Il Corsivo

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  • I giornalisti uccisi e minacciati nel centro della guerra tra Russia e Ucraina | 16/03/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi 
    La guerra non fa sconti a nessuno e anche i giornalisti che seguono da vicino il conflitto vengono colpiti dalle granate dell'artiglieria, dalle bombe lanciate dagli aerei. In queste ultime ore hanno perso la vita Pierre Zakrzewski, un cameraman di Fox News. È stato ucciso in Ucraina, alla periferia di Kiev. Zakrzewski era collega di Benjamin Hall rimasto ferito. I giornalisti, a bordo del loro veicolo, sono stati presi di mira mentre tentavano di raggiungere Horenka, fuori dalla capitale.
    È il secondo collega straniero caduto durante la guerra in Ucraina, dopo l'americano Brent Renaud. Anche la giornalista ucraina Oleksandra Kuvshynova è rimasta uccisa nell'attacco. Il britannico Hall, che era con loro nell'auto colpita e rimasto gravemente ferito, sarebbe stato sottoposto ad un intervento per l'amputazione di una gamba. Chi perde la vita e chi viene minacciato, come Marina Ovsyannikova, che ha interrotto un notiziario in diretta sulla Tv di stato in cui lavora, Channel One, per denunciare la guerra in Ucraina. È stata arrestata, multata e rilasciata. E le Nazioni Unite chiedono alle autorità russe che la collega non sia punita per aver esercitato il suo diritto alla libertà di parola. Ravina Shamdasani, portavoce delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha chiesto che le autorità garantiscano che la donna «non subisca rappresaglie».
    Per proteggere l’incolumità della giornalista, si è fatto avanti anche il presidente francese Emmanuel Macron, che ha proposto una «protezione consolare». Nelle guerre, i giornalisti sono sempre testimoni scomodi, osservano cose che le parti in conflitto non vogliono far vedere.
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    "Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.
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    3 min
  • La no fly zone e il pericolo di una guerra atomica | 15/03/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi 
    Il premier ucraino Zelensky e il suo ministro degli Esteri Kuleba implorano una no fly zone sull'Ucraina. Anche ieri la richiesta è stata ribadita dal primo ministro ucraino, Denys Shmyhal, nel suo intervento al Consiglio d'Europa, ma come ha rimarcato il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres, "la no-fly zone è stata analizzata da diversi paesi che sostengono comporti il rischio di escalation che potrebbe creare un conflitto globale". Guterres precisa che "bisogna essere prudenti", anche se capisce l'appello delle autorità ucraine. Infatti, la Nato ha deciso di non agire sui cieli ucraini, perché il rischio concreto è coinvolgere altri Paesi nel conflitto tra Russia e Ucraina, una guerra allargata che potrebbe trasformarsi in una Terza guerra mondiale.
    Del resto una no-fly zone è uno spazio aereo sottoposto al controllo militare e interdetto a tutti i velivoli non autorizzati. La dichiarazione di uno spazio aereo chiuso, quindi protetto, richiederebbe l’uso di mezzi aerei per contrastare quelli russi. Un aereo russo potrebbe essere abbattuto, fatto che salverebbe i civili ucraini da un attacco, ma allo stesso tempo innescherebbe una risposta della Russia. L’alternativa alla no-fly zone sembra essere, per alcuni, il rifornimento di armi a Kiev, ma una guerra non si è mai conclusa continuando a inviare armi. I fautori di questa scelta sostengono che non si può lasciare soli gli aggrediti, ma anche il potenziamento bellico ucraino farebbe scivolare di mesi, se non di anni la fine del conflitto. Solo un intervento risolutivo di uno Stato terzo, come la Cina, può determinare la fine del fragore delle armi.
    Credits: Agenzia Fotogramma.
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    3 min
  • Gli appelli inascoltati di Papa Francesco contro la guerra | 14/03/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi 
    Dal 24 febbraio, cioè dal primo giorno della guerra russa in Ucraina, Papa Francesco rivolge all'umanità appelli alla pace, alla fratellanza, alla solidarietà, e chiede l'immediato cessate il fuoco. Ma le sue parole restano da allora inascoltate, non solo dalle parti coinvolte nel conflitto, ma anche dalla diplomazia internazionale e dalla politica italiana il cui dibattito è incentrato invece sull'invio di armi, mezzi e contingente in aiuto all'Ucraina. Solo ieri all'Angelus, Francesco ha chiesto la fine dell'assedio di Mariupol e della guerra: "Mariupol è una città martire. Cessate questa inaccettabile aggressione armata". Il pontefice ha condannato "la barbara uccisione di bambini e civili".
    Poi ha chiesto: "In nome di Dio, fermate questo massacro". Già nella mattinata del 25 febbraio Francesco si era recato all'ambasciata della Federazione Russa presso la Santa Sede per esprimere all’ambasciatore Alexander Avdeev la sua preoccupazione per la guerra. Nulla è accaduto.
    La parola del Papa sembra essere sparita dal mainstream del pensiero unico, dalle testate principali. Eppure il papato intende essere un concreto operatore di pace che mette in campo gli strumenti a sua disposizione per sollecitare l’apertura del dialogo. Francesco ha così caricato di una particolare valenza simbolica il passo diplomatico dello scorso 25 febbraio e oggi chiede di far tacere le armi e di aprire una fase negoziale. Prima che sia troppo tardi.
    Credits: Agenzia Fotogramma.
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    3 min
  • Che cosa pensa Draghi | 12/03/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    È un Mario Draghi piuttosto sereno quello che al termine del vertice di Versailles si presenta dinanzi ai giornalisti per la conferenza stampa di rito. Al punto che esordisce definendo l’incontro avuto con gli altri leaders europei “un successo” ed aggiunge di aver raramente riscontrato una simile compattezza tra i Paesi membri dell’Unione Europea.
    Il nostro premier ha parlato anche delle ripercussioni che la guerra in Ucraina sta avendo e continuerà ad esercitare sui Paesi europei: a suo avviso, Putin non vuole la pace ed il suo piano sembra essere un altro. Poi, a questo proposito, Draghi ha ribadito il suo impegno personale e quello dei suoi colleghi affinché Kiev e Mosca arrivino a parlarsi, purché sia, comunque, preservata la dignità dell'Ucraina.
    Ma il tema principale del vertice francese ha riguardato la discussione sulle carenze di materie prime, tra le quali spiccano pure quelle agro-alimentari. Draghi ha affermato che se la situazione con la Russia (ma anche con altri Paesi europei decisi a sospendere le esportazioni) si aggraverà, allora diventerà necessario importare grano e mais da altre nazioni come il Canada, gli Stati Uniti o l’Argentina. Lo stato di cose venutosi a determinare obbliga a riconsiderare tutto il cosiddetto apparato regolatorio: e si tratta di un argomento – ha continuato Draghi – che si ripropone anche riguardo agli aiuti di stato ed al patto di Stabilità. E’, quindi, importante che, giunti a questo punto, la Commissione UE decida di rivedere – sia pure temporaneamente – le regole che ci hanno accompagnato in questi anni.
    Quanto alle esigenze di cassa dell’Unione Europea, non c’è dubbio – secondo l’ex presidente della BCE – che occorrano nuove entrate, poichè i bisogni finanziari dell'Unione stessa, se si vogliono rispettare gli obiettivi di clima, difesa ed energia, sono decisamente elevati. In sostanza, stando ai calcoli della Commissione il fabbisogno risulta essere pari a 1,5 o 2 o più trilioni di euro. Diventa, dunque, indispensabile trovare un compromesso su dove attingere per le risorse: e dal momento che a livello di bilancio nazionale questo spazio non c'è, è chiaro che serve una risposta comunitaria.
    Una possibile fonte di introiti potrebbe essere, ad esempio, individuata nella tassazione degli extraprofitti delle società elettriche, dovuti al balzo dei prezzi energetici: e si tratterebbe certamente - ha detto ancora Draghi - di una fonte cui guardare con attenzione, visto che, secondo le stime della Commissione europea, una simile misura darebbe un gettito che in Europa potrebbe arrivare a 200 miliardi di euro.
    Passando, invece, a trattare delle sanzioni decise dall'Europa contro la Russia, il presidente del Consiglio le ha definite “molto pesanti”, ma ha anche aggiunto che potranno divenirlo ancora di più: l'importante è che tutti siano consapevoli del fatto che hanno un impatto sia sulle famiglie, che sulle imprese. Purtroppo, la situazione attuale, se non sarà affrontata con provvedimenti immediati, rischia di fratturare il sistema economico europeo spingendolo verso il protezionismo. Dobbiamo, quindi, prepararci a tutto, anche se – ha poi aggiunto facendosi più rassicurante – almeno per ora non siamo assolutamente ai livelli di un’economia di guerra. Il premier ha voluto precisare che gli pare di vedere in giro allarmismi esagerati, poichè prepararsi ad una certa evenienza, non significa che questa debba poi verificarsi sicuramente, ma significa, invece, che l’Europa deve ri-orientare le sue fonti di approvvigionamento. Cosa che si fa costruendo nuove relazioni commerciali.
    Nel corso del Consiglio europeo straordinario - ha concluso Draghi - non si è parlato di eurobond ed egli stesso ha ritenuto che non fosse il momento di farlo. E’ però chiaro che si presentano oggi esigenze finanziarie di una tale dimensione da rendersi proibitive per qualsiasi bilancio nazionale. Pertanto, la politica fiscale europea dovrà continuare ad essere espansiva e centrata sugli investimenti. Altrimenti gli ambiziosi obiettivi climatici e quelli della difesa non saranno mai raggiunti.
    Credits: Agenzia Fotogramma.
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    4 min
  • La dolce vita di “London-grad” | 11/03/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Il Governo britannico, tra le misure punitive prese a carico di alcuni oligarchi russi sospettati di intrattenere stretti legami d’affari con la nomenklatura di Vladimir Putin, ne ha prevista anche una che va ad impattare clamorosamente sul mondo del calcio: non solo quello inglese, ma anche europeo. A Roman Abramovich, notissimo presidente della squadra londinese del Chelsea (campione d’ Europa in carica) sono stati, infatti, congelati tutti i beni che possedeva nel Regno Unito, compreso il costosissimo giocattolo che, in poche stagioni, il magnate del petrolio aveva portato dall’anonimato del centro classifica ai vertici del calcio internazionale. La conseguenza più immediata è quella che adesso il Chelsea verrà a trovarsi in una situazione di assoluta incertezza riguardo al suo assetto societario. Il solo denaro che la Società londinese potrà spendere riguarderà esclusivamente la sua attività ordinaria, ma non potrà più fare nessun altro tipo di investimento, mettendo, quindi, seriamente in discussione il suo stesso futuro: in realtà, con i fondi che sono stati bloccati, non si sa nemmeno se il Club disporrà della liquidità necessaria per arrivare fino alla fine del campionato... I biglietti dello stadio venduti non saranno confiscati, ma d’ora in poi non sarà possibile venderne altri. Anche tutti gli introiti legati all’imponente giro di merchandising dovrebbero essere fermati, mentre, resta anche oscuro il destino dei dipendenti e di tutti i locali, bar e alberghi che gravitano intorno al complesso dello stadio Stamford Bridge. E poi, chi riuscirà a trattenere ancora a Londra giocatori e tecnici abituati a percepire stipendi miliardari?
    Non a caso, fiutando evidentemente il tipo di vento che incominciava a soffiare nei suoi confronti, Roman Abramovich, sentiti i primi spari dei cannoni di Putin, si era affrettato a mettere in vendita tutto il suo immenso patrimonio inglese, compresa la squadra di calcio che, in 19 anni di presidenza, gli aveva portato in dote ben 21 trofei: tutti di primissimo livello. Si sarebbe accontentato di tre miliardi e mezzo di euro, rinunciando ad altri due miliardi di credito che il ricchissimo azionista vanta tuttora nei confronti del suo gioiello sportivo.
    Ma al di là della vicenda personale di quello che, grazie ai suoi investimenti in ambito calcistico, è divenuto, senza dubbio, il magnate russo più famoso nel mondo, ad essere, comunque, avviato verso la sua conclusione si direbbe sia, in generale, anche tutto un gaudente capitolo trentennale della più recente storia della capitale britannica, ironicamente ribattezzata, da alcuni commentatori economici, “London-grad”, proprio in considerazione di tutti i miliardi di sterline di provenienza russa che aveva sempre benevolmente accolto nei suoi forzieri. Adesso però, Boris Johnson ha stabilito che – per usare parole sue - “ non ci possono essere più posti tranquilli per chi supporta i crimini di Putin"...
    Credits: Agenzia Fotogramma.
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    3 min
  • La porta in faccia | 10/03/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Non c’è che dire: è una bella porta in faccia quella che Joe Biden si è sentito sbattere da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che neanche gli rispondono al telefono... Con il prezzo di gas e petrolio che tocca livelli stellari e che è destinato ad aumentare ulteriormente (vista la decisione di Stati Uniti e Regno Unito di sospenderne le importazioni dalla Russia), il Presidente americano aveva cercato di convincere i due principi - Mohammed Bin Salman e Mohammed bin Zayed - che di fatto governano i due Paesi arabi, ad incrementare le loro produzioni petrolifere in modo da calmierare, almeno in parte, le quotazioni che sono divenute insostenibili per il grosso dell’economia occidentale. Ma i due signori del greggio che, quasi sicuramente, rimpiangono gli ottimi rapporti che intrattenevano con la Casa Bianca quando a risiedervi era Donald Trump hanno, evidentemente, voluto togliersi la bella soddisfazione di lasciare l’uomo più potente del mondo a mani vuote.
    In particolare, per il principe saudita che, da quando Biden è stato eletto alla presidenza degli USA ha inutilmente cercato di stabilire un contatto diretto con lui, si tratta di una scelta dettata sostanzialmente dalla delusione e dal rancore per non essere mai stato seriamente preso in considerazione. D’altra parte, su MbS - come viene confidenzialmente chiamato il principe dalla stampa internazionale - pesa il sospetto, avanzato dalla CIA, di essere il mandante dell’assassinio del giornalista Khashoggi, avvenuto, con efferata violenza, presso il consolato saudita di Istanbul. Biden, durante tutto il suo primo anno di governo, lo ha, pertanto, sempre snobbato, considerandolo un personaggio inaffidabile e spietato.
    Ma adesso le cose sono cambiate, perchè con la quotazione del greggio che torna ai suoi massimi da 14 anni ad oggi, Riad è l'unica potenza sul pianeta ad avere la capacità di immettere sul mercato quantità di prodotto adeguate per contenere l’esplosione dei prezzi. Di conseguenza, diventano rispettabili, onesti, amici, belli e buoni tutti quelli che possano risultare utili alla causa....Non a caso, in una recente intervista rilasciata ad un giornale americano, lo stesso Mohammed bin Salman, prevedendo probabilmente le traiettorie che, a breve, avrebbero preso i mercati delle materie prime, dichiarò che per gli Stati Uniti non è mai un bene inimicarsi l’Arabia Saudita, aggiungendo ironicamente che spetta, comunque, al Presidente USA prendersi cura degli interessi dei suoi elettori. Per cui, Biden era chiaramente libero di comportarsi come meglio credeva...
    Orfani di Donald Trump devono sentirsi anche gli Emirati che, nella persona del principe Mohammed bin Zayed, hanno rimproverato al nuovo leader americano una eccessiva apertura di credito nei confronti dell'Iran, relativamente ai negoziati di Vienna per la ripresa di quell'accordo sul nucleare dal quale Trump si era invece, a suo tempo, chiamato fuori e che, in questi giorni, sarebbero ormai giunti ad una conclusione che desta non poco allarme presso le monarchie sunnite del Golfo.
    Credits: Agenzia Fotogramma
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    3 min
  • “Dio lo vuole” | 09/03/2022 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Papa Bergoglio, dopo aver prudentemente evitato di pronunciarsi in modo aperto sulla questione ucraina nei primissimi giorni del conflitto, sembra adesso abbandonare ogni cautela diplomatica in favore di una presa di posizione molto più chiara.
    Già domenica scorsa, durante l’Angelus, aveva affermato che, quando si parla di Ucraina, “non si tratta solo di un'operazione militare ma di guerra che semina morte, distruzione e miseria”. Dopo di che, alle parole, il Pontefice ha fatto immediatamente seguire i fatti con l’avvio di una complessa operazione diplomatica, che comprende anche l'invio di due importanti cardinali a Kiev per cercare di capire se esistano ancora dei percorsi di mediazione rimasti fino ad oggi inesplorati. Anche se la prima e quasi inevitabile conseguenza di questa iniziativa ufficiale del capo della Chiesa cattolica sarà quella di compromettere l’apertura di un dialogo che, ultimamente, era parso poter nascere tra il vescovo di Roma ed il patriarca ortodosso di Mosca Kirill, con il quale era forse in programma persino un incontro personale entro l’estate, ma che ora, dopo il suo recente sermone di pieno appoggio alla politica estera del Cremlino, diventa per il Vaticano un interlocutore piuttosto scomodo e, pertanto, da riconsiderare soltanto in un secondo momento. Il patriarca di Mosca ha, infatti, espresso opinioni molto lontane da quelle che solitamente compaiono nei discorsi di Mario Bergoglio, avendo dichiarato, con assoluta convinzione, che in Ucraina è in corso un’azione militare moralmente giusta, poiché serve a contrastare l’attacco condotto da forze del male ben individuate e guidate dalla potente lobby omosessuale che si propone di oscurare i tradizionali valori cristiani. Una visione manicheistica delle cose che, applicata in questo caso ad una situazione bellica, comporta, quindi, una vera e propria contrapposizione tra l’esercito del bene e quello del male. L’alto esponente della Chiesa ortodossa russa ha anche indicato un criterio infallibile per capire se uno Stato sia schierato o meno dalla parte della verità e della giustizia: basta, infatti, andare a verificare se le sue autorità autorizzino o meno le manifestazioni dei gay pride...
    La pretesa di dare una giustificazione religiosa anche agli spargimenti di sangue è antica quanto l’uomo ed anche il nostro tempo non sta, certamente, facendo eccezione nel chiamarla in causa spesso e volentieri.
    Anzi, dai fondamentalisti islamici agli induisti che attaccano i musulmani in India, sono tutti convinti di agire in nome di Dio o, comunque, di una morale di tipo superiore.
    Evidentemente, lo slogan “Dio lo vuole” rappresenta ancora oggi una delle opzioni più vincenti tra quelle a disposizione del marketing del reclutamento militare.
    Credits: Agenzia Fotogramma.
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    3 min
  • Si riaprono i negoziati, ma le posizioni tra Russia e Ucraina restano distanti | 08/03/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi 
    La ripresa dei negoziati non porta ad un accordo di sostanza. Le posizioni tra Russia e Ucraina sono distanti e inconciliabili. La Russia sarebbe disposta a mettere fine alle operazioni militari in Ucraina se Kiev accettasse quattro condizioni: cambio della Costituzione e dichiarazione di neutralità, rinuncia alla adesione alla Nato, riconoscimento della Crimea come territorio russo e dell'indipendenza delle Repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk nel Donbass. Il Cremlino ribadisce di non voler annettere le due repubbliche. Le condizioni di Mosca, ribadite anche nel nuovo round di negoziati, sono irricevibili da Kiev. Non c'è un punto sostanziale che possa avviare un percorso negoziale anche solo lontanamente soddisfacente.
    Mancano i fondamentali di un potenziale accordo.
    Manca la politica, soprattutto non c'è un mediatore qualificato disposto a entrare di persona nei trattati. La Cina ha detto ieri per la prima volta di essere pronta a lavorare con la comunità internazionale per una "necessaria mediazione" sull'Ucraina, pur ribadendo che l'alleanza con la Russia è solida come una roccia.
    I corridoi umanitari annunciati da Macron si sono rivelati un fallimento. Il Presidente ucraino Zelenski e il suo ministro Kuleba continuano a chiedere cose impossibili a Nato ed Europa: una no fly zone in Ucraina allargherebbe in poche ore il conflitto facendolo virare verso una guerra mondiale, l'annessione dell'Ucraina alla Nato viene rifiutata e a Kiev resta solo il probabile, comunque lungo cammino verso l'adesione alla Ue.
    L'Armata russa prepara l'attacco finale, per gli ucraini saranno giorni difficili.
    Credits: Agenzia Fotogramma.
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    3 min
  • Cresce l'opposizione russa al conflitto di Putin | 07/03/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi 
    I pacifisti riempiono le piazze a Berlino, Parigi, Tokyo, Roma. Anche in Russia, cresce di giorno in giorno il movimento che si schiera contro la guerra in Ucraina. Solo ieri in Russia 3.500 persone sono state arrestate per la loro partecipazione a iniziative di opposizione alla guerra di Vladimir Putin. E dall'inizio delle ostilità è impossibile calcolare il numero di russi fermati dalle forze dell'ordine per la loro protesta contro il conflitto. Molti di loro sono giovani, alcuni giovanissimi: rispondono all'appello dell'oppositore in carcere, Alexei Navalny, che ha convocato i sit in alle 14.00 ora di Mosca e San Pietroburgo (le 12.00 italiane). Non fanno neanche tempo a riunirsi che già si trovano stipati nei mezzi della polizia, portati nei vari commissariati, identificati, molto spesso picchiati e trattenuti in carcere.
    Secondo un rapporto di Amnesty International, nei soli primi quattro giorni di invasione, la polizia russa ha regolarmente usato la forza per disperdere le proteste. Secondo l’organizzazione non governativa per i diritti umani Ovd-Info, sono stati arrestati oltre 5.900 manifestanti in 67 città. Il 24 febbraio il filosofo politico Grigory Yudin è stato picchiato dalla polizia, ha perso conoscenza e ha trascorso un breve periodo di tempo in ospedale.
    Tra i fermati di ieri c'è anche Svetlana Gannushkina, leader del Comitato di assistenza civica, impegnata da anni nel campo dei diritti umani e dei migranti e anche più volte candidata al Premio Nobel per la Pace.
    Credits: Agenzia Fotogramma.
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    3 min
  • Le conseguenze economiche della guerra in Ucraina | 05/03/2022 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi 
    Dieci giorni dopo l'inizio del conflitto tra Russia e Ucraina, la situazione economica diviene devastante per tutti, non solo per la Russia, colpita dalle sanzioni di buona parte della comunità internazionale. Le Borse europee sono in caduta libera, - 7%. Nella sola Piazza Affari in una settimana si registra -10%, con cali pesanti dei titoli bancari. Giù anche Wall Street. I listini stanno reagendo in modo negativo alle notizie che giungono dal fronte militare: le forze militari russe hanno occupato la città di Kherson, nel sud del Paese, e hanno preso il controllo della centrale nucleare a sei reattori della città di Enerhodar, nell’oblast di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa.
    Valori record per i prezzi del gas naturale in Europa: sulla piattaforma Ttf il contratto con scadenza aprile è trattato a 202,4 euro al megawattora, e la scadenza maggio si muove nella stessa misura a 196 euro al megawattora. Intanto, anche S&P ha tagliato il rating della Russia a "CCC-", mantenuto in CreditWatch Negative, per il crescente rischio default. Già Moody's e Fitch, le altre due agenzie di rating di riferimento a livello globale, avevano posto il rating russo a livello "junk" (spazzatura) per il rischio di mancato rimborso delle esposizioni debitorie.
    La Borsa di Mosca rimane chiusa dal 4 marzo e cerca di evitare il tracollo finanziario.
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"Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.

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