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  • Elly Schlein, il nuovo Pd e le alleanze con M5s | 28/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    La vittoria di Elly Schlein alle primarie del Partito Democratico, con numeri stratificati in tutte le regioni e città, determinano un cambio di indirizzo politico della sigla di riferimento del centrosinistra italiano. Lo stesso profilo della segretaria, le sue battaglie storiche, implica uno spostamento a sinistra: salario minimo, no al nucleare, lotta alle povertà e alle disuguaglianze, meno tasse per chi lavora, maggiore attenzione ai diritti delle persone. Con questi temi Elly Schlein si avvia ad una campagna di rinnovamento dentro e fuori il partito, con l'intento di creare a breve un fronte di opposizione unitario con M5s, Sinistra, Verdi e con i movimenti dell'associazionismo laico e cattolico. Non sarà un'impresa facile. Elly Schlein dovrà combattere contro comitati elettorali, comitati d'affari, consorterie locali che hanno portato il Pd ai suoi minimi storici. Inoltre dovrà far dimenticare la stagione del renzismo provocando inevitabili scissioni. Qualcosa si è già visto il primo giorno della sua effettiva entrata in carica dopo il passaggio di consegne con Enrico Letta. Giuseppe Fioroni, uno dei maggiorenti del Pd, se ne è andato sbattendo la porta. Qualcuno come il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, è in procinto di partire. Altri stanno per fare le valigie, altri ancora come Debora Serracchiani è pronta a dimettersi dal ruolo di capogruppo del Pd alla Camera. Lo spazio per un nuovo campo largo è ampio, così come oggettivamente grande la possibilità che la fuoriuscita di vecchi leader possa animare l'azione politica di un centro riformista.
    3 min
  • Il naufragio di Cutro e la mancanza di risposte politiche europee | 27/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    E' un film horror purtroppo già proiettato in questi anni in molte spiagge del nostro Mar Mediterraneo. Un vecchio motopesca parte da Smirne, in Turchia, carico di almeno 250 persone in arrivo da Iran, Pakistan e Afghanistan. Tutta gente povera, in fuga dalla guerra. Il barcone viene sorpreso dalla tempesta di scirocco nei pressi della costa crotonese e si spezza vicino alla riva, a Steccato di Cutro in Calabria. Solo ottanta persone vengono salvate, alcune altre vengono recuperate morte intorno alla spiaggia, altre ancora giacciono nelle profondità del mare. I migranti tratti in salvo piangono senza parlare, avvolti in un dolore lacerante. Hanno tolto i vestiti bagnati e sono avvolti da coperte, riuniti, con lo sguardo fisso nel vuoto, in una delle sale del centro, accomunati dalla sofferenza. Una donna grida disperata il nome del figlio che non trova più. Molte vittime sono bambini. Una ha nove anni: il suo corpo è riverso sulla battigia. Le vittime non hanno neanche dignità di un nome. Solo una sigla: "Kr14f9". Davanti a questa tragedia le parole di circostanza della politica, delle massime cariche dello Stato, sono di circostanza. Il governatore Occhiuto lancia un allarme: "La Calabria è in lutto, dove è l'Europa?". Già, dov'è l'Europa? Questa ennesima tragedia, ricorda che la questione dei migranti e dei rifugiati va affrontata con responsabilità e umanità. Non possiamo ripetere parole che abbiamo sprecato in eventi tragici simili a questo, che hanno reso il Mediterraneo in venti anni un grande cimitero. Occorrono scelte e politiche, nazionali ed europee, con una determinazione nuova e con la consapevolezza che non farle permette il ripetersi di situazioni analoghe. Ci vuole una risposta strutturale, condivisa e solidale tra le Istituzioni e i Paesi, perché l'Europa sia all'altezza delle tradizioni di difesa della persona e di accoglienza.
    3 min
  • Armi si o armi no? | 25/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    In questi giorni, sui vari media è un gran imperversare di articoli e sondaggi che cercano di illustraci e spiegarci quale sia l’atteggiamento degli Italiani nei confronti delle forniture di armi all’Ucraina. E’ indubbiamente importante conoscere il “sentiment” del nostro Paese su una questione così divisiva come quella degli aiuti militari a Kiev, anche se si tratta, almeno a nostro avviso, di indagini e di scambi di opinioni destinati ad incidere pochissimo sugli effettivi sviluppi della politica estera italiana. Difficile, infatti, ipotizzare che il nostro Governa possa, ad esempio, decidere in totale autonomia sul tipo di dotazioni militari da destinare alla causa di Zelensky: a meno di svolte clamorose riguardo alla collocazione internazionale del nostro Paese...L’Italia fa, infatti, parte di un’alleanza come la NATO che ha deciso di sostenere l’Ucraina ed è, quindi, ovvio che il tipo e le quantità di armi da inviare agli Ucraini si decidano collegialmente, sulla base delle esigenze dell’esercito ucraino e, naturalmente, su quella delle disponibilità di materiale bellico presente negli arsenali di ciascun Paese membro.
    Così come pare piuttosto velleitario pensare che i politici italiani siano davvero in grado di stabilire quali armi siano difensive e quali altre offensive.   Premesso che l’Alleanza Atlantica ha sempre escluso di poter avallare attacchi sul territorio russo, una distinzione di questo tipo ci appare francamente incomprensibile, dal momento che, per un Paese che si difende, ogni arma può risultare sia di attacco, che di difesa. Se, ad esempio, le città ucraine vengono bersagliate da missili che partono da basi lontane, è chiaro che, per non rimanere completamente in balìa del nemico, diventa indispensabile poter disporre di missili analoghi a lunga gittata per colpire quelle stesse basi di lancio. Sono offensivi o difensivi questi missili?
    Se Putin, dopo un anno di guerra, non ha raggiunto i suoi obiettivi, è perché, evidentemente, il sostegno occidentale all’Ucraina ha dato i suoi frutti. Però, se fino ad oggi Mosca ha continuato ad ignorare ogni prospettiva seria di pace, è soprattutto perché fa affidamento sui cedimenti che potrebbero prendere il sopravvento nelle svogliate e rinunciatarie opinioni pubbliche occidentali. E scommette sul fatto che la sua propaganda finirà, prima o poi, per minare le resistenze politiche e morali europee, partendo magari proprio dal nostro Paese che - con i suoi dibattiti, i suoi tentennamenti ed i suoi sondaggi – probabilmente appare al Cremlino come l’anello debole della catena europea.
    Giorgia Meloni sembra, comunque, assolutamente intenzionata a non deflettere dagli impegni presi a livello internazionale e che ha personalmente confermato, martedì scorso, dinanzi allo stesso Zelensky. Il tutto, pur conoscendo certamente i dati segnalati da una recentissima indagine demoscopica, secondo cui il 47% dei suoi elettori sarebbe contrario all’invio di armi a Kiev. Una prova, la sua, di coerenza e serietà: non c’è che dire.
    3 min
  • Esattamente un anno dopo | 24/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Esattamente un anno fa, l’esercito russo ha varcato i confini ucraini non per “difendere – come dichiarato ufficialmente - il Donbass”, ma per conquistare e assoggettare Kiev. D’altra parte, è sempre stato lo stesso Putin a negare non soltanto la sovranità di Stato, ma persino la legittimità storica dell’Ucraina. Sono, infatti, sue le parole con le quali, in un discorso tenuto il 21 febbraio 2022, la repubblica guidata da Zelensky è stata definita “una invenzione di Lenin e dei bolscevichi”. Di conseguenza, nella logica del Cremlino, si tratta di un territorio che deve ritornare alla Russia, intesa soprattutto come Grande Madre Russia: quella cioè alla quale guardano con infinita nostalgia lo stesso Putin, il Patriarcato di Mosca ed una certa “intellighenzia” rappresentata, in primis, da Alexander Dugin. Poco da stupirsi, quindi, se, tre giorni dopo, alle parole sono seguiti i fatti che, per l’occasione, si sono concretizzati in oltre 50 chilometri di carri armati russi in marcia verso Kiev. Mosca prevedeva una rapida caduta della nazione ucraina, accompagnata da una fuga precipitosa del governo in carica e dalla sua sostituzione con un altro esecutivo a lei più vicino (forse quello delle “persone per bene”, di cui ci parlò Berlusconi qualche mese fa?). Ma il presidente russo non era certamente l’unico ad ipotizzare uno scenario del genere, altrimenti la Casa Bianca non si sarebbe subito affrettata ad offrire a Zelensky un asilo politico ben protetto, incoraggiandolo di fatto a fuggire. Invece, i dodici mesi trascorsi da quelle sconvolgenti giornate, si sono poi incaricati di smentire tutte le pessimistiche profezie che, inizialmente, circolavano nelle cancellerie occidentali. Nessuno aveva, infatti, messo in conto la scelta degli Ucraini di opporsi, a costo di qualsiasi sacrificio, alla violazione della propria integrità territoriale da parte dell’imperialismo russo. Si, perché l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin, altro non è se non la brutale espressione di una politica imperiale. E’ indubbio che in Italia sia ancora ben radicato e diffuso un convincimento che porta a negare la realtà di un autentico imperialismo russo, giustificandolo, se mai, con la necessità (prima sovietica ed oggi putiniana) di tutelarsi dalle mire dell’espansionismo della NATO e degli Americani. E la ragione risiede nel fatto che, per diversi decenni, per la Sinistra italiana, l’imperialismo è stato uno solo: e cioè quello di Washington. Non che, dopo il crollo del Muro, i Paesi occidentali non abbiano cercato di espandere gradualmente la propria area di influenza anche verso l’Est europeo, ma in questa vicenda ucraina è più che chiaro che è la Russia che invade e bombarda da un anno un Paese “fratello”, senza risparmiare obbiettivi civili, siano essi ospedali, scuole o centrali energetiche. E che sono gli Ucraini a difendere le loro case e le loro città senza minacciare altre popolazioni limitrofe. Dieci milioni di sfollati e molte migliaia di morti non si possono attribuire agli aiuti militari forniti dai Paesi occidentali, ma sono, invece, la terribile conseguenza dell’occupazione e dei bombardamenti russi. Sostenere il contrario, addossando cioè – come fa certo pacifismo di casa nostra - la responsabilità dei lutti alla resistenza guidata da Zelensky, significa, pertanto, cadere (magari anche in buona fede) in discutibile cerchiobottismo, utile solamente alla propaganda di guerra putiniana.
    4 min
  • Una “rieducazione” che ci fa orrore | 23/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Ricerche condotte via radar hanno rivelato, nei pressi di una ex scuola residenziale cattolica canadese della Columbia britannica, la presenza di diciassette fosse comuni che potrebbero contenere i corpi di 751 bambini appartenenti alle comunità indigene.
    Ricordiamo, con orrore e vergogna, il fatto che, dalla fine dell’Ottocento sino – cosa veramente incredibile – ai più recenti Anni 70, oltre 150mila bambini nativi furono costretti a frequentare le scuole cristiane finanziate dallo Stato, nel disumano tentativo di isolarli dall’influenza delle loro famiglie e delle loro tradizioni, al fine di cristianizzarli e di assimilarli così in quella cultura dominante che i governi canadesi dell’epoca consideravano superiore.
    Non sappiamo, con esattezza, quanti piccoli sventurati morirono in quel tipo di istituzioni scolastiche: una Commissione costituita dal governo di Ottawa “per la Verità e la Riconciliazione” ha appurato che in quei collegi di rieducazione (che, forse, però sarebbe meglio definire “lager”), erano molto frequenti le epidemie di tubercolosi, parotite, morbillo, varicella ed altre malattie virali che causavano ripetutamente i decessi di tanti fanciulli e giovinetti. Tuttavia, molti sopravvissuti hanno anche raccontano di terribili violenze ed abusi subiti. Le stesse istituzioni canadesi in tempi più recenti, hanno, infatti, riconosciuto che spesso era sufficiente che i bambini si esprimessero nella loro lingua madre per venire picchiati a sangue dai loro “maestri aguzzini”.
    E stiamo parlando di un marchio di infamia che riguarda, purtroppo, anche la Chiesa Cattolica e quelle protestanti: non a caso, lo stesso Papa Bergoglio, ben consapevole della assoluta gravità del problema, nello scorso mese di aprile si è recato personalmente in Canada proprio per chiedere scusa ai rappresentanti delle comunità indigene.
    Comunque, quello di ieri è solo l’ultimo agghiacciante ritrovamento di una serie che ci appare imperdonabilmente troppo lunga, poichè parecchie altre fosse comuni - analoghe a quella di cui vi stiamo dando notizia - sono, infatti, state rinvenute in prossimità di diverse altre scuole. Ed a questo proposito, il Missing Children Project canadese da anni è impegnato in molteplici iniziative che puntano a realizzare un censimento chiaro e credibile dei luoghi di sepoltura: e, fino a oggi, ha censito non meno di 4100 bambini che, in quei centri di terrore, persero la loro vita.
    3 min
  • Giorgia Meloni vola a Varsavia e a Kiev, alla ricerca di un posizionamento italiano nello scacchiere internazionale | 22/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    In poche ore, la premier Giorgia Meloni vola a Varsavia e a Kiev, alla ricerca di un posizionamento italiano nello scacchiere internazionale ed europeo. La posizione di Meloni è quella che esprime fedeltà all'Alleanza Atlantica, al partner americano, ma è critica nei confronti dell'asse centrale della diplomazia europea, la Francia di Emmanuel Macron e la Germania di Olaf Scholz. Meloni giunge nella città martire di Bucha, il luogo delle prime stragi contro i civili da parte dei soldati russi: le lacrime, il fango, i fiori alla memoria. Poi si lascia andare ad una esortazione rivolta alle autorità ucraine: "Potete contare sull'Italia, siamo con voi dall'inizio e lo saremo fino alla fine. Avete tutto il nostro supporto", ha detto la presidente del Consiglio.
    Ma tutto accade nelle ore in cui il Presidente americano Joe Biden si prende la scena davanti al monumento ai caduti di Kiev con l'abbraccio al leader ucraino Zelensky, e nelle ore dell'annuncio di Vladimir Putin di una neanche troppo velata sospensione del programma Start sulle testate nucleare. Due fatti inediti e fondamentali che cambiano la prospettiva geopolitica della guerra tra Russia e Ucraina, facendo entrare in campo i due veri protagonisti del conflitto, Biden e Putin, rendendo così ininfluente e marginale ogni tentativo di mediazione europea.
    2 min
  • Biden e Zelensky a Kiev con il silenzio-assenso di Putin | 21/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il Presidente americano Biden organizza un viaggio a sorpresa in Ucraina, avverte Mosca, vola a Kiev, incontra il Presidente Zelensky, i due si abbracciano davanti al monumento ai caduti, sotto i riflettori dei fotoreporter di tutto il mondo, poi dopo cinque ore Biden si reca in Polonia. Un blitz di immagine, un atto muscolare, ma calcolato, nel nono anniversario della rivoluzione di Maidan, alla vigilia del primo anno di invasione russa, con una sorta di silenzio-assenso di Vladimir Putin. Quell'abbraccio resta l'immagine più potente della fermezza con cui l'Occidente si è schierato a difesa dell'Ucraina. Non era una visita semplice. Da giorni giravano voci sulla sua volontà di raggiungere Kiev, o in subordine Leopoli, nell'ambito del viaggio in Europa, in Polonia. Ma l'intelligence americana avrebbe potuto bocciare il progetto per ragioni di sicurezza, considerando troppo elevato il rischio per le conseguenze incalcolabili di un eventuale incidente in caso di attacchi russi. in realtà la Casa Bianca aveva segretamente ridotto ai minimi con un contatto diretto con il Cremlino poco prima della missione. E' la stessa Casa Bianca a renderlo noto senza fornire dettagli, limitandosi a confermare "una comunicazione preventiva con i russi per garantire di evitare ogni errore di calcolo che potesse portare due nazioni dotate di armi nucleari in un conflitto diretto". Nella sostanza, siamo andati vicini ad un conflitto globale, sotto gli occhi dei russi. Biden si è preso la scena limitando al minimo ogni azione alternativa europea, Italia compresa.
    3 min
  • Verso le primarie del Partito Democratico | 20/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il Partito Democratico va verso la resa dei conti finale. Domenica 26 febbraio si tengono le primarie che dovranno scegliere il nuovo segretario e avviare il dopo Enrico Letta tramite il congresso nazionale. Oltre 132mila iscritti al Pd hanno già espresso le loro preferenze con il voto nei circoli. In testa c'è Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna con il 54,03%, seguito da Elly Schlein (33,91%), Gianni Cuperlo (7,5%) e Paola De Micheli (4,46%). In ogni città e paese vengono organizzati gazebi dove ogni cittadino simpatizzante per il Pd, il centrosinistra, può confermare o cambiare il risultato emerso dalla consultazione degli iscritti. E' una forma di condivisione della vita politica che solo il Pd mette in campo fin dalla sua costituzione e che, nel corso del tempo, ha visto un netto calo . Ma al di là dei nomi, delle divisioni, delle polemiche, il Partito Democratico si trova ad un bivio: rimanere a galleggiare tra il 16 e il 19%, magari con la migrazione del suo elettorato verso il M5s e Terzo Polo, oppure tornare ad essere il partito guida dell'opposizione. Sì, ma verso quale strada? Un Pd fortemente di sinistra, movimentista che parla di povertà, disuguaglianze, lavoro, sanità pubblica, diritti come avrebbe in mente Elly Schlein? Un partito sullo stile socialdemocratico come vorrebbe Gianni Cuperlo? Un Pd di governo come proposto da Stefano Bonaccini? Un partito di prossimità come chiesto nella sua mozione da Paola De Micheli? In realtà la partita si gioca tra Stefano Bonaccini che sembra aver stabilizzato i suoi consensi e Elly Schlein che potrebbe colmare lo svantaggio portando ai gazebo la sinistra diffusa. Comunque vada il Pd si mette in discussione, accettando la formula delle primarie, e scommette sulla partecipazione alla vita politica del Paese di ampie sacche di elettorato deluso e in parte pure astensionista.
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • Delmastro indagato risponde ai pm: l'atto non era secretato | 18/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    In politica, così come nella vita, quando si compie un errore è meglio ammetterlo subito, in modo pubblico, prima che la pezza diventi più grande del buco. Così il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, formalmente indagato con il reato di diffusione di segreti d'ufficio, ha detto ai pubblici ministeri della Procura di Roma che non c'è stata alcuna rivelazione di notizie coperte dal segreto istruttorio sul caso della detenzione dell'anarchico Alfredo Cospito e i documenti non erano secretati. La Procura non crede a questa versione, altrimenti non lo avrebbe iscritto nel registro degli indagati. L'atto consiste in una relazione del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria che contiene intercettazioni in cui Cospito parla con alcuni boss mafiosi nel carcere di Sassari sulle condizioni di detenzione del 41 bis. Tutti i documenti del Dap trasmessi al ministero di Grazia e Giustizia sono riservati e non diffondibili. Eppure Delmastro li ha ricevuti, li ha letti, passati all'amico e compagno di partito Giovanni Donzelli che poi li ha resi pubblici nell'aula di Montecitorio. Il ministro Guardasigilli Carlo Nordio ha difeso Delmastro e Donzelli. Il tema centrale è quello della credibilità e autorevolezza con cui si presenta Andrea Delmastro, il cui comportamento è di una gravità politica e istituzionale perfino sconcertante. Le opposizioni continuano a chiedere le sue dimissioni. Al di là dell'utilizzo politico, nel caso si aprisse un processo, da parte di delmastro sarebbe doveroso mettersi da parte per difendersi dalle accuse, senza coinvolgere le scelte sulla Giustizia del Governo di Giorgia Meloni e acutizzare ogni forma di scontro con i magistrati.
    3 min
  • La guerra infinita tra Russia e Ucraina blocca lo sviluppo europeo | 17/02/2023 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    L'Europa si prepara a finanziare nuove sanzioni contro la Russia e il Parlamento europeo offre il suo benestare all'invio di aiuti militari in Ucraina, invitando la Commissione a prendere in seria considerazione la fornitura di aerei da combattimento di ultima generazione, elicotteri, sistemi missilistici e un aumento delle munizioni. La risoluzione europea chiede di utilizzare i beni russi congelati dall’Ue per ricostruire l’Ucraina, rafforzare le sanzioni contro Mosca e i suoi alleati e avviare i negoziati di adesione con Kiev quest’anno. Ma, a pochi giorni dal primo anniversario dall'inizio della guerra tra Russia e Ucraina, il rapporto tra spesa militare affrontata dai Paesi europei e benefici è fallimentare. Sul piano militare la situazione sul campo è più o meno identica a quella di un anno fa. La Russia è rimasta imbrigliata lungo le linee militari di sempre, con perdite ingentissime di soldati e materiale bellico. L'esercito di Kiev non è riuscito a cacciare i russi dal suo territorio e le fortune militari ucraine derivano essenzialmente dal flusso di armi ricevute dai Governi europei e dagli Stati Uniti. il Consiglio Europeo ha portato a 2,5 miliardi di euro l'entità degli aiuti accordati all'Ucraina nel quadro del Fondo Europeo per la pace e questo nuovo eventuale pacchetto chiesto da Ursula von der Leyen raggiungerebbe la cifra di 3 miliardi. Sono molte le tranche di sostegni in precedenza approvate: la prima pochi giorni appena dopo l'invasione russa, il 28 febbraio, e poi ancora a marzo, aprile, maggio, dicembre. I miliardi in armi inviati a Kiev hanno prosciugato le scorte dell'Unione, che per compensare deve ora incrementare spese, acquisti congiunti e investimenti in tecnologie. Una corsa agli armamenti forsennata, priva oltretutto di risultati apprezzabili sul piano militare, porterebbe rapidamente l'Europa verso il blocco del suo sistema di sviluppo.
    3 min

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