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Memos episodes

  • Memos di mercoledì 20/05/2020
    Le élite e il dopo Covid19: a cosa stanno lavorando? Cosa si pensa e come si agisce tra i soggetti più influenti della politica e dell’economia? Memos ha raccontato oggi due casi (uno negli Usa e l’altro in Italia) che mostrano soggetti all’opera nell’immaginare e influire sugli equilibri del prossimo futuro. Ospiti della puntata Mattia Diletti, professore di scienza politica all’università “La Sapienza” di Roma, studioso del sistema politico americano e delle elite; Alessandro Politi, analista politico e strategico, insegna geopolitica e geoeconomia al SIOI di Roma, un ente sotto la vigilanza della Farnesina. Nel caso americano la politica (il governatore di NY Andrew Cuomo) prende l’iniziativa e affida la progettazione di un pezzo di futuro a due big dell’economia digitale come il fondatore di Microsoft Bill Gates e Eric Schmidt (ex Ceo di Google). In Italia, invece, il potere economico (di settori maturi come l’auto e l’informazione) cerca di condizionare lo spazio pubblico (politica, comunicazione, cultura). E’ il caso FCA-Repubblica-Molinari, con la famiglia Elkann-Agnelli che ha dirottato con una spallata a destra le scelte politico-editoriali dell’intero gruppo Gedi. Sulla sua strada FCA ha trovato in queste settimane una Confindustria consonante nei metodi e negli obiettivi: tornare – anche ruvidamente - ad esercitare una forte influenza sui poteri che decidono l’utilizzo dei soldi pubblici; e poi bloccare culturalmente e politicamente il ritorno di politiche “pubbliche”, di politiche che vedono lo stato in un ruolo centrale e non subordinato ad interessi privati.
    31 min
  • Memos di mer 20/05/20
    Le élite e il dopo Covid19: a cosa stanno lavorando? Cosa si pensa e come si agisce tra i soggetti più influenti della politica e dell’economia? Memos ha raccontato oggi due casi (uno negli Usa e l’altro in Italia) che mostrano soggetti all’opera nell’immaginare e influire sugli equilibri del prossimo futuro. Ospiti della puntata Mattia Diletti, professore di scienza politica all’università “La Sapienza” di Roma, studioso del sistema politico americano e delle elite; Alessandro Politi, analista politico e strategico, insegna geopolitica e geoeconomia al SIOI di Roma, un ente sotto la vigilanza della Farnesina. Nel caso americano la politica (il governatore di NY Andrew Cuomo) prende l’iniziativa e affida la progettazione di un pezzo di futuro a due big dell’economia digitale come il fondatore di Microsoft Bill Gates e Eric Schmidt (ex Ceo di Google). In Italia, invece, il potere economico (di settori maturi come l’auto e l’informazione) cerca di condizionare lo spazio pubblico (politica, comunicazione, cultura). E’ il caso FCA-Repubblica-Molinari, con la famiglia Elkann-Agnelli che ha dirottato con una spallata a destra le scelte politico-editoriali dell’intero gruppo Gedi. Sulla sua strada FCA ha trovato in queste settimane una Confindustria consonante nei metodi e negli obiettivi: tornare – anche ruvidamente - ad esercitare una forte influenza sui poteri che decidono l’utilizzo dei soldi pubblici; e poi bloccare culturalmente e politicamente il ritorno di politiche “pubbliche”, di politiche che vedono lo stato in un ruolo centrale e non subordinato ad interessi privati.
    31 min
  • Memos di martedì 19/05/2020
    Lo Statuto dei lavoratori, e delle lavoratrici, compie 50 anni. Diritti e rispetto della dignità umana per chi lavora e libertà di rappresentanza per i sindacati: sono i cardini su cui sono fondati i 41 articoli del testo votato il 20 maggio del 1970. Da allora lo Statuto ha subito pressioni e tentativi di manomissione (alcuni andati anche in porto, come lo svuotamento dell’articolo 18). Memos ne ha parlato con l’economista Marta Fana (co-autrice di “Basta salari da fame”, scritto con Simone Fana) e con Sergio Cofferati, ex segretario generale della Cgil, è stato sindaco di Bologna, europarlamentare per due legislature fino al 2019.
    30 min
  • Memos di mar 19/05/20
    Lo Statuto dei lavoratori, e delle lavoratrici, compie 50 anni. Diritti e rispetto della dignità umana per chi lavora e libertà di rappresentanza per i sindacati: sono i cardini su cui sono fondati i 41 articoli del testo votato il 20 maggio del 1970. Da allora lo Statuto ha subito pressioni e tentativi di manomissione (alcuni andati anche in porto, come lo svuotamento dell’articolo 18). Memos ne ha parlato con l’economista Marta Fana (co-autrice di “Basta salari da fame”, scritto con Simone Fana) e con Sergio Cofferati, ex segretario generale della Cgil, è stato sindaco di Bologna, europarlamentare per due legislature fino al 2019.
    30 min
  • Memos di venerdì 15/05/2020
    Le piante e gli umani. Il pericolo da coronavirus e quello da surriscaldamento globale del clima. Perchè gli umani si sono rivelati più reattivi verso il pericolo pandemico che non verso quello climatico? Memos ha ospitato il botanico Stefano Mancuso, che insegna all’università di Firenze, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV). “Dipende – risponde il professor Mancuso – dalla nostra assoluta mancanza di visualizzazione di un problema futuro”. A proposito della pandemia da Covid-19, il botanico di fama internazionale ricorda che “esiste una correlazione strettissima tra cambiamento d’uso del suolo (per deforestazione, per attività estrattive, ndr) e i fenomeni di “spillover”, di salto di specie”. Ospite a Memos anche l’antropologa medica dell’università di Torino, Lucia Portis, tra le ideatrici di un blog di riflessioni sul tema contagio e isolamento (osservatoriolagiustadistanza.blogspot.com). La professoressa Portis spiega le ragioni della differente reattività tra pericolo pandemico e pericolo climatico. “La pandemia è un fatto sociale totale, un fatto che ha completamente modificato il nostro stile di vita. Questi due mesi e mezzo – racconta l’antropologa dell’università di Torino - sono stati eccezionali, non avremmo mai pensato di viverli così. Questa pandemia ha toccato tutti gli aspetti della nostra vita in modo profondo. Di conseguenza il rischio di contrarre la Covid-19 è stato molto vicino a noi. Invece – conclude la professoressa Portis - quando parliamo di surriscaldamento globale ci sembra qualcosa di lontano, non prossimo, e quindi la percezione del rischio si riduce”.
    30 min
  • Memos di ven 15/05/20
    Le piante e gli umani. Il pericolo da coronavirus e quello da surriscaldamento globale del clima. Perchè gli umani si sono rivelati più reattivi verso il pericolo pandemico che non verso quello climatico? Memos ha ospitato il botanico Stefano Mancuso, che insegna all’università di Firenze, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV). “Dipende – risponde il professor Mancuso – dalla nostra assoluta mancanza di visualizzazione di un problema futuro”. A proposito della pandemia da Covid-19, il botanico di fama internazionale ricorda che “esiste una correlazione strettissima tra cambiamento d’uso del suolo (per deforestazione, per attività estrattive, ndr) e i fenomeni di “spillover”, di salto di specie”. Ospite a Memos anche l’antropologa medica dell’università di Torino, Lucia Portis, tra le ideatrici di un blog di riflessioni sul tema contagio e isolamento (osservatoriolagiustadistanza.blogspot.com). La professoressa Portis spiega le ragioni della differente reattività tra pericolo pandemico e pericolo climatico. “La pandemia è un fatto sociale totale, un fatto che ha completamente modificato il nostro stile di vita. Questi due mesi e mezzo – racconta l’antropologa dell’università di Torino - sono stati eccezionali, non avremmo mai pensato di viverli così. Questa pandemia ha toccato tutti gli aspetti della nostra vita in modo profondo. Di conseguenza il rischio di contrarre la Covid-19 è stato molto vicino a noi. Invece – conclude la professoressa Portis - quando parliamo di surriscaldamento globale ci sembra qualcosa di lontano, non prossimo, e quindi la percezione del rischio si riduce”.
    30 min
  • Memos di giovedì 14/05/2020
    Lettera dal Direttore. Succede a Repubblica. Maurizio Molinari, in carica da tre settimane, scrive a tutte le redazioni e annuncia “il premio del Direttore”. Lo assegnerà tutte le settimane al miglior giornalista che gli verrà segnalato dalle strutture di governo del giornale. I quadri segnalano e lui decide. Il premio consisterà principalmente in 600 euro lordi in busta paga. Et voilà, il gioco è fatto: bentornati negli anni ‘50, nel paternalismo di casa Fiat, nell’esaltazione della gerarchia come unica relazione possibile sul posto di lavoro. E’ tutto drammaticamente vero, ed è tutto molto importante. Accade nel più grande gruppo in Italia che edita giornali di carta e informazione digitale. Che idea di giornalismo c’è dietro il “premio del Direttore”? Che idea di relazioni sindacali si vuole trasmettere alla FNSI (sindacato giornalisti) e ai redattori e alle redattrici del gruppo? L’arrivo di Molinari è il segno di una svolta, l’avvio dell’era Elkann-Agnelli-Fiat nel gruppo che fu l’Espresso di Caracciolo-Scalfari-DeBenedetti. Una stagione, quella Elkann-FCA, in cui forse rivedremo apparire un nuovo collateralismo tra la grande industria e i settori più conservatori, di destra, della politica e della società italiana. Di tutto questo Memos ha parlato oggi con Ida Dominijanni, giornalista e saggista, scrive su Internazionale e Huffington Post; e con lo storico e politologo Marco Revelli. In chiusura di puntata il messaggio, oggi a cura della sociologa Giovanna Procacci.
    31 min
  • Memos di gio 14/05/20
    Lettera dal Direttore. Succede a Repubblica. Maurizio Molinari, in carica da tre settimane, scrive a tutte le redazioni e annuncia “il premio del Direttore”. Lo assegnerà tutte le settimane al miglior giornalista che gli verrà segnalato dalle strutture di governo del giornale. I quadri segnalano e lui decide. Il premio consisterà principalmente in 600 euro lordi in busta paga. Et voilà, il gioco è fatto: bentornati negli anni ‘50, nel paternalismo di casa Fiat, nell’esaltazione della gerarchia come unica relazione possibile sul posto di lavoro. E’ tutto drammaticamente vero, ed è tutto molto importante. Accade nel più grande gruppo in Italia che edita giornali di carta e informazione digitale. Che idea di giornalismo c’è dietro il “premio del Direttore”? Che idea di relazioni sindacali si vuole trasmettere alla FNSI (sindacato giornalisti) e ai redattori e alle redattrici del gruppo? L’arrivo di Molinari è il segno di una svolta, l’avvio dell’era Elkann-Agnelli-Fiat nel gruppo che fu l’Espresso di Caracciolo-Scalfari-DeBenedetti. Una stagione, quella Elkann-FCA, in cui forse rivedremo apparire un nuovo collateralismo tra la grande industria e i settori più conservatori, di destra, della politica e della società italiana. Di tutto questo Memos ha parlato oggi con Ida Dominijanni, giornalista e saggista, scrive su Internazionale e Huffington Post; e con lo storico e politologo Marco Revelli. In chiusura di puntata il messaggio, oggi a cura della sociologa Giovanna Procacci.
    31 min
  • Memos di mercoledì 13/05/2020
    Big Pharma, i vaccini contro l’infezione Covid-19 e la proposta di BioMed. Big Pharma, com’è noto, è la grande industria planetaria del farmaco, un settore che agisce badando prioritariamente alla profittabilità dei propri investimenti in Ricerca&Sviluppo piuttosto che alla cura e alla salute. BioMed è il nome di una infrastruttura pubblica, ancora allo stadio di proposta, che dovrebbe svolgere attività di ricerca e produzione sui farmaci rispondendo al criterio del diritto alla salute. Memos ha ospitato oggi due economisti, Laura Iacovone e Massimo Florio, dell’università Statale di Milano, autori di un articolo “Pandemie e ricerca farmaceutica” pubblicato su eticaeconomia.it. Iacovone e Florio sostengono che l’industria farmaceutica in questi ultimi anni è stata latitante nella ricerca e nella produzione di vaccini, ad esempio contro i coronavirus della Sars (2002) o della Mers (2012). Una latitanza dovuta a ragioni strutturali che rendono l’industria farmaceutica privata inadeguata a coprire alcuni rischi sanitari. Al suo posto – sostengono Iacovone e Florio - ci vuole una struttura pubblica e sovranazionale. “L’abbiamo chiamata BioMed Europa e dovrebbe essere strutturata come il Cern di Ginevra”.
    30 min
  • Memos di mer 13/05/20
    Big Pharma, i vaccini contro l’infezione Covid-19 e la proposta di BioMed. Big Pharma, com’è noto, è la grande industria planetaria del farmaco, un settore che agisce badando prioritariamente alla profittabilità dei propri investimenti in Ricerca&Sviluppo piuttosto che alla cura e alla salute. BioMed è il nome di una infrastruttura pubblica, ancora allo stadio di proposta, che dovrebbe svolgere attività di ricerca e produzione sui farmaci rispondendo al criterio del diritto alla salute. Memos ha ospitato oggi due economisti, Laura Iacovone e Massimo Florio, dell’università Statale di Milano, autori di un articolo “Pandemie e ricerca farmaceutica” pubblicato su eticaeconomia.it. Iacovone e Florio sostengono che l’industria farmaceutica in questi ultimi anni è stata latitante nella ricerca e nella produzione di vaccini, ad esempio contro i coronavirus della Sars (2002) o della Mers (2012). Una latitanza dovuta a ragioni strutturali che rendono l’industria farmaceutica privata inadeguata a coprire alcuni rischi sanitari. Al suo posto – sostengono Iacovone e Florio - ci vuole una struttura pubblica e sovranazionale. “L’abbiamo chiamata BioMed Europa e dovrebbe essere strutturata come il Cern di Ginevra”.
    30 min

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