Il Corsivo

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Il Corsivo episodes

  • Due stragi al giorno | 06/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Tre persone sono rimaste uccise e altre 11 ferite in una sparatoria a Filadelfia. L’ennesima follia è avvenuta all’incrocio tra due strade solitamente frequentate dalla movida locale. La polizia ha riferito che quattordici persone sono state raggiunte da colpi di arma da fuoco e portate negli ospedali della zona: tre di esse - due uomini e una donna - sono state dichiarate decedute subito dopo il ricovero, con ferite multiple da arma da fuoco.
    Come fossero del tutto indifferenti dinanzi alle stragi che hanno funestato il loro Paese negli ultimissimi giorni, gli Americani continuano imperterriti ad armarsi ed a sparare. A poco più di una settimana dall’inspiegabile carneficina alla scuola di Uvalde, in Texas, dove il 29 maggio la pazzia di un diciottenne ha provocato la morte di 19 bambini e di due insegnanti (e nonostante l’accorato appello del presidente Biden al Congresso affinché ci si decida, finalmente, a regolamentare la circolazione delle armi da fuoco), il Paese di Jesse James e dei vari “giustizieri della notte” non smette di raccontare sparatorie e di raccogliere morti praticamente tutti i giorni.
    Non a caso, dal 29 maggio al 5 giugno - e prima, dunque, di quello di Filadelfia - gli Stati Uniti hanno dovuto contabilizzare ben altri 5 episodi di estrema gravità. Ci basti pensare che, dall’inizio del 2022 fino al 15 maggio, secondo i dati forniti dall’associazione indipendente “Gun Violence Archive”, in tutto il territorio americano si sono registrate 198 sparatorie “di massa” (espressione usata per definire un attacco in cui muoiono 4 o più persone), con una media, quindi, di circa 10 attacchi alla settimana. Una media che si sta, pertanto, pericolosamente avvicinando a quella dell’anno scorso quando, nell’arco dei dodici mesi, si è arrivò a toccare persino l’allucinante tetto delle 693 stragi: all’incirca due al giorno...
    2 min
  • 7 anni di vita in più | 04/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Il grado di attenzione – più o meno disinteressata – che si è focalizzato sullo stato di salute di Vladimir Putin ha conosciuto, negli ultimissimi mesi, una crescita veramente esponenziale. Roba da far impallidire tutte le amorevoli ansie che buona parte della stampa internazionale dedica ai malori che, ogni tanto, affliggono la regina Elisabetta.
    Ad aprile il presidente russo sarebbe stato operato di un tumore al pancreas, cosa che però non gli ha, stranamente, impedito di partecipare il 9 maggio alla tradizionale parata militare con cui a Mosca si festeggia la vittoria dell’Armata Rossa sul nazismo. Allora forse è una grave malattia del sangue o della tiroide a minare la sua sopravvivenza... infatti i soliti “bene informati” ci raccontano come, intorno alla figura dello zar, sia sempre presente una folta schiera di medici che non si allontanano mai da lui. La macchina organizzativa e militare del Cremlino ha, indubbiamente, messo in evidenza, dal 24 febbraio in poi, delle crepe che, francamente, ben pochi di noi avrebbero mai immaginato potessero affiorare, ma da qui ad arrivare a credere che l’entourage di Putin sia diventato un colabrodo tale da far filtrare persino i più intimi particolari che riguardano la vita privata del capo supremo, il passo è, senza dubbio, piuttosto lungo…
    Scherzi a parte, è chiaro che come stia realmente Putin è un tema di estremo interesse nelle capitali occidentali, nelle quali ci si interroga su quello che potrebbe succedere a Mosca nel caso in cui, lo Zar dovesse cedere, per un motivo o per l’altro, quel bastone del comando che, da ben oltre vent’anni, impugna da monarca autoritario ed indisturbato. Quanto è rimasto della saldezza iniziale del potere putiniano, dinanzi agli imperdonabili errori di valutazione che il leader russo – o perché mal consigliato o perché troppo a lungo sopravvalutato - ha commesso invadendo l’Ucraina? Ci sono state, specialmente negli ultimi giorni, significative ed imbarazzati defezioni - sia a livello diplomatico, che manageriale – le quali hanno creato, indubbiamente, una zona d’ombra sulla compattezza dell’universo putiniano. E’ forse iniziata una resa dei conti all’interno del Cremlino destinata se non a provocare un vero e proprio cambiamento di regime, almeno a collocare l’attuale presidente in una posizione marginale, adducendo, magari, ufficialmente proprio quei “motivi di salute” che spesso - dai banchi di scuola fino ai vertici delle multinazionali - si chiamano in causa quando c’è qualcosa che si preferisce nascondere?
    I servizi segreti di sua maestà britannica – quelli di James Bond, tanto per intenderci – prevedono che Putin sia destinato ad uscire di scena entro il 2023: e si tratterà di una exit graduale, non traumatica che consisterà in un lento tramonto, nel quale l’uomo che ha retto le sorti del Paese fin dal 1999, sarà fermamente invitato a ritirarsi nella sua dacia, magari per scrivere qualche libro di memorie.
    A quanto ci risulta, non esiste un piano di successione nella leadership russa e sarebbe, quindi azzardato, scommettere su qualsiasi cavallo potenzialmente in corsa verso le stanze del potere. Tra l’altro, non ci sono neanche presupposti che inducano ad ipotizzare l’avvento di una Russia meno aggressiva e più aperta al dialogo con l’Occidente: falchi e colombe esistono, infatti, anche al Cremlino.
    Secondo un vecchio modo – certamente pre freudiano – di interpretare i sogni, sognare la morte di qualcuno significa allungargli la vita di sette anni. Ebbene, il 7 ottobre prossimo Vladimir Putin festeggerà settant’anni e se l’italica saggezza popolare non si inganna, con tutti i media che di fatto hanno “sognato” la sua scomparsa negli ultimi tre mesi, il sia pur acciaccato zar può già credibilmente cominciare ad ordinare anche la torta per il 7 ottobre 2029.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    4 min
  • Salvini conferma i suoi contatti con Mosca, la farsa prosegue | 03/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Di due l'una. O il leader della Lega Matteo Salvini agisce da solo e in modo incontrollato nel tentativo di convincere i russi a siglare un accordo di cessate il fuoco, oppure il Governo di cui fa parte è a conoscenza del suo piano. Salvini ha confermato che, nonostante le critiche mosse da Pd e M5s, i contatti con Mosca proseguono. Ha rivendicato il diritto dovere di incontrare chi vuole nel segno della pace. Ma può un segretario di un partito promuovere un piano della pace senza l'assenso del Presidente del Consiglio Mario Draghi, il ministro degli Esteri Luigi di Maio, senza che il Capo dello Stato Sergio Mattarella sia a conoscenza dell'iniziativa di diplomazia parallela?
    No, un segretario di un partito non ha alcun incarico di Governo, non è un Presidente, neppure un ministro, e la diplomazia spetta nell'ordine a Draghi, a Di Maio, agli ambasciatori. Ritengo giusta e doverosa l'indagine del Copasir che è un organo di controllo del Parlamento.
    Preoccupa invece il silenzio di Mario Draghi che non ha detto nulla sulle dichiarazioni di Salvini. Di Maio rimane sul generico ma ribadisce il concetto del rispetto dei ruoli: "lavoriamo tutti per la pace, rispettando alleanze e partner internazionali". Il discredito della nostra diplomazia ufficiale diventa giorno dopo giorno strutturale e tutto si trasforma in farsa.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    2 min
  • La festa della Repubblica e la Costituzione non ancora applicata | 02/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Tra il 2 e il 3 giugno 1946, gli italiani scelgono attraverso un referendum la Repubblica costituzionale come sistema politico italiano. L'opzione monarchica viene definitivamente sconfitta, dopo 85 anni di regno della dinastia dei Savoia, di cui venti di dittatura fascista, conclusa durante la Seconda Guerra mondiale. Al referendum partecipano per la prima volta le donne e il nuovo corso determina la scelta dei componenti dell'Assemblea Costituente a cui viene affidato il difficile compito di redigere la Carta Costituzionale. Ma l'Italia rimane divisa in due, perché nel Nord prevale la Repubblica, mentre nel Sud la monarchia è prevalente, e lo scarto di voti è minimo. Le origini profonde della divisione del Paese provengono da quel momento storico e solo la Costituzione, conseguente alla scelta del 2 giugno, tende a ricucire quelle discrepanze.
    A distanza di 76 anni, la Costituzione rimane ancora un faro, ma i suoi articoli non vengono applicati in modo completo. Anzi, in molti hanno tentato di renderli inefficienti, nel corso del tempo, con leggi imbrigliate da lacci e lacciuoli. L'articolo 11, ad esempio, recita così: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".
    Oggi l'Italia finanzia con armi sofisticate e costose l'esercito ucraino nella sua offensiva contro l'attacco russo. Quei costituenti di 76 anni fa avevano progettato un Italia di pace che oggi si è messa l'elmetto ripudiando la Carta, come rilevato da un discreto numero di costituzionalisti.
    3 min
  • Salvini, Capuano, il mancato viaggio a Mosca | 01/06/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    C'è maretta nella Lega. Un signore chiamato Antonio Capuano, ex parlamentare di Forza Italia e consulente dell'ambasciata russa, si presta ad organizzare il viaggio del leader della Lega Matteo Salvini a Mosca. L'idea è quella di presentare ai russi un piano di pace in quattro punti, con una sede di trattative neutrale e tre garanti: i vertici istituzionali di Italia, Francia e Germania, più un garante morale.
    Lo scopo dichiarato è quello di ottenere un immediato cessate il fuoco. Draghi e il consiglio dei ministri non sono informati, ma Putin pare sia a conoscenza della mossa di Salvini. Capuano rivela che il Governo sarebbe stato avvertito solo qualche ora prima di partire per Mosca, per evitare fughe di notizie. I dirigenti della Lega nei fatti sono tagliati fuor, Giorgetti fa la voce grossa. "Sono delle proposte suggestive, però bisogna muoversi di concerto col governo. Sono questioni di portata mondiale, quindi ciascuno deve dare il suo contributo, ma all'interno di percorsi che sono molto molto complicati", dice il ministro dello Sviluppo.
    Ma il grosso della truppa non si indigna, anzi nelle chat interne al partito Salvini viene osannato. Pd e M5s attaccano Salvini, il viaggio è ormai annullato. È una storia sbagliata, all'italiana si direbbe nei circuiti internazionali. Si tratta di una iniziativa che viola i profili diplomatici e politici del nostro Paese, che scavalca le istituzioni, anzi le calpesta, e che getta un’ombra sinistra e poco trasparente sull’Italia in un momento molto delicato della trattativa internazionale per il conseguimento di un indispensabile 'cessate il fuoco'.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    3 min
  • Salvini fermo alla stazione | 31/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Il viaggio di Salvini, il quale sembrava già pronto con la valigia in mano a partire per Mosca, è, per il momento, rinviato o, forse, addirittura cancellato. L'iniziativa di andare in Russia per parlare di guerra e di diplomazia, non ha, infatti, riscosso alcun entusiasmo: né, come è ovvio, da parte del Governo che si è sentito inspiegabilmente scavalcato, né – e qui la cosa si fa un po’ più grave – all’interno della Lega, nella quale si è registrata, al contrario, solamente una serie di fredde prese di distanza rispetto alla spiazzante trovata del suo segretario politico. Meglio, dunque, far finta di niente ed evitare di rilasciare dichiarazioni di alcun genere: il ministro Giorgetti non ne sapeva niente ed all’oscuro di tutto era persino il vice segretario Lorenzo Fontana, sebbene responsabile degli affari esteri per il partito. Ad avere, invece, una conoscenza dettagliata di tutta “l’operazione Mosca” è risultato essere un personaggio del tutto estraneo al mondo leghista: e si tratta dell’ex deputato campano di Forza Italia Antonio Capuano, il quale afferma di essere l’autore di un piano di pace che Salvini intenderebbe sottoporre all’esame del Cremlino. Un piano che in Russia, secondo Capuano, sarebbe già anche stato giudicato meritevole di essere approfondito con la dovuta attenzione.
    Possiamo immaginare lo stupore e, probabilmente, anche il nervosismo che devono aver pervaso le stanze di via Bellerio, quando tutti i maggiori esponenti leghisti hanno appreso dai media dell’esistenza di un consulente – completamente sconosciuto ai più – che, dall’oggi al domani, era diventato talmente influente ed autorevole da vedersi affidare, all’insaputa di tutti, addirittura l’incarico di elaborare un piano di pace e di organizzare una missione diplomatica “ad personam” per conto dello stesso Matteo Salvini.
    D’altra parte, è più che ipotizzabile che qualcuno ai vertici del partito che fu di Bossi e Maroni possa, in questo momento, non sentirsi affatto tranquillo, visto che già in passato – come insegna la vicenda di Luca Morisi – l’ex ministro degli Interni aveva evidenziato una certa propensione ad invaghirsi delle idee di uno spin doctor rivelatosi poi più un problema, che un vantaggio.
    Comunque, a prescindere dai malumori che può aver suscitato nella Lega, Salvini, agendo in questo modo, oltre a creare qualche imbarazzo a Mario Draghi (ma di questo potrebbe anche non importargliene nulla), rischia adesso di mettere pure in discussione l’accreditamento del centrodestra come forza candidata al governo del Paese. E non a caso la presa di distanza di Giorgia Meloni nei suoi riguardi è stata piuttosto netta, mentre quella del coordinatore di Forza Italia, Antonio Tajani, si è spinta persino oltre chiedendosi retoricamente, dinanzi alla stampa, cosa mai andasse a fare Salvini a Mosca.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    3 min
  • Fidarsi di Putin? | 30/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Sembra che l’esercito russo sia ormai sul punto di impadronirsi stabilmente dell’intero territorio del Dombass: e si tratta di un risultato che coinciderebbe con quello che era stato presentato come l’obbiettivo fondamentale della “operazione militare speciale”, iniziata il 24 febbraio scorso. Per diverse settimane i governi ed i media occidentali ci hanno descritto, forse un po’ troppo ottimisticamente, una situazione sul campo che proiettava le immagini di forze armate del Cremlino allo sbando e di soldati ucraini che, grazie al loro eroismo ed agli aiuti militari di Stati Uniti ed Europa, stavano ormai marciando verso una clamorosa ed entusiasmante vittoria.
    Però, a questo punto è chiaro che le cose non stavano propriamente così...e che, probabilmente, non avevano tutti i torti quei commentatori che dubitavano del fatto che l’esercito di Putin fosse poi veramente quell’ammasso di ferraglia arrugginita che alcune fonti – anche ufficiali -volevano far credere. Non assisteremo, pertanto, ad un respingimento indietro dei Russi, fino riportarli all’interno dei confini ufficialmente riconosciuti dalla comunità internazionale. Si impone, invece, adesso, un realistico abbandono dei tanti facili entusiasmi, in favore di una visione più credibile e pragmatica dello stato di cose che si è venuto a determinare. D’altra parte, è stato lo stesso Zelensky a riconoscere che la situazione si è fatta, in generale, molto pesante e, quindi, potrebbe avvicinarsi anche il momento in cui Mosca decida, finalmente, di aprire un tavolo di trattativa con Kiev.
    I Paesi che erano parsi i più determinati a spingere Zelensky verso una resistenza ad ogni costo da opporre ai Russi fino alla vittoria finale, incominciano ora ad attenuare i loro toni ed i loro incitamenti, prendendo ragionevolmente atto del fatto che l’esercito di Mosca – che, indubbiamente, si è rivelato molto meno temibile di quanto si pensasse – potrebbe, comunque, essere sconfitto davvero soltanto se si verificasse un intervento diretto della NATO: cosa nemmeno ipotizzabile, perchè scatenerebbe quasi sicuramente una catastrofica terza guerra mondiale. Purtroppo l’Ucraina non ha e non avrà mai la concreta possibilità di liberare i territori perduti e, quindi, ancora una volta nella vita non saranno i “buoni” a prevalere...Però, stentiamo anche a credere che a Washington e a Londra qualcuno avesse seriamente pensato che Putin potesse accettare di tornarsene a casa, con le pive nel sacco, perdendo la faccia dinanzi al suo popolo ed al mondo intero, senza reagire con qualche gesto disperato.
    Lo ha capito Macron quando ha detto che bisognava stare attenti a “non umiliare Putin”. E mostra di capirlo anche Mario Draghi, il quale, pur essendo forse il leader più filo atlantico nell’Unione Europea, non ha mancato di avanzare un suo piano di pace che le due parti in causa, prima di gettarlo via come carta straccia, avrebbero fatto bene a prendere in maggiore considerazione. In esso vengono elencate una serie di priorità da definire come la stabilità strategica, il disarmo e il controllo degli armamenti, la prevenzione dei conflitti e le misure di rafforzamento della fiducia. Già, la fiducia: difficile però credere che, tra un massacro ed una devastazione, si trovi ancora, in tutta l’Ucraina, qualcuno disposto a fidarsi di Putin.
    4 min
  • Eurispes: è scarsa la fiducia degli Italiani nei confronti del nostro sistema giudiziario | 28/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Secondo quanto emerge dal 34° Rapporto Italia dell’Eurispes, il nostro Paese si sta avvicinando all'appuntamento con i referendum sulla giustizia, con un atteggiamento di sostanziale indifferenza. Certo si tratta di quesiti complessi, che richiedono approfondimenti che non tutti hanno il tempo o la voglia di fare: per cui, forse più che di disinteresse e di disillusione sarebbe magari il caso di chiamare in causa la carenza di informazioni adeguate sui temi che saranno oggetto di consultazione referendaria il prossimo giugno. Quello che però, l’Eurispes ha rilevato chiaramente è un diffuso convincimento circa il cattivo funzionamento del nostro sistema giudiziario: al punto che il 27,3% del campione intervistato rinuncerebbe addirittura a denunciare gli eventuali illeciti subiti. L’11% perché ritiene che i fastidi che si incontrano nell'affrontare un percorso giudiziario siano superiori ai potenziali vantaggi; il 10% perché teme di essere travolto da meccanismi astrusi che non garantiscono certezze, ma solo un cumulo di spese legali, mentre un altro 6,2% degli interpellati giustifica la propria rinuncia ad agire in giudizio, affermando di nutrire una generica sfiducia nei confronti dei tribunali.
    Comunque, nel complesso, il 65,9% degli intervistati da Eurispes ha ammesso di non fidarsi dell'apparato giudiziario, sebbene con sfumature diverse: il 45,3% attribuisce, infatti, ancora un barlume di credibilità ai giudici, mentre il 20,6 non nutre più alcuna speranza.
    E andando a verificare quali siano le ragioni che determinano questa caduta di consensi nei riguardi della giustizia italiana, l’Istituto di ricerca romano ha riscontrato che al primo posto figura, per il 34% delle persone coinvolte dal sondaggio, l'inaccettabile lentezza dei processi. In seconda posizione il 19,8% ritiene, invece, che non tutti siano uguali davanti alla legge, ma c’è poi anche un rilevante 13,6% che lamenta come, nel nostro Paese, manchi la certezza della pena.
    Altro elemento che dovrebbe indurre a profonde riflessioni è quello che riguarda l’affidabilità stessa della Magistratura, con il 57,8% degli Italiani che, stando a quanto pubblicato da Eurispes, pensano che l'azione dei giudici sia condizionata dalla loro appartenenza politica, mentre solo il 31,1% è convinto del contrario.
    Infine, l’indagine ha preso in esame anche il variare delle opinioni in base alle diverse fasce anagrafiche, rilevando che sono proprio i giovani fra i 18 e i 24 anni ad avere poca (50,9%) o nessuna (22,4%) fiducia nella giustizia. In particolare, il 73,3% degli under 24 guarda con preoccupazione e scetticismo, a quello che avviene nei tribunali.
    3 min
  • Addio ad un “cavallo di razza” | 27/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Con la scomparsa di Ciriaco De Mita, la politica italiana perde uno degli ultimi “cavalli di razza” che le fossero rimasti. Una politica alla quale, del resto, l’ex leader democristiano ha dedicato veramente tutta la sua esistenza che, infatti, concludendosi ieri, lo ha salutato mentre era ancora impegnato a fare il sindaco di Nusco, il comune dell’avellinese in cui era nato 94 anni fa.
    Resterà nella memoria di molti come un personaggio che non andava troppo d’accordo con le semplificazioni: anzi, la complessità ( e magari anche la tortuosità ) di certi suoi ragionamenti non sempre lo hanno facilitato nei contatti con il suo Partito, con il suo elettorato e con le altre forze politiche, sia alleate che avversarie. E proprio per questa sua raffinatezza argomentativa, l’Avvocato Gianni Agnelli ebbe a definirlo “un intellettuale della Magna Grecia”, volendo probabilmente significare che, a suo parere, De Mita era più che altro un contemplativo e, quindi, privo di quelle doti di pragmatismo che, invece, sono indispensabili a chi debba governare. Il punto è però che, per l’uomo che negli Anni 70 e 80 incarna, come forse pochi altri, il potere democristiano, è proprio il pensiero a dover presiedere a qualsiasi iniziativa politica, inquadrandola in un disegno strategico che vada ben al di là di qualche concreto interesse contingente. Di conseguenza non è difficile immaginare come, partendo da un’impostazione di questo tipo, la confusa ed incolta realtà politica degli ultimi trent’anni possa, quasi sicuramente, essergli sembrata vuota e svilita
    De Mita, come del resto quasi tutti i democristiani, fu sempre molto diffidente nei confronti dei decisionismi, dei presidenzialismi e, comunque, di tutte quelle tendenze che guardavano con sempre maggiore attenzione alla concentrazione di maggiori poteri nella sola persona del leader di un esecutivo. Ed a questo proposito, l’ultima testimonianza del suo modo di intendere le istituzioni e la vita politica la diede, ormai quasi novantenne, sei anni fa quando, al referendum del 4 dicembre, si oppose fieramente alla riforma costituzionale propugnata da Matteo Renzi. Esattamente come, negli anni in cui fu segretario della DC e presidente del Consiglio, era stato il più acerrimo avversario di Bettino Craxi e della sua famosa idea di “Grande Riforma”.
    Politicamente si era convinto del fatto che, in Italia, il partito responsabile per eccellenza, insieme alla Dc, fosse stato, almeno a partire dalla gestione Berlinguer in poi, il Pci. Sono però, ingiuste e superficiali le analisi che spesso lo hanno descritto come l’uomo del dialogo ad ogni costo con i comunisti. Certo, De Mita intendeva coinvolgerli sul terreno delle riforme istituzionali e, sempre con loro, nel giugno del 1985, concordò l’elezione al primo scrutinio di Francesco Cossiga alla presidenza della Repubblica, ma la sua era, soprattutto, una presa di coscienza - maturata sulle tracce di Aldo Moro - del fatto che era ormai giunto il momento di archiviare quella classica “conventio ad excludendum” nei confronti del PCI, che aveva regolato la formazione di tutti i Governi che si erano succeduti dalla Liberazione in poi.
    Tra le frasi che gli vengono attribuite, una in particolare merita di essere citata: ed è quella secondo cui “quando un avversario ha torto bisogna aiutarlo ad avere ragione”. Non c’erano, quindi, per Ciriaco De Mita, pregiudizialmente dei nemici, ma soltanto persone che sbagliavano e che, pertanto, andavano aiutate a trovare la strada giusta.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    4 min
  • Berlusconeide | 26/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Al termine di una vicenda processuale che dura ormai da otto anni, dalla Procura di Milano è arrivata una richiesta molto pesante nei confronti di Silvio Berlusconi, per il quale ha chiesto una condanna a sei anni di reclusione per corruzione in atti giudiziari. Che il caso “Ruby ter” non promettesse nulla di buono per il suo maggiore imputato era parso a tutti abbastanza chiaro quando, nella sua requisitoria, la pm Tiziana Siciliano si era spinta fino a definire “schiavitù sessuale” lo stato in cui si sarebbero venute a trovare le frequentatrici delle feste che venivano organizzate nelle residenze del Cavaliere di Arcore….Però, è anche vero che sei anni, per un fatto strettamente collegato ad un altro processo conclusosi con la sentenza di assoluzione per lo stesso Berlusconi (poiché nelle serate di Arcore non sarebbe mai avvenuto alcunchè di illecito), rappresentano, probabilmente, una richiesta che è andata al di là di quanto poteva essere logico aspettarsi.
    Comunque, secondo i due procuratori Gaglio e Siciliano, l’ex presidente del Consiglio avrebbe sistematicamente pagato una ventina di ragazze affinché mentissero nel corso del processo Ruby e negassero, quindi, di avere assistito o partecipato a scene di carattere sessuale, nel corso delle famose serate sulle quali erano poi montati sia lo scandalo mediatico, che il collegato procedimento giudiziario.
    Unitamente al Cavaliere, la Procura ha chiesto di condannare tutte le ragazze, compresa quella Kharima El Mahroug alias Ruby e alias “nipote di Mubarak”, che nel primo processo era figurata, invece, tra le vittime delle presunte molestie sessuali che il padrone di casa avrebbe rivolto alle sue giovani ospiti. Anche lei, secondo la Procura, ha mentito quando, sotto giuramento, ha scagionato Berlusconi e, pertanto, merita di scontare una pena di cinque anni.
    Le condanne a carico delle cosiddette “Olgettine”, sono state, quindi, richieste sia per il reato di corruzione, che per quello di falsa testimonianza. Ed a questo proposito, Gaglio e Siciliano hanno parlato di imputati travolti da “prove galoppanti”.
    Inoltre, la Procura ha dato la netta sensazione di non aver tenuto minimamente conto delle argomentazioni addotte dagli avvocati di Berlusconi, i quali hanno sempre riconosciuto come venissero effettivamente distribuiti - alla luce del sole - degli aiuti economici alle ragazze, descrivendoli però come dei semplici gesti di solidarietà umana nei riguardi di persone che avevano avuto carriera e reputazione rovinata dall'esposizione mediatica. Ma così non l’ha pensata, evidentemente, la Procura di Milano che in quelle “generosità” finanziarie ha visto, invece, solamente quello che ha definito “un patto criminale”, stipulato al fine di evitare che le imputate dicessero la verità: anche se – e qui può ragionevolmente sorgere qualche perplessità – il primo processo ha ormai stabilito, con sentenza passata in giudicato, che, in realtà, in quelle benedette serate non c’era poi proprio niente di penalmente rilevante da nascondere…
    Non ci interessa sapere chi, in questa grottesca commedia, abbia avuto torto o ragione. Ci dispiace però, profondamente, per la comica immagine della nostra classe dirigente che essa proietta nel mondo.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    4 min

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"Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.

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