Santi: dalla tribolazione alla vittoria

Santi: dalla tribolazione alla vittoria

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Santi: dalla tribolazione alla vittoria episodes

  • Venerdì 26-12-25 S. Stefano. Il perdono non è debolezza. È la forma più ostinata dell’amore.
    Credo che la combinazione tra il Natale che abbiamo appena celebrato, la festa di Santo Stefano che è il primo nato in cielo, per questo viene collocata qui, la festa di Santo Stefano è legata con il Natale perché è il primo martire per il nome di Gesù. E ascoltando un po' la storia di Stefano, che ne abbiamo tratto un pezzo dagli Atti degli apostoli oggi, si capisce che questo è un personaggio che non fa tanti compromessi e qui mi viene subito da collegare ai due battesimi che stiamo celebrando. Perché il battesimo è il dono di essere familiari di Dio, diventiamo figli di Dio.
    Riguardo poi alla scelta della vita, quanto più ti rendi conto che vivere come figlio ti pone anche problemi, delle storie, allora puoi scegliere se fare dei compromessi, a rischio però di dimenticarti chi sei; oppure accetti anche di essere a volte maltrattato o escluso. Qui c'è una grande abbondanza di riferimenti nelle Scritture per capire che cosa ci succede. Ma Gesù l'ha detto, quello che hanno fatto a me lo faranno anche a voi. Forse per qualcuno questa non è una bella notizia, ma all'interno di questo c'è una bella notizia, che il suo spirito, cioè l'amore con cui Dio ama, è un amore che non si ferma neanche davanti al fatto che l'altro ti possa eliminare, quello spirito d'amore parla, agisce, opera nella nostra vita. Se ci fate caso il modo con cui muore Stefano, una lapidazione, se lo guardate bene Stefano ha delle parole, dei gesti che assomigliano molto a quello che Gesù vive nella sua passione, Gesù anche dalla croce perdonerà chi lo crocifigge.
    Questa è anche una buona notizia per i nostri due bimbi, Niccolò e Giulia, potranno fare esperienza tante volte di incomprensioni, di durezze, però potranno anche fare esperienza di come a loro viene donato un amore che sempre perdona. Ci vuole qualcuno che glielo insegni, per questo abbiamo chiesto ai genitori, padrini e madrine se sono disposti a fargli conoscere l'amore di Dio, a trasmetterglielo. Quindi c'è da una parte la fedeltà di Dio, ma dall'altra ci vuole anche un dono che ci introduca.
    E oggi credo che Santo Stefano possa dare una vera mano in questa prospettiva, cioè farci conoscere che questo guardare i cieli aperti, anche qui finalmente, non semplicemente dalle nuvole ma aperti alla grazia di Dio, contemplare che il cuore di Dio per te è un cuore che ama, come un cuore di padre o di madre, credo che questo dia anche la direzione in cui tenere il nostro cuore, la nostra relazione con un Dio che ci parla di amore, non di regole, leggi e norme, di amore, che ci custodisce in quest'amore. Dall'altra parte però, viene anche subito manifestato, ci sono dei fratelli e delle sorelle che non è detto che ce l'abbiano quest’amore; e tu come vivi questo rapporto? Perché la tentazione è di volere una giustizia che più che aiutare a vivere i rapporti, li distrugge. Allora oggi chiediamo a Santo Stefano di avere un cuore come il suo, non giudicante, ma piuttosto capace di mettersi in gioco, guardare l'amore con cui Dio ci ama.
    E quindi al Natale del Signore, al Natale di Santo Stefano, oggi vogliamo chiedere questo cuore generoso, capace di mettere amore per gli uomini, tanto da diventare segno dell'amore fedele di Dio.
    6 min
  • Natale 2025 giorno - Se il Natale non cambia come guardi gli altri, non è successo niente.
    Mi piacerebbe in questo giorno provare a cogliere un aspetto, a mio avviso determinante, per come viviamo la nostra vita cristiana. Perché non risulti semplicemente un'osservanza di regole e precetti, perché non sia semplicemente mettere dei bollini, Avete presente, no? Ce l'ho, ce l'ho, ok. Ma possiamo entrare in un ascolto, in un'accoglienza di Dio che ci parla, che, come abbiamo ascoltato nella lettera agli Ebrei, ha cominciato a parlarci da mo’ all’umanità, ci sta parlando da tanto tempo e ha trovato nei vari tempi diversi modi per farsi conoscere, per comunicare, per farsi accogliere e per poterci dire che ci vuole accogliere. E la lettera agli Ebrei ha questa espressione, ma, conoscete il greco, ve lo potrei citare in greco, è un testo molto interessante questo, dice che ultimamente, in questi giorni, mo’, detta un po' semplicemente, ha parlato a noi nel Figlio. Ci ha parlato nel Figlio.
    Cioè, la presenza del Figlio di Dio è la presenza di Dio in mezzo a noi. Che ci parli nel Figlio vuol dire che il Figlio, che ha quei termini un po' iperbolici, irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza. Non so voi, io su questo testo, vi parlo già di quarant'anni fa, l'ho riletto forse un centinaio di volte e dicevo, ma che vuol dire, non capisco, ma che vuol dire? Poi, irradiazione della sua gloria, che vuol dire, siccome sta davanti a Dio, tutti quei raggi d'amore, questo splendore d'amore che è in Dio, tutto si può vedere, riconoscere nella persona del Figlio.
    E dice che è anche impronta della sua sostanza. E qua facciamo come i bambini al mare, no? Andiamo sulla sabbia e facciamo le impronte. Avete presente, no? Cioè, è proprio il calco preciso di quello che è il Padre.
    Quindi, conoscendo Gesù, impariamo a conoscere chi è il Padre e, attenzione, anche chi siamo noi. Un po' in forma vanitosa, vuoi sapere quanto sei bello? Guarda Lui. Vuoi sapere che cosa vede il Padre in te? Guarda Lui.
    Allora, è queste espressioni che la lettera agli ebrei usa, vogliono proprio tirarci dentro ad una relazione in cui possiamo fare esperienza di Dio, accoglierlo e lasciarci accogliere. Per questo il prologo del Vangelo di Giovanni, che oggi è la prima volta che l'ascoltiamo, ma in una settimana, se per caso uno vi venisse voglia, quella voglia pazza, no, di partecipare alla liturgia tutti i giorni, andare a vedere che cosa c'è nella liturgia, nel giro di una settimana torna tre volte questo testo. E mi piacerebbe dire che è un po' come il giorno di Natale, no, quando la Chiesa è stracolma, dico, ma io metterei almeno un Natale al mese, non so se si può fare una riforma liturgica, tutti i mesi mettiamo un giorno di Natale.
    Cioè, rendiamoci conto di che cosa stiamo vivendo, accorgiamoci, perché forse questo ci aiuterà ad accogliere e a lasciarci accogliere e sentire che fa proprio parte del mistero del Natale che ci sappiamo accogliere gli uni gli altri. Perché accogliere Gesù, uno se la può raccontare dicendo io lo accolgo, eh, sono andato a Messa Natale, poi dopo ho mangiato i tortellini, l'ho proprio accolto, cioè ho proprio fatto festa. Ma se questa accoglienza non mi porta a riconoscere il volto di Cristo anche nelle persone che ho vicino, non mi porta a considerare che il Cristo vuole essere accolto proprio nei fratelli, perché possiamo fare un'esperienza viva e non soltanto mentale, un'esperienza che lasci profondamente il segno e il senso della nostra vita e ci rimette in un cammino, il rischio è che il Natale non dica la verità.
    Vi posso fare un esempio. Tutti i festoni che vediamo in giro dicono la verità del Natale? Perché, se fosse vero, la festa che si vede in giro dovrebbe permettere a tutti di avere tutto, tutto il necessario, perché il mondo ha tutto per tutti.
    Però non mi sembra che sia distribuito proprio così. Allora, e questo ci dovrebbe mettere un po' in difficoltà. Allora, quella non è proprio la verità.
    E se uno facesse i conti di quanti soldi spende, tant'è che la tredicesima è a dicembre, cioè per dire, oh, mi raccomando, io te li do, però spendili. Se non arriva la tredicesima, molti dicono, beh, i regali, un fiorellino, una piantina. Cioè, abbiamo bisogno di lasciarci prendere un po' dagli eventi commerciali per capire che cosa questo mondo sta cercando di importi.
    E invece andare a guardare il mistero di Cristo è colui che viene in una miseria quasi indecente per dare la vita, per darla tutta, per darla agli altri, sino alla fine, fino a quando uscirà da questo mondo crocifisso. Cioè come l'ultimo e il reietto. Come arriva, così se ne va.
    E lì in mezzo che cosa c'è? Vorrei dirlo a ciascuno di voi. La tua vita da dove viene? Da chi viene? E dove andrà? Lì in mezzo le scelte che tu fai sono collegate con il tuo inizio e con il tuo compimento? O sono un'altra roba? Perché non vi sappia troppo filosofico o chissà per chi questo discorso? Le nostre scelte hanno a che fare con un inizio in cui sappiamo che c'è un dono d'amore per cui ci siamo. Dio ci ha amato e anche attraverso i nostri genitori, consapevoli o inconsapevoli, siamo stati amati per questo ci siamo perché poi nel corso della vita impariamo a lasciarci accogliere e ad accogliere a nostra volta, così che anche il suo compimento sarà un'accoglienza perché, io lo spero, tutti ci potremo ritrovare nella casa del padre e ci riconosceremo fratelli. Allora, se questo è il principio, quello prima dei secoli, se questo sta accadendo adesso nella storia e questo sarà, un giorno, nella casa del padre, allora ecco come il cerchio si chiude. Gesù ci sta manifestando nella nostra carne, nel nostro linguaggio, nella nostra storia quanto siamo preziosi agli occhi di Dio.
    Consideriamoci così, ma non io, io, io, noi, ci riguarda tutti, tant'è che se il volto dell'altro sarà per me concretamente la possibilità di poter amare e accogliere farò esperienza di Dio, di quello che Lui è, di quello che Lui desidera e ci sta proponendo come scelta di vita. Man mano che questo accadrà il mistero di luce diventerà sempre più chiaro e sentiremo che questo grido di cui parlava Isaia: prorompete in canti di gioia rovine di  Gerusalemme, che vuol dire che c'era una situazione di grande fatica e mi sembra che su questo siamo sempre attuali, la fatica c'è sempre, a qualche livello c'è sempre. In quella situazione si può innalzare un canto di gioia perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme, viene per essere in una piena sintonia con noi risollevando quelle che sono le nostre ferite, fatiche e conducendole verso una pienezza perché anche se non auguriamo fatiche a nessuno, nella fatica normalmente sappiamo un po' di più darci una mano e stringerci, essere gli uni per gli altri.
    Non so se a voi sono arrivate telefonate, a me già diverse, per dire come va la situazione, il fiume, come è, siete allagati? No, speriamo di no, ma capite che la paura della fatica di qualcuno diventa anche questa condivisione, siamo più capaci di essere in sintonia. Allora proviamo ad accogliere colui che anche oggi ci sta dicendo, bene, io sono con te, attraverso i tuoi fratelli, uno di voi nel mio nome accoglie me. Questo fa parte non soltanto di un annuncio generico, fa parte della nostra vita perché il Natale faccia nascere questa luce nuova negli occhi gli uni degli altri e guardandoci negli occhi, avendo il coraggio di stare gli uni davanti agli altri, sentire che il nostro cuore non soltanto è felice per definizione perché è Natale, ma è felice perché ritrova nei fratelli quell'amore che nel profondo del cuore il Signore ha messo in ciascuno di noi, quella luce che non avrà mai fine.
    13 min
  • Natale 2025 notte - E se la gioia non fosse qualcosa da trovare, ma qualcuno con cui camminare?
    La gioia della notte di Natale, dove sta? In che cosa la possiamo scoprire, custodire? Siamo nei giorni più bui dell'anno, di questo purtroppo ce ne siamo accorti, ma c'è un motivo per cui la festa del Natale è collocata proprio in questi giorni più bui, perché c'è proprio il desiderio e il bisogno di trovare una luce vera, nuova. In tutte le letture ritorna questo tema, guardate, il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce, abitavano in terra tenebrosa, una luce rifulse. Abbiamo bisogno di scoprire da dove si ha questa luce, perché la grande paura del cuore dell'uomo è di rimanerci male quando le cose poi alla fine non vanno come te le aspettavi.
    Attendevi una salvezza e invece alla fine senti il timore e la delusione. Penso anche a tanti giovani che, forse superato il tempo del catechismo in cui forzosamente partecipano, poi c'è una fase di allontanamento, ma poi c'è un risveglio, c'è come un desiderio, un'attesa, una speranza, e c'è proprio bisogno di trovare quella luce per non sentire il cuore disilluso, il cuore smarrito.
    Allora il profeta ci aiuta. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. C'è bisogno di scoprire come si fa. Non è che prendo la Letizia e la faccio ingrassare. Come si fa per aumentare la letizia? C'è bisogno di una luce che non sia più soltanto fuori, ma dentro. Che dimori dentro di te una luce che senti, che diventa come propulsiva di vita.
    Ti propone una crescita, un camminare in una luce che nessuno ti possa togliere. Sì, perché la vera paura è che per quanto ci siano delle cose belle, ma se poi qualcuno te le toglie, e dopo non le hai più. E dopo? E qualcuno addirittura preferisce non trovare mai dei motivi di gioia perché se poi non è vera? allora il Signore ci propone di fare veramente un cammino con lui.
    E quando Paolo scrive a Tito che è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza non a qualcuno bravo, a qualcuno che è capace, ma a tutti gli uomini, e ci insegna a fare una cosa che da soli non riusciremo a fare. E qui molti hanno proprio bisogno di mettersi in ascolto, perché forse potrebbe dare dei veri argomenti, dei nuovi argomenti, anche per riscoprire quel sacramento spesso trascurato, che è il sacramento del perdono. Cioè è la scoperta che non è vero, che ci sono dei peccati che ormai ti sei abituato così tanto che non vuoi neanche più confessarli. C'è una novità di vita che viene proprio dal fatto che tu non sei soltanto tu, non sei più tu da solo. Il mistero del Natale è il sussurrare all'orecchio di tutti gli uomini di tutti i tempi che Dio si fa carne come te, diventa simile a te in tutto, perché tu nella comunione con Lui possa diventare simile a Lui. Questo ha dell'incredibile.
    Ha dell'incredibile perché noi umanamente, per quanto possiamo aspirare anche a migliorarci, arriviamo fino a un certo punto e poi basta. Invece ti dice ma perché vuoi farlo da solo? Tu con me. Il Natale ci ricorda questo tu con me per sempre.
    E il volersi stringere non soltanto in una carne simile alla tua, ma addirittura in una comunione così profonda con te che tu ne diventi portatore ovunque tu vada. Sei un Cristoforo, portatore di Cristo. Ma pensateci, l'abbiamo fatto anche stasera, portiamo un bambino in una mangiatoia, in un presepio.
    Abbiamo bisogno di ritrovare e riscoprire come lui è veramente colui che nasce a Betlemme nella “casa del pane” e ci invita a mangiare di questo pane. Ci invita a trovare in lui l'energia di vita, cioè la luce che brilla in lui sia anche in te. Allora, a questo stupore, a questa novità assoluta, a questa cosa incalcolabile, imprevedibile, ci vuole abituare in questo mondo.
    E dice attraverso gli angeli, non temete, vi annuncio una gioia grande che sarà di tutto il popolo. Di tutto il popolo, ma di tutti i tempi.
    Oggi per voi. Ci tengo a sottolineare questo perché a noi sembra sempre che il biglietto della lotteria lo vincano gli altri. Avete presente? Io non gioco alla lotteria perché penso di averla già vinta, poi sono tranquillo, ma penso che abbiamo sempre un po' la sindrome del fatto che altri vincono, noi rimaniamo sempre... Invece qui dice oggi, in questo contesto che sembra assurdo, la città di Davide in quel momento valeva zero virgola, cioè era una situazione di oppressione, cioè i romani avevano invaso tutto, non c'era più il fasto del regno.
    Bene, in quel contesto dice è nato per voi un salvatore, e ne abbiamo bisogno. E il segno è una cosa che non sembrerebbe avere nulla a che fare però con un regno che vince, perché è un bambino in una mangiatoia. Che vorrebbe dire? A noi cosa può significare questo? Che se tu vuoi ripartire sempre dalla grandezza per avere risultati, troverai che qualcuno ha sempre qualcosa più di te.
    Parti insieme a Cristo dalla piccolezza, cioè mettiti come lui nella prospettiva di chi vuole mettere se stesso in gioco sapendo di essere piccolo, ma sapendo di voler amare dalla propria piccolezza. Non bisogna essere grandi per amare, bisogna semplicemente riconoscere che è bello donare la vita. Il primo segno per mettersi veramente in gioco nell'amore, sapete qual è il primo? Lasciarsi amare.
    Che è una cosa difficile, perché noi diciamo, sin da quando abbiamo due anni, quando diciamo quattro, cinque parole in tutto, diciamo sempre io, io, io, tutto mio, mio, mio. Invece da questo bimbo cosa possiamo imparare? Che ha bisogno e qualcuno si prende cura di lui. E il secondo passo, credo, dopo aver scoperto che abbiamo veramente bisogno, possiamo fare anche la nostra parte di amore, che è il perdono.
    Cioè sentire nel profondo del cuore che tu puoi essere come Dio, proprio perché puoi amare fino a perdonare tutto e tutti dal suo amore. Cioè partendo dall'amore con cui lui ama, per cui tu non hai più nemici, hai fratelli, hai sorelle, non hai più motivo di divisione perché metti in gioco te stesso. E guardate che quel bimbo in fasce che sembra già in un sarcofago è il segno di chi è venuto, non soltanto per farsi pane ed essere con noi sempre, ma anche per dare la vita.
    E credo che chi sta dando la vita sappia bene di che cosa sto parlando. Cioè del non essere riconosciuti tante volte, di non essere rispettati, amati e continuare ad amare. Ma per fare questo ci vuole una grande forza, questa.
    E per questo concludo che dalle tenebre può nascere questa grande luce. Da una condizione di povertà, di piccolezza, di miseria, di non accoglienza. È una famiglia di immigrati.
    Sono arrivati lì, non c'è posto per loro, non c'è casa per loro. Mi sembra che la storia continui, uguale. Si ripetono le storie, si ripetono le non accoglienze, ma ugualmente mette in gioco se stesso.
    Allora, e lo dico sia a chi si sente capacissimo di fare chissà che cosa, sia a chi non si sente capace di fare niente, per tutti questo penso sia possibile. Di mettersi una mano sul cuore e dire come io sono amato e perdonato. In tutto quello che sono, posso imparare da lui e fare così anch'io.
    Perché ancora oggi il Signore sia il salvatore di tutti gli uomini e nessuno sia escluso dalla sua vita. Con questo stesso vigore, chiediamo di essere da Lui nutriti, illuminati e di camminare sempre in quella stessa luce.
    13 min
  • Martedì 23-12-25 La novità di Dio rompe sempre qualche schema. E per fortuna.
    La vicenda dovrebbe diventare per noi un motivo di riflessione un po' più profonda sull'identità di ogni persona, l'identità, perché qui si tratta di dare il nome a una persona, il nome, quello con cui tutti ti chiamano indica la tua persona, la tua identità. Tu ti chiami così. Allora, si chiamerà Zaccaria? No, si chiamerà Giovanni.
    È bella anche l'etimologia delle parole. Sapete, zacar in ebraico vuol dire ricordare. E qui c'è una fissazione, che c'è da molte parti ancora, la fissazione della tradizione: si è sempre fatto così, e tu sei bloccato in quello schema che può essere familiare, tradizionale, o semplicemente la fissazione di qualcuno, però si fa così, qui si fa così.
    E invece il Signore fa cose nuove. Giovanni, che significa Dio fa grazia, Dio fa misericordia, Dio ha un amore che fa nuove tutte le cose. Allora, questo dovrebbe interessarci personalmente, direttamente, perché ciascuno di noi porta un nome, una vocazione, ma innanzitutto deve avere a che fare con Dio, con la sua identità, perché se non sai qual è la tua identità, non saprai neanche qual è la tua missione, ti sentirai sempre un po' costretto dalle situazioni, non libero di esprimere chi tu sei.
    Allora, che non ci sia nessuno della tua parentela che si chiami così, ben venga, perché tu non sei semplicemente il ricordo di quello che altri hanno stabilito e che si debba fare. Tu sei una grazia di Dio attuale, viva oggi, una occasione per cui Dio può far grazia e nuove tutte le cose oggi. Sapete, questa è la strada della fede, l'atto di fede non è altro che credere che oggi il Signore ti fa grazia e non sei sbagliato.
    Qualunque cosa ti sia successo, non sei sbagliato, il Signore fa nuove tutte le cose. Partire con questa forza e questa chiarezza nel cuore sbaraglia anche le fissazioni umane. Se non ripartiamo da questo, non riusciremo mai ad accogliere né Dio e il suo venire continuamente nella nostra vita e nella nostra storia, né noi stessi, chi siamo. Perché alla fine ti sembra di essere sempre sbagliato agli occhi degli altri e quindi inizi a credere e a rimanere bloccato nel tuo essere.
    Perché se credi agli altri che non ne sanno, non credi a Dio che invece è pronto a dirti chi sei. E si vede che Giovanni veramente sarà un uomo che ascolta e sarà anche, ma questo lo sappiamo, pronto a lasciarsi modificare dalla presenza di Dio, tanto da rimanere stupito rispetto a quello che lui si aspettava, rispetto a quello che Gesù è (un diverso Messia), ma è stato pronto ad accoglierlo. Spero che anche tutti noi avremo la stessa prontezza di accogliere il Signore che viene e la nostra vocazione.
    6 min
  • Lunedì 22-12-25 Ci sono eventi che sembrano solo faticosi. Eppure possono diventare lode, se lasciamo che lo sguardo cambi.
    Abbiamo un vantaggio oggi, che la liturgia già dice tutto, dice tutto. E cos'altro potremmo sperare se non di vedere come la vita è un orientarsi verso questa esultanza dello Spirito, fino al suo compimento. Perché saper fare della vita una lode, un'esultanza, come vedete forse la prima lettura di oggi ci dà veramente i connotati della nostra situazione attuale.
    Cioè la gratitudine per cui oggi veniamo ad accompagnare Carla, un po' come Anna ha accompagnato Samuele nel Tempio del Signore, dicendo è consacrato per il Signore, è per lui. Anche Carla, per quanto sia stata tanti anni qui, però sempre di passaggio, cioè è sempre per il Signore come la vita di ogni persona sulla faccia della terra. Siamo fatti per il Signore, che vuol dire per la vita eterna, che vuol dire per un amore che noi non riusciamo a vedere che si concluda, ha solo bisogno di perfezionarsi, di entrare nella pienezza ma non di concludersi.
    La storia di una persona non si conclude, entra nell'eterno. Allora, quando Anna aveva pregato a lungo perché desiderava un figlio e il profeta Eli le aveva detto: vai il Signore ti esaudisca, che sembrava quasi detto con sufficienza, non so se avete presente il testo, interessante. Prima pensa che sia ubriaca perché vede che si muovono le labbra ma non sente la voce ma lei stava pregando in mezzo alle lacrime, cioè nella preghiera non riusciva neanche a esprimere la voce per dire: nella vita sono umiliata ma io desidero un figlio per te Signore, così poi accadrà. Ma proprio perché ha capito che non era per sé ma era per Lui, poi lo riconduce al Tempio e credo che il nostro amore per le persone, chiunque se siano, sia un portarle al Signore sia durante la vita sia al suo compimento per dire ce l'hai data. Bene, grazie, cerchiamo di far tesoro del dono che è stato per tanto tempo ma è per te, cioè è per l'eterno e per compiere una missione di cui noi non vediamo tutti connotati ma tu si, è per te.
    E credo che questo ci aiuti a tramutare qualunque evento anche il più faticoso in una lode, in un ringraziamento e, anche se potrebbe sembrare una contraddizione, in un motivo di esultanza. Oggi nella parte più profonda del nostro cuore non possiamo non sentire esultanza perché c'è un compimento in una vita terrena ma perché possa essere nella vita eterna, nell'amore eterno. Allora questi ribaltamenti che sono tutt'altro che umorali ma sono ribaltamenti propri della fede, cioè di come la fede riesce a trasformare le cose, li potremmo chiedere anche per ciascuno di noi.
    Cioè di sentire che la nostra vita ha bisogno di trovare questo orientamento, questo motivo di esultanza che la percorre, la guida e la conduce a pienezza. Per cui anche noi potremmo sentire come il Signore viene continuamente in nostro soccorso, viene a compiere quello che aveva promesso, come termina il Magnificat, l'aveva detto i nostri padri: per Abramo che era l'uomo di fede, l'uomo che si è fidato di Dio anche contro l'evidenza ma si è fidato di Dio sempre, per Abramo è la sua discendenza per sempre; Tutti quelli che come Abramo si
    6 min
  • Domenica 21-12-25 4Avv Accogliere qualcuno nella propria vita significa accettare di non possederlo. È vero per Dio e per ogni relazione.
    Questi ultimi giorni dell'Avvento ci propongono un'immagine che non è proprio consueta quella degli angeli ma vorrei tradurlo anche per la nostra esperienza. Angelo vuol dire annuncio, annunciatore e abbiamo due scenari oggi dove si parla di annunci. C'è il profeta Isaia che va a parlare al re d'Israele a portargli una parola da parte di Dio, chiedi un segno. E dall'altra parte c'è Giuseppe che ha ricevuto un certo tipo di annuncio, Maria è incinta e dentro di sé quest'annuncio ha creato del turbamento, io non so stato, ma mi piace pensare che da una parte Acaz sta facendo i conti con le sue idee, i suoi progetti, cioè avete presente quando abbiamo un'idea, un progetto, arriva qualcuno e ci cambia la condizione, la situazione per cui ci scombina e lì che fai? Sei rigido secondo i tuoi progetti di prima e quindi triti tutto e tutti perché si deve fare come dici tu, oppure? Acaz lo fa anche nel rapporto con Dio, chiedi un segno del Signore, non voglio tentare il Signore, traduco, si mette in mezzo al Signore, mi cambia un'altra volta le cose, ho già pensato di fare così, se poi il Signore mi dice una cosa che io non voglio? questo è un pensierino che ogni tanto viene, al che anche la preghiera inizia a vacillare perché la preghiera non è altro che quella relazione, quel dialogo che stabiliamo con Dio e se pensi che il Signore possa avere una volontà diversa dalla tua, anche la preghiera vacilla. Mi piace pensare che l'impazienza di Isaia sia soltanto un po' una scossa, avete sentito il testo è un po' garbato, non vi basta di stancare la pazienza degli uomini, adesso volete stancare anche quella di Dio? E il Signore, il suo segno lo darà. Dall'altra penso a Giuseppe, viene definito uomo giusto, non si parla di molti uomini giusti; uomo giusto perché considera l'amore che ha per Maria e l'amore che ha per la legge, per Dio, la legge dice davanti a questi situazioni bisogna denunciare e dentro di lui c'è un turbamento. D'altra parte come fai a non rimanere turbato quando la persona a cui hai deciso di donare tutta la tua vita ti appare in una luce diversa, la vedi con degli occhi con cui non eri abituato e questo turbamento non dura un istante, è un turbamento che forse dura qualche giorno e sta considerando nel suo cuore cosa fare, come fare. Se siamo attenti la preghiera che può accompagnare tanti istanti o momenti più prolungati della nostra vita è una preghiera con cui cerchiamo di attingere a quello che il Signore dice, al Vangelo, alla buona notizia, all'annuncio, è il nostro interlocutore, Dio ci parla e ci parla perché il nostro cuore possa trovare la strada da seguire, la luce alla quale muovere i passi.  In questa prospettiva Giuseppe meditava, pregava finché ci dice il Vangelo che un angelo lo invita a non temere di accogliere e questo mi fa subito grattare un attimo la pelata, non temere di accogliere, sembra quasi una contraddizione perché accogliere, tu accogli sempre un altro che è un mistero immenso, chiunque sia, chi accogli nella tua vita sappi che non è prodotto tuo, non lo gestisci tu, non è un oggetto, accogliere nella vita è aprirsi a Dio, quindi non temere di accogliere, sì, è possibile soltanto se tu ti ripensi continuamente accolto da Dio, in quanto sei accolto da Lui puoi accogliere qualunque cosa, ma se stacchi questa parte, se perdi la tua relazione nella quale sei accolto come farai? Come troverai luce ed energia per accogliere? Allora in questa dichiarazione, anche Giuseppe inizia un lavoro interiore diverso, non mi sembra che ci siano tante parole di Giuseppe, ma ci sono dei fatti chiari, fatti, scelte, sì perché nel momento in cui inizi a sentire che c'è una scelta da parte di Dio, il bambino che nasce da lei viene da Spirito Santo, accogli il mistero dello Spirito che generosamente si fa presente nella storia degli uomini e di Dio, che diventa storia di salvezza.
    Allora davanti a questo c'è la scelta di Giuseppe, la scelta di accogliere Dio che si fa presente, quel Dio che lui conosce nella parola, nell'insegnamento, in ciò che gli è stato trasmesso, inizia ad essere la concretezza della sua vita e io questo spero e auguro a ciascuno di farlo come esperienza: di non lasciare semplicemente nel mondo delle idee o delle leggi o delle regole la vita cristiana, ma che sia veramente la luce che ti coniuga la realtà nella quale tu sei immerso e facendo scelte dalla fede riconosci la presenza di Dio. In questo veramente Giuseppe si dimostra uomo giusto. È sempre un mistero l'accoglienza, dicevo prima, accogliere la fecondità di Dio nella nostra vita e aprirsi alla novità continua.
    Lo penso anche da prete ma lo penso per ogni famiglia perché la fertilità a un certo punto finisce ma io spero che non finisca mai la fecondità. La forza dell'essere, generosamente attivi fino all'ultimo dei nostri giorni, fino a quella tarda età che ti porta a scegliere anche dove sembra che ci siano delle contraddizioni, scegliere di dare la vita perché nella vita dell'altro tu riconosci la vita di Dio. Credo che questo sia il vero modo con cui ciascuno di noi possa entrare adesso in questo mistero del Natale, ma ogni giorno nel mistero di Dio che fedelmente si rende presente e generoso nella tua storia.
    In questa apertura scopriamo come la sua fedeltà è pronta a stupirti ancora ma anche a darti nuovi sorrisi, nuove luci da poter accendere nella storia del mondo.
    11 min
  • Venerdì 19-12-25 Tra il dono e la scelta c’è lo spazio della responsabilità personale. È lì che si gioca la fede.
    Entriamo nei racconti che precedono il mistero dell'incarnazione. Oggi lo scenario ci fa vedere due donne sterili. Ci fa vedere sostanzialmente qual è l'esito dell'umanità davanti a questo mistero: una vita aperta alla vita, ma la vita non viene. Questo ci darebbe possibilità di approfondire in tante direzioni, ma vorrei soprattutto dire il desiderio profondo che non si sa dare da sé ciò di cui ha bisogno. Non sei capace di renderti fecondo.
    E questo riguarda la nostra umanità in tantissimi aspetti, guardate. Tra parentesi mi verrebbe da dire a qualcuno anche nella generazione della carne, ma questo riguarda un mistero ben più profondo. In questo scenario mi piace pensare a Zaccaria che aveva pregato, che è lì per la preghiera e tutto il popolo sta pregando, dice ci sarà una fede lì, macché! che vorrebbe dire anche a ciascuno di noi: vai a messa la domenica e preghi tutti i giorni, vai anche alla messa feriale, fai delle intercessioni, poi ti capita una cosa, e lì rimani muto.
    Cioè la mancanza di fede non ti fa dire più niente, ma la mancanza di fede, uno potrebbe dire, ma Signore la fede è dono tuo, se non ce l'ho sarà anche questa colpa tua, tra le tante che c'hai, c'avrai anche questa. Dice no no aspetta, io te l'ho data, dove l'hai messa tu? Il dono che Dio ci ha fatto, Lui lo sa benissimo, ci tengo a dirvelo, perché a volte ci troviamo nella vita pensando che mi stanno succedendo delle cose, ma questi sono i miei mezzi, Signore intervieni! e se non intervieni, allora… In questo scenario però ci sono due donne di fede, e due donne che si mettono a ringraziare Dio, perché capiscono che quello che sta succedendo nella loro vita non è frutto né di capacità né di merito né di intelligenza, di niente, è puro dono ricevuto, e allora ringraziano. Su questo mi vorrei fermare, perché la fede ha dei poteri che noi non immaginiamo neanche, finché trovandoci nella situazione rispondiamo con fede.
    Se questo è il preludio, questa è la preparazione che è accaduta, e che mi verrebbe da dire in un certo senso non smette di continuare ad accadere. Perché dei segni di fede ci sono, dei doni dello spirito ci sono, adesso bisogna che queste cose proviamo a combinarle, che si chiama scelta di fede. Spero di essere stato chiaro. Tra il dono e la scelta c'è uno spazio in mezzo, in cui ciascuno di noi deve rispondere.
    Allora, se volete, questo è il momento, visto che lo stiamo vivendo anche nell'Eucaristia, è il momento per lasciare che Dio attraverso la fede che ci ha donato, concepisca nella nostra vita, se glielo permettiamo, perché anche a noi continuamente rivolge delle parole, perché possano portare il Cristo nel mondo, nella nostra storia, nella nostra fragilità e impotenza, perché agisce particolarmente lì dove non c'è una capacità umana, ma c'è una disponibilità nella fede umana. Ed è questo che rende fecondo il nostro quotidiano. Oggi, ve lo dico con una parola del Salmo 94, oggi se ascoltate la voce del Signore non indurite il vostro cuore.
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  • Giovedì 18-12-25 Ogni volta che accogliamo qualcuno, diamo spazio a una nascita. Anche oggi Cristo continua a venire al mondo così.
    Così fu generato Gesù Cristo, a differenza di tutte le modalità precedenti in cui c'era stata una generazione, qui è generato dall'accoglienza meravigliosa e straordinaria, nel senso che non ha dei simili quella di Giuseppe. Giuseppe accoglie Maria e Cristo è generato da questa accoglienza, Giuseppe si accorge, sicuramente amava Maria, ma si accorge che Maria ha bisogno di essere accolta, Cristo per nascere ha bisogno di essere accolto, credo che questo ci debba tutti interrogare riguardo a quello che stiamo facendo oggi nella nostra vita di fede: quanto stiamo accogliendo Cristo negli altri? Come stiamo generando questa novità di vita, questa presenza di Cristo attraverso l’accoglienza? Giuseppe si è proprio messo in gioco, ma questo dovrebbe dirci qualcosa riguardo a come si fa famiglia oggi, a come c'è qualcuno che decida di mettere la propria vita in una disponibilità di accoglienza, nella vita consacrata, nel ministero, cioè di essere disponibile ad accogliere gli altri perché Cristo sia generato in loro. Ci conceda il Signore di avere questa meravigliosa intuizione nella fede.
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  • Mercoledì 17-12-25 S. Lazzaro (Luca 16,29-31) Le relazioni non sono una distrazione dalla vita. Sono la vita.
    Come considero le persone? A che titolo guardo gli altri? C'è chi ti vede ma non ti guarda, non gli interessi, ma nel momento del bisogno sa come ti chiami e si muove. Questo accade a chi pensa soltanto a sé. Allora, alleniamo adesso lo sguardo ai fratelli che Dio ci affida.
    Se non sai come fare ci sono le Scritture, la legge, i profeti, che parlano di un Padre che ha tanti figli amati, tra cui ci sei anche tu, ti manda dei fratelli sul cammino perché tu possa vivere non solo di cose, per riempirti la pagina, ma di relazioni che un giorno ti accorgerai saranno la tua salvezza, perché questa è la casa di Dio, la gioia della comunione, in cui nessuno vivrà i rapporti come problemi, ma come gioioso completamento reciproco.
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  • Martedì 16-12-25 3Avv “Che te ne pare?” Gesù non giudica al posto tuo. Ti chiede di guardarti dentro.
    È molto interessante poter accogliere questo testo in questi giorni, in questi momenti, ormai siamo a nove giorni dal Natale, perché Gesù si rivolge a della gente esperta di legge, capi dei sacerdoti e anziani del popolo, e gli fa questa parabola chiedendogli che ve ne pare, cioè, così entro subito nel nostro vivo, a te che te ne pare di questa situazione? Perché, tanto anche se non lo dici esternamente, nel tuo cuore tu normalmente un giudizio lo esprimi. Tanto da preferire alcune persone, alcune situazioni. Allora, a te che te ne pare questo rivolgersi del padre ai due figli, chiedendo di andare a lavorare nella vigna, di prendersi cura di ciò che per lui è importante. E c'è chi dice no, ma poi si pente e ci va, e c'è chi gli dice sì, ma come dice sì a un sacco di cose che non gli entrano neanche nell'anticamera del cervello. Giusto per parlare di noi, e non è che... Diciamo sì sì, in automatico, ma dentro non c'è spazio. E chiede, secondo voi, chi dei due ha fatto la volontà del padre? Noi tante volte ci accontentiamo di dire sì sì, però non ci mettiamo la vita. Ma la vita per che cosa? Per ciò che è prezioso agli occhi di Dio, la sua vigna, l'umanità, tutta l'umanità e la sua vigna, tutte le persone. Mi permetto di dire, non soltanto quelle che ci sono simpatiche, perché lì in teoria diciamo sì sì, però di fatto facciamo poi no. Allora, forse questi due figli ce li abbiamo dentro tutti e due, forse ne abbiamo anche degli altri di figli dentro, che certe volte facciamo anche secondo altri pensieri, ma sicuramente questi due ce li abbiamo, perché a volte diciamo di no, ma poi ci pentiamo e quindi vorremmo andargli incontro. Allora, proviamo a mettere insieme queste cose con la nostra vita, con la nostra quotidianità, con la consapevolezza che il Signore ci sta chiamando in una cosa che per lui è preziosa, per te forse non ancora, ma per lui è preziosa. E ti chiede, che te ne pare? Allora, il risultato è molto interessante: anche quelle parti della nostra vita che noi riteniamo così lontane da Dio, nello specifico i pubblicani e le prostitute, cioè quelle situazioni della vita che noi riteniamo senza legge oppure immorali, forse anche quelle parti della nostra vita che però cercano davvero l'amore di Dio e la misericordia in tanti momenti, cioè si pentono del male pensato, fatto, detto e chiedono perdono, dice quelli vi passano davanti, a voi che tante volte pensate di sapere già la volontà di Dio, quello che è giusto e sbagliato, però poi fate soltanto di testa vostra. Allora, proviamo a riprenderlo come un'opportunità, un'occasione per noi che forse, come diceva il Salmo, siamo poveri, per tornare a dare un grido che il Signore ascolta, è un po' come quel Pietro che affondava e grida Signore salvami mentre sta affondando nell'acqua e il Signore lo prende su, prenda su anche noi in questo cammino.
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About Santi: dalla tribolazione alla vittoria

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La santità non è un premio per pochi, ma la partecipazione alla vita di Dio.
Non è una perfezione morale, ma una storia d’amore: quella di un Dio che abita nel cuore dell’uomo.

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