Musica e Mondo

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  • Phil Collins, l'alcol e chi in Italia va in carcere per droga
    L'altroieri il Sunday Times ha pubblicato un'intervista in cui Phil Collins, per la prima volta, racconta nel dettaglio la sua dipendenza dall'alcol: il ricovero in Svizzera a fine 2023, la terapia intensiva di aprile 2024, i reni che cedevano, i cinque figli chiamati per decidere se staccare le macchine. Oggi non beve da due anni, ha un'infermiera in casa ventiquattr'ore su ventiquattro, e a novembre entrerà nella Rock and Roll Hall of Fame. Sei giorni fa, in Italia, la Camera ha approvato la detenzione domiciliare terapeutica: chi è condannato a non più di otto anni per un reato legato alla propria dipendenza può scontare la pena in una comunità invece che in carcere. Una buona legge, dicono le associazioni di categoria. Il problema è il resto: nelle carceri italiane oltre ventimila persone hanno una dipendenza, il trentadue per cento del totale, il dato più alto dal 2006. Il ministro Nordio parla di diecimila persone coinvolte. Il suo stesso ministero ammette che i fondi bastano per cinquecento. Phil Collins ha rischiato di morire per una sostanza legale. Nessuno lo ha denunciato. Piero Ciampi e Fabrizio De André convivevano con l'alcol, e oggi sono maestri della canzone italiana. La differenza tra loro e chi finisce a Poggioreale non è clinica. È il conto in banca e la tabella delle sostanze.

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    IG: @giovodust / @musicaemondo_news
    7 min
  • Shabjdeed e il dissing a Saint Levant - Il rap palestinese si spacca ad Amman
    Il primo agosto il rapper palestinese Shabjdeed, all'anagrafe Oday Abbas, pubblica "SLV", un dissing di due minuti contro un altro artista palestinese: Saint Levant, nome d'arte di Marwan Abdelhamid, nato a Gerusalemme, cresciuto tra Gaza e la California, oggi tra i volti pop più seguiti del mondo arabo. Il motivo scatenante è un concerto ad Amman: Saint Levant ha annunciato una data lì per il suo tour mondiale da quarantuno show con Live Nation, proprio due settimane dopo che Shabjdeed aveva annunciato la propria. Ma nel testo l'attacco vero è un altro: Shabjdeed lo accusa di mescolare la causa palestinese con canzoni d'amore, e lo prende in giro per il tatuaggio a forma di anguria, uno dei simboli della solidarietà palestinese, dicendo che ne ha fatto un'estetica da vendere. La lite arriva mentre a Gaza la tregua dal 10 ottobre 2025 non è mai stata una vera tregua, con oltre duemila morti da allora, e mentre il Board of Peace guidato dagli Stati Uniti annuncia un accordo per il disarmo di Hamas. Il Libano vive una nuova offensiva israeliana dal 2 marzo. E proprio in Libano, a Kfardebian, Saint Levant terrà uno dei concerti del tour. Cosa deve fare un artista di un popolo sotto occupazione quando il mercato occidentale finalmente lo scopre? Non è una lite per un concerto. È una lite nata dal fatto che i concerti, in Palestina, non si possono fare.

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    8 min
  • Ceuta: la crisi migranti e il processo al rapper Mehdi Black Wind
    Giovedì 30 luglio migliaia di persone aggirano a nuoto il molo di Ceuta, il confine spagnolo in Africa, davanti allo stretto di Gibilterra. Le stime variano da ventimila a quasi cinquantamila ingressi in ventiquattro ore. Decine i morti recuperati in mare nelle ultime settimane. La Spagna manda l'esercito, il premier Pedro Sánchez raggiunge la città. Tre le ragioni dietro l'ondata: una sentenza del Tribunale Supremo spagnolo più favorevole a chi arriva via mare, una mobilitazione nata su gruppi Facebook, e sullo sfondo la tensione tra Madrid e Rabat sul Sahara Occidentale. Lo stesso giorno, a Casablanca, si apre il processo al rapper marocchino Mehdi Black Wind, in carcere da metà luglio. L'accusa è oltraggio a un'istituzione costituzionale, legata a una sua canzone su Pegasus, lo spyware israeliano usato dal regno marocchino per sorvegliare oppositori e giornalisti. Era stato tra le voci vicine a GenZ212, il movimento di protesta nato in Marocco nel 2025. E la musica racconta anche l'altra faccia di questa frontiera: "Frontera Nada", il pezzo di Morad e TiiwTiiw che descrive un Mediterraneo senza confini, tra Tangeri e Marbella. Dodici milioni di ascolti su Spotify. Ma quella frontiera, per chi non ha il documento giusto, resta un frangiflutti da nuotare.

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    10 min
  • Boy George e "We Will Dance Again": la canzone pro Israele
    Boy George pubblica su X una canzone intitolata "Od Nirkod", "We Will Dance Again", con la didascalia "Shalom". È un pezzo reggae fatto con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, disponibile solo sui social. Esce un mese dopo il 23 giugno, giorno in cui una commissione delle Nazioni Unite ha stabilito che a Gaza è in corso un genocidio. Boy George non è ebreo, ma dopo il 7 ottobre è diventato una delle voci britanniche più attive nella propaganda pro Israele. Per capire dove sta arrivando, bisogna guardare da dove è partito. Londra, 1979: il locale Blitz, i Blitz Kids, il New Romantic. Una scena che prende l'androginia dal glam rock e la stranezza dal punk, togliendo a entrambi ogni rivendicazione politica. Poi i Culture Club, la stagione di Band Aid e Live Aid, e soprattutto Ferry Aid: la cover di "Let It Be" organizzata dal Sun, il giornale che aveva venduto i biglietti scontati per il traghetto Herald of Free Enterprise, affondato nel 1987 con 193 morti. Boy George canta lì dentro, un anno prima di pubblicare "No Clause 28", il suo unico vero gesto politico, quando la legge omofoba del Regno Unito tocca direttamente lui. E oggi è un ultras pro Israele con il microfono (e l'AI) in mano. 

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    11 min
  • Gemitaiz, FlexTony, TigerPlug: il rap (ancora) nel mirino della politica
    Giovedì 23 luglio muore Mohamed Amin Bessioud, 25 anni, cittadino italiano di origine tunisina. Era ai domiciliari per spaccio. Durante una perquisizione i carabinieri trovano hashish in camera sua, lo ammanettano, lui si lancia dal balcone del terzo piano e muore poco dopo. Pochi giorni prima, a Francavilla al Mare, Gemitaiz insulta dal palco dello Shock Wave Festival le unità cinofile antidroga. Il video gira sui social, e la vicenda arriva in consiglio comunale: un consigliere di Forza Italia contesta i 45mila euro pubblici spesi per il festival. Una settimana prima, FlexTony e TigerPlug, calabresi, vincitori del talent Netflix Nuova Scena, pubblicano "Labubu": l'intro del pezzo manda a quel paese i carabinieri. Interviene un senatore di Fratelli d'Italia della Commissione Antimafia, poi Striscia la Notizia. I due rispondono con un freestyle che nomina proprio Bessioud. Quattro giorni prima ancora, a Bologna, era morto Abderrahim Fakir, 42 anni, marocchino, bloccato a terra dalla polizia durante un fermo. Il suo caso finisce nel modello 45 bis, il nuovo registro introdotto dal decreto sicurezza di febbraio 2026. Nessuno dei politici indignati per le parole di Gemitaiz ha speso una parola sulla sua morte.



























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    11 min
  • Alta Felicità, il festival No Tav che fa paura a Meloni
    Venaus, Val di Susa. Sabato notte sul palco ci sono i Queen of Saba, e dicono una frase che in quella valle conoscono tutti: avevamo ragione ieri, abbiamo ragione oggi, avremo ragione domani. È Alta Felicità, il festival del movimento No Tav, decima edizione, gratuito, senza sponsor, autofinanziato. Quest'anno sul palco 99 Posse, Asian Dub Foundation, Assalti Frontali, gli Statuto, Shablo. Negli anni Modena City Ramblers, Africa Unite, Mondo Marcio. Willie Peyote ha testimoniato in tribunale di aver suonato lì gratis, in solidarietà al movimento. Sabato pomeriggio dal festival parte una marcia di ventimila persone verso i cantieri della Torino-Lione. A Chiomonte centinaia di manifestanti superano le reti: bombe carta, bottiglie, mezzi bruciati. Le forze dell'ordine contano oltre 120 feriti, un milione di euro di danni secondo Telt. Lunedì il movimento non prende le distanze. Lo stesso giorno Giorgia Meloni e il ministro Piantedosi atterrano in elicottero a Chiomonte: parlano di violenza organizzata. In valle vengono identificate oltre milleduecento persone. E qui il racconto si allarga. Sull'altra sponda dell'Adriatico, in Albania, un'altra area protetta viene recintata per un resort legato a Jared Kushner. La protesta prende il nome di Rivoluzione dei fenicotteri, e in Italia riceve simpatia unanime. In Val di Susa lo stesso copione, un'area protetta, una recinzione, un capitale enorme, diventa devastazione e saccheggio. Due pesi e due misure. E un movimento che dura trent'anni ha bisogno di un posto dove la memoria passa di mano in mano: quel posto, in Val di Susa, è un palco musicale.

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    9 min
  • Indonesia: Mosi Tidak Percaya, la canzone che sfida Prabowo e il gamelan
    Giacarta, 17 luglio. Piazza del Patung Kuda, duecento metri dal palazzo presidenziale. Centocinquanta ragazzi srotolano uno striscione: abbattiamo il regime di Prabowo e Gibran. Il corteo si chiama Mosi Tidak Percaya, mozione di sfiducia, come la canzone che gli Efek Rumah Kaca scrivono nel 2008 e che da diciotto anni si canta nelle piazze indonesiane. Il presidente Prabowo Subianto, ex generale accusato di violazioni dei diritti umani sotto la dittatura di Suharto, suo suocero, aveva vinto le elezioni nel 2024 con una campagna social da nonnino simpatico che balla e canta. Ma i nodi arrivano al pettine. L'8 giugno la rupia tocca il minimo storico, sotto la crisi asiatica del 1997. La borsa di Giacarta ha bruciato un quarto del valore. E il 23 luglio, parlando al congresso di un partito alleato, Prabowo accusa giornalisti, accademici e ONG di essere "londo ireng", olandesi neri, i traditori che nell'Ottocento combattevano per i colonizzatori. Un sondaggio misura il suo consenso al 51,1 per cento: era all'81,2 a novembre. In nove mesi ha perso più di trenta punti. E la musica è ovunque, da entrambe le parti. Ahmad Dhani dei Dewa 19 siede in parlamento col partito del presidente, mezza hall of fame del pop indonesiano lavora per il governo. Dall'altra parte c'è un duo che suona con il passamontagna, i Sukatani, costretti a scusarsi e a ritirare una canzone contro la corruzione della polizia, diventata comunque l'inno dei cortei. L'Indonesia, dicono, è come un gamelan: nessun direttore, ogni strumento tiene un tempo diverso. E gli strumenti stanno iniziando a suonare da soli.

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    7 min
  • Cockroach Janta Party: chi sono gli scarafaggi che sfidano Modi con la canzone Saadda Haq
    C'è una piazza a Nuova Delhi che si chiama Jantar Mantar. È l'unico posto dove il governo indiano autorizza le manifestazioni di questi giorni, e stanotte ci sono state più di diecimila persone. Tra i cori scanditi dai manifestanti spesso c'è "Saadda Haq", canzone del 2011 dal film di Bollywood "Rockstar", composta da A.R. Rahman: il ritornello in punjabi dice "il nostro diritto, ridatecelo, qui e adesso". Si fanno chiamare "gli scarafaggi": il presidente della Corte suprema indiana aveva paragonato i giovani disoccupati a scarafaggi e parassiti, e loro hanno fondato un partito satirico, il Cockroach Janta Party, prendendosi l'insulto e portandolo in piazza. Uno dei motivi scatenanti è il NEET, il test d'ingresso a medicina: a maggio le domande sono uscite in anticipo, due milioni di studenti si erano preparati per anni, e dopo lo scandalo alcuni si sono tolti la vita. I ragazzi chiedono le dimissioni del ministro dell'Istruzione Dharmendra Pradhan. Ma è un movimento senza un capo, e la sua colonna sonora cambia da città a città: cinema indiano, poesia pakistana, pop americano, K-pop coreano. Cambiano le canzoni, la domanda resta la stessa. L'opposizione del Partito del Congresso si è agganciata alla protesta, con Rahul Gandhi fermato dalla polizia davanti a casa di Modi. La scrittrice Arundhati Roy dice che ormai il bersaglio è Modi stesso: è la sfida più grande dal 2014. E Bollywood si spacca come nel 2021, quando Rihanna e Greta Thunberg twittarono sulle proteste dei contadini e le star risposero in coro col governo (tranne Diljit Dosanjh, del quale avevamo parlato in una delle prime puntate di Musica e Mondo). Oggi qualche cantante è vicino agli studenti, molti altri stanno zitti. Le canzoni degli scarafaggi, invece, non hanno bisogno di un artista famoso che faccia da sponsor: se le sono prese dai film e dalla strada.

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    5 min
  • Josi Della Ragione, il Jova Beach Party e la guerra delle spiagge libere
    Milano Marittima, agosto 2019. Al Papeete Beach il dj mette l'Inno di Mameli in versione dance, le cubiste ballano e il ministro dell'Interno Salvini applaude in costume accanto alla console. Per capire perché un ministro governava da uno stabilimento balneare bisogna parlare di spiagge. E di musica. I numeri, messi in fila dal Guardian: l'Italia ha ottomila chilometri di coste e trentamila stabilimenti. Secondo Legambiente il 43 per cento delle spiagge sabbiose è occupato da privati: a Forte dei Marmi il 94, a Napoli il 95. Fino al 2020 il canone minimo era 364 euro l'anno, per un settore che vale sette o otto miliardi. L'Europa impone gare pubbliche con la direttiva Bolkestein dal 2006, l'Italia risponde con vent'anni di proroghe. E la musica questo modello lo ha raccontato sempre. Negli anni Sessanta nasce la canzone balneare di Edoardo Vianello e "Stessa spiaggia, stesso mare". Sessant'anni dopo il pop torna in spiaggia (ma in maniera problematica) col Jova Beach Party: concerti da sessantamila persone sugli arenili, il fronte ambientalista che insorge in difesa del fratino, la tappa di Viareggio finita in procura e Jovanotti che liquida i critici come "econazisti". Ma c'è chi fa il percorso inverso: Piero Pelù col Clean Beach Tour, Liberato che suona gratis sulla Rotonda Diaz nel mare di Napoli in concessione al 95 per cento. E poi c'è Bacoli, nei Campi Flegrei, dove il sindaco Josi Della Ragione demolisce i lidi abusivi, trasforma una villa sequestrata alla camorra in parco pubblico e riceve minacce di morte. Proprio in questi giorni un balneare ha dato del "pezzente" a chi va in spiaggia libera. Lui ha risposto: amo i pezzenti, e porteremo i litorali oltre l'80 per cento di spiaggia libera. La mappa è chiara: c'è chi suona per vendere la spiaggia, chi per riempirla e chi per riaprirla. In Italia persino l'ombra dell'ombrellone è diventata una merce.

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    7 min
  • Mario Roggero condannato: perché i rapper difendono il gioielliere?
    La Cassazione condanna Mario Roggero, il gioielliere che uccise due rapinatori in fuga. La Lega chiede la grazia, e con lei Emis Killa, Lazza e Rondodasosa. Storia di un cortocircuito tra rap, strada e propaganda securitaria.

    "Sto passando gli ultimi minuti con i miei familiari prima di costituirmi in carcere." Mario Roggero lo dice in un video, poche ore dopo la sentenza della Cassazione. Ha 72 anni. Sotto, tra migliaia di commenti, ne compare uno: "Paese barzelletta. Sei grande." Firmato Emis Killa. Partiamo dai fatti. Roggero è un gioielliere di Grinzane Cavour, nelle Langhe. Il 28 aprile 2021 tre uomini rapinano il suo negozio con pistole finte e coltelli. Lui li insegue in strada e spara contro l'auto in fuga: uccide Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli, ferisce gravemente il terzo. La legittima difesa vale solo finché il pericolo è in corso, e qui i rapinatori stavano scappando. C'è un dettaglio che i difensori politici di Roggero dimenticano: quella legge l'ha scritta proprio la Lega, con la riforma del 2019 firmata Salvini. Nemmeno la loro norma copre chi insegue chi fugge. Quindi omicidio volontario, condanna definitiva. La destra si muove in poche ore. Salvini lancia lo slogan "Grazia subito", i senatori della Lega si alzano in aula con la foto di Roggero, il ministro Nordio avvia l'istruttoria. Poi arriva il rap. Emis Killa dice che legittimare il gesto "diventa il far west", ma trova paradossale che lo Stato non tuteli chi reagisce. Lazza scrive che Roggero ha "due palle come una casa". Rondodasosa lo chiama "gangsta" e rilancia la grafica della campagna della Lega. Lo stesso Rondo a cui la Lega di Cremona voleva revocare un concerto, accusandolo di esaltare le baby gang. Nei suoi dischi, i tre rapinatori sarebbero i protagonisti. Il punto non è vietare ai rapper di parlare. Il punto è cosa dicono. Raccontare la strada è il mestiere del rap da cinquant'anni, ma prendere posizione su un processo vero, con due morti veri, chiedendo più armi e la grazia per chi spara, è un atto politico. C'è un precedente, e viene proprio dal rap milanese: nel 2007 i Club Dogo pubblicano "Spaghetti Western", satira feroce di un'Italia dove chiunque si sente in diritto di sparare. È la differenza tra descrivere il far west e tifare per lo sceriffo. Se la credibilità di strada è il tuo capitale, cosa resta dell'autenticità quando la spendi per la campagna securitaria di chi voleva cancellare i tuoi concerti?

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La musica come punto di vista sul mondo. Sono Giovo, racconto del pianeta terra attraverso le sette note.