Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta

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Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta episodes

  • 64 - Le vertebre del ciclope - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Non potevamo partire da Boretto Beach senza rendere omaggio al Re del Po e alla sua cittadella fortificata accanto al ponte.
    La curiosità era troppa dopo aver tanto sentito parlare di lui.
    Mi attirava dell'uomo quella sana follia, che lo rendeva più interessante di tante anime morte armate di grigio buon senso.
    Il frenetico guardiano del fiume doveva avere una capacità di racconto fenomenale e, visti i fratelli, qualcosa di genetico come un grosso diavolo in corpo.
    Tra costole e balena, scheletri di insetti, vertebre di ciclopi e teschi di mastodonti giurassici, capimmo che quello che il re vedeva lì dentro doveva per forza essere vero.
    Se no non c'era dialogo.
    Come tutti i re, dava del tu ai visitatori e aveva una smisurata autostima, come minimo il decuplo della mia, e dilatava le sue percezioni sul mondo al punto che non sente nemmeno il dialogo.
    11 min
  • 63 - Il Ringo - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Eravamo tutti intontiti dai brindisi del giorno precedente, muti davanti al caffelatte bollente.
    Solo Giuliano aveva voglia di parlare, anzi era un vulcano di parole.
    Ci rovesciò addosso una valanga di storia esilaranti sull'epopea dei fratelli Manotti farcite di termini emiliani che tenta inutilmente di trascrivere.
    Cominciò da Franco detto il Ringo, autonominatosi bagnino volontario per conto del comune di Boretto, servizio che aveva continuato a svolgere anche dopo l'amputazione di una gamba.
    Era stato lì in barca a sorvegliare il traffico sull'acqua e un po' di gente l'aveva salvata per davvero: ma poi il Comune gli aveva proibito di uscire in acqua e lui, privato del suo mezzo e della sua funzione si era lasciato morire.
    Gli hanno tagliato la gamba per problemi di circolazione, fumava cinque pacchetti al giorno.
    E poi d'inverno girava anche camicia e jeans e basta, tutto aperto sul petto, a meno venti, Eh!
    Ne abbiamo di matti da Boretto a Guastalla ...
    Un giorno annuncia: mi butto dal ponte il primo gennaio.
    Ci sono 18 metri di salto lì a Boretto, lui dice mi butto, e lo fa per davvero.
    Tremila persone sul ponte, traffico chiuso, lui si mette là con la Marlboro in bocca, ci sono le foto appese nei bar nei paesi, c'è tanta gente anche sullo spiaggione tutte le rive piene, il primo gennaio lui si butta dal ponte.
    15 min
  • 62 - Brindisi sovietici - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Non appena la magia sulla tolda finì, la strana crociera alcolica della Stradivari ci spinse a sorpresa verso altri lidi.
    Eravamo già persi nei canneti del Rio della Plata, quando apparve la Russa.
    Era un’innamorata della steppa che dopo aver battuto per anni il Volga, la Neva, il Don e i labirinti lacustri della Carelia, aveva scelto di dedicarsi al fiume padano, dove aveva anche girato dei film.
    E fu così che la donna degli Urali ci portò al cospetto di Volga e ci fece finire a vodka la serata, con una bordata di brindisi solennemente declamati in un russo fitto di “i” come un bosco di betulle.
    Io raccontai dei miei brindisi nelle terre slave.
    Come in Armenia, dove un pastore dell'Ararat, per ringraziarmi delle storie che gli avevano narrato, aveva aperto una botte di rosso caucasico degno di Noè e alzato il calice a Maria Santissima, agli antenati, ai posteri, ai santi e agli spiriti delle montagne, il tutto per celebrare un giorno che, a suo dire era stato uno dei più belli della sua vita.
    Questo è ciò che narrai, e vennero anche altri racconti, mentre sulla tavolata faceva la sua comparsa la vodka.
    17 min
  • 61 - Paso doble - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Illuminata nella sera come un hotel di Las Vegas, la Stradivari, ammiraglia delle poche navi da crociera di Po, ci aspettava nel porto di Boretto con capitan Landini impaziente a prora e una tavola di prelibatezze in sala ristorante.
    Una volta a bordo ci demmo subito dentro col blues.
    La chitarra di Alex suonò fino a farci salpare su un vecchio battello a pale per l'Alabama e il Tennessee.
    Il sound del viaggio pareva ormai tutto americano.
    Ma la musica era poi improvvisamente verso Sud, cercando altre Americhe.
    Sul grammofono di Giuliano si sentì un tango argentino e una coppia solitaria si prese tutta la tolda per ballare.
    I due danzatori danzarono nel tramonto, concentratissimi, a un metro dalla voragine del fiume.
    Ci ipnotizzarono.
    Osservai il passo doble, e mentre seguivo l'intreccio delle scarpe lucidate, si mise in moto un film dove dividi il mio vecchio, cinquant’anni prima, scivolare in divisa da capitano, elegante tra esagerati décolleté, su pavimenti in doghe di noce.
    Pedro Domingo era nato a Buenos Aires nel 1917 da emigranti friulani e anche se poi aveva lasciato l'Argentina a 6 anni, si era portato in Italia l'anima del Sud America.
    11 min
  • 60 - La rapina - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Po non era in magra, ma egualmente il ponte di Viadana lasciava a nudo le fondamenta dei piloni.
    La sofferenza della struttura era il monumento al disastro, all'abrasione dei fondali allo scandalo del furto delle ghiaie.
    Era chiaro: il fiume sprofondava, andava all'inferno, e un giorno si sarebbe portato dietro anche il ponte.
    Tantissimi ponti crollavano per quelle erosioni letali.
    Ma il monumento in calcestruzzo di Viadana era anche il monumento alla frottola - data da bere a tanti - secondo la quale scavando di più si dà più spazio all'acqua e si scongiurano le inondazioni.
    La verità è che non ce ne sono mai state tante come da quando gli scavi sono usciti di controllo.
    È vero, dopo una piena ci sono spesso enormi accumuli di ghiaia che ingombrano il letto, ma si tratta quasi sempre di fenomeni temporanei, perché alla fine della successiva, tutto quel materiale sarà ridistribuito a valle, sgretolandosi e diventando più leggero, dunque più facilmente trasportabile.
    A questa millenaria saggezza del fiume il popolo dei furbetti ha contrapposto la rapina su scala industriale, e sono bastati due o tre decenni a guastare una meravigliosa macchina di vita.
    7 min
  • 59 - Il baleniere - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    A Casalmaggiore sarebbe stato bello ritrovare sull'argine Umberto Chiarini, ma - pensai con un tuffo al cuore - Umberto non c'era più perché era morto all'improvviso, dopo aver brindato a una grande vittoria referendaria contro il nucleare e la privatizzazione dell'acqua, e aveva avuto un gran funerale di fiume, con migliaia di persone giunte da tutto il Nord.
    Sull'argine non ci fu nessuno che non piangesse, quel giorno. Non era solo uno che si occupava di Po, l'Umberto era Po.
    Ne aveva la furia e la quiete, la forza e l'imprevedibilità, e nel suo parlare la durezza lombarda creava un magnifico equilibrio con l'estroversione emiliana.
    Aveva un barbone bianco da baleniere, un naso polposo avido d'aria, e l'occhio incendiario del capo popolo.
    Non ne poteva più di sentir parlare di precipitazioni eccezionali.
    La pioggia non c'entra - diceva - è il sistema Padano che non regge più; oggi un paio di giorni di temporale sono sufficienti a far scattare i prefetti e la protezione civile ... Ti sembra normale?
    6 min
  • 58 - La scialuppa - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Viaggiavamo 7-8 m sotto l'argine e in quella assenza assoluta di visuale provai ad aggrapparmi alle visioni.
    Nella mappa di Po ne avevo un serbatoio inesauribile, e mi buttai sulla brandina per darci un'occhiata.
    E poiché mancava spazio nell'abitacolo, la stesi contro il soffitto e mi persi a pancia in su nel dedalo della foce.
    E lì fu inevitabile pensare al vecchio Slobodan, un navigatore solitario serbo che anni prima, in un porticciolo del Montenegro, mi aveva condotto per mano nei misteri del sogno abbinato alle carte geografiche.
    Mi compare spesso quando fantastico tra le pagine di un atlante.
    Abitava in un improbabile barcone a vela dalla chiglia in ferro; se ne era andato anni prima da Belgrado e viveva spostandosi da un porto all'altro, all'avventura, sbrigando piccoli lavori.
    Mi portò a bordo e mostrò la sua cuccetta, assai sacrificata rispetto allo spazio di cui disponeva, ma il loculo aveva sul soffitto una mappa del Mediterraneo, che disegnava un efficace sfondamento prospettico, quasi una finestra verticale.
    Ecco, disse, con questa sogno prima di addormentarmi.
    E aggiunse: il capitale di un uomo sono i sogni.
    Il resto non conta.
    Slobodan mi narrò la storia della barca.
    Era successo che proprio lì a Bar la Marina jugoslava stava demolendo un intero cacciatorpediniere e lui aveva comprato all'asta per pochi dinari una delle scialuppe di salvataggio, un bestione di 15 metri, e l'aveva trasferita sul rotaia fino a Belgrado, nel giardino di casa.
    Lì l’aveva trasformata in abitazione navigante, dotata di un solido albero abbattibile, quindi varata nel Danubio per scendere il fiume degli Argonauti fino al Mar Nero e circumnavigare la penisola Balcanica.
    Tutto questo solo per arrivare al porto di Bar; 4.000 km per tornare al punto di partenza ... una perfetta Odissea.
    10 min
  • 57 - Il blues - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    La sponda Emiliana fra Parma e Modena, un tempo era palude piena di briganti, disse Alessandro, oggi è una terra umida che sa di nebbia e culatello, ma è soprattutto la terra dei bluesmen, i bluesmen della Bassa.
    Stanno tutti lì, sul tragitto della mitica ferrovia Parma-Suzzara via Casalmaggiore.
    Ma, non so proprio come tra il liscio e le zanzare sia spuntato questo blues, borbottò Lodigiani tirando di pipa dietro una copia della “Gazzetta di Parma”.
    Non lo so esattamente, certo è che questa è una terra che accende visioni.
    7 min
  • 56 - La soffitta di Alice - «Morimondo» di Paolo Rumiz
    Ci rimettemmo nel fiume maggiore e lì, dopo tanto andare da ramingo, mi venne in mente Alice, e la sua casa, dove la mia fantasia aveva cominciato a volare - o forse navigare - in libertà e a prendere le prime misure del mondo.
    Abitava al piano di sopra, in una di quelle mansarde con abbaini che oggi sono loft per ricchi e ieri, nei palazzi che la borghesia Triestina aveva ereditato dall'Austria-Ungheria, erano appartamenti per la servitù.
    In fondo a un corridoio, sulla sinistra, c'era una soffitta piena di cianfrusaglie, di quelli che ai bambini di oggi sono negate.
    Vi trovai, ricordo, un elmetto tedesco, un macinino da caffè bosniaco, una pistola scarica della grande guerra, un fez turco, cassoni pieni di vestiti usati.
    Ma quando la bora soffiava forte e la soffitta tremava come un veliero in alto mare, allora scappavo nella sua cucina, dove mi attendevano altri talismani: la radio era lo scrigno di tutte le meraviglie, era enorme, e di sera la ricezione diventava più nitida e potevo sentire voci provenienti dal Giappone e dalle Isole Falkland.
    Erano gli anni del mondo in bianco e nero, ma la mia fantasia era tutta a colori, viaggiava in mongolfiera a distanze sconosciute e inconcepibili.
    Nella cucina di Alice lessi una magnifica edizione dei “Viaggi di Gulliver", lì aprii il mio primo Atlante e lì dalla finestra spiai i soldati anglo-americani in giardino mentre fumavano King size.
    Lì imparai i profumi del mondo: zenzero, mate, tè nero, caffè, datteri e cannella.
    7 min
  • Taleggio dal Medioevo ad oggi (Lombardia)
    Le prime citazioni del taleggio risalgono al periodo tra il 900 e il 1000, quando vi è traccia del suo commercio.
    Ma il suo nome si lega alla Val Taleggio, in provincia di Bergamo, dove viene prodotto dal nome a cui si associa dal secolo scorso.
    Ma è nella Valsassina, in provincia di Lecco, e nelle sue tipiche Grotte dove vi si conserva il latte, che nasce questo formaggio dal marchio DOP.
    La stagionatura dura 25-40 giorni e il risultato è una pasta morbida con una crosta, che può anche essere mangiata, da cui provengono profumi d'erba e fiori di campagna.
    Per la sua caratteristica pastosa e profumata si presta a tanti utilizzi in preparazioni ai fornelli e in forni.

    Val Taleggio: https://maps.app.goo.gl/fEyQt7RcDcm3VWJZ6
    4 min

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