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Al termine del Capodanno buddhista torniamo in Myanmar, dove le proteste non si spengono… anzi prendono vigore. A due mesi e mezzo dal colpo di stato militare - che ha portato all’arresto Aung San Suu Kyi, vincitrice delle ultime elezioni e premio Nobel per la pace - il popolo birmano continua a far sentire la sua voce per esprimere il suo dissenso anche a costo di morire.
Se all'inizio della protesta, i militari usavano lacrimogeni e cannoni d'acqua, oggi le immagini che arrivano dal Myanmar sono eloquenti: è sempre più frequente l’uso di munizioni vere per sparare sulle folle pacifiche: 700 persone (fra cui anche bambini) hanno perso la vita ed altre 3000 sono state arrestate, dal 1° febbraio, quando il potere è passato completamente nelle mani dei militari.
Parliamo quindi di questo paese che una decina d’anni fa si apriva al mondo, festeggiava l’inizio del suo percorso verso la democrazia – pur sempre con una forte presenza militare - e che ora si trova alla casella di partenza. L’Unione europea e la Svizzera hanno decretato l’embargo sulla vendita di armi al Myanmar ed hanno applicato delle sanzioni nei confronti di 11 personalità, coinvolte direttamente nel golpe. In queste ore, l’UE sta preparando nuove sanzioni per altre 10 persone e per 2 imprese gestite dalle forze armate: basterà?
Per parlarne con noi:
Cecilia Brighi, Segretaria generale dell’Associazione Italia-Birmania.Insieme;
Loretta Dal Pozzo, collaboratrice RSI in Asia;
Giulia Sciorati, esperta di Asia centrale, ISPI.
In registrato, la testimonianza di una cittadina svizzera attiva in Myanmar.
Modem su Rete Uno alle 8.20, in replica su Rete Due alle 19.25. Ci trovate anche sul Podcast e sulle app: RSINews e RSIPlay
By RSI - Radiotelevisione svizzera5
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Al termine del Capodanno buddhista torniamo in Myanmar, dove le proteste non si spengono… anzi prendono vigore. A due mesi e mezzo dal colpo di stato militare - che ha portato all’arresto Aung San Suu Kyi, vincitrice delle ultime elezioni e premio Nobel per la pace - il popolo birmano continua a far sentire la sua voce per esprimere il suo dissenso anche a costo di morire.
Se all'inizio della protesta, i militari usavano lacrimogeni e cannoni d'acqua, oggi le immagini che arrivano dal Myanmar sono eloquenti: è sempre più frequente l’uso di munizioni vere per sparare sulle folle pacifiche: 700 persone (fra cui anche bambini) hanno perso la vita ed altre 3000 sono state arrestate, dal 1° febbraio, quando il potere è passato completamente nelle mani dei militari.
Parliamo quindi di questo paese che una decina d’anni fa si apriva al mondo, festeggiava l’inizio del suo percorso verso la democrazia – pur sempre con una forte presenza militare - e che ora si trova alla casella di partenza. L’Unione europea e la Svizzera hanno decretato l’embargo sulla vendita di armi al Myanmar ed hanno applicato delle sanzioni nei confronti di 11 personalità, coinvolte direttamente nel golpe. In queste ore, l’UE sta preparando nuove sanzioni per altre 10 persone e per 2 imprese gestite dalle forze armate: basterà?
Per parlarne con noi:
Cecilia Brighi, Segretaria generale dell’Associazione Italia-Birmania.Insieme;
Loretta Dal Pozzo, collaboratrice RSI in Asia;
Giulia Sciorati, esperta di Asia centrale, ISPI.
In registrato, la testimonianza di una cittadina svizzera attiva in Myanmar.
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