Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta

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Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta episodes

  • Calabria in bianco e nero, e altri colori da «Il nostro viaggio in Italia»
    Un viaggio molto speciale nel nostro Paese, scritto a più mani da narratori che, per il Touring, hanno composto testi originali dedicati a tutte le regioni, a qualche città ad alcuni territori. 
    Un’antologia ricca che restituisce colori, sapori, profumi ed emozioni.
    Il bello della nostra penisola oltre i luoghi comuni.

    di Vins Gallico

    Maurits Cornelis Esher, a scuola, era un disastro.
    Talentuoso nel disegno, nei pomeriggi liberi si dedicava alle incisioni su linoleum, che non gli venivano niente male.
    Nella primavera del 1923 Maurits visitò la Toscana e poi, ascoltando i consigli di un'anziana villeggiante, il Sud Italia: se era veramente innamorato del paesaggio, della compiutezza architettonica, non poteva ignorare i luoghi dove gli elementi magnogreci e romani si erano fusi all'influenza cromatica ed estetica araba.
    Approdò in uno dei miei paesi preferiti: Pentidattilo.
    Poi si mise in cammino e sul sentiero verso la costa incontrò un uomo a cavallo che si rivelò un vignaiolo, e che lo invitò a casa, per una visita alla cantina.
    Visita, che evidentemente può accompagnata da un abbondante degustazione.
    La Calabria è questo: un posto meraviglioso e contraddittorio, di grande bellezza e di grande ignoranza.«Chi vive in Calabria», cantava Rino Gaetano in uno dei suoi pezzi più famosi, inserendo la tipologia in un elenco di umiliati e resistenti rispetto alla vita.
    Che forse è il modo più giusto per vedere la Calabria e visitarla, sapere che si è davanti a una regione fatta a strati, a doppi fondi, infiltrazioni, dove "una rosa non è una rosa è una rosa”".
    E dove, comunque sia, c'è il cielo sempre più blu di tutta l'Italia.    

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    20 min
  • Basilicata, la vertigine della lontananza da «Il nostro viaggio in Italia»
    Un viaggio molto speciale nel nostro Paese, scritto a più mani da narratori che, per il Touring, hanno composto testi originali dedicati a tutte le regioni, a qualche città ad alcuni territori. 
    Un’antologia ricca che restituisce colori, sapori, profumi ed emozioni.
    Il bello della nostra penisola oltre i luoghi comuni.

    di Franco Arminio

    In Basilicata gli occhi fanno una vita spericolata.
    Ovunque sei, puoi correre con lo sguardo senza trovare molti ostacoli.
    Ci sono posti in cui lo sguardo si ferma presto, c'è una bellezza che vuole tenerti con sé.
    La bellezza Lucana ha un altro codice, è una bellezza scontrosa, che non ha voglia di farsi raggiungere.
    Qui non trovi nessun paese in mezzo alla strada che stai percorrendo, devi sempre prendere una via secondaria, devi andarlo a cercare il paese, e ti assale la sensazione che sia più lontano di quanto indicato dai segnali, come se il paese a un certo punto si mettesse in fuga per non farsi raggiungere. Che c'è da vedere in Basilicata? La risposta è semplice: tutto.     

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    11 min
  • La Puglia non ti lascia mai solo da «Il nostro viaggio in Italia»
    Un viaggio molto speciale nel nostro Paese, scritto a più mani da narratori che, per il Touring, hanno composto testi originali dedicati a tutte le regioni, a qualche città ad alcuni territori. 
    Un’antologia ricca che restituisce colori, sapori, profumi ed emozioni.
    Il bello della nostra penisola oltre i luoghi comuni.

    di Franco Arminio

    Amo la Puglia perché amo la luce e la Puglia è sempre piena di luce. 
    Due colori: il bianco e giallo.
    E poi il colore della terra a seconda delle stagioni.
    Amo la Puglia perché c'è aria di terra, e non ci sono luoghi turistici, ma luoghi veri dove arrivano i turisti. In Puglia mi sento bene.
    Non ti porta alla mestizia, alla cupezza, stare in Puglia in effetti significa sottoporsi a una cromoterapia.
    E forse anche il carattere degli abitanti ha il suo ruolo.
    Il pugliese, per esempio, non è spinoso come l’irpino.
    E poi ci sono le differenze enormi, dovute alla storia più che alla geografia.
    La Puglia non dovrebbe essere solo una meta, ma una sorta di seconda regione, così come alcuni possiedono una seconda casa.     

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    14 min
  • Avellino e l'Irpinia da «Il nostro viaggio in Italia»
    Un viaggio molto speciale nel nostro Paese, scritto a più mani da narratori che, per il Touring, hanno composto testi originali dedicati a tutte le regioni, a qualche città ad alcuni territori. 
    Un’antologia ricca che restituisce colori, sapori, profumi ed emozioni.
    Il bello della nostra penisola oltre i luoghi comuni.

    di Franco Arminio

    L'Irpinia è il pezzo d'Appennino che comincia quando bruscamente finisce la pianura Campana e va avanti fino a quando cominciano i dolci profili dei Monti Dauni.
    Dunque tra il capoluogo Campano e la Puglia.
    Terra di mezzo, ma non terra media, terra di alture ruvide e spinose, terra conosciuta per il terremoto e non per la sua straordinaria bellezza.
    L'Irpinia non somiglia alla vicina Lucania e neppure al Sannio e al Cilento o all'Abruzzo interno.
    È un luogo unico dal punto di vista orografico del nostro Appennino.
    L'Irpinia è una provincia senza mare.
    Sono pochissime nel Sud delle province non bagnate dal mare.
    Ma in compenso è una provincia con tanta acqua da Caposele partono le sorgenti che dissetano la Puglia e dal Serino quelle che dissetano Napoli.
    Come tante province italiane anche l’Irpinia dà il suo contributo alla straordinaria diversità geografica del nostro paese.
    Zone di fitti boschi e vaste alture dove gli alberi li puoi contare sulle dita di una mano.    

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    11 min
  • Chiaroscuri di Procida, la più isola fra le isole da «Il nostro viaggio in Italia»
    Un viaggio molto speciale nel nostro Paese, scritto a più mani da narratori che, per il Touring, hanno composto testi originali dedicati a tutte le regioni, a qualche città ad alcuni territori. 
    Un’antologia ricca che restituisce colori, sapori, profumi ed emozioni. Il bello della nostra penisola oltre i luoghi comuni.

    di Lorenzo Marone

    A vedere da lontano, Procida assomiglia al profilo di un balenottero appena sbucato dall'acqua, una lingua di terra piatta cinta da due Monti: Capo Miseno e il ben più massiccio Epomeo, la cima più alta di Ischia. 
    Da sopra Terra Murata, invece, Procida sembra profilarsi come un insieme di monti e asperità, di falesie precarie che ne sostengono a fatica il peso prima di sprofondare nel Tirreno.
    Da lassù l'isola, a dire il vero, non sembra nemmeno un'isola, perché ovunque ti giri vedi terra: Napoli è a un passo, Monte di Procida un paio di bracciate e la tocchi, Capo Miseno solo un po' più in là, il Vesuvio svetta imponente in lontananza.
    Se invece abbassi lo sguardo oltre il muretto che cinge il pendio, incroci le case della Corricella arroccate sul fianco della collina, addossate una all'altra come in un presepe, con le rampe di calce viva a “dorso d'asino“ che conducono a porte di legno blu, in un impasto di colori pastello che calma la vista: pistacchio e beige, rosa e azzurro, giallo e albicocca. 
       
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    5 min
  • Quel rompiballe di D'Annunzio da «Il mondo dei vinti» di Nuto Revelli
    Il dialogo con la gente contadina di Revelli incomincia con la primavera del 1941.
    Testimonianze di cultura contadina, la pianura, la collina, la montagna, le Langhe: la fame, il lavoro infantile, l'immigrazione, la convivenza tra partigiani e nazi fascisti.
    E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che figura il paesaggio, nei racconti dei 270 intervistati da Revelli. 

    La Collina: Testimonianze di vita contadina

    Giuseppe Bruna, nato a Vignolo, classe 1898, contadino. 

    Avevo nemmeno 18 anni, non mi facevo ancora nemmeno la barba, e mi chiamano a fare il soldato negli alpini.
    Eh, la guerra!
    Noi altri avevamo l'interesse della guerra?
    Gli ufficiali ci parlavano della patria, noi altri quando potevamo avere la licenza e venire a casa la patria era quella lì.
    Poi è venuto l'armistizio, ero Feltre con la 59ª divisione, alle sei del pomeriggio è arrivato un portaordini con la bandiera bianca.
    Arrivavano i camion pieni di fiaschi di vino, nemmeno con la baionetta si riusciva a tenere indietro i soldati; «La guerra è finita», gridavamo, e ballavamo tra soldati, una gran festa, una festa come la nostra patronale.
    Poi 40 giorni a raccogliere nei campi le armi abbandonate, le munizioni, i cappelli di ferro, tutta la porcheria.
    Poi mi hanno spedito a fiume contro D'Annunzio.
    D'Annunzio aveva conquistato Fiume con i suoi arditi e veniva da noi a rubare i cavalli e le artiglierie che noi dovevamo difendere, tre miei amici sono morti lì, contro D'Annunzio.
    La guerra era finita e D'Annunzio faceva il caporione, faceva come l'imperatore di Fiume.
    Tra noi dicevamo: «Ma cristu, la guerra è finita e quel rompiballe di D'Annunzio ci fa ancora sparare addosso».    

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    10 min
  • Voleva che prendessi il fucile, per fare la rivoluzione. Ma io sono scappato via - «Il mondo dei vinti» di Nuto Revelli
    Il dialogo con la gente contadina di Revelli incomincia con la primavera del 1941.
    Testimonianze di cultura contadina, la pianura, la collina, la montagna, le Langhe: la fame, il lavoro infantile, l'immigrazione, la convivenza tra partigiani e nazi fascisti.
    E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che figura il paesaggio, nei racconti dei 270 intervistati da Revelli. 

    La Collina: Testimonianze di vita contadina

    Bartolomeo Ristorto, detto Berto del Duca, nato a San Michele di Cervasca, classe 1893, contadino. 

    Il fiume che attraversa Vienna è il Danubio. 
    C'è un ponte, c'è la ferrovia, e poi una grossa caserma.Sento che i soldati austriaci stanno rompendo tutti i vetri della caserma.
    Poi vedo un soldato austriaco che arriva sulla piazzetta, tiene un maggiore per il collo, il maggiore sanguina dal viso.
    «Oh cristu - mi dico - stavolta ci siamo».
    Fermati, fermati -mi grida il soldato». Io ho i due cavalli che tirano, stento a fermarli.
    Quel soldato mi porge un fucile, e mi dice: «signori tutti i kaput. Ci hanno fatto fare la guerra. Noi eravamo amici e ci hanno mandati al massacro. Li ammazziamo tutti i signori».
    Vuole che io prenda il fucile, vuole che mi unisca ai ribelli per fare la rivoluzione.
    Ma io scappo via, li faccio di corsa i 17 km che mi separano dal paese.    

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    22 min
  • Avevano ragione quelli che scioperavano da «Il mondo dei vinti» di Nuto Revelli
    Il dialogo con la gente contadina di Revelli incomincia con la primavera del 1941.
    Testimonianze di cultura contadina, la pianura, la collina, la montagna, le Langhe: la fame, il lavoro infantile, l'immigrazione, la convivenza tra partigiani e nazi fascisti.
    E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che figura il paesaggio, nei racconti dei 270 intervistati da Revelli. 

    La Collina: Testimonianze di vita contadina

    Giovanni Battista Comba, detto Batì ‘l Luba, nato a Vignolo, frazione Pavia, classe 1892, contadino. 

    A Nizza mi presento alla gipiera, la cava di gesso dove lavoravano tanti di Vignolo.
    Dalle cave portano giù le pietre con i carri, e noi con le mazzette le riduciamo a pezzetti come ghiaia.
    Niente libretto di lavoro, niente marchette, quel che conta è lavorare.
    Guadagno 3 lire al giorno a fare 12 ore, cinque soldi l'ora.
    Nell'estate di lavoro quasi tutte le notti, dopo le 12 ore del giorno faccio ancora la nottata, il turno della notte, altre 6 ore, così guadagno 4 e 50 per le 18 ore.
    Smonto alle due della mattina, dormo tre ore, poi ricomincio la giornata e la notte.
    C'erano padroni che avevano una tenuta come da qui a Cuneo, e questi grossi padroni facevano venire dal Veneto altri s-ciavandè al posto di quelli in sciopero per i lavori della canapa.
    I veneti arrivavano sempre di notte chiusi nei vagoni delle bestie, facevano anche una vita, io mi dicevo sempre: «Andrei a impiccarmi piuttosto di fare una vita così».
    E poi a guardarli lavorare, un plotone per volta con il moschetto pronto perché sennò arrivavano quelli dello sciopero e li accoppavano tutti, eh, arrivavano con i tridenti e con le zampe e i bastoni. Le grosse cascine erano come caserme guardate dai carabinieri e da noi soldati: lì i veneti dormivano, lì gli passavano il rancio.
    E sul lavoro sempre noi a guardarli.
    Un giorno che c'era un festino poco distante, un veneto ha voluto andare a fare il bellimbusto il Don Giovanni, l'hanno poi trovato morto in un fosso.
    Oh ne hanno ammazzati due o tre dei veneti. Se potevano prenderli ...
    Avevano altro che ragione quelli che scioperavano.
    Erano tanti quelli che scioperavano, in gruppo, e canzoni e canzoni, cantavano sempre uomini e donne di giovanotti e ragazze.
    Si mantenevano andando a pescare, a prendere rane e anguille nei canali, vivevano così. Io mi dicevo: «Ma piuttosto vado a fare il ladro che lavorare così».    

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    20 min
  • Chi moriva era morto, e il lavoro continuava da «Il mondo dei vinti» di Nuto Revelli
    Il dialogo con la gente contadina di Revelli incomincia con la primavera del 1941.
    Testimonianze di cultura contadina, la pianura, la collina, la montagna, le Langhe: la fame, il lavoro infantile, l'immigrazione, la convivenza tra partigiani e nazi fascisti.
    E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che figura il paesaggio, nei racconti dei 270 intervistati da Revelli. 

    La Collina: Testimonianze di vita contadina

    Giovanni Allinio, detto Gianot, nato a San Michele di Cervasca, classe e 1895, contadino. 

    Appena ho avuto 13 anni allora giù dai Mansuè, giù in pianura a tagliare il grano.
    Ne avrò fatto 20 campagne del grano.
    Il lavoro?
    Si lavorava da crepare, dalle cinque del mattino alle otto di sera, da quando il sole spuntava a quando il sole si nascondeva. 
    Tutte le sere avevamo l'infiammazione in mezzo alle chiappe, un male che ci faceva camminare con le gambe larghe.
    Nel fazzoletto da naso mettevamo due o tre manciate di polvere presa dalle strade: andavamo al fosso, ci lavavamo il culo, ci asciugavamo un po', e poi giù giù la polvere in mezzo alle chiappe come se fosse il borotalco.
    E l'indomani stavamo benissimo, ma ogni sera era la stessa storia.
    Un giorno trattiamo cinque giornate.
    A Bota non si scherzava, si doveva lavorare tutto il giorno a tagliare e poi la notte a legare i piccoli fasci di spighe segati dai mietitori, unendo questi fasci si ottenevano i covoni.
    Cerchiamo in piazza due garzoni, incominciamo.
    Ma dopo 5 o 6 ore, saranno state le undici, uno dei nostri garzoni, il più giovane, si sente male. Cade lungo e disteso, tira calci, alla schiuma la bocca, e quasi muore.
    Un po' di acqua sulla faccia, poi il padrone del ciabot lo accompagna alla stazione, lo mette sul treno che se ne torni a casa, a Bernezzo.
    Arriva il cognato del padrone, un uomo grosso, a darci una mano.Lavora tre o quattro ore, poi cade fulminato, la faccia tutta nera come un cappello, nera come una scarpa, morto. Io grido, chiamo soccorso.
    Arrivano con un birroccio, il birroccio parte con il morto corre corre attraverso i campi ma non c'è rimedio.
    L'indomani sento la campana che suona a morto e dico a Miciu: «Miciu, un altro ...».
    Chi moriva era morto, non se ne parlava più. E il lavoro continuava.    

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    24 min
  • Trecentosessantacinque polente all'anno da «Il mondo dei vinti» di Nuto Revelli
    Il dialogo con la gente contadina di Revelli incomincia con la primavera del 1941.
    Testimonianze di cultura contadina, la pianura, la collina, la montagna, le Langhe: la fame, il lavoro infantile, l'immigrazione, la convivenza tra partigiani e nazi fascisti.
    E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che figura il paesaggio, nei racconti dei 270 intervistati da Revelli. 

    La Collina: Testimonianze di vita contadina

    Margherita Lovera, detta nota ‘d Battistin ‘d Rea, nata a Borgo San Dalmazzo, classe 1895, contadina e tessitrice. 

    Sono una bulgarina, ossia nativa di borgo San Dalmazzo. 
    Abitavamo in un ex convento di frati, sulla via per Demonte, nella piana, a Tetti Deo.
    Quattordici in famiglia, nove maschi e cinque femmine.
    Ma ne sono morti cinque da piccoli, non si sa di quale malattia, in due o tre giorni morivano.
    Ero la più giovane dei viventi.
    Terra ne avevamo quattro giornate, due giornate erano di mio padre e due erano la dote di mia madre.
    A 9 anni ho preso ad andare da manuala, a raccogliere le castagne.
    Sa quanto mi davano? Quattro soldi al giorno.
    A mezzogiorno mangiavamo sempre la polenta, se non si faceva la polenta non era  pranzo.
    Trecentosessantacinque polente all'anno.
    Alla sera tagliatelle al latte o minestrone.
    La carne due volte l'anno, a Pasqua e Natale.
    Eravamo tutti i grassi così, e mai male a un'unghia.
    Vestiti alla meno peggio. Siamo sempre stati ben puliti ma rattoppati.    

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    12 min

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