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  • Forza Italia chiede una commissione d'inchiesta sull'uso politico della magistratura | 16/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Con l'assoluzione di Silvio Berlusconi e di tutti gli imputati al processo Ruby ter torna il vecchio scontro tra Forza Italia e le Procure. Passata meno di un’ora dalla pronuncia della sentenza a Milano, il capogruppo forzista alla Camera Alessandro Cattaneo ha chiesto una commissione d’inchiesta sull'uso politico della magistratura. Sembra tornare indietro di molti anni quando le polemiche tra Berlusconi e i magistrati erano quotidiane. Non fa niente se in una nota il Tribunale di Milano ha chiarito che la non sussistenza della corruzione si colloca esclusivamente sul piano formale, poiché secondo i giudici le ragazze protagoniste dei festini di Arcore non andavano ascoltate come testimoni, bensì come indagate (con l’assistenza di un difensore), e la corruzione è esclusa dalla mancanza della qualità di pubblico ufficiale in capo al presunto corrotto. Un vizio formale che salva Berlusconi da una possibile condanna. Le sentenze normalmente non si commentano, per rispetto dei Tribunali, e questo coro di innocentismo, di attacchi contro i magistrati, diventa perfino un pò stonato, fuori posto, perché giunge da alte cariche del Governo come il ministro degli Esteri Antonio Tajani che abbandona i toni istituzionali e moderati per parlare come un comune militante di partito di montature, di processi politici ai danni di Berlusconi. Oppure il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè che scrive di diritto il suo leader tra i martiri della giustizia. Una cosa è certa. Lo scontro tra poteri dello Stato non ha mai fatto bene al nostro Paese, e le cariche istituzionali, da qualsiasi parte provengono, dovrebbero calibrare meglio le dichirazioni, specie quando non si conoscono ancora le reali motivazioni della sentenza.
    3 min
  • Regionali in Lombardia e Lazio: chi vince e chi perde | 15/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Dopo ogni elezione locale o nazionale va in scena lo scaricabarile, il balletto delle analisi di comodo, quasi mai di sostanza, così diventa poco chiaro chi sono i vincitori e chi i perdenti. Le regionali, dati alla mano, hanno stabilito la disaffezione degli italiani alla politica con percentuali record di astensione registrate praticamente ovunque, ma in quella scarsa affluenza i votanti hanno scelto comunque il centrodestra con l'affermazione di Attilio Fontana e Francesco Rocca. È evidente che sulla loro vittoria ha pesato la luna di miele tra gli italiani e la premier Giorgia Meloni. L'accordo tra Pd e M5s in Lombardia non è servito al candidato di centrosinistra PierFrancesco Majorino a limitare la distanza di 20 punti sotto Attilio Fontana. Così come il mancato accordo del campo largo nel Lazio, e il tentativo di formare un'area riformista tra Pd e Terzo Polo, hanno solo confermato la forza del centrodestra nel Lazio. Eppure qualche tendenza emerge dal voto, e nel rapporto tra partiti qualcosa cambia. A Milano e in numerose città lombarde vince il centrosinistra. A Roma avviene invece l'esatto contrario. Il Pd tiene nonostante l'assenza di leadership, mentre delude Letizia Moratti. Al Pirellone inizia l'era Fratelli d'Italia che chiede alla Lega e a Attilio Fontana ruoli di peso, tra cui il controllo della sanità. Nel Consiglio regionale lombardo entrano Vittorio Feltri e il sindaco di Brescia, il dem Del Bono, stanno fuori l'ex assessore alla Sanità dell'era Covid Giulio Gallera e il virologo Fabrizio Pregliasco, candidato a sostegno di Majorino. Ora inizierà la resa dei conti all'interno della maggioranza, mentre il centrosinistra rimarrà alle prese per lungo tempo nella ricerca delle ragioni della sconfitta.
    3 min
  • Il calo dell'affluenza alle regionali e la disaffezione degli elettori | 14/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il forte calo di affluenza alle regionali in Lombardia e nel Lazio conferma la tendenza già rilevata alle politiche del 25 settembre 2022, quando il 64,01% degli italiani si era presentato alle urne registrando un decremento di circa 10 punti percentuali rispetto alla tornata del 2018. Per le regionali lombarde e laziali il crollo è stato verticale, di numerosi punti decimali, maggiore nella provincia e nei piccoli paesi, di minore intensità nelle grandi città come Milano e Roma.
    E' vero che nel 2018 si votava in un'unica soluzione, ma l'apporto della seconda giornata del 13 febbraio è stato a dir poco modesto. Da dove arriva questa disaffezione? Il nodo chiave resta la mancanza di rappresentatività dei partiti, come dimostrano i dati degli iscritti alle forze maggiori del Paese. I cittadini sentono i partiti lontani dai loro bisogni reali, le candidature rimangono condizionate dalle decisioni dei leader nazionali e delle segreterie, e più in generale le polemiche generali offuscano i temi locali, quelli che giungono dai territori. Se si esclude l'impegno e la passione espressi da alcuni candidati, le elezioni regionali si sono svolte in un clima di scontro tra maggioranza e opposizione sul caso dell'anarchico Cospito, sui vertici della Rai, sugli effetti della manovra economica del Governo, sulle tensioni all'interno degli schieramenti, non ultimo le dure critiche di Silvio Berlusconi sulla presenza del presidente ucraino Zelensky al festival di Sanremo e il mancato accordo tra Partito Democratico e M5s nel Lazio, confermato invece in Lombardia. L'unica cosa certa di queste regionali è la vittoria netta del partito dell'astensione che testimonia l'allontanamento dei cittadini alla partecipazione politica.
    3 min
  • Resa dei conti all'interno della Rai. Il centrodestra all'assalto dei vertici | 13/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    In Rai vige questa regola non scritta: chi vince sul piano politico si prende tutto, o quasi. E' accaduto nel passato quando dagli anni dominati dalla Democrazia Cristiana il potere politico in Rai è passato a Forza Italia, in parte alla Lega, poi al centrosinistra fino ad oggi dove i vertici dell'azienda pubblica si trovano al centro di polemiche per la gestione del Festival di Sanremo. Dice il sottosegretario alla Cultura Gianmarco Mazzi, braccio destro del ministro Gennaro Sangiuliano, già direttore del Tg2: "Ora serve un cambio della narrazione del Paese".
    Sulla stessa linea di mazzi si muovono in questi giorni almeno diciotto parlamentari del partito di Giorgia Meloni scesi in campo ufficialmente per chiedere le dimissioni dei vertici Rai. Nel mirino c'è il direttore dell'intrattenimento prime time Stefano Coletta, accusato di non avere impedito a Fedez il suo show concluso con la foto del viceministro Galeazzo Bignami, in divisa da nazista, strappata in diretta. E poi c'è il pasticcio nella gestione dell'intervento di Zelensky, alla fine derubricato a un messaggio letto a tarda ora. Del balletto che ha accompagnato forme e tempi della presenza del presidente ucraino a Sanremo, Meloni ritiene responsabile lo stato maggiore della Rai.
    Il futuro dell'ad Carlo Fuortes, nominato dal governo Draghi, è in bilico, come tutto lo stato maggiore dell'azienda di Stato. Ma Sanremo è solo un pretesto, perché la resa dei conti all'interno della Rai era nell'aria da tempo. A fine marzo è in calendario una seduta del cda dell'azienda sul piano industriale. L'atteggiamento dei consiglieri del centrodestra, in quella circostanza, sarà determinante per il destino di Fuortes.
    3 min
  • Ingrato Zelensky? | 11/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Alla cena che due sere fa ha visto riunirsi intorno allo stesso tavolo parigino il presidente Macron ed il cancelliere Scholz con l’ospite d’onore Volodymyr Zelensky, non è stata - come è noto – invitata Giorgia Meloni e con lei il nostro Paese. Probabilmente, Parigi e Berlino hanno inteso ribadire, dinanzi al resto del mondo, il loro ruolo di interlocutori privilegiati con l’ormai mitico presidente ucraino: d’altra parte, nei giorni scorsi, Francia e Germania avevano già inviato – in piena autonomia dal resto dell’Europa - i loro ministri dell’Economia negli Stati Uniti per perorare le cause delle rispettive produzioni, di fronte alla minaccia costituita dal gigantesco piano di aiuti che l’Amministrazione Biden ha appena varato a favore delle famiglie e delle imprese americane.
    Tuttavia, ad indispettirci un po’, se vogliamo essere sinceri fino in fondo, non è stato tanto il comportamento – del resto legittimo - dei nostri due maggiori partners europei, quanto l’atteggiamento di Zelensky che ha accettato al volo l’invito all’Eliseo, incurante del fatto che al summit non fossero stati convocati anche altri Paesi dell’UE, che pure sostengono il suo governo almeno quanto Francia e Germania. L’Italia, ad esempio, sotto la guida di Mario Draghi, a soli quattro giorni dall’invasione russa, fu tra le prime nazioni a deliberare un piano di aiuti urgenti. Poi, entrambi gli esecutivi di Roma che si sono succeduti negli ultimi dodici mesi non hanno mai centellinato il proprio sostegno a Kiev, collocando stabilmente l’Italia ai primi posti tra gli Stati che, anche a prezzo di pesantissimi sacrifici economici per i propri cittadini, hanno contribuito maggiormente alla sopravvivenza stessa dell’Ucraina. Sinceramente, ci parrebbe molto strano se il leader ucraino si fosse già scordato del fatto che ha dovuto implorare, per un anno intero, il governo tedesco affinché concedesse il nulla osta alla fornitura dei suoi famosi carri armati Leopard...Nel frattempo, i cittadini italiani assistevano ad un forte ridimensionamento delle proprie disponibilità finanziarie, dovuto anche al loro solidale coinvolgimento nella campagna di sanzioni internazionali rivolte all’economia russa. Certo, i nostri problemi sono oggi ben poca cosa rispetto a quelli di chi vive sotto il tiro dei missili e dei cannoni di Mosca, però ci terremmo a ricordare, garbatamente, a Zelensky che Palazzo Chigi, nella manovra di bilancio di fine anno, non ha potuto fare altro che destinare i due terzi delle sue disponibilità al sostegno di famiglie e imprese inguaiate dalla crisi energetica. Tutto denaro che, se fosse stato un Paese cinico, l’Italia avrebbe potuto investire in riforme e sviluppo.
    Invece, chissà perché (forse perché non ha potuto parlare a Sanremo?) Zelensky, anche al vertice di giovedì a Bruxelles, ha snobbato la nostra premier, evitando di riservarle un po’ del suo tempo prezioso per un colloquio diretto che sarebbe stato più che giustificato.
    Insomma, caro Zelensky, l’amicizia – almeno secondo noi - non conosce classificazioni di serie A e di serie B.
    3 min
  • Scontro tra Italia e Francia sul vertice tra Macron, Zelensky e Scholz | 10/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    È scontro tra Italia e Francia sul vertice tra Macron, Zelensky e Scholz. La premier Giorgia Meloni è infuriata per l'esclusione al vertice sull'invio di armi in Ucraina. "Quella del presidente francese è un’iniziativa inopportuna. Capisco le questioni di politica interna e la volontà di privilegiare le proprie opinioni pubbliche, ma in alcuni momenti farlo rischia di andare a discapito della causa. La nostra forza deve essere l’unità", dice Meloni. "Non ho commenti da fare sulle dichiarazioni della premier Giorgia Meloni. Ho voluto ricevere il presidente Zelensky con il cancelliere Scholz, penso che eravamo nel nostro ruolo. La Germania e la Francia, hanno un ruolo particolare da otto anni sulla questione dell'Ucraina, perché abbiamo anche condotto insieme questo processo, penso che stia anche a Zelensky scegliere il formato che vuole per i colloqui diplomatici", ha detto il presidente francese Emmanuel Macron.
    La tensione con Parigi nasce da lontano. Già prima della nascita dell’esecutivo, Meloni aveva deciso di mandare un segnale in chiave antifrancese, pianificando la prima missione in una Cancelleria europea lontano da Parigi. Due le opzioni: Varsavia, oppure Stoccolma, che da gennaio guida la presidenza di turno dell’Unione. Alla fine è stata scelta la capitale svedese, subito prima di Berlino. Nel frattempo, si è consumato uno scontro durissimo sui migranti con l’Eliseo. Lo scontro potrebbe pesare anche nel vertice di Bruxelle. Ora sono al lavoro le diplomazie per tentare di smussare le polemiche, ma l'impresa non sembra facile.
    3 min
  • Governo, maggioranza e opposizione alla prova delle urne | 09/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Governo, maggioranza e opposizione alla prova delle urne in Lombardia e Lazio. Pur essendo un voto regionale, le elezioni locali riflettono gli equilibri politici nazionali. Il Governo guidato da Giorgia Meloni cerca la conferma dell'esito delle politiche del 25 settembre 2022. La maggioranza prova un ricompattamento sulle candidature di Attilio Fontana in Lombardia e Francesco Rocca nel Lazio, dopo le differenti posizioni tra Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia sulle accise dei carburanti e sulla manovra economica dove sul finire dello scorso anno era avvenuto un assalto alla diligenza su numerosi provvedimenti. La maggioranza tenta anche di far dimenticare l'impasse istituzionale sul caso Cospito congelando le eventuali dimissioni di Andrea Delmastro e Giovanni Donzelli che hanno rivelato il contenuto di documenti segreti e riservati in un'aula del Parlamento. Le opposizioni si presentano invece unite in Lombardia sulla candidatura di Pierfrancesco Majorino, ma divise nel Lazio dove Alessio D'Amato del Pd e Donatella Bianchi del M5s corrono da soli, senza un accordo politico. Il centrodestra è favorito ovunque ma l'attenzione si concentra sul possibile cambio di peso politico tra Fratelli d'Italia e Lega, specie in Lombardia. A poche ore dal termine della campagna, il bilancio è comunque positivo, in quanto i candidati hanno cercato consensi sulla base di temi specifici del loro territorio e mostrando all'elettorato lombardo e laziale la loro differente e opposta visione su sanità pubblica, trasporti, autonomia differenziata, lavoro, lotta alla criminalità, economia. Ora la palla passa agli elettori.
    3 min
  • Caso Cospito. Ora indaga la magistratura | 08/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Vista l'inerzia della politica, la magistratura interviene aprendo un'inchiesta sul caso della relazione del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria su Alfredo Cospito, passata dalle mani del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro a quelle del collega di partito e vicepresidente del Copasir Giovanni Donzelli, il cui contenuto è stato diffuso dallo stesso Donzelli nell'aula della Camera. L'inchiesta della Procura della Repubblica di Roma non è più a modello 45, ma è stato iscritto un reato. La rivelazione del segreto d'ufficio, ma a carico di ignoti. Dunque il documento del Dap era segreto, non come definito da Delmastro una relazione non riservata. In Parlamento, Donzelli aveva definito l'anarchico "influencer del 41 bis" e accusato il centrosinistra di "stare con i terroristi" riferendosi alla visita del 12 gennaio di quattro deputati del Pd a Cospito e l'atteggiamento del partito di minor fermezza dinanzi alla conferma del 41 bis. Il deputato nell'attaccare la sinistra ha citato colloqui in carcere avvenuti tra Cospito e boss della mafia.
    Le prove di questi colloqui secondo il Pd sarebbero in alcune intercettazioni trascritte in documenti riservati e non a disposizione dei parlamentari. Per questo il Partito Democratico ha chiesto le dimissioni di Donzelli, mentre il Guardasigilli Carlo Nordio trova un cavillo burocratico nella risposta all'istanza di accesso agli atti presentata da Angelo Bonelli dei Verdi: "Documenti divulgabili anche se di norma inaccessibili" che vuol dire tutto e nulla. Sta di fatto che la politica, incagliata nelle pastoie delle reciproche accuse di maggioranza e opposizione, senza il coraggio di ammettere le proprie responsabilità, apre il varco all'intervento dei magistrati. Magari come spesso è accaduto la vicenda finisce in niente. Magari invece qualche tribunale stabilisce la verità dei fatti.
    3 min
  • Terremoto in Turchia e Siria: il lato oscuro della terra | 07/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Viviamo le disgrazie dal nostro oblò televisivo, dal piccolo binocolo puntato verso il mondo. Le immagini devastanti del sisma in Turchia e Siria giungono da luoghi lontani, martoriati dalle guerre come la Siria settentrionale, abbandonati dallo sviluppo del mercato come la Turchia meridionale. Migliaia di morti, decine di migliaia di feriti e dispersi, Una ecatombe. Le province portano nomi sconosciuti, impronunciabili: le turche Adana, Malatya, Gaziantep, Diyarbakir, Hatay, Adiyaman, Osmaniye, Sanliurfa e Kahramanmaras, le siriane Hama, Latakia, Aleppo e Idlib. La natura che non è buona, neanche cattiva, ma solo giusta, non fa differenze. Quelle immagini spaventose ci travolgono in un lunedì normale della nostra vita, ci mettono paura, ci tolgono il fiato, ma contro la forza di un terremoto terribile di quasi 8 punti di magnitudo, nulla può l'indignazione, il dolore, la rabbia, lo sgomento. In Anatolia, la terra si è spostata di tre metri. In altezza vogliono dire quasi due piani di case, in lunghezza tre metri sono una voragine, una ferita lacerante, un vuoto incolmabile.
    È il lato ancora oscuro della terra. Ma quello che colpisce è la gara di solidarietà proveniente da ogni parte del mondo. Dagli Stati Uniti, alla Cina, alla Russia, all'Unione Europea, all'Italia, tutti portano il loro pezzo di umanità, di tecnologia, di sapere, al servizio delle popolazioni che prima avevano poco e che ora non hanno più niente. Di questa solidarietà ci sarebbe bisogno sempre nel mondo, anche quando gli uomini combattono metro dopo metro per strappare al nemico un lembo di territorio con la violenza, anche per fermare le guerre e la smania di potere.
    3 min
  • Lo Stato non tratta con la mafia, dice Meloni. L'opposizione chiede le dimissioni di Delmastro e Donzelli | 06/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    In un Paese normale, Governo, maggioranza e opposizione, trovano una soluzione politica sulle condizioni di salute di un detenuto in regime di 41 bis come quelle in cui versa l'anarchico Alfredo Cospito. Non trasformano una questione meramente sanitaria in una competizione tra schieramenti. Ma l'Italia un Paese normale proprio non lo è. La premier Giorgia Meloni le tocca ora difendere a spada tratta il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e il vicepresidente del Copasir, due esponenti dell'Esecutivo, che hanno reso noto il contenuto di una relazione del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria che per legge dovrebbe rimanere riservata. Se dovesse cedere alle pressioni delle opposizioni, da pezzi della sua maggioranza come esponenti di Forza Italia e da ambienti istituzionali, Meloni dovrebbe convincere Delmastro e Donzelli a più miti consigli, magari rimuovendoli dai loro incarichi tramite il meccanismo collaudato delle promozioni. Invece la premier si è incagliata in una strada senza uscita. "Lo Stato non tratta con la mafia e chi la minaccia", ribadisce Meloni riferendosi al caso Cospito. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani si smarca dalla bolgia ricordando che il suo partito non ha mai alzato i toni contro le opposizioni. La verità è un'altra. A nessuno dei contendenti, o presunti tali, interessa granché la condizione di salute di Cospito. Domenica 12 e lunedì 13 febbraio, Lombardia e Lazio vanno al voto.
    È la prima verifica politica dopo oltre cento giorni dall'insediamento del Governo. È un banco di prova sulla tenuta della maggioranza e sul reale peso politico delle forze di opposizione. Le fibrillazioni a cui assistiamo attoniti in questi giorni finiranno dopo l'esito elettorale?
    3 min

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"Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.

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