Il Corsivo

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Il Corsivo episodes

  • 16/06/2022 | Il Corsivo
    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • 5,6 milioni di italiani restano in povertà assoluta | 16/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    I dati Istat certificano che una parte degli italiani vivono nell'assoluta precarietà. 5,6 milioni restano da almeno due anni nella povertà assoluta, uno su dieci. La tendenza coinvolge 1,9 milioni di nuclei familiari. Secondo l’Istituto di statistica, si confermano “sostanzialmente i massimi storici toccati nel 2020, anno d’inizio della pandemia dovuta al Covid-19”. In questa fascia di povertà assoluta si trovano poco meno di 1,4 milioni di bambini e ragazzi sotto i 18 anni. L’incidenza varia dall’11,4% del Centro al 16,1% del Sud. La sostanziale stabilità di questi dati dal 2020 al 2021, secondo l’Istat, è dovuta a diversi fattori. Tra le varie cause l’istituto indica il fatto che l’aumento più contenuto della spesa per consumi delle famiglie meno abbienti (+1,7% per la quasi totalità delle famiglie in povertà assoluta) non è stato sufficiente a compensare la ripresa dell’inflazione (+1,9% nel 2021). In assenza di questo balzo dell’inflazione – calcola l’Istat – la quota di famiglie in povertà assoluta sarebbe scesa al 7% e quella degli individui all’8,8%. I maggiori consumi, dunque, non compensano l’inflazione. Peggiora la condizione delle famiglie con maggior numero di componenti. Nel 2021 l’incidenza di povertà assoluta raggiunge il 22,6% tra quelle con cinque e più componenti e l’11,6% tra quelle con quattro; segnali di miglioramento provengono dalle famiglie di tre e di due componenti.
    Che fare? Dal 2020, tra Covid e ripercussioni economiche dovute alla guerra in Ucraina, l'Italia si è notevolmente impoverita. Nessun piano specifico per contrastare le povertà è stato adottato dai Governi a guida Giuseppe Conte e Mario Draghi e le disuguaglianze si sono ampliate ulteriormente, specie nelle grandi città. Servirebbe una visione di insieme e il coraggio della politica per non lasciare soli 5,6 milioni di nostri connazionali.
    3 min
  • Fdi si afferma nel Nord e batte ovunque la Lega | 15/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Ci sono due vincitori (Fratelli d'Italia e il Pd) e due sconfitti (Lega e M5s), nel test elettorale amministrativo di domenica. Ora che i dati reali di sindaci e liste sono tutti disponibili, risulta più chiara l'analisi del voto che ha coinvolto 971 comuni e quasi 9 milioni di italiani. Facciamo alcuni esempi. A Genova, Fdi è al 9,3% (nella scorsa tornata amministrativa nel 2017 era al 5,3%) contro il 6,8% del Carroccio (cinque anni fa al 13%). La stessa tendenza si registra a La Spezia con il partito della Meloni al 9,8% contro il 7,9% del Carroccio. Ma se si sposta lo sguardo in Piemonte lo scenario non cambia. Ad Alessandria Fdi è primo partito della coalizione di centrodestra con il 14,8%, mentre il Carroccio si ferma all’10,5%. La Lega brinda alla vittoria al primo turno del sindaco uscente di Asti, Maurizio Rasero. Ma nel voto di lista (5,6%) è dietro Fdi (7,7%). A Verona Fdi, partito del sindaco uscente Federico Sboarina, è avanti nel voto di lista con l’11,9%. Doppiato il Carroccio al 6,6%.Sorpasso anche a Padova dove Fratelli d’Italia è all’8,3% contro il 7,3% della Lega. M5s non ha presentato la lista in città importanti come Parma e Verona. In Sicilia, storico granaio di voti per il movimento, i 5 Stelle hanno presentato la lista in coalizione con il Pd solo in 3 Comuni su 120 (Palermo, Messina e Scordia in provincia di Catania). Ovunque i pentastellati restano sotto il 5%.
    Nel complesso la lista più votata alle Comunali è il Pd con il 17,2%, davanti a Fratelli d’Italia al 10,3%, Lega al 6,7% e Fi al 4,6%. M5s, raccoglie solo il 2,1%. Anche se non ci saranno ripercussioni sulla maggioranza che sostiene Draghi, cambiano però i bilanciamenti nelle due coalizioni con Fdi che prevale sulla Lega e Forza Italia e il Pd che domina la coalizione del centrosinistra, ma senza un apporto importante sul piano elettorale del M5s.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    3 min
  • Il centrodestra vince a Palermo, Genova, L'Aquila. Fdl supera la Lega a Parma e Verona dove è in testa il centrosinistra | 14/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Anche i dati reali confermano le tendenze espresse dagli exit poll sull'esito delle amministrative comunali. Il centrodestra si afferma a Palermo, Genova, L'Aquila, Catanzazo. A Parma e Verona è in testa il centrosinistra e Fdl supera la Lega. Il centrodestra unito, con prevalenza Fdl, indica la tendenza dei sondaggi nazionali anche su scala locale. La coalizione PD/M5s risulta debole in larga parte del paese. In particolare, il primo turno delle amministrative riguardava 971 comuni, di cui 829 con popolazione pari o inferiore a 15mila abitanti e 142 sopra i 15mila abitanti. In questi ultimi il sistema elettorale prevede il ballottaggio nel caso in cui nessun candidato superi il 50% dei voti al primo turno. Sono stati chiamati al voto 22 capoluoghi di provincia e 4 di regione: 16 avevano una amministrazione uscente di centrodestra, in larga parte riconfermata, 4 di centrosinistra.
    Già così si capisce molto dell'appuntamento elettorale che, nonostante abbia coinvolto oltre 9 milioni di italiani, non avrà ripercussioni immediate sulla tenuta della maggioranza e del Governo a guida Mario Draghi. Le vere rese dei conti si faranno all'interno dei partiti. In primis nella Lega dove la leadership di Matteo Salvini è in bilico dopo il disastro dei referendum sulla giustizia e il ribaltamento degli equilibri politici all'interno della coalizione di centrodestra. Problemi permangono all'interno del M5s. Nei prossimi giorni si assisterà certamente ad un chiarimento generale e a un ripensamento della formula referendaria.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    3 min
  • Il flop dei cinque referendum sulla giustizia | 13/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Tutto è andato secondo le previsioni. È fallita l'operazione politica di Lega, Radicali e Italia Viva sui cinque referendum che riguardano la giustizia. Gli italiani non si sono presentati alle urne e i no sono comunque molti. Cosa non ha funzionato? Più volte nel corso degli anni siamo stati chiamati ad esprimere la nostra opinione su temi importanti attraverso lo strumento del referendum, ma le nostre decisioni non sono state prese in considerazione, non hanno contato nulla.
    Ad esempio, quando nel 2011 il 94% degli elettori hanno stabilito che l'acqua è un bene comune, un servizio pubblico, e poi hanno fatto i conti con le privatizzazioni dell'acqua, assistendo impotenti alla sua quotazione nei mercati finanziari. Oppure quando nel 1993 il 90,3 degli italiani hanno abrogato il finanziamento pubblico dei partiti, poi rimasto inapplicato a causa dell'aggiramento delle norme, attraverso le Fondazioni e ad alcuni giornali riconducibili a leader politici. I tempi dei referendum su divorzio e aborto sono finiti da un bel pezzo, e il clima di partecipazione alla vita politica è ridotto al lumicino. Pure ieri ci siamo ritrovati a dover scegliere tra la conferma o l'abrogazione delle normative sulla giustizia. Non c'è stata promozione dei quesiti referendari da parte del sistema mediatico e gli stessi partiti promotori alla fine hanno messo in campo una svogliata campagna. Il risultato è sotto gli occhi di tutto.
    Oggi ci sarebbe bisogno di un referendum che chieda l'applicazione delle volontà espresse dei cittadini durante il referendum. Un paradosso tutto italiano.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    3 min
  • Speriamo di non dovercene pentire | 11/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Come è noto, il Parlamento Europeo si è appena pronunciato in favore dello stop alle vendite delle auto a benzina, diesel, metano (e persino ibride) entro il 2035. Bruxelles e Strasburgo puntano, quindi, apertamente sui veicoli elettrici, facendo però, secondo alcuni, un grosso regalo alla Cina che - in quanto a batterie ed altri componenti indispensabili per la mobilità elettrica - è, oggettivamente, molto più avanti di noi. Non che ci volesse molta fantasia ad immaginare che a prevalere sarebbe stata la svolta legislativa imposta da quell’ideologia verde che, da un po’ di tempo a questa parte, sembra essersi impossessata delle menti di coloro che decidono del nostro futuro...Però, era forse anche lecito sperare che almeno un barlume di pragmatismo potesse fare breccia tra i banchi dell’Europarlamento. Invece, è proprio mancata la consapevolezza del momento drammatico che stiamo vivendo. Intendiamoci, l’aspirazione a realizzare un pianeta ambientalmente compatibile è assolutamente condivisibile, se non addirittura doverosa: tuttavia, un voto che avesse preso in considerazione pure l’opportunità di gestire la transizione green con un minimo di gradualità in più, non avrebbe certamente nuociuto alla crescita industriale ed alla stabilità sociale di un Continente che, al momento, sta facendo i conti con una guerra intestina e con una crisi energetica che iniziano a destabilizzarne seriamente la tenuta economica. In particolare, in Italia il voto europeo di mercoledì scorso mette a rischio decine di miglia di posti di lavoro (settantamila solo nella componentistica), oltre a porre in discussione il conseguimento di una sovranità tecnologica imprescindibile nelle sfide globali.
    Pertanto, la transizione ecologica non può far finta di ignorare la portata di certe ricadute sociali ed occupazionali che possono scaturire dagli indirizzi che essa intende imporre al mondo della produzione e del lavoro.
    L’Europa, spinta dalla pura ambizione di risultare la prima della classe in quanto ad ecologismo, di fatto impone – almeno in questo caso - tempi e vie obbligate che impattano negativamente su alcuni Paesi come l’Italia, la Germania e la Francia. Paesi che dovranno, adesso, inventarsi qualcosa per mettersi nella condizione di non soccombere del tutto dinanzi all’egemonia che la Cina esercita nel campo dell’auto elettrica, visto che circa l’80% di ciò che occorre per costruirne una (dalle batterie, alle tecnologie) lo comprano proprio dal colosso asiatico.
    3 min
  • Draghi, Macron ed i “piccoli” partiti italiani | 10/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Nel lungo incontro che li ha visti discutere fin oltre la mezzanotte, Mario Draghi ed Emmanuel Macron hanno certamente avuto modo di affrontare svariati argomenti. Alcuni li vedono assumere atteggiamenti non del tutto coincidenti, come, ad esempio, quello inerente l’estensione dell’Unione Europea ai Paesi balcanici su cui il presidente francese è piuttosto cauto, oppure quello che concerne la linea da seguire nella questione ucraina, a proposito della quale il nostro premier - rispetto a Macron - sembra sensibilmente più vicino alle posizioni di Biden e di Boris Johnson.
    C’è però un altro tema che, invece, accomuna pienamente le strategie dell’Eliseo e di Palazzo Chigi: e stiamo parlando delle modalità attraverso le quali far uscire il Vecchio Continente dalla crisi energetica. Fin dal vertice straordinario dei Ventisette di Versailles, Draghi e Macron hanno entrambi sostenuto – per la verità senza sollevare particolari entusiasmi tra gli altri partners europei - l’ipotesi di dare vita ad un nuovo Recovery plan: e vale a dire ad un “Repower Eu”, con cui finanziare la nostra autonomia energetica dalla Russia. Oggi, le probabilità di vincere le resistenze dei Paesi nordici non sono certo alte, ma per Parigi e Roma è comunque importante riuscire a porre le basi di un’alleanza aperta a tutti quelli che credono che ai grandi problemi si debbano dare risposte comuni.
    Non c’è dubbio sul fatto che, con l’avvento di Draghi alla guida del Governo, la credibilità internazionale ed il peso politico del nostro Paese siano cresciuti in maniera davvero rilevante. L’uscita di scena di Angela Merkel (per ora non adeguatamente sostituita) ha, indubbiamente, nuociuto all’autorevolezza globale della Germania, lasciando così ampio spazio per chi, come Mario Draghi, avesse avuto le carte in regola per candidarsi a svolgere una funzione di primo piano nella leadership dell’Unione Europea.
    Peccato che la politica italiana, che pure dovrebbe approfittare di questa situazione positiva e capace di condurre il Bel Paese verso traguardi di prestigio raramente conosciuti in passato, dia, al contrario, l’impressione di essere concentrata prevalentemente su questioni di piccolissimo cabotaggio. L’attenzione dei partiti italiani pare, infatti, al momento pesantemente condizionata dal clima elettorale che li rende rissosi e li spinge ad occuparsi esclusivamente del proprio immediato tornaconto. Il tutto in aperto ed incomprensibile contrasto con quel ruolo globale che Draghi, da par suo, sta invece facendo giocare proprio all’Italia.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    3 min
  • Il grano bloccato in Ucraina e l’appello dell’UNICEF | 09/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    L’esito dell’attesissimo incontro tra il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ed il suo collega turco Mevlut Cavusoglu non può essere giudicato negativamente, anche se è mancato il tanto auspicato annuncio relativo allo sblocco delle forniture di cereali da parte di Mosca e di Kiev.
    Turchia e Russia hanno, infatti, raggiunto un accordo di massima, in base al quale alla marina militare di Ankara saranno affidati compiti di sminamento e di scorta delle navi cariche di grano che attraverseranno il Mar Nero.
    I due ministri sono, inoltre, d'accordo sul coinvolgimento delle Nazioni Unite e sulla creazione di un centro di controllo e coordinamento che tracci la rotta delle navi in uscita attraverso gli stretti di Bosforo e Dardanelli in territorio turco. In sostanza, un'intesa tra Ankara e Mosca ci sarebbe anche, ma a mancare – almeno per adesso – è il fondamentale assenso dell'Ucraina, restia a sminare i propri porti - specialmente Odessa - nel timore di attacchi russi ai propri fianchi scoperti.
    Tema della discussione che si è svolta nella capitale turca è stata la proposta, avanzata dal governo di Erdogan, per cercare di risolvere una crisi alimentare altrimenti destinata a travolgere molti Paesi africani ed asiatici, i cui approvvigionamenti dipendono, in larga misura, proprio dalle forniture di cereali attualmente ferme nei porti ucraini e che ammontano a ben 22 milioni di tonnellate.
    Il governo di Erdogan si offre, quindi, di farsi garante tra le parti: sarebbero, infatti, le sue navi a sminare i corridoi attraverso i quali far passare i convogli carichi di grano, nonchè a scortarli. I tempi però non sarebbero, comunque, immediati poiché, secondo la Turchia, lo sminamento richiederebbe 5 settimana di tempo, mentre l’Ucraina parla addirittura di sei mesi. A sua volta, il Cremlino ha apparentemente accolto con favore il piano di Erdogan, garantendo che non impedirebbe il passaggio delle navi cargo destinate a scongiurare la catastrofe alimentare. Però, in cambio chiede all’Occidente un alleggerimento delle sanzioni economiche…
    Zelensky, invece, su questa iniziativa turca, esprime un chiaro e forte scetticismo. Innanzitutto perché teme che, una volta bonificato il mar Nero, la Russia possa approfittarne per attaccare l’Ucraina dal mare; poi perché accusa i Russi di rubare il grano stoccato nei magazzini dei porti ucraini – Mariupol su tutti – che sono caduti nelle loro mani. Oltre a ricordare come il commercio dei cereali non sia contemplato nel pacchetto delle sanzioni e, quindi, non si capisce per quale motivo dovrebbe divenire “moneta di scambio” con Mosca.
    Intanto, mentre lor signori discutono, l’UNICEF per l’Africa orientale e meridionale lancia un disperato appello, chiedendo di agire immediatamente per risolvere lo stallo in Ucraina, pena il verificarsi di un vertiginoso aumento delle morti di bambini causate tutte dalla fame.
    3 min
  • A pensar male si fa peccato... | 08/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Destano stupore e indignazione le affermazioni attraverso le quali l’ex presidente russo ed oggi vice capo del Consiglio di sicurezza nazionale, Dimitrij Medvedev, ha spiegato il perché di certe sue posizioni, spesso così ostili nei confronti degli occidentali. Affidando la sua risposta ad un post pubblicato su Telegram, Medvedev, ha, infatti, chiarito che lui gli occidentali li odia, perché sono dei bastardi e dei degenerati che vogliono la morte della Russia e, pertanto, finché vivrà cercherà di fare tutto il possibile affinché spariscano. D’altra parte, per chi ha occasione di leggere i suoi frequenti interventi sui social - nei quali si accanisce prevalentemente sulle sanzioni all’economia di Mosca – il livore di quello che per alcuni anni era apparso come il numero due del sistema di potere putiniano non costituisce certamente una novità...Anche se, questa volta, le sue parole sembrano davvero essere andate un po’ troppo al di là di quelle che, normalmente, sono le regole e la compostezza della diplomazia.
    Sulle minacciose dichiarazioni di Medvedev è intervenuto anche il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, il quale ha parlato di “affermazioni che non lasciano dubbi e allontanano da parte russa la ricerca della pace”, dando piuttosto danno linfa a una campagna d'odio contro l'Occidente e contro quei Paesi che stanno cercando con insistenza la fine delle ostilità in Ucraina.
    Eppure, questo Dmitry Medvedev, nel periodo in cui, tra il 2008 ed il 2012, fu presidente della Federazione Russa - in temporanea sostituzione di Putin che per motivi costituzionali dovette saltare un turno prima di riprendersi la poltrona - ci eravamo un po’ tutti abituati a considerarlo come il volto nuovo di una Russia che voleva aprirsi maggiormente al mondo. Nel 2009 aveva sottoscritto, unitamente ad Obama, un documento in cui si parlava di andare oltre la mentalità della Guerra Fredda, per dare vita ad una rinnovata era nei rapporti tra Mosca e Washington, caratterizzata dalla riduzione degli armamenti, dalla ricerca di una stabilità strategica e di una collaborazione proficua nella lotta al terrorismo. Molti commentatori europei ed americani giudicarono positivamente, fin dai suoi esordi sulla grande ribalta internazionale, il fatto che – a differenza di Putin – l’astro nascente della politica russa non avesse praticamente mai ricoperto ruoli di un certo rilievo durante il passato sovietico, ma che sembrasse, al contrario, incarnare proprio l’immagine del russo che guarda con interesse alla globalizzazione, che parla perfettamente l’inglese, che conosce la cultura europea e che auspica un futuro meno autarchico per il proprio Paese. Insomma, nel suo curriculum non figurava affatto una militanza nel Kgb, ma piuttosto una serie di studi economici che lo mettevano in grado di esprimersi sempre con serietà e competenza ad ogni livello. Forse, uno dei pochi in Occidente ad aver visto giusto nei confronti di questo brillante giovanotto fu il senatore repubblicano John McCain, il quale disse che Putin, con l’insediamento di Medvedev al Cremlino, si era appena nominato presidente a vita...E in effetti, deludendo le aspettative di tanti suoi illusi estimatori occidentali, è oggi lo stesso ex presidente “pro tempore” a spiegare loro che, se potesse, li cancellerebbe tutti dalla faccia della Terra...
    Un grande vecchio della politica italiana era solito dire che “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”...Chissà che opinione si era fatto Giulio Andreotti del giovane Dmitrij Medvedev...
    Credits: Agenzia Fotogramma
    4 min
  • Un referendum piccolo piccolo | 07/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il 12 giugno, insieme al voto amministrativo che coinvolge 978 comuni, si tengono i referendum abrogativi sulla giustizia, voluti da radicali, Lega e altri. Nonostante le proteste dei promotori, lo sciopero della fame, il sistema mediatico ha certamente ignorato l'appuntamento referendario. Lo ha fatto in modo deliberato con il chiaro intento di farlo fallire.
    Infatti, a meno di colpi di scena, le possibilità che i referendum superino il quorum sono ridotte al minimo storico. Eppure i quesiti sono importanti. Le questioni riguardano l’incandidabilità dei politici condannati, i motivi per i quali si può mettere in carcere o in custodia una persona indagata, il sistema di carriera e di valutazione dei magistrati e, infine, l’elezione del Consiglio superiore della magistratura. L'esercizio della democrazia passa anche attraverso la partecipazione dei cittadini alla vita politica e culturale del Paese. Indipendentemente da come la si pensi su temi divisivi come quello del funzionamento della giustizia, rinunciare a prendere parte ad una battaglia qualunque essa sia, rappresenti già una sconfitta. Per il mare c'è tempo e il 12 giugno è invece l'era dei grandi passi.
    2 min

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