Santi: dalla tribolazione alla vittoria

Santi: dalla tribolazione alla vittoria

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Santi: dalla tribolazione alla vittoria episodes

  • Una luce accesa chiede solo di fare ciò per cui esiste. Illuminare. - Giovedì 29-1-26
    Il parlare di Gesù è sempre una comunicazione non soltanto verbale ma una comunicazione che mi piacerebbe chiamarla potenziale, cioè chi accoglie la sua parola può partecipare di quello che dice. come se uno vi parla e vi invita da qualche parte, vi sta invitando quindi potete partecipare della sua vita, di quell'invito che vi sta facendo. Il parlare di Gesù è l'espressione continua della volontà di Dio di renderci partecipi della sua vita. In questo senso proviamo a metterci in ascolto di questo brano del Vangelo perché parlare della luce che se la accendi non ha senso che dopo la copri e le impedisci di fare quello per cui c'è la luce. Ma dentro la tua vita questo che cosa significa? Forse ha a che fare con quelle luci che il Signore ha acceso dentro di te, ma che forse hai coperto perché vanno a rovinare degli equilibri, vanno a compromettere delle situazioni. senza renderti conto proprio come il Vangelo ci attesta che questa è una responsabilità fortissima su quella luce dentro di te. Allora se uno ha orecchi ascolti non sta chiaramente parlando dei padiglioni auricolari sta parlando della comprensione di questo. se il tuo stare davanti al Signore non è anche riconoscere questo, guarda cosa succede: fate attenzione a quello che ascoltate, perché è un'espressione diretta proprio riguardo alla luce, perché è la luce della fede: a chi ha questa fede verrà misurato secondo la fede che ha. Ce l'hai? che vuol dire: è la luce che guida le tue azioni? La comprensione di quello che sta succedendo l'avrai a partire da quella luce e quindi hai pazienza, benevolenza, misericordia, accoglienza, proprio perché sai che questa è la luce che il Signore sta facendo brillare su di te hai durezza, chiusura, preclusione giudizio, critica: ti stai negando alla luce!
    Per questo a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza a chi non ha… cioè ti misuro dalle tue parole avete presente? servo malvagio e pigro quello che aveva nascosto il talento. Tutto  questo ha a che fare proprio con un cuore che si apre alla luce o si preclude la luce. quindi per quanto tu gli possa anche parlare la paura determinerà il suo pensare parlare, agire. Pensate l'esultanza che abbiamo ascoltato di Davide nella prima lettura: il sentire che il Signore a lui farà un casato, una stirpe lui che voleva onorare il Signore con una casa e si sente dire guarda che Dio a te farà questo. Mi piacerebbe che questo fosse anche un motivo di riflessione riguardo a quello che stiamo cercando di vivere e costruire nella fede anche nel rapporto con il Signore nella nostra preghiera, il nostro avvicinarci a Lui che cosa permette di fare a Dio nella nostra vita forse questo ancora non ci è chiaro e allora porgiamolo semplicemente con fiducia sapendo che al suo dire corrisponderà per noi una luce nuova, una vita nuova.
    6 min
  • La differenza non è nel seme, ma nella terra: dove gli permetto di rimanere in me? - Mercoledì 28-1-26
    Parto da una cosa molto semplice, perché la parabola che il Vangelo oggi ci presenta credo che sia essenziale per entrare in rapporto con Dio, perché Lui ci parla. Ma dove finisce la Sua parola nella mia vita? Cioè che spazio gli permetto a questa parola di rimanere in me? Perché quello che mi accade nella vita lo posso considerare in modi diversi in base a questa cosa semplicissima, cioè la Sua parola mi dà la possibilità di leggere la vita, le situazioni della vita in modi diversi.
    Ma se non trovo la chiave di lettura della vita mia, personale, la vita degli uomini, che cosa sta succedendo ora. Vorrei subito essere concreto. Perché abbiamo un'occasione credo preziosa oggi. La vita di Giuseppe, Peppo, è una vita che potremmo interpretare oggi come quel seme che abbiamo ascoltato nella parabola. La sua vita è stato un seme e ha messo dei semi. Ma abbiamo proprio bisogno di ascoltare che cosa il Signore ci dice attraverso questa parola, attraverso la sua vita, che cosa ci dice, che cosa ci ha detto. Perché sono sicuro che in tutti quelli che l'hanno conosciuto e accolto quel seme ha portato dei frutti.
    Potrebbe essere pochi come il seme caduto sulla strada, portato via dagli eventi, dagli uccelli del cielo. Ma potrebbe essere quel seme che ha creato entusiasmo, quello che subito ha spuntato qualcosa, quello vicino ai sassi. Però appena ci sono state delle prove, delle difficoltà nella vita, forse si è seccato. Ma sono sicuro che anche tra i rovi, gli spini, tra le situazioni faticose, siano finiti tanti semi. Cioè tante possibilità, tante situazioni di incontro e scontro anche con Lui. Ma sono certo che l'esempio che Lui ha seminato con la sua vita, cioè una dedizione e una passione per il suo lavoro, per esempio, come modo di esprimere come spendere le energie, come donarsi agli altri, come la sua capacità non soltanto di biancare un muro, ma di prendersi cura di ciò che Gli ha affidato dava soddisfazione.
    E credo che nella relazione chi ha superato quelle prove e quelle difficoltà dei vari campi prima di arrivare alla terra buona e ha saputo accettarlo per come era, per le sue capacità, per il dono che Lui era, ne abbia anche gustato e apprezzato quel trenta, sessanta e cento volte quell'uno, quell'unico seme. Cioè ha sperimentato come il dono della sua vita era veramente un dono grande. Credo che questo ci faccia vivere con responsabilità non solo questo momento, che è un momento di saluto, ma la nostra storia, la storia di ciascuno di noi, per cui possiamo riguardare indietro, recuperando forse tanti momenti di condivisione faticosi, ma per guardarli con una nuova luce, una nuova speranza, un po' come questa giornata, siamo arrivati con la pioggia e usciremo col sole, perché è così.
    Abbiamo bisogno di scoprire che questo è il tono di saperci amati e di poter mettere in circolo questo amore, dove ciascuno di noi è veramente un seme di Dio che porta frutto nella nostra vita. Per questo oggi vogliamo ringraziare il Signore per quello che Peppo è stato per ciascuno, un dono unico, l'unico seme della sua vita, che così ha voluto condividere, così è stato un dono, e che ora porta dei frutti sia qui in terra, in quanti ne custodiscono il dono, ma soprattutto porta frutto in cielo, dove un giorno alla presenza di Dio ci ritroveremo per rendergli grazie in eterno.
    6 min
  • Diventa familiare di Dio. La sua Parola non è un privilegio per pochi, è strada aperta a tutti. Martedì 27-1-26
    Se questo testo qualcuno potrebbe accostarlo, al testo delle nozze di Cana, dove sembra che Gesù dia una risposta non tanto bella a sua madre, quando gli chiede di intervenire, perché non hanno più vino. Anche qui sembra essere scostante: chi sono mia madre e i miei fratelli? Invece credo che ci sia un bel salto di qualità proposto a noi, perché il centro sta proprio non nell'attirare l'attenzione a sé, ma nel fatto che ascoltando la parola a qualunque popolo, nazione, età, nei diversi secoli della storia, a qualunque situazione strana tu appartenga, tu possa sapere che diventi familiare di Gesù.
    Familiare, cioè, lo dice Lui, chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella, madre. Allora si capisce che c'era una contrapposizione tra dentro e fuori, quelli che erano fuori lo volevano tirare fuori, e invece Lui vuole stare dentro, dentro la volontà del Padre. E così ritorniamo un attimo a guardare: ma qual è la volontà del Padre? Che ascoltando la Sua parola diventiamo Suoi discepoli, e conoscendo la verità, la verità ci farà liberi.
    E' un bellissimo testo di Giovanni che lo dice, capitolo 8,31-32, c'è questa espressione meravigliosa. "Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”
    Ma dico questo perché? Perché nessuno si faccia una verità per conto proprio, cioè stando fuori dalla volontà di Dio, dalla Sua parola, noi possiamo tirare fuori quello che ci va e non prendere quello che non ci va. Invece l'invito di Gesù è entrarci dentro, starci dentro, dentro la Sua volontà. E quindi vedete che la parola diventa il luogo della familiarità con Dio, diventare familiari di Dio è possibile attraverso questa strada che è aperta a tutti.
    E in questo senso direi che Maria è la persona che la parola di Dio non soltanto l'ha ascoltata profondamente, ma l'ha accolta con tutta la sua vita, è diventata il segno di come l'umanità si trasforma e concepisce, attraverso questa accoglienza della parola, Cristo nel mondo. Quindi chiediamo anche noi al Signore di poterlo accogliere così profondamente nella Sua parola, da poter generare anche oggi in questo mondo la Sua presenza, presenza d'amore, di fiducia e di pace.
    5 min
  • La fede non nasce dai pulpiti ma dalle relazioni. Da una nonna, una mamma, una vita condivisa: è così che si trasmette. - Lunedì 26-1-26
    Ci vuole una memoria di due vescovi. Innanzitutto li pensiamo come discepoli di Paolo, sappiamo le lettere a loro destinate che sono presenti nel Nuovo Testamento, ma vorrei sottolineare un'accortezza che poi la ritroveremo nel Vangelo. Questo affetto che Paolo ha per Timoteo abbiamo ascoltato nella prima lettura, l'inizio della seconda lettera a Timoteo, che oltre ad avere un introito che è abbastanza consueto, va subito a un rendimento di grazie, perché c'è una fede che si continua a trasmettere non dai pulpiti, ma nelle vicende ordinarie della vita, che sono, se mi permettete, la maggior parte del nostro tempo, delle nostre energie.
    Noi la vita ce la giochiamo nelle relazioni che viviamo e mentre Paolo ricorda le lacrime di Timoteo e ha desiderio di rincontrarlo, sapendo che questo è un motivo di gioia piena, ricorda che questa fede che lui ha, ed è una fede schietta, l'ha ricevuta dalla nonna Loide e dalla mamma Eunice. Capire che la missione degli apostoli non è soltanto degli apostoli, ma è dei discepoli del Signore, dove c'è un cristiano, c'è un missionario, di fatto è così. Forse questo potrebbe costituire un attimo di, spero, di raccoglimento e di riflessione su come stiamo pensando la nostra fede, e come la pensiamo non vuol dire semplicemente ma se questa fede non mi porta a trasmettere quell'amore con cui siamo amati da Cristo, quella salvezza che Cristo ha voluto comunicare a ciascuno di noi, forse non stiamo vivendo di fede.
    Forse c'è un congelamento di ciò che è veramente necessario per vivere altri aspetti, per carità, dentro c'è tutto perché non c'è un aspetto della vita degli uomini che non abbia a che fare con la fede. Allora, dicevo questo perché la missione che Gesù manda qui nel Vangelo di Luca ai 72, non sono i 12, sono i 72, mi piacerebbe pensare così per esempio la benedizione delle case, dove tutti possono andare a portare un segno, un gesto di comunione, di accoglienza, di benevolenza. Allora, anche noi lo viviamo con i ministri istituiti, ma sentire che l'intima missione che Gesù ha ricevuto dal Padre non l'ha tenuta per sé ma l'ha data a tutti i suoi discepoli di tutti i tempi, ecco questi 72. Riguarda tutti i suoi discepoli per tutti i tempi, non in modo che se ne approfittino della missione, vedete ci sono delle indicazioni, non passate di casa in casa nel senso che non approfittatevi per voi, ma siate testimoni, siccome quello cucina bene vado da lui dall'altro non ci vado, più o meno poteva significare così, ma c'è un'attenzione al fatto che il contenuto del Vangelo, cioè la salvezza nell'amore di Dio per noi, è una missione a cui dobbiamo sentirci chiamati, è vicino a voi il Regno di Dio, il Regno di Dio si è fatto vicino, ma l'abbiamo mai detto, ci riusciamo a dire una cosa del genere? A pensarla, a sentirla, e oggi attraverso questi due discepoli e anche la mamma e la nonna di Timoteo sentiamoci anche noi in questa missione che riguarda il mondo intero.
    6 min
  • Se ti senti spento, non ti manca la forza, manca una luce. - Domenica 25-1-26
    La domenica della parola di Dio, potremmo considerarla una specie di ripetizione, perché c'è una domenica in cui manca la parola di Dio? però c'è un giorno dell'anno in cui ciascuno di noi compie gli anni, no? E' il suo compleanno, ma non è che gli altri giorni non viva, vive, però diciamo non c'è quell'accento, non c'è quella attenzione particolare, non ti fanno gli auguri tutti i giorni, sarebbe bello forse, insomma. Però la liturgia da alcuni anni ha voluto, attraverso un'intuizione di Papa Francesco, e forse lo ricorderete la prima giornata della parola di Dio, la prima domenica, fu proprio a Bologna con quella celebrazione allo stadio, primo ottobre 2017. Poi dopo invece è stata collocata, dall'anno dopo, nella terza domenica del tempo ordinario.
    Vi dico questo perché a volte avere delle coordinate, insomma, ti fa saper star meglio nelle situazioni. E che la parola di Dio sia importante lo sappiamo, però forse non sappiamo quanto è importante. Pensate che il Vangelo di oggi non fa altro che prendere alcuni versetti del profeta Isaia e citarli.
    Avete ascoltato la prima lettura, no? Ma c'era già lì, c'era bisogno di ripeterlo. Voi sapete che quando si ripetono le cose c'è un motivo. Di solito la ripetizione non fa altro che aiutarci ad avere un'attenzione di nuovo su qualcosa per cogliere degli aspetti che forse, li avevi ascoltati, ma te ne eri un po' persi, eri un po' distratto.
    Allora guardate, do un attimo il contesto. In quel periodo l’ Assiria aveva invaso e devastato e reso schiavo il paese di Israele, quella parte lì. Tanto che, se non stavano a quello che gli veniva detto, venivano accecati, bruciavano gli occhi. Quindi un'oppressione di quelle veramente pesanti, no? Allora, un popolo che stava soffrendo, camminava nelle tenebre, l'oppressione, la schiavitù, la cecità, tenebre, a quel popolo a un certo punto è stata manifestata una grande luce, su quelli che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. E qui ci sono delle espressioni molto belle.
    Forse non tutti sanno che questo testo viene proclamato nella notte di Natale anche. In quella notte buissima una luce immensa. Allora, qui c'è l'invito proprio a unirsi ad una gioia.
    Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia, gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete. Cioè, quando c'è il raccolto, no? Non la fatica della semina, finalmente raccogli. E come si esulta quando si divide la preda: si vince. Si divide una vittoria. Ma in che cosa consiste questo passaggio dalle tenebre alla luce? Se lo vogliamo un passaggio a tutti proposto, è proprio questo: non vivere, semplicemente nella prospettiva del cercare di prolungare i più anni che puoi, il più possibile del tuo tempo, per poi passare agli altri quello che hai raccolto e tu te ne vai. Avete presente questo epilogo? Qualche volta forse ne avete sentito parlare, no? Allora, se tu vivi solo in questa prospettiva, c'è una certa oppressione, una certa tenebre. Allora, sapere che il figlio di Dio si fa uomo, entra nella storia, ed entra per accendere una luce che sia eterna.
    E una luce che dia una prospettiva che non ti annienta, non ti opprime, che ti dia ulteriorità. Ma vorrei dirvelo con queste parole del Salmo 26, che inizia nel modo migliore: Il Signore è mia luce e mia salvezza.
    Se uno se lo scrivesse da qualche parte, nei momenti bui, se lui va e dice aspetta un attimo che mi riprendo quel versetto lì che mi interessa, già solo questo dovrebbe dire, bene, il Signore è mia luce e mia salvezza. Di chi avrò paura, di chi avrò timore? Beh, c'è Lui. Ma ora vorrei andare sull'epilogo del Salmo, che sono gli ultimi versetti che abbiamo ascoltato. Perché c'è una fede che sa vincere la prova proprio perché ha trovato nel Signore quella luce con cui vedere tutte le cose. Dice così, sono certo, avete presente quando diciamo di qualche cosa di essere certi? Se è vero, beh, sei tranquillissimo. Se sei certo di qualcosa, non vacilli. Se non sei certo, hai un po', insomma, chissà, davvero. Sono dei timori che ti possono un po' bloccare. Guardate la certezza in cosa consiste. Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. Mi fermo un attimo. Come nella terra dei viventi? Dimmi in cielo, perché qua sulla terra sarà mai possibile contemplare la bontà del Signore? È un disastro da tutte le parti.
    Avete presente le flagellazioni quotidiane? Un male nuovo, una guerra nuova, un'altra situazione. Sentiamo sempre questioni tremende. E qui ci viene detto di poter, di voler contemplare la bontà del Signore qui, nella terra dei viventi. Che vuol dire? Il Signore regna davvero. Non soltanto regnerà in eterno. Regna già adesso. Che cosa posso fare per rendermene conto, per accorgermene? Spera nel Signore. Sii forte. Si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore. Ha battuto tre volte lo stesso chiodo. Non so se avete sentito. Erano dei chiodi d'acciaio.
    Questi che entrano, saranno lì per sempre, se tu lo vuoi. È una certezza che si fonda sulla bontà del Signore, che non è semplicemente chissà quando, è un Signore che è presente. A questo aggancerei subito la concretezza. Perché da questa situazione ce l'ha chiamata di due coppie di fratelli. Simone, detto Pietro, e suo fratello Andrea. Giacomo e Giovanni. E sono chiamati a seguire Gesù. Cioè, a rendere la prospettiva della propria vita, non semplicemente quella del lavoro quotidiano, andare a pescare. Pescatori di uomini.
    Permetti a questa luce del Signore di entrare nella tua vita, attraversarti e giungere anche a tutti quelli che incontrerai. È evidente che questa è una speranza che non viene coltivata oggi. Sapete perché? Guardatevi intorno. Non soltanto che ci sono pochi preti. Ci sono pochi cristiani certi, convinti, splendenti, gioiosi. È lì che si vede la differenza. Per me, forse da tutto il visto, i preti potrebbero essere ancora troppi. Ma non cristiani. Cioè, la forza che viene da questa luce, non ha bisogno di preti. Ha bisogno di credenti, di tutte le età, di tutte le nazioni, di tutte le lingue, di tutte le condizioni sociali. Non soltanto sani, ma anche malati. Cioè, chiunque fa quel minimo impegno di aprirsi alla luce del Signore, bene, da lì ecco la novità di vita.
    Allora, sarà forse questa l'occasione per dirsi come stiamo vivendo il rapporto con il Signore che ci parla, che ci chiama ad essere testimoni di questa luce, di questa speranza. A contemplare la sua bontà già ora nella terra dei viventi. Perché? Per aiutare anche gli altri a rimanere in questa fiducia, in questa speranza, qualunque cosa gli stia succedendo. Forse, se faremo questo, ci accorgeremo di come la parola è Dio che ci parla. Non è una parola semplicemente scritta o ascoltata. È una parola vivente e vivificante che anche oggi bussa alla porta del nostro cuore.
    11 min
  • “Perché stessero con lui e per mandarli”. Cuore della vita cristiana: è andare senza smettere di stare. - Venerdì 23-1-26
    La bellezza della parola di Dio c'è sempre, ma a certi giorni credo che se riusciamo a incontrare lui, la sintonia con quello che dice, sentiamo che è di una bellezza particolare. Quando Gesù fa questo gesto, Marco lo descrive un po' come il Mosè che sale sul monte, che parla con Dio e quindi scende con le tavole della legge, qui Gesù sta in preghiera e quando scende dopo questa preghiera, questo stare sul monte con Dio, letteralmente dice «fece i dodici», «li fece». «Ne costituì», ma il verbo poi è il verbo fare, «poieo» in greco, «fece i dodici», che sapete è un numero simbolico, le dodici tribù di Israele, cioè costituisce quello che è veramente il popolo.
    Questo ci dovrebbe anche aiutare a comprendere qual è il popolo di Israele? Per Gesù è qui il popolo di Israele, qui in mezzo c'è anche un pubblicano, c'è un traditore, in realtà poi tutti e dodici scappano. Ma c'è una chiamata che costituisce, che crea, è creativa. Siamo chiamati né perché siamo bravi, buoni, belli, né capaci. Questo ce lo possiamo tranquillamente dire, così forse smettiamo di fare i confronti, perché i confronti nascono da questo, che uno si sente più o meno, considera l'altro me. Butta via i confronti che non servono a niente. Se scopri che c'è una bellezza intrinseca per il fatto che Dio ti chiama, scopri che il tuo nome è meraviglioso, perché è come se potessi vedere le labbra di Dio che lo pronunciano.
    E credo che questo ci possa ridare anche una gioia ancora più profonda riguardo al dono che ciascuno di noi può vivere nell'essere chiamati da Dio. Cioè, stare con lui è per mandarli a evangelizzare e a schiacciare i demoni. La relazione con Dio: come fa uno a stare e ad andare? Sembra una contraddizione. Perché stessero con lui è per mandarli. Uno potrebbe dire, Signore, sto o vado? E che andando scoprirai che devi stare. Ma non solo trovarti il tempo tutti i giorni. Quello è fisiologico e serve, ma che il tuo andare, il tuo essere mandato ti fa capire che il tuo cuore deve continuare a stare in relazione con il Signore. Altrimenti vai in nome tuo, vai a fare le cose tue e lì facciamo i nostri disastri. Allora, vorrei oggi soffermarmi su questo perché? Perché ciascuno possa ripensare al dono di essere stato chiamato a stare con il Signore. Per stare veramente con il Signore si tratterà di fare quello che lui fa. Perché non devi fare la bella statuina o la chioccia. Prova a scoprire che cosa significa stare con il Signore anche nell'andare nella vita, nel tuo cammino della vita, a sentire come la comunione con il Signore ti stabilisce in nuove relazioni, in un modo di essere. Così non fai né il tuo regno né i tuoi potentati perché non ti interessa. Ti interessa il regno di Dio, ti interessa che Dio con il suo amore regni. E questo diventerà fonte di pace. Ve lo do soltanto, se volete, come chiave di lettura per la prima lettura. Davide non voleva il suo regno, era stato già unto re di Israele e Saul, sappiamo tutta la storia, ma lui non stende la mano sul consacrato del Signore, non si fa giustizia. Poteva farlo, era stato unto re, no. Lui lascia che il Signore faccia. Infatti il Signore sia giudice tra me e te. Provate a dirlo ogni volta che vi viene da fare i cortocircuiti, i combattimenti faccia a faccia, il Signore è giudice tra me e te. Quindi guardate come continua la parola che Dio ci dice ad essere luce sul nostro cammino per stare con lui e anche per camminare.
    6 min
  • Seguiamo Gesù come folla: per abitudine, per sicurezza? il Vangelo ci chiede oggi, perché sei qui davanti a me? - Giovedì 22-1-26
    Se da una parte c’è tanta gente che si muove dietro a Gesù per quello che faceva, per quello che diceva, perché forse creava la domanda nel cuore: Chi è quest'uomo? Forse noi se non vogliamo essere semplicemente una folla che gli va dietro in un modo automatico, potremmo cercare intanto di mettere un po' a fuoco: come sto andando verso il Signore oggi? Che cosa desidero dal Signore? Perché voglio andare davanti a Lui oggi? Mi basta sentire un benessere spirituale, così so di essere in comunione con Lui? O c'è qualcos'altro di cui voglio essere attento, consapevole e mi avvicino a Lui non per schiacciarlo, non per estorcergli qualche cosa? Perché la fede ha anche un bisogno di stare molto in dialogo con il Signore, cioè dobbiamo avere il coraggio nella preghiera anche di mettere a fuoco come stiamo dentro, perché molto spesso ci arriviamo in modo confuso e se siamo confusi spesso abbiamo un atteggiamento che forse non è proprio di fede, ma a volte è pretenzioso. E la seconda nota che vorrei fare, riguarda il riconoscere Gesù da parte di spiriti impuri.Gesù li mette a tacere, eppure gridavano tu sei il figlio di Dio, ma Gesù severamente gli impone il silenzio, non devono svelarlo. Ma da che cosa riconoscono che Gesù è il figlio di Dio? Non c'è mica un cartello! Credo che sia facilmente riconoscibile da una cosa, se il maligno trova qualcosa che riconosce di comune tra te e sé, è lì che si attacca, cioè il male si attacca dove trova uno spazio di azione, le nostre azioni; i nostri pensieri sono ancora poca cosa, li riusciamo a combattere meglio, ma le nostre azioni, quelle sono veramente riconoscibili da parte del male, perché il maligno non riesce a leggere dentro il nostro cuore, cerca di sedurci, ma se trova già un qualcosa su cui noi siamo abituati, facilmente ci aggancia.  Bene, in Gesù non trovava niente, e questo gli fa dire tu sei il figlio di Dio, non trova niente in comune con sé. Però il modo di dirlo è quello che a Gesù non piace, perché non c'è adorazione verso Dio, c'è una lamentela, e mi sembra che anche questo sia facilmente riconoscibile, quando ci succede qualche cosa e ci lamentiamo, piuttosto che dire al Signore vieni, io vengo a te, tu vieni a me, perché è per me pesante questo carico, questo peso, ma la lamentela e l'arrabbiarsi di quello che ci succede nella vita spesso diventa una strada che ci allontana da lui, anzi proprio ci porta ad una cattiveria, ad una prigionia, che iniziamo a cambiare il bene col male.
    Per questo chiediamo oggi al Signore libertà, perché vedete anche Saul inizia a vedere male una cosa buona, era stato liberato il popolo di Israele dall'oppressione dei filistei, per mezzo di Davide, e Saul si lamenta: a lui diecimila, a me mille, invidie, gelosie, cose che aprono la strada ad un male che cresce dentro di noi, per questo chiediamo al Signore di avere parte al suo spirito di comunione e di pace, uno spirito che sa cogliere il bene e sa anche chiederlo con umiltà, sapendo che la fonte non si esaurisce se ne bevi un po', la fonte è sempre pronta a rinnovare in te il suo dono.
    6 min
  • Se la tua paralisi non fosse fisica, ma del cuore, come si manifesterebbe? - Mercoledì 21-1-26 2TO
    Se proviamo a fare un piccolo salto di qualità in quello che normalmente riteniamo opportuno, cioè ascoltare la parola di Dio che parla al nostro cuore, perché il nostro cuore non sia di pietra, indurito, allora ritroviamo che il Vangelo di oggi è veramente una luce sulla quotidianità. Perché possiamo continuare a vedere semplicemente la contrapposizione tra la legge e qualche cosa di più che ci dà il rapporto con Cristo, della legge, che è proprio la carità, cioè il saper tendere la mano. Ma la carità non riguarda semplicemente un uomo che qui vediamo ha la mano paralizzata, perché sarebbe interessante provare anche a capire io che tipo di paralisi ho, perché ridurre semplicemente una caratteristica fisica non renderebbe ragione al Vangelo, perché non so se avete notato, ma se da una parte un uomo ha una mano paralizzata, dall'altra c'è una situazione generale di paralisi, una situazione generale, cioè tutti sono paralizzati, tutti tacevano, e c'è la paralisi del cuore.
    Allora il Signore interviene proprio lì, attraverso un esempio concreto di una persona viene in evidenza quello che tutta una comunità in un luogo di culto stava vivendo, cioè un blocco nel giudizio, un cuore di pietra, e questo può capitare in qualunque tempo e in qualunque comunità, perché abbiamo sempre un motivo per riprendere, almeno dentro di noi con un giudizio che poi ci paralizza, e allora il Signore lo mette invece in evidenza, lo mette in mezzo. Come vedete non è semplicemente un provocare, ma è un promuovere, la provocazione è semplicemente un punzecchiare, ma la promozione è perché sia l'uomo sia tutti quanti gli altri possono fare un cammino nuovo.  Allora che cos'è che ci può rendere capaci di superare le nostre paralisi? Lasciare che Gesù in questo veramente ci guarisca, e la comunità cristiana dovrebbe essere proprio questo, è il luogo in cui impariamo a lasciarci rialzare da ogni paralisi, da ogni pregiudizio, quindi da ogni durezza di cuore. E il superamento come avviene? Perché questo sguardo di Gesù ha un peso notevole, almeno spero per il nostro cuore, riguardo a certe paralisi che ci stiamo coltivando e custodendo, anziché di portarle a lui perché le risani, almeno quest'uomo era lì, era lì e accetta di mettersi in mezzo, gli altri no, gli altri escono da lì e tramano contro di lui, questo può succedere anche adesso, ci può succedere.
    Allora ecco il motivo per cui c'è una preghiera o un combattimento da fare, non ci entro ma la prima lettura se la prendi alla lettera ti ammazza perché tu vedi come c'è un uso della prepotenza e della violenza, ma se la prendi come lotta spirituale capisci che  alla provocazione di Golia e dei Filistei, che vuol dire di quel mondo che perseguita il tuo vivere da figlio di Dio. Tu rispondi semplicemente con queste cinque pietre della legge, come viene interpretato da qualcuno, che vanno poi a essere scagliate dalla parola di Dio che va a eliminare proprio questa fatica grande che noi sentiamo, questa minaccia che ci impedisce di vivere da figli. Ed è proprio questa parola che anche oggi noi possiamo ricevere come liberatrice per le nostre schiavitù, per le nostre oppressioni e capaci di rialzarci per vivere con gioia la generosità del cuore, il tendere la mano, in questo caso aperta e non più chiusa verso i fratelli.
    6 min
  • L’osservanza perfetta o un cuore misericordioso: cosa conta di più per per te? - Martedì 20-1-2026 2TO
    Mi piacerebbe che si affrontassero tante cose, tanti temi che oggi le letture ci propongono, ma vorrei sostanzialmente trattarne uno o due.  Che cosa guarda il Signore? Quanto sei bravo, quanto sei bello, quanto sei intelligente, quanto sei osservante, quanto sei santo? Guarda quanto sei santo il Signore? Il Signore non guarda l'apparenza, guarda il cuore.
    Davanti ai figli di Iesse, chissà che cosa si era creato nel cuore di ciascuno. Eliab doveva essere un bel armadio e Samuele rimane anche colpito. Sicuramente… no, sicuramente no.
    Tant'è che a un certo punto Samuele si rende conto, gli passano davanti i sette e dice sempre di no. Ma manca qualcuno? Ma sì, il piccolino, quello sta a pascolare. Allora, al Signore gli interessa proprio forse chi ha il cuore come il suo, che è chi sta a pascolare, che non ha apparenza, non ha possanza, ma forse ha qualcos'altro.
    Ha un cuore che si appassiona. Lui si appassionava del suo gregge, per esempio. A volte dicono sempre in Libro di Samuele che ha lottato anche con l'orso e con il leone per difendere le sue pecore.
    Beh, il primo contesto quindi è che cosa gli interessa davvero al Signore, quanto sei bravo a osservare il sabato o che tu abbia un cuore misericordioso, cioè che tu superi anche tutte le tue convinzioni, le tue giustizie, si deve fare così o peggio, si è sempre fatto così. Dici sei contro la tradizione? No, sono contro l'inintelligenza, cioè il non uso dell'intelligenza. Dio stesso ci spinge a questo.
    Quindi questo credo che sia una nota su cui fare un attimo verifica della nostra vita, su che cosa mi sono fissato, su cosa ho fissato veramente la mia vita? Perché questo potrebbe essere il motivo dell'esclusione anche di Dio e dei fratelli per la mia fissazione. Questo ci dovrebbe veramente preoccupare.
    La seconda cosa, ma questa è soltanto di sfuggita che vi vorrei dire, è che non so quanto valeva la vita di una persona. Avete sentito cosa diceva Samuele? Come posso andare a cercare tra i figli? Saulo verrà a sapere e mi ammazzerà, anche tu che sei il profeta. Rischi la vita? E quanto vale la vita di una persona? Forse niente rispetto alle nostre idee di potere, di giustizia.
    Però dico, ma era il re d'Israele che aveva capito che veniva da Dio il suo regno? Guardate che facciamo continuamente così. Anche oggi ci sono dei capi di Stato che si professano cristiani e che ammazzano migliaia e migliaia di persone. Allora, ci fa pensare o non ci fa pensare questo? Si può in nome di Dio sterminare, uccidere? E se non si può fare a quei livelli, noi lo possiamo fare al nostro livello, perché possiamo sterminare con la bocca, con i giudizi, con i pensieri, facciamo delle stragi.
    E però siamo tranquilli, facciamo la comunione, nel senso siamo a posto. Queste sono questioni che credo abbiano una chiara attenzione al cuore di Dio, oppure una chiara attenzione a se stessi. Quindi quale Dio sto servendo?
    5 min
  • il Vangelo Che ascolti ti ha cambiato la vita o è sempre uguale? Lunedì 19-1-26 2TO
    È veramente interessante oggi mettersi in ascolto, c'è anche un bellissimo collegamento tra la prima lettura, forse qualcuno sarà rimasto un po' turbato chiedendosi che significa tutto questo; che cosa ha fatto di male Saul per perdere anche il regno? Beh, c'è qualcosa che va guardato con attenzione, perché altrimenti abbiamo un modo apparentemente religioso nel fare le nostre scelte, ma in realtà portiamo avanti ognuno la sua vita. Potrei dire oggi come se Cristo fosse soltanto un racconto, non il signore del tempo e della storia, colui che ricapitolerà nella sua casa, nel suo regno, ogni vicenda della nostra vita.  Proviamo a seguire un attimo questo filo, per capire cosa è successo, io vorrei interpretarlo con voi.
    Amalek era un popolo che seguiva Israele nel suo cammino, nel suo peregrinare, attaccava le retrovie dove c'erano gli ammalati, i fragili, i deboli, li attaccava. Lo traduco per la nostra comprensione: abbiamo delle debolezze, fragilità dove il maligno facilmente ci mette in buca. Possiamo avere pensieri di sconforto, depressione, disperazione, tutta una serie di pensieri che ti dissanguano, ti fanno morire. Allora cosa dice Dio? Stermina il male dalla tua vita. Quindi spero di essere chiaro. Bisogna togliere quelle tentazioni che ci fanno andare non soltanto giù di morale, ma anche fuori di testa, e non è possibile. Queste vanno eliminate.
    Il Vangelo lo dice in quest'altro modo. Non puoi prendere la novità del Vangelo e metterlo nella tua vita di prima come se fosse niente, perché è una bella storia.
    Non funziona. Dice addirittura che il vino nuovo, il Vangelo, ha una forza tale che spacca gli otri vecchi. La tua vita di prima non ti funziona più, non capisci più niente.
    Allora l'invito è diventare otri nuovi per accogliere questo vino nuovo del Vangelo. Cosa vuol dire essere otri nuovi? Cioè disporsi ad una vita veramente aperta alla novità di Cristo, all'amore con cui siamo amati da Lui e, attenzione, non finisce qui. Non finisce con il fatto che sono amato da Cristo.
    Perché, soprattutto in certi momenti di prova del cuore, se ti fermi a questo e dici sì, va bene, lo so che mi ama e mo' che facciamo? C'è da fare il passo successivo. Metti in opera l'amore con cui sei amato. Diventa segno di quell'amore in cui credi.
    Questo fa un ponte tra cielo e terra. Cioè la nostra vita, anche sulla Terra, se è vissuta con questo amore, è già un anticipo di quello che sarà la vita eterna. Solo che questo, tornando alla prima lettura, anche, non è detto che sia capito. Perché noi vorremmo un Signore che, tutto sommato, sistema le nostre cose, perché continuiamo a fare le nostre cose di sempre. Questo non funziona. E come lo sappiamo? Perché poi interviene la malattia, la morte. Interviene, fa parte di questa storia. Se non abbiamo la novità di vita, dopo saltano tutti i giochi.
    Non riusciamo più a starci dentro. Allora, qual è l'invito profondo? L'obbedienza, dice, vale più del sacrificio. Anziché offrire in sacrificio questi animali, come era stato detto, votare tutto lo sterminio, dicendo che non li abbiamo portati, poi li offriamo in sacrificio al Signore le primizie.
    L'obbedienza vale più del sacrificio. Il vero sacrificio, una cosa che è veramente importante per il Signore, è l'obbedienza. L'obbedienza non vuol dire che dobbiamo stare con la testa bassa. L'obbedienza vuol dire entrare in questa vita che Lui vive e ci consiglia. Perché obbedienza a che cosa? L'unico comando che Gesù ci ha dato, uno solo ce l'ha dato, quale ha dato come comandamento? Amate. Amate Dio, amate il prossimo.
    Punto. Tutto qua. Dice, fallo, fammi vedere.
    Allora, per farlo ci vuole questo continuo rapporto tra cielo e terra, dall'amore con cui siamo amati, con cui ci riconosciamo amati da Dio e in un progetto d'amore mettiamo la nostra vita in gioco come lui. Allora, si capisce che c'è un tempo per digiunare quando da certe relazioni, da certe situazioni non puoi più far ricorso come prima. C'è un digiuno di una presenza, di una visibilità, ma c'è anche un tempo di pienezza, dice Gesù, finché lo sposo è con loro non possono digiunare. Verrà il momento in cui lo sposo sarà tolto. Allora digiuneranno. Bene, noi siamo in un tempo di digiuno dalla visibilità, ma anche in un tempo di pienezza di relazione con il Signore della vita, colui che dà anche oggi la sua vita per noi.
    Per questo ci stiamo nutrendo della sua parola e ci nutriamo dell'Eucaristia. Ci conceda quindi il Signore un cuore così capace di accogliere il Vangelo da essere otri nuovi, capaci di portare a tutti questo vino buono della gioia del Vangelo che dà veramente una vita nuova.
    7 min

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