Se un ribelle spento

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  • Se un ribelle spento 10: Antonio Russo

    Siamo a 25 km da Tbilisi, in Georgia. Non ci sono luci, è notte; la notte tra il 15 e il 16 Ottobre 2000. È una stradina come tante, una strada che parte da Tbilisi e va verso il confine con l’Armenia. Una strada come tante, ma c’è una differenza. Su quella stradina di campagna c’è il corpo di un uomo.

    Non è un cittadino georgiano, ma è un italiano. Probabilmente un turista. La polizia georgiana pensa a un brutto episodio di criminalità, crede di averne la conferma quando raggiunge la casa della vittima, a Tbilisi.

    Quando comunicano la notizia all’Italia però qualche dubbio comincia a nascere. Il corpo ritrovato nella campagna di Tbilisi non è un turista. È un reporter freelance che lavora molto spesso per Radio Radicale. Sui suoi documenti non c’è scritto “Giornalista” perché non ha mai voluto iscriversi all’ordine.

    Ha 40 anni, e si chiama Antonio Russo

    Nel suo ultimo intervento pubblico Antonio Russo aveva parlato della possibilità che in Cecenia si utilizzassero proiettili all’uranio impoverito, causando oltre alle morti dirette degli spari anche danni all’ambiente.

    In una telefonata alla madre parlava di una videocassetta che mostrava torture e violenze dei reparti militari russi ai danni della popolazione cecena.

    Antonio Russo non era esattamente un tipo da scrivania. Aveva raccontato direttamente dai territori di cui stava parlando, aveva sempre scelto di mescolarsi: in Ruanda e Burundi durante i massacri hutu e tutsi; in Algeria, quando uomini, donne e bambine venivano sgozzati; a Sarajevo, quando i cecchini freddavano i civili al mercato.

    Radio Radicale l’aveva inviato anche in Kosovo, dove – unico giornalista occidentale presente nella regione durante i bombardamenti NATO – rimase fino al 31 marzo 1999 per documentare la pulizia etnica contro gli albanesi cossovari. Nel corso di quelle settimane collaborò anche con altri media e agenzie internazionali. In quell’occasione fu protagonista di una rocambolesca fuga dai rastrellamenti serbi, unendosi a un convoglio di rifugiati kosovari diretto in treno verso la Macedonia.

    Il convoglio si fermò durante il percorso e Antonio Russo raggiunse Skopje a piedi: di lui non si ebbero notizie per due giorni, nei quali lo si diede per disperso.

    Il materiale di quella fuga rocambolesca non venne mai venduto a nessuno, ma consegnato al Tribunale sulla ex-jugoslavia, per documentare la pulizia etnica dei generali di Milosevic.

    Marco Pannella lo aveva definito «Un radicale che fa il giornalista, non un giornalista che fa il radicale».

    Il suo nome compare nella lapide dei martiri ad Arlington, nel museo della stampa di Washington, assieme a quello di altri giornalisti scomparsi in servizio.

    Ci risentiamo alle 8:00 di Lunedì prossimo.

    Se un ribelle spento passa il testimone, siamo pronti a prenderlo?

    13 min
  • Se un ribelle spento 9: Giorgiana Masi

    A Roma all’angolo tra ponte Garibaldi e Piazza Belli c’è una lapide, che è stata posta da alcune femministe.

    Recita:

    “…Se la rivoluzione d’ottobre
    fosse stata di maggio
    se tu vivessi ancora
    se io non fossi impotente di fronte al tuo assassinio
    se la mia penna fosse un’arma vincente
    se la mia paura esplodesse nelle piazze
    coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola
    se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza
    se i fiori che abbiamo regalato
    alla tua coraggiosa vita nella nostra morte
    almeno diventassero ghirlande
    della lotta di noi tutte, donne
    se…
    non sarebbero le parole a cercare di affermare la vita
    ma la vita stessa, senza aggiungere altro”.

    La lapide è stata posta poco lontano da dove, il 12 Maggio 1977, viene colpita da un proiettile la studentessa di 19 anni Giorgiana Masi.

    Il 12 Maggio 1977 in Piazza Navona a Roma si tiene un sit-in organizzato dal Partito Radicale e dalla Sinistra Extra-Parlamentare per la raccolta di firme per organizzare alcuni referendum e per celebrare il terzo anniversario del referendum sul divorzio.

    Ci sono tantissime manifestazioni in quegli anni, ma questa è particolare.

    È particolare perché a Roma non si fanno manifestazioni dal 21 Aprile 1977, quando una sparatoria scoppiata tra Autonomia Operaia e polizia si è conclusa con la morte dell’agente Settimio Passamonti. Anche il 25 Aprile non è stato celebrato. L’unica eccezione è stata fatta per il Primo Maggio.

    Il Partito Radicale vuole fare una festa per celebrare il terzo anniversario per il referendum sul divorzio, il suo più grande risultato politico fino a quel momento, ma vuole anche combattere contro il decreto che impedisce le manifestazioni, creato da Francesco Cossiga, Ministro dell’Interno, dopo gli scontri del 21 Aprile.

    Si vogliono anche raccogliere firme, quel giorno, credendo che nemmeno un decreto può impedire la libertà di espressione dei cittadini sulla loro vita politica e sociale. Referendum importanti, come quello sul diritto all’aborto e l’abolizione della Legge Reale.

    Fronte Unico, L’ultimo respiro fa da testamentoSe un ribelle spento passa il testimone, siamo pronti a prenderlo?
    14 min
  • Se un ribelle spento 8: Piero Bruno

    Il 22 Novembre 1975 a Roma c’è una grossa manifestazione che sfila per le strade. L’obiettivo del corteo è quello di chiedere allo Stato Italiano di riconoscere la Repubblica Popolare dell’Angola, che si è appena liberata dal colonialismo portoghese.

    All’altezza di Via Labicana una decina di manifestanti si staccano per compiere un’azione dimostrativa contro l’Ambasciata dello Zaire in Via Labicana, regime che sta aggredendo attivamente l’Angola.

    Arrivati in Largo Mecenate, al gruppo sembra di essere caduti in trappola. Un folto gruppo polizia li sta aspettando e appena li vede urla “Eccoli”. E comincia a sparare ad altezza uomo.

    Il gruppo lancia alcune molotov per coprirsi la fuga e comincia a correre. Nonostante si stiano allontanando, la polizia continua a sparare, come se fosse il tiro al bersaglio.

    Due giovani vengono colpiti di striscio alla testa ma riescono a non fermarsi e fuggono. Uno di loro, Fabio Agostini, curato fuori dalle strutture pubbliche per evitare l’arresto, si suiciderà due anni dopo, nel Settembre del 1977.

    Un terzo ragazzo non è così fortunato. Crolla a terra colpito alla schiena. È un militante di Lotta Continua, frequenta l’ITIS Armellini e ha 18 anni. Si chiama Piero Bruno

    L’omicidio di Piero Bruno è figlio della Legge Reale, e grazie a questa norma resterà impunito.

    Nessuno dei membri delle forze dell’ordine presenti, agli ordini del vicequestore Ignazio Lo Coco, verrà arrestato.

    Erri De LucaC’erano i fascisti, venti anni fa. E la gente chiedeva Zaire, Angola, cosa sono? Poi trovava la risposta non in televisione, ma in casa, perché in ogni famiglia c’era almeno uno di questi ragazzi comunisti e se non c’era, peggio per chi non l’aveva, perché quella era la parte migliore della gioventù di questo paese, dal dopoguerra in avanti. La parte migliore compresa quella che è andata alla malora con il terrorismo e con l’eroina.

    Ci risentiamo alle 8:00 di Lunedì prossimo.

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    14 min
  • Se un ribelle spento 7: Walter Rossi

    Il 30 Settembre 1977 a Roma, un gruppo di venti studenti di sinistra ha organizzato un volantinaggio nel quartiere della Balduina, roccaforte dell’MSI, il Movimento Sociale Italiano.

    Il volantinaggio viene organizzato perché il giorno prima una ragazza di 19 anni, Elena Pacinelli, intorno alle 22.30, a Piazza Igea, era stata colpita da una raffica di spari esplosi da una Mini Mirror su una panchina dove era seduta con alcuni “compagni”.

    I medici che visitarono Elena evidenziarono, oltre la gravità delle ferite, anche un male incurabile in stato avanzato. Dopo mesi di sofferenze la Pacinelli morì. Un suo amico era scampato invece al peggio. La borsa a tracolla gli aveva fatto da scudo protettivo.

    Proprio per questa aggressione fascista gli studenti stanno volantinando in uno dei quartieri più fascisti di Roma. Partono da Via Pietro Pomponazzi nel quartiere Trionfale e risalgono Viale delle Medaglie d’Oro fino al numero 128c, dove c’è una sezione del Movimento Sociale Italiano. I fascisti escono e cominciano a lanciare sassi contro gli studenti, che sono costretti a retrocedere di duecento metri, fino alla pompa di benzina all’incrocio tra Viale delle Medaglie d’Oro e Via Marziale. 

    C’è tantissima polizia in Viale delle Medaglie d’Oro. C’è anche un blindato, che copre l’avanzata dei fascisti verso la pompa di benzina. Quando arrivano a tiro, sparano sugli studenti. Un colpo ferisce di striscio il gestore della pompa, Giuseppe Marcelli. Un altro colpisce alla nuca uno degli studenti, che morirà prima di raggiungere l’ospedale. Si chiamava Walter Rossi, aveva vent’anni.


    15 min
  • Se un ribelle spento 6: Rachel Corrie

    Siamo a Rafah, nella striscia di Gaza. È il 16 Marzo 2003. L’esercito israeliano sta demolendo gli edifici e la vegetazione lungo il confine. Il fatto che gli edifici siano abitati è un dettaglio di una certa importanza, ma l’esercito israeliano non sente ragioni. Secondo loro quelle demolizioni servono a scoprire le bombe e a distruggere i tunnel dei contrabbandieri. Operazioni che secondo gli Israeliani in passato hanno avuto successo, perché hanno demolito le case degli attentatori suicidi e hanno così disincentivato le attività terroristiche.

    Da mesi le operazioni dell’esercito israeliano sono disturbate da un’organizzazione che si chiama ISM, acronimo di International Solidarity Movement. È un’associazione statunitense non violenta che si pone l’obiettivo di sostenere la causa palestinese nel conflitto tra Israele e Palestina.

    Tra gli attivisti dell’ISM c’è una ragazza che si chiama Rachel Corrie.

    Rachel era partita dagli Stati Uniti il 18 gennaio 2003. Arrivata nella Striscia di Gaza aveva frequentato per due giorni un corso di addestramento sulle filosofie e le tecniche di resistenza non violente, prima di cominciare a partecipare alle azioni dell’ISM.

    Rachel Corrie nasce il 10 Aprile 1979 nella città di Olympia, la capitale dello stato di Washington. È la minore di tre fratelli, figlia di Craig e Cindy Corrie, una famiglia della middle class.

    Dopo il diploma alla Capital High School, Rachel si iscrive all’Evergreen State College, sempre a Olympia, dove segue diversi corsi di arte. Si prende un anno sabbatico per lavorare come volontaria nel Washington State Conservation Corps e con l’ISM lavora per tre anni come volontaria facendo visita a pazienti con malattie mentali.

    “Potrebbe essere stata la più bella ragazza del mondo
    La sua vita si è spenta
    come un bulldozer che frantuma una perla”

    Ci salutiamo e ci risentiamo il prossimo Lunedì alla stessa ora.

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    12 min
  • Se un ribelle spento 5: Anteo Zamboni

    In Piazza del Nettuno a Bologna c’è una targa. Sopra c’è scritto:

    “Bologna di popolo congiuntamente onorando i suoi figli immolatisi nella ventennale lotta antifascista, con questa pietra consacra nei tempi Anteo Zamboni, per audace amore di libertà. Il 31.10.1926 qui trucidato, martire giovanetto, dagli scherani della dittatura”.

    La targa ricorda un ragazzo che non ha ancora compiuto sedici anni. E che quel giorno ha cercato di uccidere Benito Mussolini, sparandogli con una pistola e mancandolo di poco.

    A Bologna è la sera del 31 Ottobre 1926. È Domenica, ed è prevista una grande festa per le strade per celebrare il quarto anniversario della nomina a primo ministro di Benito Mussolini, in seguito alla Marcia su Roma. Il giorno prima Mussolini aveva anche inaugurato lo Stadio Littoriale, il primo vero e proprio stadio italiano; stadio che dopo la guerra diventerà Stadio Comunale e nel 1983 otterrà il nome con cui lo conosciamo adesso: Renato Dall’Ara.

    Alla fine delle celebrazioni Leandro Arpinati, storico fascista bolognese, guida la macchina scoperta che porta Mussolini alla stazione; l’automobile arriva da via Ugo Bassi, dall’Archiginnasio, e sta svoltando a destra in Via Indipendenza.

    Dal portico che fa angolo tra le due vie parte un colpo di pistola. il proiettile colpisce il cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro che Mussolini indossa a tracolla, perfora il bavero della sua giacca, attraversa il cappello a cilindro del podestà Umberto Puppini e si conficca nell’imbottitura della portiera dell’automobile.

    Il primo a reagire è un tenente del 56° fanteria, che trova subito l’attentatore e lo blocca. Il nome del tenente è Carlo Alberto Pasolini, il padre di Pier Paolo. A raggiungere l’attentatore sono subito dopo gli squadristi di Leandro Arpinati e gli arditi milanesi capitanati da Albino Volpi, che abbiamo già conosciuto nella precedente puntata come i rapitori e gli uccisori di Matteotti.

    L’attentatore fermato dal tenente Pasolini è poco più di un ragazzo, deve ancora compiere sedici anni, ma non importa. I fascisti lo assalgono e lo linciano, uccidendolo con quattordici pugnalate.

    Anteo Zamboni fa parte di quella che Palmiro Togliatti ha definito “Resistenza Silenziosa”. A lui viene dedicata, oltra alla targa di cui vi abbiamo parlato prima, anche una piccola via vicino alle mura nei pressi della zona universitaria, Mura Anteo Zamboni.

    Noi ci risentiamo alle 8:00 di Lunedì prossimo.

    Se un ribelle spento passa il testimone, siamo pronti a prenderlo?
    12 min
  • Se un ribelle spento 4: Giacomo Matteotti

    Il 16 Agosto 1924 il corpo di un uomo in avanzato stato di decomposizione viene ritrovato a 25 chilometri da Roma. Dopo due giorni riescono ad effettuare il riconoscimento, grazie alla perizia odontoiatrica: il cadavere è quello del segretario del Partito Socialista Unitario, scomparso due mesi prima a Roma, il 10 Giugno. Il cadavere è quello di Giacomo Matteotti. Aveva 39 anni.

    Alle ore 16.15, Matteotti era uscito di casa a Roma per andare alla Biblioteca della Camera di Montecitorio, dove era già stato per tutta la mattinata. Percorreva il Lungotevere Arnaldo da Brescia, dove viene aggredito da alcuni membri della polizia politica fascista: Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveromo.

    Viene caricato in macchina e pugnalato. Morirà dopo diverse ore di agonia.

    Giacomo Matteotti era nato a Fratta Polesine in provincia di Rovigo il 22 Maggio 1885. Non aveva fatto la prima guerra mondiale perché unico figlio sopravvissuto di una madre vedova, e non nasconde la sua ferma posizione antimilitarista, tanto da venire confinato per tre anni in provincia di Messina, poco dopo il suo matrimonio civile con la poetessa romana Velia Titta. Nel 1918 nasce il suo primo figlio, Giancarlo, mentre è ancora al confino.

    Entra in parlamento per la prima volta nel 1919, in rappresentanza della circoscrizione Ferrara-Rovigo. Viene rieletto nel 1921 e nel 1924.

    Nel 1921 pubblica l’”Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia”, in cui per la prima volta vengono messe nero su bianco le violenze delle squadre d’azione fasciste, proprio durante la campagna elettorale.

    Nel 1922 viene espulso dal Partito Socialista Italiano come tutta la corrente riformista legata a Filippo Turati; viene fondato il Partito Socialista Unitario e ne diviene il segretario.

    Nel 1924 vola a Londra in segreto per pubblicare la traduzione del suo libro: “Un anno di dominazione fascista”, in cui descrive meticolosamente tutti gli atti della violenza fascista contro gli oppositori.

    Il 30 maggio 1924 Matteotti prende la parola alla Camera dei deputati per contestare i risultati delle elezioni tenutesi il precedente 6 aprile. Mentre dai banchi fascisti si levano contestazioni e rumori che lo interrompono più volte Matteotti denuncia una nuova serie di violenze, illegalità ed abusi commessi dai fascisti per riuscire a vincere le elezioni, pronunciando un discorso che sarebbe rimasto famoso purtroppo famoso.

    Una volta terminato il discorso, Matteotti si gira verso i suoi compagni di partito e dice:

    «Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me.

    Chi ha raccolto il testimone di Giacomo Matteotti, un altro ribelle spento?

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    19 min
  • Se un ribelle spento 3: Ken Saro Wiwa

    Il 10 Novembre 1995 a Port Harcourt, in Nigeria, vengono impiccati 9 attivisti del MOSOP , il Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni.

    Il primo ad essere impiccato è un poeta, oltre che uno dei leader del MOSOP. Prima di venire impiccato dice:

    “Signore, prendi la mia anima, ma la lotta continua”.

    Era uno dei maggiori intellettuali nigeriani. Si chiamava Ken Saro Wiwa.

    Insieme a lui vengono impiccati Saturday Dobee, Nordu Eawo, Daniel Gbooko, Paul Levera, Felix Nuate, Baribor Bera, Barinem Kiobel e John Kpuine. Sono gli Ogoni Nine.

    Ken Saro Wiwa era già stato incarcerato nel 1992 per diversi mesi, su pressione del governo militare nigeriano.

    Dopo essere stato liberato, organizza con il MOSOP una manifestazione nel Gennaio 1993: vi partecipano circa 300,000 persone, più della metà della popolazione del popolo Ogoni; marciano attraverso quattro villaggi, attirando l’attenzione internazionale su questa popolazione e su quanto stanno richiedendo. Poco dopo il governo nigeriano decide di occupare militarmente la regione.

    Il 21 Maggio dell’anno successivo, il 1994, quattro capi Ogoni che si erano allontanati dal MOSOP e appartenevano all’ala più conservatrice, vengono brutalmente assassinati. Nonostante Ken Saro Wiwa non sia stato sul luogo del delitto nei giorni in cui i quattro vengono assassinati, viene arrestato con l’accusa di istigazione all’omicidio.

    Resta in carcere più di un anno, in quella cella scrive una delle sue poesie più famose, “La vera prigione”:

    Ken Saro Wiwa, La vera prigioneNon è il tetto che perde
    non sono nemmeno le zanzare che ronzano
    nell’umida, misera cella.
    Non è il rumore metallico della chiave
    mentre il secondino ti chiude dentro.
    Non sono le meschine razioni
    insufficienti per uomo o besta
    neanche il nulla del giorno
    che sprofonda nel vuoto della notte.
    Non è.
    Non è.
    Non è.
    Sono le bugie che ti hanno martellato
    le orecchie per un’intera generazione.
    È il poliziotto che corre all’impazzata in un raptus omicida
    mentre esegue a sangue freddo ordini sanguinari
    in cambio di un misero pasto al giorno,
    il magistrato che scrive sul suo libro
    la punizione, lei lo sa, è ingiusta.
    La decrepitezza morale
    l’inettitudine mentale
    che concede alla dittatura una falsa legittimazione
    la vigliaccheria travestita da obbedienza
    in agguato nelle nostre anime denigrate.
    È la paura di calzoni inumiditi,
    non osiamo eliminare la nostra urina.
    È questo.
    È questo.
    È questo
    amico mio, è questo che trasforma il nostro mondo libero
    in una cupa prigione.

    Nel 1990, Saro-Wiwa inizia a dedicare la maggior parte del suo tempo ai diritti umani e alle cause ambientali, in particolare a Ogoniland. Nel Delta del Niger c’è il petrolio, e molte compagnie petrolifere europee e statunitensi lo estraggono causando diversi disastri ambientali e costringono militarmente il Popolo Ogoni, che da sempre abitava quel territorio, a emigrare.

    È uno dei fondatori del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni (MOSOP), che sosteneva i diritti del popolo Ogoni, che chiedeva una maggiore autonomia, la riparazione dei danni ambientali alle terre Ogoni e una percentuale sui proventi dati dall’estrazione del petrolio.

    In particolare, il nemico del MOSOP è la Dutch Royal Shell, nel Delta del Niger dal 1958.

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    12 min
  • Se un ribelle spento 2: Thomas Sankara

    Ci sono tredici tombe nel cimitero di Dagnoën, alla periferia di Ouagadougou, in Burkina Faso. Sono quelle di Thomas Sankara e i suoi dodici uomini, uccisi nel colpo di stato di Compaoré del 1987.

    Nessuno sa esattamente come sia morto Thomas Sankara, ci sono almeno due ricostruzioni del suo omicidio. Certamente la responsabilità, se non materiale almeno politica, è di Blaise Compaoré, suo ex compagno d’armi e successivo presidente del Burkina Faso.

    Sankara viene ucciso, oltre che per la sete di potere del suo ex compagno, anche per le sue coraggiose scelte di politica estera: il rifiuto di pagare il debito estero, il tentativo di rendere il Burkina Faso autosufficiente e libero da importazioni forzate, la campagna di prevenzione dell’AIDS attraverso l’utilizzo di contraccettivi sono solo alcune delle misure che prevedeva l’agenda di governo.

    Ogni militare senza una formazione politica è un potenziale assassino.

    Intraprende la carriera militare, e nonostante i governi militari gli chiedano di partecipare al governo per risollevare il consenso, Thomas Sankara è un personaggio scomodo. Viene incarcerato due volte, fino alla liberazione definitiva e alla nomina di presidente dell’Alto Volta il 4 agosto 1983.

    Tra le misure messe in campo durante la sua presidenza troviamo il lavoro per far raggiungere alla donna la piena partecipazione alla vita pubblica e governativa, l’abolizione della poligamia e dell’infibulazione, l’attenzione all’ambiente e la lotta contro la desertificazione, la creazione di scuole e
    l’aumento dell’alfabetizzazione.

    “Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non ne siamo responsabili. Non possiamo pagare il debito perché sono gli altri che hanno nei nostri confronti un debito che le più grandi ricchezze non potrebbero mai pagare, cioè il debito di sangue. È il nostro sangue che è stato versato”.

    Queste riforme, estremamente innovative per un paese africano degli anni Ottanta, verranno quasi tutte annullate alla morte di Sankara con la salita al potere di Blaise Compaoré.

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    12 min
  • Se un ribelle spento 1: Abdullah Öcalan

    İmralı è una piccola isola turca nel Mar di Marmara. Sarebbe un paradiso se non ci fosse una prigione. Un’area di 25 chilometri quadrati presidiata da 5000 soldati, che contiene un solo prigioniero: Abdullah Öcalan.

    Arrestato nel 2009, vive un isolamento devastante: una piccola cella, non può aprire la finestra; due ore d’aria al giorno, rinchiuso in un piccolo cortile e con una rete a escludere il cielo. Dal 2011 al 2019 gli sono anche state vietate le visite dei suoi legali, che erano l’ultimo legame che aveva con il mondo.

    Abdullah Öcalan nasce a Ömerli nel 1948. Un piccolo liceo di provincia, poi l’Università ad Ankara, dove però il colpo di stato militare lo porta presto ad abbandonare gli studi. Proprio il suo ritorno a Diyarbakır comincia la sua lotta per promuovere i diritti del popolo curdo.

    Nel 1977 fonda il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), un’organizzazione che lotterà per oltre 40 anni per dare ai curdi i diritti che gli sono sempre stati negati. Il PKK sceglie anche di abbracciare la lotta armata, e per questo viene classificato come organizzazione terrorista dalla maggioranza degli stati occidentali, compresi USA e Unione Europea.

    Nel 1980 Öcalan è costretto a fuggire in Siria, e dopo qualche anno in Russia. Cerca disperatamente uno stato che gli conceda asilo politico, ma non lo trova. Viene arrestato in Kenya, a Nairobi, e poi portato a İmralı, dove viene condannato all’ergastolo.

    È proprio in quella piccola cella che nasce il progetto più ambizioso per il popolo curdo: il confederalismo democratico.

    Teorizzato proprio dal prigioniero di İmralı, troverà la sua realizzazione nella rivoluzione del Rojava e nella nascita dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-est.

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    12 min

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