Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta

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Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta episodes

  • Roma. Finta e vera com'è da «Il nostro viaggio in Italia»
    Un viaggio molto speciale nel nostro Paese, scritto a più mani da narratori che, per il Touring, hanno composto testi originali dedicati a tutte le regioni, a qualche città ad alcuni territori. 
    Un’antologia ricca che restituisce colori, sapori, profumi ed emozioni. Il bello della nostra penisola oltre i luoghi comuni.

    di Paolo Di Paolo

    Un pomeriggio di agosto del 2011, sulla spiaggia di Ostia - il mare dei romani - c'era Woody Allen in persona. 
    Il grande regista americano aveva scelto un vecchio stabilimento elegante, con le pedane in legno, le cabine colorate - come una scenografia piovuta lì da mezzo secolo prima -; e tutto questo faceva al caso del suo film, di ambientazione contemporanea - in quanto girato a Roma - con una patina vintage.
    È stato bello trovarsi lì, per puro caso, e osservare Allen mentre bisbigliava qualcosa alle orecchie degli autori, mentre faceva ripetere tre, quattro, cinque volte lo stesso ciak.
    Mentre si assopiva su una curiosa poltrona ergonomica assumendo una postura quasi zen.
    Stava girando una scena di To Rome with love: tre storie o storielle incrociate sul fondale della città eterna.
    Grande attesa dei romani, grande delusione: nessuno spettatore mio concittadino sembrava, dopo la visione, nemmeno vagamente soddisfatto: troppi Cliché! Musichetta invadente!
    Una cartolina in piena regola, con gli stereotipi su romanità e italianità messi in fila uno per uno.    

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    16 min
  • Lazio, le radici cristiane da «Il nostro viaggio in Italia»
    Un viaggio molto speciale nel nostro Paese, scritto a più mani da narratori che, per il Touring, hanno composto testi originali dedicati a tutte le regioni, a qualche città ad alcuni territori. 
    Un’antologia ricca che restituisce colori, sapori, profumi ed emozioni. Il bello della nostra penisola oltre i luoghi comuni.

    di Massimo Onofri

    Sarà perché il colle di San Lorenzo, ove ora si ergono il Duomo e il Palazzo dei Papi con la sua loggia, è uno dei luoghi ricordati dalla nella donazione di Sutri tra i possessi che Liutprando promise alla chiesa nel 729: e che tale restò a lungo. 
    Sarà per il fatto che, nel 1164, il Barbarossa fece di Viterbo la sede dell'antipapa Pasquale III.
    Sarà pure per la ragione che, nei primi anni del Duecento, la città divenne focolaio dell'eresia carrara e, come tale, scomunicata.
    Sarà perché Federico II, del 1240, la consegnò ai ghibellini, i Tignosi oriundi di Magonza.
    Sarà perché si ricorda che, nel 1243, la popolazione si sollevò resistendo al suo assedio: sollevazione che l'agiografia vuole ispirata da Santa Rosa, la santa bambina mite e guerriera, nata priva di sterno è morta a soli diciotto anni, dopo molti miracoli, non senza aver previsto esattamente l’atroce fine del negletto e ateo imperatore.
    Sarà che, dal 1257, e fino al trasferimento ad Avignone, Viterbo rimarrà più o meno continuativamente sede papale: conducendo instancabile guerra contro gli Svevi, culminata nella scomunica di Corradino.
    Sarà, infine, perché, morto Clemente IV, a causa del ritardo quasi triennale dei cardinali che dovevano eleggere il successore, il popolo viterbese poco devotamente insorse, niente meno che su consiglio di San Bonaventura di Bagnoregio, sotto la guida del capitano del popolo Raniero Gatti: il quale fece chiudere a chiave i cardinali stessi nella sala dell'elezione, a pane e acqua, non senza far scoperchiare il tetto per lasciarli in balia delle intemperie, finché non avessero eletto il nuovo papa.
    Sarà, insomma, in forza di tutti questi motivi e molti altri ancora, di questo magma ribollente i sentimenti e risentimenti, di devozioni furiose e odi e faste, che il passeggere, arrivato a metà di via Mazzini, proprio davanti al Palazzo della Provincia, potrà forse spiegarsi con la specie di doppia intitolazione della piazzetta che, oggi, porta il nome del viterbese Mario Fani, il fondatore del circolo Santa Rosa e del nucleo originario della futura azione cattolica, a suo tempo dedicata a Giordano Bruno ucciso dalla Santa Inquisizione. 
       
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    18 min
  • Umbria, la felicità del cammino da «Il nostro viaggio in Italia»
    Un viaggio molto speciale nel nostro Paese, scritto a più mani da narratori che, per il Touring, hanno composto testi originali dedicati a tutte le regioni, a qualche città ad alcuni territori. 
    Un’antologia ricca che restituisce colori, sapori, profumi ed emozioni. Il bello della nostra penisola oltre i luoghi comuni.

    di Rosa Matteucci

    Al viaggiatore che si accinga a visitare la mia regione, intimo di partire da Piazzale Flaminio a Roma per imboccare l'omonima Via Flaminia, che attraversa l'Umbria per buona parte della sua lunghezza.
    È la Flaminia la porta d'accesso trionfale all'Umbria.
    Percorrendo la terza via consolare incapperete in dettagli, presagi e suggestioni architettoniche di luoghi da ricordare e da cui congedarsi, mescolerete le visioni umbre con quelle di altre città lontane, in cui non siete mai stati e che mai raggiungerete, per trasformare infine il ricordo in uno soltanto, immagini in cui saranno ricompresi tutti gli scenari visti e le emozioni provate.
    La mia terra ha il privilegio di esaudire un desiderio bruciante antico di ciascuno: sentirsi ancora, per una volta, bambini puri, anime non sporcate dai compromessi della vita.
    L'Umbria è una terra aspra e gentile, povera e dolce, mistica e plebea, defilata e strana, una terra dove non c'è mai stato il sale e il pane è da sempre sciapo, una terra che si può guardare e sentire fino a non poterne più senza essere mai sazi, ognuno pensando a cose tanto diverse, personali e nascoste, ma d'accordo, ciascuno nel suo intimo, senza saperlo, sul senso di pace e di completezza che elargisce, da secoli, a chi vive e a chi ci soggiorna; perché in Umbria una donnetta curva che rincasa passando lungo un fosso con un mazzetto di asparagi selvatici in mano, ovvero il carminio che fuma il rosa antico di una nuvola che sembra dipinta dal Pinturicchio, ribadisce da secoli che si deve continuare a vivere: perché vivere è l'unica felicità possibile.   
     
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    18 min
  • Marche. la marca dell'anima da «Il nostro viaggio in Italia»
    Un viaggio molto speciale nel nostro Paese, scritto a più mani da narratori che, per il Touring, hanno composto testi originali dedicati a tutte le regioni, a qualche città ad alcuni territori. 
    Un’antologia ricca che restituisce colori, sapori, profumi ed emozioni. Il bello della nostra penisola oltre i luoghi comuni.

    di Alcide Pierantozzi

    Quando il mare Adriatico non recalcitra e ci sono belle onde dritte e giubilanti, i Marchigiani sono dotati di una straordinaria intelligenza comica. 
    Scherzano con tutti, provocano gli amici per gioco, impugnano la felicità della vita senza darsi pensiero di nulla.
    Se invece le onde si appiano e prendono un ritmo così monocorde da mesmerizzare i loro animi, i Marchigiani, anche quelli che non abitano sulla costa ma a ridosso dei Sibillini o del Conero, anche i pastori del Piceno che non si levano mai il cappotto nemmeno a luglio, sono presi da un allegria languorosa.
    Ma...... Apriti cielo quando la marea s’alza, perché i Marchigiani tumultuano insieme al fluttuare e riffluttuare dell'acqua, litigano e sono incazzosi: un'Iliade dei suoni stregoneschi irrita i nervi dei contadini anziani, dei conciatori di pelli del Fermano e, ovviamente, di tutti i pescatori.
    Qua, il mare funge da barometro delle condizioni atmosferiche dell'anima, e il luogo della fatalità, mentre la terra è il luogo dell’intermittenza.
    Anche se non lo dice mai nessuno, e le Marche passano per la più placida delle regioni italiane.    

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    16 min
  • Ciò che non è Firenze da «Il nostro viaggio in Italia»
    Un viaggio molto speciale nel nostro Paese, scritto a più mani da narratori che, per il Touring, hanno composto testi originali dedicati a tutte le regioni, a qualche città ad alcuni territori. 
    Un’antologia ricca che restituisce colori, sapori, profumi ed emozioni. Il bello della nostra penisola oltre i luoghi comuni.

    di Vanni Santoni

    Mi do le forze per l'ultima tratta di salita, noto alla mia destra il sistema di scale che porta alla basilica, ma me lo tengo per dopo, giro a sinistra, cammino sull'asfalto e a ogni passo ho qualche turista in più intorno, e poi orribili bancarelle, furgoni, autobus, finché giungo al piazzale e mi avvio verso San Miniato al Monte. 
    Lì capisco che per certi versi avevo ragione, ai tempi in cui non ci capivo niente, quando dicevo che quella non era Firenze.
    Riflessa nei marmi ogni preoccupazione è sopita, ogni furia placata, ogni ambizione appare per nulla urgente.
    Apro un basso cancelletto e in uno sbuffo di gelsomini entro al cimitero delle Porte Sante.
    Cammino tra le lanterne di bronzo e i sansovini, tra gli ovali con le foto fumè e le lapidi coperte di licheni, tra un “fulmineo malore" e un "tragico investimento”, tra i “crudi morbidi“ e gli "avversi destini", tra selve di croci in brevi serragli - una di esse, in mezzo, la guarda un busto d'uomo col cappello - onesti commercianti, mogli ottime, figli integerrimi, coscienze dritte, compendi di bontà, anime delicate, un pugno di balle messe su marmo, e chi oserebbe contestarle, qui, sotto gli occhi della basilica?
    Non chiedo un mausoleo di Santa Croce, ma almeno, sbattetemi qui e spendete due bugie, quando verrò per rimanere.    

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    15 min
  • Li conosco i fascisti che mi hanno fucilato da «Il mondo dei vinti» di Nuto Revelli
    Il dialogo con la gente contadina di Revelli incomincia con la primavera del 1941.
    Testimonianze di cultura contadina, la pianura, la collina, la montagna, le Langhe: la fame, il lavoro infantile, l'immigrazione, la convivenza tra partigiani e nazi fascisti.
    E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che figura il paesaggio, nei racconti dei 270 intervistati da Revelli. 

    La Pianura: Testimonianze di vita contadina

    Bartolomeo Garro, nato a San Benigno di Cuneo, classe 1921, contadino e commerciante. 

    Il 2 febbraio 1945, era un venerdì mattina, era il giorno della Candelora, alle dieci aveva inizio la funzione della parrocchia di San Benigno. 
    Mentre fuori della chiesa stavo parlando con alcuni uomini, vedo che arriva una moto-sidecar con sopra una mitragliatrice Breda puntata in avanti.
    Tiriamo a scappare, io tento di infilare la porta della chiesa parrocchiale, ma la moto si para dinanzi e uno dei fascisti grida: «Non muovetevi, altrimenti spariamo».
    Arriva un camion con una ventina di fascisti armati, indossano i giacconi di pelle, sono della questura, della polizia di Cuneo.
    Li comanda un tenente, Frezza, uno piccolo e tozzo, un talpone alto così.
    I fascisti radunano tutti noi che siamo sulla piazza della chiesa; poi entrano in chiesa, catturano altri giovani e li portano fuori.
    Obbligano i vecchi, le donne, i bambini, a rimanere in chiesa. Il tenente Frezza ordina di fare fuoco, sento cinque raffiche, non vedo più nessuno vicino a me, resto in piedi.
    «Sono rimasto solo», penso.
    Il tenente Frezza ordina di nuovo di fare fuoco, uno sten spara contro di me.
    Cado in avanti, una pallottola mi ha colpito nel torace.
    Sento i gemiti, sento dei colpi singoli di mitra, sono i colpi di grazia.
    Infine un gran silenzio.
    Un fascista grida: «Signor tenente, questo vive ancora».
    Cadendo in avanti ho battuto il mento, ho del sangue in bocca.
    Tento di alzarmi per riprendere un po' di fiato, ma come butto le mani in avanti per sollevarmi vedo che il tenente Frezza mi è vicino con il mitra.
    Sento un colpo, paf, e ricado giù. Perdo i sensi.
    Il tenente voleva colpirmi alla tempia, proprio nel momento in cui mi stavo muovendo, così la pallottola è entrata sotto l'orecchio destro ed è uscita sotto l'orecchio sinistro.
    Sento che mi toccano, sento delle voci amiche.
    Sento che dicono: «Fai portare l'olio santo».
    Adesso che i fascisti hanno aperto la porta della chiesa e sono scappati, anche mia mamma è corsa a vedere la tragedia.
    A poco a poco riprendo coscienza, vedo mia madre che mi bacia, che sta piangendo.
    C’è chi suggerisce di portarmi via, di soccorrermi.
    Ma restano tutti lì, immobili.
    Hanno paura che i fascisti ritornino, sono sotto l'impressione del massacro.
    Resto lì due ore, con accanto i due o tre più coraggiosi.
    Sento la gente che prega, sento il parroco che dice: «muore da un momento all'altro, muore, muore».
    Sento che mormorano, che dicono: «Se arrivano i fascisti ci bruciano la casa».
    Hanno tutti tanta paura.
    Io non posso parlare, ho le mandibole spaccate, ho la lingua bruciata.
    E faccio segno con dito, con un dito dico: «no no, non muoio». Mi sento vivo.     

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    18 min
  • Il pane degli altri ha sette croste da «Il mondo dei vinti» di Nuto Revelli
    Il dialogo con la gente contadina di Revelli incomincia con la primavera del 1941.
    Testimonianze di cultura contadina, la pianura, la collina, la montagna, le Langhe: la fame, il lavoro infantile, l'immigrazione, la convivenza tra partigiani e nazi fascisti.
    E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che figura il paesaggio, nei racconti dei 270 intervistati da Revelli. 

    La Pianura: Testimonianze di vita contadina

    Giuseppe Castellino, nato a Crava di Rocca de’ Baldi, frazione Scalagrano, classe 1916, contadino.
     
    [...] A fare piazza a Fossano, i giorni di mercato, dove adesso c'è la piazza delle corriere, c'erano sempre un ottantina di servente e servitù che si offrivano. 
    La fiera era di fronte alla chiesa, e se usciva il padrone si partiva subito, non tornavamo nemmeno più a casa.
    Questi mercati c'erano fino a prima dell'ultima guerra.
    Poi ci sono stati di nuovo, ci sono ancora oggi, ma solo per i meridionali, per i calabresi, ancora due anni fa ne ho visti alcuni sul mercato di Fossano che volevano aggiustarsi.
    Devi sapere che il pane degli altri ha sette croste, ah caro Nuto ..., sette croste, allora era duro caro mio a mangiarlo. [...]    

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    4 min
  • Mai guardare il sesso, se no diventi cieco da «Il mondo dei vinti» di Nuto Revelli
    Il dialogo con la gente contadina di Revelli incomincia con la primavera del 1941.
    Testimonianze di cultura contadina, la pianura, la collina, la montagna, le Langhe: la fame, il lavoro infantile, l'immigrazione, la convivenza tra partigiani e nazi fascisti.
    E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che figura il paesaggio, nei racconti dei 270 intervistati da Revelli. 

    La Pianura: Testimonianze di vita contadina

    Bernardino Galleano, detto Nadu, nato a Pianfei, classe 1913, contadino. 

    Nel 1902 mio padre era in Argentina. 
    Nel 1909 rimpatria per sposarsi.
    Nel 1910 al primo figlio, nel 1912 il secondo, nel 1913 il terzo, nel 1914 il quarto, poi arriva la guerra se no non smetteva.
    Il sesso, in quei tempi tanti giovani erano così timidi che non riuscivano nemmeno a parlare con una ragazza.
    Quello del sesso era un discorso proibito.
    La morale corrente era questa: «Per carità ... non bisogna mai parlare di quella cosa.
    E mai guardare il sesso, sennò diventi cieco».
    Per molti giovani la prima esperienza coincideva con i giorni da bayét: da coscritto si finiva sempre una casa di tolleranza.
    Era poi la vita militare che un po' svegliava i giovani.
    Fare l'amore era difficile, le ragazze erano mica libere come adesso.
    Nelle ore del pascolo magari si diceva una ragazza: «hai bisogno di un manovale» e se la proposta ardita andava a bersaglio tanto meglio.
    Anche sui balli si presentavano le occasioni, era più facile concludere con le ragazze che non sapevano ballare che si annoiavano ai bordi delle balene.
    Le ragazze ballerine erano più sveglie e sapevano come difendersi!    

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    13 min
  • La sogno ancora adesso la filanda da «Il mondo dei vinti» di Nuto Revelli
    Il dialogo con la gente contadina di Revelli incomincia con la primavera del 1941.
    Testimonianze di cultura contadina, la pianura, la collina, la montagna, le Langhe: la fame, il lavoro infantile, l'immigrazione, la convivenza tra partigiani e nazi fascisti.
    E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che figura il paesaggio, nei racconti dei 270 intervistati da Revelli. 

    La Pianura: Testimonianze di vita contadina

    Teresa Bertolino, nata a Rocca de’ Baldi, classe 1910, contadina e operaia. 

    In campagna mancava la grana, niente soldi, almeno in casa mia. 
    Vivevamo con l'economia, seguendo il proverbio di mio padre: «Alla mattina la polenta, a dopo pranzo condita, alla sera la putia, la poltiglia».
    La putia era la paciarina, farina di granoturco e acqua e sale, e dentro un chilo di castagne, la cena era tutta lì.
    A volte, per pranzo, polenta e rape fritte nel lardo, rape nere, bruciacchiate.
    Nel 1921, a 11 anni, finalmente sono diventata una filera, a Crava.
    Nella filanda lavoravano 250 persone.
    Ero felice di lavorare.
    Non c'era ancora la busta paga, niente marchette, dieci ore al giorno, ventiquattro lire alla quindicina.
    Occorreva molta agilità nelle dita e la vista buona, l'occhio clinico.
    Mi piaceva da matti il lavoro della filanda, la sogno ancora adesso la filanda, tornerei domani a lavorare in filanda.    

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    11 min
  • Toscana, la bellezza fuori dalle cartoline da «Il nostro viaggio in Italia»
    Un viaggio molto speciale nel nostro Paese, scritto a più mani da narratori che, per il Touring, hanno composto testi originali dedicati a tutte le regioni, a qualche città ad alcuni territori. 
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    di Vanni Santoni

    Dopo aver finito il testo su Firenze, lo stampo e lo faccio leggere a un'amica e collega, ottima critica perché severissima e particolarmente utile in questo caso, proprio perché né fiorentina né toscana.
    Lo finisce e appoggia i due fogli sul tavolo.
    Dalla sua espressione, che negli anni ho imparato a leggere, capisco che lo approva, e ne sono sollevato.
    Poi però dice: «Facile, comunque, trovare la poesia in Santa Croce, in San Miniato al Monte, nelle logge del pesce e del grano, o a dal Duomo, tra i fraseggi di Arnolfo, Giotto e Brunelleschi!».
    «Forse non ti rendi conto del fatto che in realtà è più difficile».
    «Che intendi?»
    «Intendo che Firenze e i suoi sassi, in quanto sovra rappresentati, sono difficili da riportare in opera senza essere pedanti, lo puoi fare, al massimo, dopo decenni di frequentazione costante. Guarda i quadri dei pittori che si appostano sul lato del Duomo. O i disegni che schizza l’occasionale studente d'arte americano, appollaiato sul ponte di Santa Trinita.»
    «Fanno orrore, ma cosa c'entra ...»
    «C'entrano, perché non è colpa di chi li fa: è colpa del fatto che troppe volte Firenze, che è opera compiuta, è stata passata e ripassata, rappresentata e celebrata.»    

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    16 min

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