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L’uomo non può fare a meno né della maschera, né dell'identificazione. Tuttavia, non c'è la maschera ultima, anche se sorge l'esigenza di farne sempre delle successive.
Il perturbante è qualcosa che è stato familiare e rassicurante nel passato, ma che è divenuto inconscio, tramite rimozione o superamento. Ecco: qualcosa riaffiora e ci sembra estraneo e pericoloso.
Ognuno ha bisogno di una "maschera", ma questa "maschera" è inassumibile. Sotto la maschera ci sarebbe un'altra maschera.
Ogni oggetto corporeo ha bisogno di una "forma" per esistere: in altre parole, non potremmo vederlo, se non avesse forma. Dal momento che il corpo umano è pur sempre una "forma", questa è "mascherata" in vari modi. L'uomo ha necessità di mascherarsi.
Il cinema è il movimento dell’immagine, il film è la scrittura del fare, il racconto di vita, è il fare stesso: l’impresa.
Lo specchio non è speculare: impossibile specchiarsi nello specchio. Lo sguardo non rende le cose visibili. La voce è punto di astrazione, punto vuoto. Specchio, sguardo, voce sono irrapresentabili, intoccabili, invisibili.
Ecco il fenomeno del luogo comune: deboli fratelli che invadono la società con lamenti per un padre perduto, lasciato, dimenticato, ucciso.
L’identificazione risulta indispensabile, nell’itinerario, nella scrittura, nella qualità della parola.
L’invenzione si avvale dell’infinito. La poesia si fa d’infinito. Le cose possono giungere a destinazione soltanto in seguito alla poesia.
L’artista (ma vogliamo dire ciascuno di noi, in quanto artista) ha decisamente una chance in più, perché avverte la direzione delle cose che si rivolgono verso la qualità, verso la poesia ovvero verso l’arte del fare.
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