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  • L'effetto guerra non risparmia nessuno. I dati Onu parlano di 4,8 milioni di posti lavoro in meno in Ucraina | 13/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    La guerra di Putin, in soli 80 giorni, ha spazzato via 4,8 milioni di posti di lavoro in Ucraina. Lo sostiene "The impact of the Ukraine crisis on the world of work: Initial assessments, rapporto (il primo focalizzato sul lavoro nel paese guidato da Zelensky) dell'International Labour Organization, agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di lavoro. Il dato è impressionante in quanto giunge dopo due anni di pandemia da Covid che ha piegato l'occupazione mondiale, anche quella ucraina. Una cessazione immediata delle ostilità potrebbe portare ad una rapida ripresa dell'occupazione con il ripristino del lavoro per 3,4 milioni di persone, riducendo la perdita occupazionale complessiva all'8,9%. Anche i vicini dell'Ucraina non vengono risparmiati. Degli oltre 5,23 milioni di rifugiati fuggiti dalle ostilità, molti sono sbarcati in Ungheria, Polonia, Moldova, Romania e Slovacchia.
    Per i Paesi poi impegnati nell'integrazione dei nuovi arrivati la prospettiva di un conflitto prolungato significa che i rifugiati potrebbero rimanere in esilio più a lungo del previsto, esercitando pressioni sui mercati del lavoro e aumentando la disoccupazione nei paesi che li ospitano. La crisi economica della Russia, poi, innescata dalle sanzioni internazionali travalica i confini del Paese stesso. Le economie di Paesi come il Kazakistan, il Kirghizistan, il Tagikistan e l'Uzbekistan dipendono dalle rimesse di centinaia di migliaia di lavoratori migranti in Russia. Se dovessero perdere il lavoro ed essere costretti a tornare nei loro Paesi di origine, secondo il rapporto, questo "provocherebbe gravi perdite economiche in tutta l'Asia centrale".
    La situazione è ormai al tracollo e serve un immediato cessate il fuoco per rendere migliore la situazione, anche occupazionale, di molte economie.
    3 min
  • La posizione del Governo italiano sulla guerra tra Russia e Ucraina | 12/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Qual'è la linea politica della maggioranza che sostiene il Governo di Mario Draghi sulla guerra tra Russia e Ucraina? Fino a poche settimane fa frasi come "cessate il fuoco", "piano di pace", "favorire i negoziati", sembravano bandite.
    Il Pd di Enrico Letta ha assunto fin dall'inizio del conflitto una posizione oltranzista, dettata per lo più dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini che però in queste ultime ore manda a dire che l'impegno dell’Italia a fornire armi all’Ucraina non può essere disgiunto dal lavoro compiuto insieme agli altri Stati europei, uno sforzo diplomatico per il cessate il fuoco e per avviare i negoziati.
    La Lega di Matteo Salvini che nelle fasi della guerra aveva assecondato l'invio di armi in Ucraina, oggi si smarca e si allinea a Giuseppe Conte del M5s profondamente contrario al riarmo del nostro Paese.
    Forza Italia mette in campo giudizi più sfumati e ora detta dichiarazioni a favore del cessate il fuoco. Guerini dice che il Parlamento ha dato il via libera all’invio di armi, finalizzato a consentire all’Ucraina di difendersi e di difendere la propria popolazione dall’aggressione russa. Dunque per Guerini non c’è un innalzamento dell'impegno italiano con la nuova fornitura di armi, ma «la prosecuzione del nostro impegno, così come indicato dal Parlamento». Le tensioni politiche nella maggioranza durano da settimane. Con ogni probabilità si vanno ad incrinare sempre più i rapporti tra Pd e il M5s, come confermato da Giuseppe Conte che non arretra di un millimetro la propria posizione.
    Draghi e Biden sottolineano il loro impegno per il perseguimento della pace, sostenendo l'Ucraina ed imponendo costi alla Russia. Ma di iniziative di pace italiane non se ne vedono tracce. Ciò che emerge è la mancanza di una visione autonoma e una posizione assolutamente subalterna agli Stati Uniti. Nel passato non fu sempre così con Craxi, Andreotti, con Berlusconi. Non vorremmo un giorno rimpiangere i tempi andati.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    3 min
  • Il ruolo di Macron nell'avvio di una trattativa di pace | 11/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Emmanuel Macron tenta la carta di una trattativa di pace che ponga fine alla guerra tra Russia e Ucraina e si smarca dagli Stati Uniti. Dopo la vittoria alle presidenziali, Macron ricava un ruolo europeo, riempie un vuoto e incassa il via libera del Presidente cinese Xi Jinping all'obiettivo del cessate il fuoco. I due capi dello Stato hanno ricordato il loro legame al rispetto dell'integrità territoriale e della sovranità dell'Ucraina. Macron ha poi evocato la drammatica situazione in cui sono confrontati i civili ucraini a causa dell'aggressione russa. Solo l'altro ieri, a poche ore dalla parata messa in campo da Vladimir Putin a Mosca, Macron aveva strigliato la Nato.
    “Se Biden vuol fare la guerra alla Russia tramite l’Ucraina è affar suo. Noi non possiamo e non dobbiamo seguirlo. In questa guerra non ci guadagna nessuno tranne gli Usa, che fanno soldi a palate vendendo le armi e il gas senza subire conseguenze”, aveva spiegato Macron. Nella sostanza il ragionamento di Macron è che nello scontro tra Russia e Stati Uniti manca l'Europa, perché subalterna all'America. “In questi anni la volontà di mantenerci uniti a 27 ci ha impedito di essere più ambiziosi. Non riusciamo a riunirci, come capi di Stato e di governo, in formato zona euro".
    Macron ha ragione. manca un ruolo europeo nella risoluzione della guerra, e con l'assenza di Europa manca anche il livello alto della politica, del senso pragmatico della diplomazia, del Bene comune.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    3 min
  • Il viaggio di Draghi negli Stati Uniti e l'incontro con Biden | 10/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Prima o poi, ogni Presidente del Consiglio o aspirante tale, vola negli Stati Uniti, si incontra con il Presidente in carica e chiede consigli. Accade fin dal gennaio 1947 quando l’allora presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi, esponente della Democrazia cristiana, a bordo di un quadrimotore sballottato dal maltempo, raggiunse gli Usa per rinsaldare i legami con Washington e chiedere aiuti economici concreti: il cosiddetto "piano Marshall". In tempi più recenti, negli Usa ci sono andati Matteo Salvini, Matteo Renzi, Luigi di Maio. Del resto i protocolli diplomatici dell'Italia atlantista prevedono sempre un vertice a Washington.
    Anche Mario Draghi non si sottrae alla lunga tradizione, ma il suo però è un viaggio complicato. La questione delicata sul tavolo della discussione è l'invio di nuove armi anche offensive all'Ucraina. La corsa al riarmo italiano vede tra i più accaniti oppositori Giuseppe Conte, leader del M5s, uno dei partiti che tiene in piedi la maggioranza, che contesta il metodo utilizzato dal premier: nessun dibattito parlamentare sul viaggio negli Stati Uniti e la corsa al riarmo italiano.
    Nell'incontro tra Mario Draghi e Joe Biden alla Casa Bianca sarà affrontata la cooperazione nella gestione delle sfide globali, dalla sicurezza energetica al contrasto ai cambiamenti climatici, al rilancio dell’economia, allo sviluppo della sicurezza transatlantica. I due leader si confronteranno poi su questioni regionali e sui preparativi in vista dei vertici G7 e NATO di giugno. Per Biden e Draghi si tratta del terzo bilaterale in poco più di un anno, dopo l'incontro in Cornovaglia al G7 e la visita di Biden a Palazzo Chigi a margine del G20 di Roma, ma da allora i tempi sono cambiati e incombe la guerra tra Russia e Ucraina. Gli Stati Uniti hanno messo in campo 33 miliardi di aiuti e chiedono agli alleati una cifra proporzionale, qualcosa che l'Italia non è in grado di mettere in campo avendo varato sforzi economici notevoli per tentare di risanare le disastrate casse dello Stato.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    3 min
  • La Brexit scricchiola dopo la vittoria del Sinn Féin in Irlanda del Nord | 09/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Non l'ha presa bene Boris Johnson la vittoria del Sinn Féin in Irlanda del Nord.
    È successo quello che era previsto, ma non in questo modo netto, marcato. Sinn Féin ottiene per la prima volta la maggioranza relativa e potrà esprimere il primo ministro. Alliance, una formazione liberale, fa un balzo di più di 5 punti percentuali e quasi raddoppia i propri seggi. I grandi sconfitti sono i partiti unionisti che si rubano i voti a vicenda: cresce il Tuv, portavoce dell’unionismo più oltranzista a scapito del Dup, il vero sconfitto di queste elezioni dopo quindici anni di dominio incontrastato. Il segreto sta nella forza di due donne: Michelle O’Neill, responsabile di Sinn Féin per l’Irlanda del Nord, e Naomi Long, segretaria di Alliance. Loro hanno fatto la vera differenza. Il successo di Naomi Long, già sindaca di Belfast nel 2009, parlamentare in Irlanda ed Europa, poi ministra della giustizia dal 2020, è un fenomeno riconducibile alla sua capacità di vedere ben oltre le mere divisioni.
    Michelle O’Neill ha spostato l’asse della discussione dai temi tradizionali e tradizionalmente divisivi, come la questione costituzionale, a prospettive più vicine ai bisogni primari della popolazione: la disoccupazione, le case popolari, i diritti delle donne, e il riconoscimento dell’identità linguistica irlandese.
    La Brexit di Boris Johnson ora scricchiola, perché la vittoria storica dei nazionalisti repubblicani apre nuovi scenari geopolitici, come quello di una possibile riunificazione con Dublino. Ora però si temono un pericoloso pantano politico, nuove tensioni: il protocollo d’intesa tra Ue e Uk, secondo cui l’isola tutta è rimasta all’interno del mercato europeo, prevedendo, dopo la Brexit, un confine doganale tra Irlanda e Inghilterra. Su questo nuovo grave scontro tra Regno Unito ed Unione Europea, Johnson si giocherà il futuro della sua leadership.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    3 min
  • Meglio pochi, ma buoni? | 07/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Nella nuova proposta per l'embargo al petrolio russo la Commissione Europea lavora, con gli Stati membri, a una deroga di due anni (invece di uno come previsto inizialmente) per Ungheria e Slovacchia. Di conseguenza, per queste due nazioni - che hanno minacciato di non approvare il sesto pacchetto di sanzioni - il divieto di importare greggio dalla Russia entrerà in vigore solamente con l’inizio del 2025. Anche per la Repubblica Ceca è prevista una deroga che scadrà però alla fine di giugno 2024. Per venire, invece, incontro, alle proteste di Grecia, Malta e Cipro, la Commissione consentirà uno slittamento di tre mesi (valido, questo, per tutti i 27 Paesi membri) concernente il divieto di trasporto di greggio russo su navi europee, mentre, nel pacchetto iniziale, tale divieto avrebbe dovuto scattare il mese prossimo.
    L’obbiettivo del tavolo di trattativa è, quindi, quello di ottenere l'approvazione formale entro questo week end.
    Però, questa serie di compromessi non fa altro che confermare che, in teoria, l’Unione Europea sarebbe una grande potenza (basti pensare che i suoi 27 Paesi investono quasi 240 miliardi di euro in spese militari, quattro volte cioè quello che spende la Russia), ma nella realtà è soltanto una mezza figura, priva non solo di una politica della difesa comune, ma anche di una politica estera unitaria ed adeguatamente autorevole. La sensazione che si prova dinanzi al suo balbettare ogni volta che qualche Paese membro si arrocca nella difesa particolaristica di qualche suo peculiare interesse, è quella di avere a che fare con un progetto velleitario destinato, purtroppo, a rimanere incompiuto.
    È veramente difficile che il giocattolo funzioni sul serio se, ogni volta e per qualsiasi decisione si debba prendere, occorre sistematicamente mettere insieme i consensi di tutte e 27 le capitali europee... basta, infatti, il veto di uno Stato qualunque ed ecco che tutto il meccanismo si ferma…. Come potrà mai l’Europa, seguendo queste logiche, occupare quello spazio rilevante che pure la sua forza economica e la sua straordinaria tradizione culturale la autorizzerebbero ad occupare sullo scenario internazionale? Il nostro vecchio e glorioso Continente avrebbe tutte le carte in regola per porsi come una sorta di faro di riferimento per la democrazia e per la libertà di tutti i popoli del mondo, ma resta invece, troppo spesso, intrappolato dalla sua stessa struttura organizzativa che, nel diritto di veto, racchiude un metodo decisionale che appare del tutto incompatibile con l'idea stessa di una grande Unione. A nulla serve, infatti, l’essere potenzialmente determinanti se poi non si hanno le capacità di decidere in maniera efficace e concreta. Ecco perché – anche per non lasciare l’Occidente privo di una voce essenziale come quella europea – è ormai divenuto assolutamente urgente superare il vetusto ed ingombrante scoglio del voto all’unanimità, per introdurre finalmente la possibilità di decidere a maggioranza. E se qualcuno non sarà d’accordo, potrà anche accomodarsi da un’altra parte, magari anche al di fuori dell’Unione Europea. Pertanto, la cosa più importante, in questo momento storico, è che i Paesi fondatori e quelli che, comunque, nel corso del tempo hanno sviluppato un convinto spirito europeista, vengano lasciati liberi di pronunciarsi e di agire senza dover sempre subire snervati intralci ed infruttuose battute d’arresto. In sostanza, ci verrebbe da dire “meglio pochi, ma buoni”.
    4 min
  • Sfuma l'effetto Fed, frena l'Europa, crolla Wall Street | 06/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    I mercati finanziari europei frenano l'effetto imposto dalle misure della Fed, appesantiti dal rosso di Wall Street. Eppure nelle prime ore della seduta gli indici sono arrivati a guadagnare anche più di due punti. Si è dissolto l'entusiasmo degli investitori, anche a causa dei segnali poco incoraggianti sull'economia cinese e per le tensioni sulle ricadute della guerra in Ucraina, soprattutto a causa del calo della Borsa Usa, con le vendite che colpiscono soprattutto il NASDAQ. La Federal Reserve, che pure ha alzato i tassi di 50 punti base, l'aumento maggiore in vent'anni per contenere uninflazione ai massimi in quarant'anni, ha escluso giri di vite più significativi alle prossime riunioni.
    Il presidente Jerome Powell, che ha giudicato «appropriate» le mosse e ha anticipato ulteriori aumenti del costo del denaro, ha comunque escluso rialzi di 75 punti base alle prossime riunioni. Anche la Bank of England ha deciso di alzare di 25 punti base il tasso di riferimento bancario, portandolo dallo 0,75 all'1 per cento. Era dal 2009 che il tasso di riferimento del Regno Unito non era così alto. Nella sostanza Wall Street si muove all'insegna della debolezza e trascina i mercati del Vecchio Continente, lasciando in poche ore le speranze imposte dalle dichiarazioni meno aggressive del previsto della Federal Reserve. I mercati sono volatili e gli investitori guardano con prudenza ogni segnale positivo.
    Credits: Agenzia Fotogramma
    3 min
  • La stretta della Fed condiziona i mercati finanziari | 05/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Il comitato di politica monetaria della banca centrale Usa annuncia il secondo rialzo dei tassi di interesse Usa consecutivo dopo quello di marzo. Si tratta di una mossa economica più «corposa» che non si verifica da oltre 20 anni a questa parte. I mercati finanziari internazionali sono tutti in fibrillazione, ma non da oggi. Del resto gli indici sono reduci da quattro mesi terribili: tra gennaio e aprile, lo S&P 500 ha perso il 13,3%, registrando il peggior inizio d'anno dal 1939; il Nasdaq Composite, reduce dal peggiore mese dal 2008, ha ceduto il 21,2%, il peggior inizio d'anno dalla sua creazione, avvenuta nel 1971.
    Per il Dow Jones, calo del 14,69%. Il rublo è scambiato sui massimi da quasi due anni contro euro e dollaro. La divisa russa ha toccato un massimo a 68,375, il top dal giugno 2020. Contro l'euro la moneta russa è salita fino a 71,91, massimo dal febbraio 2020. Il rublo ha preso la via del rialzo nel giorno dell'annuncio delle sanzioni Ue alla Russia, dopo il crollo di inizio marzo in seguito all'invasione dell'Ucraina. E l'annuncio delle nuove sanzioni europee contro la Russia spinge al rialzo i prezzi dell'energia. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha proposto «un divieto totale d'importazione di tutto il petrolio russo, via mare e via oleodotto, greggio e raffinato». L'eliminazione sarà graduale e avverrà in sei mesi per il greggio, entro fine anno per i prodotti raffinati. Così i prezzi del petrolio hanno preso la via del rialzo, in corsa anche il prezzo del gas che segna un +5,7% a 105,1 euro al MWh.
    In questo marasma generale districarsi tra alti e bassi, sanzioni e controsanzioni, misure delle banche centrali, è diventato quasi impossibile e la possibilità di esserne travolti è ormai molto alta.
    3 min
  • Le contro sanzioni di Vladimir Putin | 04/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    I partner europei lavorano al sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia, che prevede un embargo graduale sul petrolio e il ritiro di "altre banche" dal sistema di transazioni Swift. E alle misure messe in campo contro la Federazione russa da Stati Uniti ed Europa, Italia compresa, Vladimir Putin risponde con alcune contro sanzioni indirizzate a quelli che dall'inizio della guerra chiama "paesi ostili". Nella sostanza, si tratta di uno stop, rivolto alle istituzioni statali russe, agli affari e alle esportazioni. Il cosiddetto ‘decreto Putin’ stabilisce l'applicazione delle misure economiche speciali nei confronti dei Paesi che si sono uniti agli Stati Uniti. In particolare, il decreto vieta “a organi federali statali, organi statali, governi locali, organizzazioni e persone fisiche che sono nella giurisdizione della federazione russa di concludere affari (inclusi i contratti di commercio con l’estero), con persone giuridiche, persone fisiche e organizzazioni sotto loro controllo nei confronti dei quali verranno applicate delle misure economiche speciali”.
    Le ripercussioni saranno pesanti soprattutto per banche, grandi imprese, PMI. Interi comparti come l'agro-alimentare e l'energetico, con ogni probabilità, subiranno perdite pesanti, difficili al momento da quantificare sul piano economico e finanziario. Intanto la Russia sembra aver scongiurato ancora una volta il default tecnico del suo debito in valuta estera. Tre investitori si sarebbero visti accreditare sui rispettivi conti le cedole in dollari di due eurobond, con scadenza 2022 e 2042, alla vigilia del termine del periodo di grazia di 30 giorni scattato ad inizio aprile, quando le cedole sono venute a maturazione. Il pagamento evita alla Russia il primo default della sua storia.
    3 min
  • Per non rimanere al buio | 03/05/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Sostituire i 29 miliardi di metri cubi di gas importati dalla Russia non sarà affatto cosa facile, ma se vorrà riuscirci, da qui al 2026, il nostro Paese si vedrà costretto ad operare un cambiamento di direzione assai rilevante, rispetto alla politica energetica adottata fino ad oggi. Infatti, lasciando serenamente il compito di gridare all’apocalisse alle forze politiche ed ai movimenti di base che, negli ultimi anni, si erano dedicati anima e corpo a sostenere le ragioni dell’ambientalismo del “no ad ogni costo”, chiunque occuperà le stanze di Palazzo Chigi si troverà a dover percorrere un cammino caratterizzato da scelte sostanzialmente obbligate. Un cammino fatto di nuovi rigasificatori, di potenziamento dei tre che in Italia sono già in funzione, di massimizzazione dei metri cubi di gas ricavabili attraverso il gasdotto del Tap, di maggiori importazioni da Algeria e Congo, di ripresa delle estrazioni del gas nazionale e, purtroppo, anche di pieno rilancio della quattro centrali a carbone di cui, attualmente, disponiamo.
    È almeno dall’inizio del nuovo Millennio che, per andare incontro alle istanze di un certo tipo di ecologismo velleitario, abbiamo finito per perdere il contatto con quella nostra tradizionale povertà energetica che, adesso, la guerra si è impietosamente incaricata di riportare alla nostra memoria. Bisognerà, pertanto, mettere nel cassetto il libro dei sogni, per decidersi, invece, a rimettere nella cartella i ben più aridi (ma concreti) testi di tecnologia e di contabilità. E francamente, non ci sentiamo nemmeno di escludere che l’attuale Governo o quelli che verranno non si vedano, un giorno o l’altro, costretti ad assumere provvedimenti di austerità sui futuri consumi energetici: un po’ sulla falsariga di quelli che imparammo a conoscere durante la grave crisi petrolifera seguita, nel 1973, alla guerra del Kippur.
    Stiamo però, parlando di una politica energetica che servirà magari a risolvere o a mitigare una situazione di emergenza, ma che non affronta ancora, con la necessaria chiarezza di programmi, la questione più generale del mix energetico, dal momento che lascia, infatti, insoluti tutti i problemi legati alla dipendenza -tuttora eccessiva - dalle fonti fossili e dai fornitori esteri che, comunque, in larga misura saranno sempre dei Paesi politicamente instabili.
    Fermo restando che – per sacrosante ragioni ambientali e sanitarie - la prospettiva a medio/lungo termine deve essere davvero quella di ridurre le percentuali di utilizzo di petrolio, gas e carbone, viene tuttavia da chiedersi tramite quali fonti alternative questo obbiettivo possa essere raggiunto. Si dice, ottimisticamente, col solare e con l’eolico, dimenticando forse che si tratta pur sempre di fonti rinnovabili non continue, ma intermittenti. Ben vengano, quindi, anche loro, purché non si perda la consapevolezza del fatto che non sempre il vento ed il sole sono disposti a soffiare o a scaldare come farebbe comodo a noi...Ecco che affiora, quindi, inevitabilmente l’esigenza di poter fare affidamento anche su un qualcosa che sia continuativo ed al tempo stesso “pulito”. In sostanza, appare oggi piuttosto irrazionale che l’Italia persista nell’ignorare l’esigenza di valutare anche l’opportunità di fare ricorso ad una produzione – sia pure parziale - di energia nucleare. Un’esigenza che, comunque, non si elimina certo evitando l’argomento o facendo finta che non esista.
    4 min

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"Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.

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