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“Il nostro pensiero è molto scomodo anche se è condiviso da tantissimi tifosi; questa punizione è un segnale non solo a noi e alla tifoseria bresciana ma a tutta la città”. Diego Piccinelli, portavoce del gruppo Ultras Brescia 1911 ex Curva Nord è anche uno dei tre destinatari del provvedimento liberticida deciso dal nuovo questore di Brescia, Paolo Sartori: denuncia per manifestazione non autorizzata e minacce ma soprattutto foglio di via da Brescia per 4 anni per la manifestazione sotto la Loggia del 9 giugno durante l’incontro tra la sindaca e i presidenti delle squadre bresciane di serie C Feralpi Salò, Lumezzane e Ospitaletto, in merito al crack dopo 114 anni di storia ininterrotta del Brescia Calcio, sotto la gestione Cellino.
“Quando facciamo errori ci prendiamo le nostre responsabilità – prosegue ai microfoni di Radio Onda d’Urto il portavoce del gruppo ultras – questa però è stata un’iniziativa spontanea di fronte ad un incontro pubblico importante per le sorti del Brescia Calcio; da tifosi del Brescia ci siamo sentiti non solo in diritto ma in dovere di esserci per ribadire la nostra posizione.
Non accettiamo però lo stravolgimento dei fatti e della verità da parte del questore. Quel giorno non è successo nulla e lo testimoniano anche fotografie, video e i resoconti giornalistici del giorno successivo.”
L’intervista a Diego Piccinelli, portavoce del gruppo Ultras Brescia 1911 ex Curva Nord Ascolta o scarica
Sempre il gruppo Ultras Brescia 1911 – ex Curva Nord, sui propri social, lancia un appello:
“Dopo questa batosta “inaspettata”, ovviamente stiamo preparando un ricorso col nostro avvocato; allo stesso tempo stiamo raccogliendo video e testimonianze che smentiscano la ricostruzione della Questura.
Chi volesse aiutarci può mandare i suoi video o la sua testimonianza a questo indirizzo: [email protected]
Nel frattempo pubblichiamo questo comunicato, abbinato a un “live” pubblico realizzato a caldo, pubblicato sui social subito dopo la fine dell’iniziativa. Anche se il video è ancora pubblico, abbiamo oscurato i volti dei blogger che -precisiamo- non sono collegati in alcun modo al nostro gruppo. Sia chiara un’altra cosa: quello che asseriscono i due ragazzi lo potrebbero testimoniare tutti i presenti in Loggia, perfino i giornalisti. E anche se non lo farà nessuno, porteremo tutto il materiale raccolto in Tribunale.”
Consueto appuntamento del venerdì mattina, con l’analisi critica dei fatti economici della settimana con l’economista e collaboratore di Radio Onda d’Urto Andrea Fumagalli.
I temi della puntata di oggi, venerdì 20 giugno: la posizione dell’UE per quanto riguarda l’opa di Unicredit su Banco Bpm, lo sciopero dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto, e l’accordo per il contratto sanità, infine, la chiusura del G7 in Canada e i temi economici affrontati.
BANCHE – Via libera condizionato dell’Antitrust europeo all’offerta sul Banco Bpm lanciata da Unicredit. L’indagine della Commissione aveva rilevato che a livello locale, l’operazione proposta avrebbe sollevato problemi di concorrenza nei mercati dei depositi e dei prestiti. Secondo Bruxelles, l’operazione proposta e non solleverebbe invece problemi di concorrenza, poiché diversi altri concorrenti consolidati rimarrebbero attivi sul mercato dopo l’operazione.
CONTRATTI – Sciopero oggi di 8 ore dei metalmeccanici. Alla base della protesta i problemi legati alle trattative per il rinnovo del contratto nazionale che riguarda oltre un milione e mezzo di lavoratori. Il contratto di lavoro è scaduto a giugno dello scorso anno, ma le trattative sono completamente ferme. Dopo diversi mesi di trattative è stato trovato invece un accordo per il rinnovo del contratto collettivo nazionale del personale del Servizio Sanitario Nazionale, con un aumento medio mensile di 172,37 euro per tredici mensilità. Firmato da Cisl Fp e altri sindacati non confederali, non ha invece l’avallo di Cgil e Uil, che ritengono le tutele e gli adeguamenti di stipendio del nuovo accordo insufficienti.
G7 – Il G7 in Canada non è si limitato a discutere di temi militari, ma affrontato anche dossier centrali come i flussi migratori, di intelligenza artificiale e protezione del clima, in un momento in cui il Canada sta affrontando nuovamente una stagione di incendi molto intensi. Al centro dell’agenda economica soprattutto dazi e situazione economica globale, messa in crisi dalla politica commerciale protezionistica di Donald Trump.
Andrea Fumagalli, docente di economia politica all’università di Pavia. Ascolta o scarica
Dalla parte del diritto all’abitare, trasmissione quindicinale di Radio onda d’urto di informazione e approfondimento sulle lotte per la casa, contro sfratti, sgomberi e pignoramenti. In questa puntata:
Brescia: incontro giovedì 19 giugno tra i rappresentanti di alcuni comitati inquilini delle case popolari e di Diritti per tutti con la dirigenza di Aler Brescia, che ha risposto positivamente ad alcune richieste. Ora dovranno essere rispettati gli impegni. Le valutazioni di Luca di Diritti per tutti e di Cinzia portavoce della palazzina di via Carpaccio.
Venerdì 20 giugno intanto la commissione consiliare congiunta servizi sociali e patrimonio discuterà e voterà la nuova convenzione tra amministrazione e Aler per la gestione da parte di quest’ultima degli alloggi di proprietà comunali. Ai nostri microfoni il consigliere comunale di Al lavoro con Brescia, Francesco Catalano
La trasmissione Ascolta o scarica
Nelle ultime 24 ore gli attacchi israeliani nella Striscia hanno provocato almeno 69 morti e 221 feriti. Colpiti, come accade ormai ogni giorno, i civili in coda mentre cercano qualcosa per non morire di fame fuori dai centri della GHF, la Fondazione fake di Tel Aviv e Washington con il solo scopo di deportare i palestinesi, chiuderli in qualche ghetto e costringerli a una fame perenne. Il bilancio da ottobre 2023 è salito così a 55.706 vittime e 130.101 feriti, oltre 12mila dispersi e a oltre il 90% della popolazione – 2 milioni di persone – sfollata ripetutamente, sbalottata sotto il piombo da una tenda a un’altra, da un rifugio precario ai resti di una casa distrutta. Un genocidio vero e proprio, che sta subendo da una settimana un’ulteriore drammatica accelerazione, nel totale disinteresse del resto del Pianeta, i cui occhi sono puntata sul rischio catastrofe nucleare in Iran.
Se Gaza è drammaticamente uscita dai timidi riflettori mediatici, ancora peggio va in Cisgiordania, che nell’attenzione occidentale non c’è mai nemmeno entrata. Eppure pure qui Israele uccide, rapisce, distrugge, con il solito obiettivo: obbligare gli abitanti – 3 milioni di palestinesi – alla fuga, rubando così terre e infrastrutture. Lo stillicidio di attacchi mostra, in 24 ore, 2 mort, 2 feriti gravi decine di persone rapite e di case abbattute solo oggi, tra Hebron, Nablus, Jenin e Tulkarem.
Per quanto riguarda l’aggressione israeliana in Iran, attacchi continui tra Teheran e Tel Aviv. I jet israeliani hanno colpito il reattore nucleare di Arak. In 6 giorni sono già 650 le vittime accertate, in larga parte civili. L’Idf non prende di mira solo obiettivi militari come racconta, ma di tutto, esattamente come in Palestina e come già in Libano, dove oggi altri raid israeliani hanno ucciso 3 persone nel sud. Dall’altra parte i missili iraniani sono riusciti a bucare un’altra volta le difese israeliane nel centro e sud. 129 feriti, alcuni gravi; nel pomeriggio sirene nel nord d’Israele per un’altra decina di missili di Teheran, che intanto fa sapere di prendere prendere in considerazione la chiusura dello Stretto di Hormuz, uno degli snodi fondamentali del commercio globale, soprattutto petrolifero e logistico.
Michele Giorgio, corrispondente Il Manifesto e Pagine Esteri Ascolta o scarica
Stop Genocidio. Palestina Libera: saranno queste le parole d’ordine del presidio di solidarietà con il popolo palestinese in programma domenica 22 giugno a Pisogne.
L’iniziativa – promossa da L’Italia che R/Esiste Valcamonica – risponde alla necessità del gruppo di tornare in piazza “perché non si può più tacere di fronte a questo genocidio e al silenzio dei media”, come ha spiegato ai nostri microfoni Adarosa de L’Italia che R/Esiste Valcamonica.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Adarosa di L’Italia che R/Esiste Valcamonica Ascolta o scarica
Un pacifico presidio sotto la Loggia, con cori e striscioni senza alcun tafferuglio, per esprimere una legittima posizione di dissenso verso la soluzione che si sta prospettando per la crisi del Brescia calcio, è stato trasformato dal nuovo questore Paolo Sartori in “atti di violenza non tollerabili che come tali verranno considerati e sanzionati.”
Ecco allora la sanzione, assolutamente spropositata e pesantissima: denuncia per manifestazione non autorizzata e minacce ma soprattutto foglio di via per 4 anni dalla città di Brescia per 3 persone considerate “i capi” del gruppo ultras Brescia 1911. I fatti sono avvenuti il 9 giugno scorso quando in municipio si svolgeva un incontro tra sindaca e i presidenti delle tre squadre bresciane di serie C, Feralpi Salò, Lumezzane e Ospitaletto. Il questore spiega che “i manifestanti si erano radunati sotto la Loggia al fine di condizionare ed intimorire i partecipanti alla riunione . La manifestazione illegale si è svolta anche con un corteo, anch’esso illegale, durante il quale sono stati esibiti striscioni ed esternati minacciosi cori di protesta istiganti alla violenza nei confronti dei vertici del calcio professionistico.»
Vediamo allora cosa c’era scritto su questi striscioni minacciosi: “Dignità ultras” e “Nessuna fusione”, con riferimento alla contrarietà del gruppo Brescia 1911 verso una soluzione pastrocchio che farebbe scomparire la storia di 114 anni del Brescia, tramite il trasferimento della Feralpi Salò in città. Quanto ai cori minacciosi: “perché il Brescia siamo noi“, non si capisce chi e in che modo voglia intimidire. La misura adottata dal questore è grave e liberticida: per quattro anni le tre persone colpite dal provvedimento non potranno frequentare la città di Brescia impedendo loro di coltivare relazioni amicali, di frequentare la vita associativa, aggregativa e culturale che ha il proprio centro nel capoluogo della provincia, calpestando diritti fondamentali come la libertà di movimento e la partecipazione alla vita sociale. Questo provvedimento, contro persone colpevoli semplicemente di aver espresso la propria idea, rappresenta un precedente gravissimo con cui il nuovo questore si presenta alla città e dimostra il modo con cui intende affrontare le proteste e le manifestazioni di critica o dissenso.
Il commento al provvedimento di Umberto Gobbi dell’Associazione Diritti per tutti e di Maurizio “Muro” Murari co-conduttore di Onda ultras Ascolta o scarica
Il profilo del nuovo questore di Brescia con Lorenzo Vianini di Radio Tandem di Bolzano, la città dove era a capo della Questura e dove, nel 2024, gli avvisi orali sono schizzati da 14 a 147, gli ammonimenti da 38 a 79, i fogli di via da 45 a 183 e le espulsioni di migranti con deportazione alla frontiera da 2 a 14. Ascolta o scarica
Lavoro e lotte operaie. Il 20 giugno non è soltanto il giorno dello sciopero dei sindacati di base, insieme ai movimenti, per la Palestina. Incrociano infatti le braccia, a livello nazionale, anche i metalmeccanici e le metalmeccaniche di Fiom, Fim e Uilm.
Uno sciopero di 8 ore per riaprire le trattative sul contratto interrotte dal padronato. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, sulle rivendicazioni sindacali, Michele De Palma, della segreteria nazionale della Fiom. Ascolta o scarica.
Lo sciopero delle tute blu sarà accompagnato da manifestazioni regionali. In Lombardia il corteo sarà a Bergamo. Da Brescia, città dalla quale trasmettiamo, in partenza più di 400 metalmeccanici. Antonio Ghirardi, segretario generale della Fiom bresciana. Ascolta o scarica.
Nel bresciano proseguono le vertenze all’interno delle fabbriche, così come le trattative con i vertici aziendali. Un aggiornamento con Luca Bono, Fiom Brescia. Ascolta o scarica.
Di seguito la locandina e la mappa con i luoghi delle manifestazioni, Regione per Regione:
Si è tenuta nella giornata di mercoledì 18 giugno la nuova udienza contro i compagni palestinesi Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh. Sono accusati di terrorismo internazionale per aver, secondo accuse formulate dalle autorità israeliane, finanziato la Brigata Tulkarem, attiva nella resistenza palestinese nei territori occupati.
La seduta ha visto al centro della discussione la traduzione di documenti dall’arabo e l’ascolto di alcuni testimoni. In concomitanza dell’udienza, fuori dal tribunale dell’Aquila, si è svolto un presidio di solidarietà, durante il quale i manifestanti hanno denunciato le gravi “forzature procedurali”.
Tra la fine di giugno e la fine di luglio continuerà il processo con altre cinque udienze, mentre Anan Yaeesh rimane in carcere.
Ci ha spiegato come è andato il dibattimento e come si prospetta la prosecuzione del processo, l’avvocato Flavio Rossi Albertini. Ascolta o scarica
Proseguono da sei giorni gli attacchi incrociati tra Israele e Iran, iniziati nelle prime ore di venerdì 13 giugno 2025 con l’aggressione e i bombardamenti israeliani. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto Leila Belhadj Mohamed, giornalista esperta di Nord Africa e Asia occidentale, sottolinea che “Non c’è un unico motivo per cui Israele ha deciso di attaccare in questo momento l’Iran”. Belhadj Mohamed evidenzia un aspetto interno allo stato di Israele spesso sottovalutato, cioè il “processo per corruzione a Benjamin Netanyahu”, che viene posticipato ogni volta che il gabinetto di guerra israeliano decide un’azione militare. Questo, spiega la giornalista, suggerisce l’ennesimo tentativo di Netanyahu di “evitare la sua fine politica continuando a portare avanti conflitti armati”. Questo offre una prospettiva sulle motivazioni interne israeliane che va oltre le dichiarazioni ufficiali.
Nella notte appena trascorsa, i jet israeliani hanno bombardato diverse aree della Repubblica islamica. Le autorità iraniane hanno confermato l’intensificarsi delle operazioni militari israeliane, che hanno colpito anche il reattore nucleare di Arak. In sei giorni di attacchi sono già centinaia le vittime in Iran, almeno 650, in larga parte civili. L’Idf, infatti, non prende di mira solo obiettivi militari come racconta, ma di tutto, come in Palestina e come già in Libano. Da parte sua, l’Iran ha risposto con lanci di missili che hanno bucato un’altra volta le difese israeliane in diverse zone del centro e del sud. Colpito l’ospedale Soroka a Beer Sheva, le città di Gush Dan, Holon e Ramat Gan, nonché diversi edifici a Tel Aviv. Ci sarebbero 129 feriti di cui alcuni molto gravi.
Da Teheran, il governo ribadisce che queste azioni sono solo una forma di “autodifesa”, contestando il ruolo di aggressore attribuito loro dalle autorità israeliane. Sempre le autorità iraniane, secondo il The Guardian, avrebbero arrestato 18 uomini, definiti “agenti stranieri”, impegnati nella costruzione di droni per gli attacchi israeliani dall’interno del Paese. Nei giorni scorsi il Mossad aveva diffuso in un video immagini di propri agenti, dentro l’Iran, mentre assemblavano missili e droni.
Sul lato diplomatico i ministri degli Esteri di Germania, Francia, Gran Bretagna e l’Alta rappresentante Ue Kallas incontreranno domani a Ginevra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, con il quale dovranno discutere di programma nucleare. L’incontro, secondo fonti diplomatiche tedesche, sarebbe stato concordato con gli Usa, che però non parteciperanno. Secondo i media statunitensi, Trump starebbe ancora valutando l’idea di attaccare e distruggere il sito nucleare di Fordow con una serie di attacchi, ma ricordano che – senza un attacco diretto da parte dell’Iran – non si tratterebbe di un’operazione speciale, bensì di una vera e propria guerra. Dunque, sottolineano dal Nyt, “il congresso deve prima autorizzare l’uso della forza militare”.
“Trump sta un po’ ritrattando perché – ricordiamolo – per la legge statunitense un attacco a un governo o un paese straniero deve passare dal Congresso e si sta già parlando di una mozione bipartisan che vieti l’entrata in guerra degli Stati Uniti contro l’Iran”, commenta Leila Belhadj Mohamed ai nostri microfoni. “Quindi questo è un altro passaggio da tenere a mente. Noi sappiamo che Trump pensa di poter decidere tutto da solo con i suoi consiglieri, ma comunque esiste ancora uno stato di diritto, per ora”, aggiunge Belhadj Mohamed.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’analisi e il commento di Leila Belhadj Mohamed, giornalista che si occupa di Nord Africa e Asia occidentale. Ascolta o scarica.
L’Iran è uno dei quattro stati-nazione tra i quali, dal trattato di Losanna del 1923, è diviso il Kurdistan storico. Venerdì 13 giugno 2025, subito dopo l’inizio dei bombardamenti israeliani, il KCK, l’Unione delle comunità del Kurdistan, organizzazione ombrello delle realtà locali che in Medio oriente e non solo si organizzano secondo il modello del confederalismo democratico, ha pubblicato un comunicato dal titolo “Attraverso la guerra non si può raggiungere nessuna soluzione”.
“Condanniamo questa guerra che ha causato molti danni alla popolazione. Tutti devono rendersi conto che la guerra non è un metodo per sviluppare alcuna soluzione. Le politiche di guerra devono essere abbandonate”, si legge nel comunicato del KCK. “È una realtà comprovata – prosegue il documento – che con il concetto di Stato nazionale unitario della modernità capitalista e con l’avidità di potere, autorità ed egemonia, è impossibile stabilire una vita pacifica in Medio Oriente, che è sempre stato un giardino variopinto di diritti, credenze e culture”. “Ribadiamo – conclude il consiglio esecutivo del KCK – che la soluzione ai problemi del Medio Oriente può essere raggiunta solo attraverso la modernità democratica e il concetto di ‘nazione democratica’ proposto dal leader del popolo curdo Abdullah Ocalan”.
In Rojhilat, cioè il Kurdistan iraniano, è presente un’organizzazione che fa riferimento al KCK e alle idee di Abdullah Ocalan: il PJAK, Partito per la vita libera del Kurdistan. Anche il PJAK ha diffuso un messaggio rivolto al popolo dell’Iran e in particolare alla regione curdo-iraniana. Il titolo e il senso del comunicato è “Il futuro dell’Iran dipende dalla lotta democratica, non dalla guerra”.
Il messaggio diffuso nelle ore successive ai bombardamenti dal PJAK, Partito per la vita libera del Kurdistan, organizzazione attiva nel Rojhilat, Kurdistan iraniano, dichiara invece che “Questa è una guerra di potere e di interessi contrastanti, non una guerra di liberazione per popoli e nazioni” e che “il popolo iraniano non dovrebbe essere costretto a scegliere tra la guerra e l’accettazione di un regime dittatoriale”. Per questo, dice il documento, “Il Partito per la vita libera del Kurdistan, che si oppone all’imposizione della guerra al popolo iraniano, sottolinea il principio della lotta democratica”. Poi, invita la società del Kurdistan iraniano all’autogoverno, alla solidarietà, al mutuo soccorso e all’autodifesa per far fronte alla situazione di guerra, occuparsi dei feriti e di tutto quello che può servire.
Per comprendere meglio cosa accade nel Kurdistan iraniano e soprattutto qual è la posizione del movimento di liberazione curdo e dal Pjak abbiamo intervistato Jacopo Bindi, dell’Accademia della Modernità Democratica, struttura che si occupa di diffondere al di là del Medio oriente il paradigma della modernità democratica sviluppato da Abdullah Ocalan. Ascolta o scarica.
“Difendiamo l’approccio politico della ‘terza via’ in Medio Oriente, al di fuori delle strutture di potere esistenti“, ha dichiarato Zegrus Enderyarî, funzionario per le relazioni estere del PJAK (Qui le dichiarazioni). Il portavoce del partito curdo-iraniano ha poi aggiunto: “Non siamo parte della guerra, né vogliamo rendere i nostri popoli parte di questi conflitti. La soluzione sta nell’instaurazione di una vita democratica per tutti i popoli. Proponiamo una vita comune, un’autonomia democratica e una governance locale per tutte le comunità etniche e religiose in Iran, non solo per il popolo curdo”.
“I curdi in Iran rivendicano i loro diritti fondamentali. Non sono ‘separatisti’ come sostiene il regime”, ha dichiarato invece Peyman Viyan, co-presidente del PJAK (Qui le dichiarazioni integrali). L’esponente del partito di guerriglia curdo-iraniano ha poi spiegato: “Il popolo più organizzato e attento in Iran attualmente è quello curdo. Alcune forze hanno cercato di usare la resistenza ‘Jin, Jiyan, Azadî’ per i propri interessi. Tuttavia, noi abbiamo agito con molta cautela e abbiamo mostrato la nostra posizione in modo chiaro. Con il loro paradigma libertario, i curdi pensano in termini più ampi e chiedono i loro diritti fondamentali. Lotteremo per i nostri diritti a prescindere dalle condizioni. Siamo a favore di un’amministrazione condivisa che possa essere discussa e formulata, non di un conflitto. Allo stesso tempo, manteniamo l’autodifesa e possediamo il potere politico e organizzativo. Non rinunceremo alla nostra identità e ai nostri diritti”.
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