voto;
Jean Paul Rouiller, già collaboratore della Polizia Federale e dei servizi di informazione, responsabile di 4 unità speciali di anti-terrorismo e fondatore del Geneva Centre for Training and Analysis of Terrorism che ancora dirige.
Modem su Rete Uno alle 8.20, in replica su Rete Due alle 19.25. Ci trovate anche sul Podcast e sulle app: RSINews e RSIPlay
By RSI - Radiotelevisione svizzera5
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Si chiama Legge federale sulle misure di polizia per la lotta al terrorismo (MPT) ed è stata approvata dal Parlamento elvetico, lo scorso settembre, su proposta del Consiglio federale. Si tratta della fase finale di un percorso iniziato nel 2015, dopo gli attacchi al giornale satirico francese Charlie Hebdo a Parigi. Questa nuova legge, in buona sostanza, vuole dare alla polizia elvetica più poteri per poter agire in modo preventivo e scongiurare ulteriori attacchi, anche in assenza “prove sufficienti per avviare un procedimento penale".
La persona può essere obbligata a subire interrogatori o a presentarsi regolarmente a un'autorità, le può essere vietato di lasciare il territorio svizzero, di contattare certe persone o di entrare in una determinata zona. Come ultima risorsa e con l'autorizzazione di un giudice, è permesso il ricorso agli arresti domiciliari. Queste misure possono essere imposte a partire dai 12 anni di età, tranne gli arresti domiciliari che saranno applicabili a partire dai 15 anni, e avranno anche una durata limitata.
Una legge che si spinge troppo in là per il comitato interpartitico "No alle detenzioni arbitrarie", che comprende i giovani Verdi, la Gioventù Socialista, i giovani Verdi liberali e il Partito Pirata, che ha lanciato un referendum ed ha raccolto più di 140’000 firme in meno di 100 giorni. Per gli oppositori la nuova legge definisce il terrorismo in modo troppo vago, spalancando così le porte all'arbitrarietà minacciando, al contempo, cittadini innocenti. Inoltre, verrebbe violata la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che proibisce la privazione arbitraria della libertà sulla sola base di un sospetto, e applicandosi ai minori, contravverrebbe anche alla Convenzione sui diritti dell'infanzia.
Per discuterne Modem propone un faccia a faccia tra:
Paolo Bernasconi, avvocato e primo firmatario di un ricorso al Consiglio di Stato, inoltrato da 9 ex procuratori pubblici, contro il voto;
Jean Paul Rouiller, già collaboratore della Polizia Federale e dei servizi di informazione, responsabile di 4 unità speciali di anti-terrorismo e fondatore del Geneva Centre for Training and Analysis of Terrorism che ancora dirige.
Modem su Rete Uno alle 8.20, in replica su Rete Due alle 19.25. Ci trovate anche sul Podcast e sulle app: RSINews e RSIPlay

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