Se un ribelle spento

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Se un ribelle spento episodes

  • Gino Doné Paro | Se un ribelle spento 2 - Episodio 1

    Il 22 Marzo 2008 muore un uomo nella clinica di San Donà di Piave, alla vigilia di Pasqua. Con lui ci sono le sorelle e i nipoti, e nessun altro. Aveva quasi 84 anni e si è spento per un malore improvviso, una malattia che chiude una vita, come succede a tanti.

    Anche il funerale sembra un funerale come tanti, il funerale di un uomo anziano che ha tanti conoscenti, tanti parenti, ma che è normale che muoia, magari dopo una vita lunga e felice.

    Al funerale ci sono i vessilli dell’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, perché quest’uomo ha combattuto nella resistenza dopo l’armistizio del 1943. Come tanti, fortunatamente, che sono nati nei suoi anni e in quel periodo erano quasi ventenni.

    Ma qualcosa di strano c’è. C’è una bandiera Cubana, che quell’uomo portava sempre con sé.

    Ancora più strano è che ci sono quattro gigantesche corone di rose rosse. Ogni corona ha un nastro bianco con una dedica scritta a mano, in rosso. Le quattro dediche dicono:

    • A Gino, dall’Ambasciata di Cuba
    • A Gino, dai suoi compagni del Granma
    • A Gino, da Raul Castro Ruz
    • A Gino, da Fidel Castro Ruz
    • 12 min
    • Se un ribelle spento 19: Ab Del Salam Amhed Eldanf

      In provincia di Piacenza ci sono tra i poli logistici più importanti di Italia. Tutti i beni che vengono stoccati e consegnati nel nostro paese passano da lì, da quelle piattaforme logistiche. E dai piccoli furgoni dei lavoratori che li consegnano.

      Tra questi corrieri c’è la GLS, che dà in appalto alcune strutture logistiche ad altre aziende, come la Seam. I piccoli lavoratori, che guidano quei furgoni che ci portano a casa la merce che acquistiamo online sono in sciopero, e stanno facendo un picchetto davanti all’azienda.

      C’è un tir nel piazzale dell’azienda. Che ha caricato della merce adesso deve andarsene a distribuirla. Ma c’è il picchetto, e non riesce a passare. Sono le 23:45 del 14 Settembre 2016. Un impiegato dell’azienda lo incita a forzare il picchetto, gli urla: «Parti! Vai!».

      Il camion parte, va. Parte all’improvviso, percorre pochi metri, abbozza una virata a destra, frena subito. Una manciata di istanti e si vede una dozzina di persone precipitarsi alla testa del temibile autotreno. Poi in molti tornano indietro, qualcuno si mette le mani nei capelli. Probabilmente urlano, vanno avanti e indietro. Sono disperati. Sull’asfalto è rimasto un operaio egiziano di 53 anni, che si chiama Abd El Salam Amed El Danf.

      10 min
    • Se un ribelle spento 18: Fred Hampton & Mark Clark

      Siamo a Chicago, ed è il 4 Dicembre 1969. Siamo vicini al Lago Michigan, in una zona verde con parecchi parchi che si chiama Monroe Street.

      È molto tardi, sono le 4 di notte, quando 14 uomini pesantemente armati si avvicinano ad un appartamento. Otto si fermano davanti all’ingresso principale, sei vanno verso il retro. E aspettano.

      Alle 4:45 scatta l’irruzione: un uomo di colore che sta facendo la guardia viene freddato da alcuni proiettili al petto, che lo uccidono immediatamente. Dal fucile che ha in mano parte un solo colpo, dovuto ad uno spasmo involontario mentre muore.

      Il commando continua a sparare verso un appartamento, lo bersaglia con un centinaio di proiettili e poi entra. Nell’appartamento ci sono quattro uomini e una donna incinta di 9 mesi tutti afroamericani.

      Un uomo in particolare nonostante sia ferito da alcuni proiettili alle spalle sembra intontito, non reagisce, è come se si fosse drogato pesantemente. Il commando armato lo trascina giù dal materasso, lo porta alla soglia della camera e gli spara due colpi a bruciapelo in testa.

      Poi dà fuoco all’appartamento, costringendo i tre uomini rimasti ad arrendersi prima di morire bruciati vivi.

      Solo che i tre uomini vengono arrestati e non uccisi, perché il commando armato non è la mafia o qualche organizzazione criminale. Il commando che assalta quell’appartamento è composto da agenti di polizia di Chicago, a inviarli è stato il procuratore Procuratore della Contea di Cook Edward Hanrahan, e quell’appartamento è abitato da alcuni membri di un’organizzazione rivoluzionaria statunitense afroamericana che si chiama Black Panther, Pantere Nere.

      L’uomo morto che era di guardia all’ingresso si chiama Mark Clark, ed è un membro delle Pantere Nere.

      L’uomo che sembra drogato non è un drogato, è stato drogato. È l’obiettivo del raid della Polizia di Chicago, e a sedarlo è stato un infiltrato dell’FBI nell’organizzazione che si chiama William O’Neal, che alla cena della sera prima gli ha fatto assumere a sua insaputa una dose di barbiturici. L’uomo giustiziato dalla polizia di Chicago è giovane, la settimana prima aveva assunto il ruolo di portavoce nazionale e capo dello Staff del Comitato Centrale delle Pantere Nere. Si chiama Fred Hampton.

      14 min
    • Se un ribelle spento 17: Salvador Allende

      C’è una foto che in tanti ricordano, diventata famosa e che nessuno una volta vista dimentica mai. In questa foto in bianco e nero un AK-47, un fucile mitragliatore di fabbricazione russa ideato da Kalashnikov, da cui spesso prende il nome, occupa tutta la diagonale della fotografia, dall’angolo in basso a sinistra a quello in alto a destra.

      Lo impugnano due braccia coperte a metà dalle maniche di una camicia scura arrotolate sui gomiti.

      Il volto del soggetto di questa foto è concentrato, sta mirando a qualcosa ed è pronto a sparare. Ma non ha il volto di un criminale, non sembra un assassino e nemmeno un soldato. Porta gli occhiali, e ha dei capelli corti che cominciano ad ingrigire, acconciati come andava in quegli anni, i primi anni Settanta, soprattutto in Sud America.

      Siamo in Cile, nella capitale Santiago, ed è l’11 Settembre 1973. Prima dell’11 Settembre 2001 è una data storica in America. Perché in Cile stanno facendo un colpo di Stato per deporre il presidente in carica e il suo governo socialista. A comandare il colpo di Stato è un generale, si chiama Augusto PInochet, e negli ultimi mesi ha portato il Cile sull’orlo di una guerra civile. Scioperi, un altissimo tasso di inflazione ma soprattutto la mancanza di materie prime dovute al boicottaggio degli Stati Uniti d’America hanno aumentato le fila degli oppositori di Allende. Boicottaggio che peraltro serviva proprio a far deporre Allende e a instaurare una dittatura.

      Pinochet marcia su Santiago, bombarda La Moneda, il palazzo del governo, e arresta o uccide tutti gli oppositori del Golpe che cercano di fermarli. 11 Settembre 1973.

      Mentre il generale Pinochet avanza verso il palazzo, il presidente del Cile, Salvador Allende, fa un discorso alla radio. Dice:

      «È possibile che ci annientino, ma il domani apparterrà al popolo, apparterrà ai lavoratori. L’umanità avanza verso la conquista di una vita migliore. […] Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.»

      Finito il discorso il presidente si rinchiude all’interno degli uffici della Moneda insieme alla sua guardia personale, la sua segretaria che si chiama Miria Contreras e un uomo che sarebbe poi diventato un futuro scrittore, Luis Sepulveda.

      Nonostante cerchino di organizzare la sua fuga, il presidente non vuole scappare.

      Non ha mai usato un’arma, ma ne ha una in ufficio, un fucile mitragliatore AK-47, che molti chiamano Kalashnikov per il nome del suo inventore. Gliel’ha regalato un suo amico, che si chiama Fidel Castro.

      Lo imbraccia, va a una finestra, e mira. Perché il soggetto di quella foto che abbiamo visto prima è proprio lui: Salvador Allende, presidente del Cile.

      15 min
    • Se un ribelle spento 16: Ernesto Guevara

      Siamo a Vallegrande, in Bolivia, ed è il 9 Ottobre 1967. È un obitorio e ci sono molte persone, sono giornalisti, convocati per vedere il cadavere di un uomo e testimoniarne la morte. La foto che viene presa in quel momento è quella di un uomo con capelli e barba lunghi, con gli occhi aperti e lo sguardo verso l’infinito, con inquadratura a mezzo busto leggermente dal basso e parallela al torace nudo. Una fotografia che assomiglia molto a un quadro del pittore Andrea Mantegna, che si chiama Il Cristo Morto.

      L’uomo era stato catturato dall’esercito boliviano il giorno prima assieme ad altri guerriglieri in un canalone, che qui viene chiamato quebrada. Quebrada del Yuro, a pochi chilometri dal villaggio di La Higuera. Si era arreso dopo essere stato ferito alle gambe, ma era già più di un mese, da fine Agosto, che lui e i suoi erano rimasti soli, con poche informazioni e senza viveri, dopo che l’esercito boliviano aveva annientato il resto dei suoi uomini a Puerto Mauricio, sul Rio Grande.

      A guidare le operazioni contro questo piccolo gruppo di ribelli, di guerriglieri, c’è Felix Rodriguez, un agente della CIA che qui conoscono come Felix Ramos.

      Ma cosa ci fa un agente della CIA in Bolivia? Chi è quest’uomo che sembra il Cristo Morto del Mantegna?

      Sicuramente non un uomo qualunque. Sono sorte leggende di ogni tipo su quest’uomo, un uomo che è diventato molto spesso il simbolo della Rivoluzione, quella con la “R” maiuscola, talmente simbolo da perdere anche in parte la sua carica di ribellione, diluita nella propaganda pop che ne è stata fatta da allora ad oggi.

      Perché quell’uomo catturato in Bolivia è nato in Argentina, ma è famoso in tutto il mondo per aver condotto al successo la rivoluzione cubana insieme a Fidel Castro: quell’uomo si chiama Ernesto Guevara, noto anche con il soprannome che gli era stato dato per l’intercalare che usava molto spesso quando parlava appassionato: El Che.

      15 min
    • Se un ribelle spento 15: Emiliano Zapata

      Jesus Guajardo è un soldato messicano agli ordini di Pablo Gonzales, il generale che sta combattendo nel sud del Messico contro i ribelli al presidente in carica, Carranza.

      Ha ricevuto l’ordine di iniziare le operazioni contro i ribelli nelle montagne attorno a Huautla, ma non le inizia. Resta fermo con la sua guarnigione in una Cantina, perché Guajardo sta pensando di cambiare bandiera, e di unirsi ai ribelli che qui si chiamano Zapatisti, perché a guidarli è un rivoluzionario famoso come Pancho Villa, che si chiama Emiliano Zapata.

      Il generale Pablo Gonzales però scopre che Guajardo non ha eseguito i suoi ordini, e lo arresta. Il 21 Marzo 1919, la lettera di Zapata che chiede a Guajardo di cambiare definitivamente bandiera viene intercettata da Gonzales, che decide di utilizzarla per realizzare un piano che portasse alla cattura e all’uccisione di Zapata.

      Obbliga Guajardo a scrivere una lettera a Zapata in cui lo avvisa di portare alla causa Convenzionista tutti i suoi uomini. Dopo una finta battaglia alla guarnigione di Jonacatepec, Guajardo chiede un incontro a Zapata alla Hacienda de San Juan, a Chinameca.

      È il 10 aprile 1919. Quando Zapata arriva alla hacienda, gli uomini di Guajardo lo crivellano di proiettili, portano il suo corpo a Cuautla, dove viene fotografato, esposto per 24 ore e poi sepolto. Pablo González voleva che il corpo fosse fotografato, in modo che non ci fossero dubbi sul fatto che Zapata fosse morto, per cercare di dimostrare alle élite messicane e agli interessi statunitensi che il presidente in carica Carranza fosse “l’unica alternativa praticabile sia all’anarchia che al radicalismo”.

      12 min
    • Se un ribelle spento 14: Pancho Villa

      José Doroteo Arango Arámbula è un proprietario terriero messicano, anche se non c’è nulla di più distante dal tipico latifondista messicano dei primi anni del Ventesimo Secolo. La fattoria gli è stata assegnata dallo stato messicano, perché José Doroteo è stato generale, anche se di un esercito non proprio regolare.

      Il 10 di luglio del 1923 va a Parral, città del Chihuahua nel nord del Messico, accompagnato da due uomini di scorta. Va a fare il padrino di battesimo del figlio di un suo uomo. Decide di trattenersi anche qualche giorno in più, perché a Parral c’è Manuela Casas, una donna con cui José intrattiene una relazione.

      Il 20 Luglio 1923 riparte in auto verso Canutillo, dove c’è la sua fattoria. Ma non ci arriverà mai. Mentre l’auto esce da Parral, si sente un grido: “Viva Villa”. È il segnale convenuto, parte una raffica di colpi dalle finestre del paese verso l’auto.

      Muore il suo segretario personale, e muoiono anche altri due passeggeri. Muore anche José Doroteo Arango Arámbula, che però il mondo conosce con un altro nome: Francesco Villa, detto Pancho.

      13 min
    • Se un ribelle spento 13: Emmanuel Chidi Nnamdi

      Il pomeriggio del 5 Luglio 2016 è caldo e afoso a Fermo. Anche se la brezza che sale dal mare, dal vicino Porto San Giorgio, riesce a mitigarlo un po’. E il mare si vede da Viale XX Settembre, il viale che costeggia il centro storico della città, da un belvedere attrezzato con tre panchine.

      Sul viale sta passando una coppia di profughi nigeriani fuggiti dalle violenze di Boko haram, ospiti del vicino seminario in attesa del riconoscimento dell’asilo politico. Stanno andando in centro a fare delle compere, la donna si ferma ad una fontanella d’acqua a bere.

      Dalle panchine del belvedere cominciano a piovere insulti verso la coppia. L’uomo nigeriano non capisce quasi nemmeno una parola di italiano, ma la sua compagna, Chiniery, ne conosce abbastanza da capire il senso delle parole che gli vengono urlate. Ne capisce soprattutto due, che vengono ripetute più volte: “Scimmia Africana”. Le traduce per il suo compagno, che va verso la panchina dove è seduto l’insultatore.

      Quello che succede a quel punto non si sa con certezza. Quello che è sicuro è che Emmanuel Chidi Nnamdi, rifugiato nigeriano di 36 anni, resta sull’asfalto privo di sensi, la sera entra in coma irreversibile e il giorno dopo muore.

      I protagonisti di questa vicenda sono tutti noti. Emmanuel Chidi Nnamdi, ragazzo nigeriano, la vittima. Amedeo Mancini, ultras della Fermana, che ha insultato Chiniery e poi ha aggredito Emmanuel.

      Ma c’è anche un palo della segnaletica stradale, che diventa all’improvviso protagonista. Non della ferita mortale al cranio di Emmanuel, ma protagonista della lotta mediatica che si sviluppa immediatamente su questa vicenda.

      Perché dal momento in cui Emmanuel cammina aggressivo verso Amedeo al momento in cui Emmanuel è a terra privo di sensi sembrano esserci due realtà… Ma solo una è vera.

      13 min
    • Se un ribelle spento 12: Miran Hrovatin e Ilaria Alpi

      Il 20 Marzo 1994 a Mogadiscio Nord, in Somalia, c’è un pick-up bianco con delle strisce arancio scuro sulle fiancate, quasi rosse. Corrono orizzontali anche lungo tutto il cassone, aperto, fino alla scritta sul retro: Toyota.

      Quel giorno di Marzo, intorno alle 15 ora locale (in Italia siamo due ore indietro) ci sono tantissime persone che si muovono frenetiche attorno al pickup.

      Estraggono due corpi: un uomo dal sedile davanti, del passeggero. Una donna dal sedile posteriore. Li caricano su un altro pickup di proprietà di un imprenditore italiano che si chiama Giancarlo Marocchino e li portano al porto Vecchio, sempre a Mogadiscio Nord, dove vengono scortati sulla nave Garibaldi della Marina Militare Italiana intorno alle 16:00, perché i due corpi sono di due persone italiane. L’ufficiale medico redige anche il certificato di morte della donna.

      Un paio di ore più tardi arrivano anche gli effetti personali dei morti, prelevati dalla camera 203 e 204 dell’Hotel Sahafi a Mogadiscio Sud. Li hanno raccolti due giornalisti, Gabriella Simoni di Studio Aperto e Giovanni Porzio di Panorama, e vengono anche filmati da un operatore della televisione svizzera che si chiama Vittorio Lenzi mentre lo fanno. Hanno messo nelle borse e nelle valigie anche una ventina di VHS e cinque taccuini pieni di appunti. Perché i due morti sono italiani, ma non solo: l’uomo si chiama Miran Hrovatin, ha 59 anni, vive a Trieste ed è un cameraman freelance. La donna ha 33 anni, si chiama Ilaria Alpi, è di Roma, ed è un’inviata del TG3.

      Noi ci salutiamo e ci risentiamo alle 8:00 di Lunedì prossimo.

      Se un ribelle spento passa il testimone, siamo pronti a prenderlo?
      14 min
    • Se un ribelle spento 11: Giulio Regeni

      Il 3 Febbraio 2016 viene ritrovato un corpo nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani al Cairo, in un fosso lungo l’autostrada che collega la capitale egiziana ad Alessandria, sotto il cavalcavia Hazem Hassan. 

      Il corpo è nudo e presenta evidenti segni di tortura: contusioni e abrasioni in tutto il corpo come quelli che si sviluppano dopo un lungo pestaggio. Lividi estesi compatibili con lesioni da calci e pugni. Anche da un bastone.

      Nonostante il corpo sia in queste condizioni e non vengano trovati documenti di alcun tipo, le autorità egiziane non hanno alcun dubbio: il corpo è quello di un ragazzo italiano che era stato rapito qualche giorno prima, il 25 Gennaio. Aveva 28 anni e si chiamava Giulio Regeni.

      Il giorno successivo viene confermato che il corpo è quello di Giulio Regeni. Il direttore dell’Amministrazione generale delle indagini di Giza dice che le indagini preliminari parlano di un incidente stradale, nonostante il corpo presenti evidenti segni di tortura che vengono rilevate anche dal procuratore egiziano. 

      Il 9 Febbraio dal Cairo cominciano i depistaggi: per allontanare un coinvolgimento del governo, dopo l’ipotesi dell’incidente stradale, il regime di Al-Sisi fa pubblicare sui media amici le ipotesi più disparate: si parla di un omicidio maturato nel mondo della droga, quando invece l’autopsia ha stabilito che Giulio non ha mai fatto uso di sostanze stupefacenti. Si parla di una rapina, si allude alle frequentazioni di Giulio. Voci che però vengono immediatamente messe a tacere con i fatti, in Italia.

      L’attivista per i diritti umani Mona Seif scrive che l’agente investigativo in Egitto a cui è stato affidato il caso di Regeni è Khaled Shalabi, condannato dal tribunale penale di Alessandria nel 2003 per aver falsificato un rapporto di polizia e aver torturato a morte un uomo. 

      Il 24 Marzo 2016 il ministero dell’Interno egiziano annuncia che sono stati uccisi cinque sequestratori legati alla morte di Regeni. Nell’abitazione della sorella del capobanda sarebbe stata trovata una borsa con all’interno i documenti di identità e gli effetti personali del ricercatore italiano. Il ministro dell’Interno egiziano pubblica sui social la notizia e le foto dei documenti di Giulio e di altri oggetti ben disposti su un vassoio di argento (tra questi degli occhiali femminili e un pezzo di hashish). Si scoprirà poi che le cinque persone uccise erano innocenti ed erano state utilizzate per realizzare un depistaggio raffazzonato e molto poco credibile.

      Visto che l’Egitto non risponde alle richieste di invio di documentazioni, non collabora con gli investigatori italiani inviati al Cairo per le indagini e realizza depistaggi invece di aiutare la ricerca della verità, l’8 Aprile 2016 l’Italia ritira l’Ambasciatore dall’Egitto.

      L’episodio di oggi di Se un ribelle spento è un modo semplice per chiedere ancora, a gran voce, Verità per Giulio Regeni.

      14 min

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