Il 16 marzo 1978, intorno alle nove del mattino, un commando delle Brigate Rosse attacca in via Fani le auto di Aldo Moro e della sua scorta. In pochi istanti vengono uccisi Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. Moro viene rapito. Inizia così una delle vicende più drammatiche, se non la più drammatica in assoluto, della recente storia repubblicana.
La domanda «perché via Fani?» è una di quelle questioni rimaste ai margini del cosiddetto caso Moro, pur toccando un punto essenziale della vicenda. Per molti anni la risposta è sembrata semplice. Moro, si è detto, era un uomo abitudinario. Stessa messa, stesso orario, stesso tragitto. Una routine talmente prevedibile da consentire alle bierre di preparare l’agguato dopo lunghe settimane di osservazione.
Ma le carte raccontano davvero una storia così lineare?
Le deposizioni degli uomini della scorta (superstiti) sembrano confermare l’idea del percorso abituale: via del Forte Trionfale, via Trionfale, via Fani, via Stresa, via della Camilluccia, fino alla chiesa di Santa Chiara, in piazza dei Giochi Delfici. Un tracciato ripetuto, quasi automatico. Rocco Gentiluomo confermò più volte che il percorso seguito dal convoglio era «sempre lo stesso» arrivando a definire una simile modalità operativa «non sbagliata, ma sbagliatissima».
Eppure altre testimonianze sembrano andare in una direzione diversa.
Eleonora Moro sostenne che il marito non aveva orari fissi, soprattutto negli ultimi mesi, segnati dalla crisi politica. Bastava una telefonata per modificare il programma della giornata. E aggiunse un punto decisivo: Moro non faceva di solito la stessa strada. Il percorso, secondo lei, veniva deciso al momento, insieme al maresciallo Leonardi.
Agnese Moro fu ancora più netta: via Fani non era un itinerario obbligato, bensì una delle strade possibili. Anzi, per scendere verso il centro di Roma, verso Montecitorio, non era affatto la soluzione più logica. Era stretta, disagevole e trafficata.
Giovanni Moro ricordò che, già dall’inizio del 1977, il padre aveva cominciato a variare orari e percorsi. Secondo lui via Fani poteva essere stata scelta proprio all’interno di una logica di variazione, non certo di abitudine.
A rendere il quadro ancora più problematico ci sono altri elementi: tra i tanti, il brogliaccio del Viminale sui movimenti della scorta mai ritrovato e la «bonifica» preventiva della zona che, secondo una testimonianza raccolta dalla Commissione Moro 2, proprio quel giorno non sarebbe stata effettuata.
Nessuno di questi elementi, da solo, dimostra una regia occulta. Ma tutti insieme rendono più fragile una certezza ripetuta per decenni: che la scorta di Moro passasse sempre e comunque dalla stessa strada.
La domanda, allora, resta aperta. Via Fani fu il risultato di una routine prevedibile? Oppure una scelta del momento?
«Infinite volte mi sono chiesta come potevano essere le Brigate Rosse così sicure che quel giorno, a quell’ora, in quel punto, l’onorevole Moro sarebbe passato da via Fani». Si è mai data davvero risposta al quesito posto in più occasioni da Eleonora Moro di fronte a giudici e parlamentari chiamati a indagare sulla strage di via Fani, sul sequestro e l'assassinio del Presidente?
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