Con Dio non ci è consentito di fingere. Con lui le mascherine non funzionano: egli scruta i cuori e tutto vede nella verità. «Non c’è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, nulla di segreto che non debba essere conosciuto e venire in piena luce», dice il Signore. Anche le più subdole forme di ipocrisia appaiono evidenti ai suoi occhi, in tutta la loro malizia. Gli scribi e i farisei, quasi tutti i capi religiosi del tempo, con arroganza si ritengono i depositari unici e incontestabili della verità. Ignorano però l’essenziale: il compiere e il praticare realmente la volontà di Dio. Le novità di Cristo risuonano perciò in loro come inquietanti eresie da combattere e lo stesso Signore appare come una persona scomoda, da eliminare. Il sommo sacerdote Caifa affermerà solennemente: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un sol uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». È in questo contesto che leggiamo la parabola odierna, pervasa di sottile ironia. Gesù conduce così i suoi nemici dichiarati a un’inattesa autocondanna. Prende lo spunto dal comportamento radicalmente opposto dei due figli, rappresentanti di altrettante categorie di persone. Essi ricevono dal padre lo stesso mandato: andare a lavorare nella vigna. Il primo dichiara verbalmente la propria disponibilità, ma poi non esegue quanto promesso. Il secondo, invece, dichiara inizialmente di non avere voglia di eseguire quell’ordine, ma poi, pentito, compie il comando ricevuto. Ed ecco la domanda coinvolgente del Signore: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». La santità vera non è mai un dato acquisito definitivamente. Non è un’etichetta che ciascuno può incollarsi addosso. Richiede lo sforzo quotidiano e la consapevolezza di essere sempre in cammino di conversione. È ricorrente, non solo ai tempi di Gesù, la tentazione di credere che la semplice appartenenza a determinate categorie privilegiate possa essere già una garanzia di santità. L’unico punto di riferimento per una giusta valutazione è la risposta che siamo chiamati a dare al Signore, se veramente siamo umili cercatori ed esecutori della sua santissima volontà. Può perciò accadere che i pubblici peccatori e persino le prostitute, quando prendono coscienza del loro disagio morale e si muovono verso una sincera conversione, possano precedere in cielo coloro che gratuitamente si ritengono giusti e santi.