Il Corsivo

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  • Il dramma dei bambini afghani | 24/08/2021 | Il Corsivo
    I bambini sono al centro del dramma dei rifugiati. Unicef chiede assistenza umanitaria per 10 milioni di bimbi.
    Hanno bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere.
    Si stima che almeno un milione di loro soffriranno di malnutrizione acuta grave quest’anno e, senza cure, potrebbero morire.
    Un numero stimato di 4,2 milioni di bambini non vanno a scuola, fra cui oltre 2,2 milioni di bambine.
    Da gennaio, le Nazioni Unite hanno registrato oltre 2mila violazioni dei diritti dei bambini. Circa 435mila bambini e donne sono sfollati interni. Questa è la dura realtà che i bambini afghani affrontano, e rimane tale indipendentemente dagli sviluppi politici in corso e dai cambiamenti governativi", dice Unicef. E l'organizzazione delle Nazioni Uniti ha ragione, perché nelle cronache che i pochi inviati indipendenti scrivono dall'Afghanistan mancano i bambini .
    Li vediamo all'aeroporto di Kabul accalcarsi con le loro famiglie in cerca di un posto sui velivoli della salvezza. Li scorgiamo poveri e affamati nei villaggi controllati oggi dai talebani. Speriamo solo di vederli difendere anche nei trattati che presto le superpotenze mondiali sigleranno con i nuovi padroni dell'Afghanistan.
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    2 min
  • Il popolo di Emergency | 23/08/2021 | Il Corsivo
    Vogliono esserci, anche sotto un sole cocente e un caldo afoso che non da tregua. Vogliono mettersi in fila per partecipare all'ultimo saluto al fondatore di Emergency Gino Strada. È un rito laico, silenzioso, commosso. Il popolo di Emergency sta in fila in via Santa Croce e la coda si allunga dentro al parco delle Basiliche, lo attraversa tutto fino all'altro ingresso, nella Cerchia dei Navigli..
    Ognuno porta qualcosa, come fosse un dono, un omaggio: una bandiera, un fazzoletto, oggetti, mazzi di fiori, biglietti. C'è una corrispondenza diretta tra quelle migliaia di persone provenienti da ogni parte d'Italia e Gino, raffigurato sorridente in uno degli ultimi scatti della sua vita, in una spiaggia in Normandia, poco prima di andarsene. Non è una veglia funebre, ma un arrivederci rivolto ad un amico.
    Una folla incalcolabile forma un flusso continuo nella camera ardente allestita dai volontari di "Casa Emergency". I protagonisti non sono le autorità, i politici e i vip televisivi in cerca di consensi, ma quella Milano dal cuore in mano che nonostante le tante trasformazioni della città e del Paese, resta fedele ai valori di umanità e solidarietà, proprio quelli di Gino Strada che dal 1984 ha curato attraverso gli ospedali allestiti in ogni parte del mondo, almeno 11,5 milioni di persone. Di tutte le persone e di ogni strato sociale, perché, come amava dire Gino Strada, "i diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi".
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    2 min
  • La repressione talebana contro le opposizioni | 21/08/2021 / Il Corsivo
    Il vero volto dei talebani si è mostrato in poche ore e le prime dichiarazioni nella conferenza stampa poco dopo la presa di Kabul sono ormai carta straccia.
    I talebani sparano sulla folla il giorno dell'indipendenza, sequestrano la bandiera, uccidono i manifestanti, puntano le armi contro quelli che tentano di raggiungere nell'aeroporto di Kabul, almeno diecimila. Muniti di liste di proscrizione entrano nelle case di ex attivisti, artisti e cittadini schierati in passato contro i talebani. Frugano tutto, cercano documenti, che possono rovinare la loro reputazione nelle città e nei paesi. Distruggono monumenti in memoria di loro oppositori. Ammazzano i parenti di giornalisti tedeschi.
    Le testimonianze raccolte dai pochi inviati occidentali rimasti in Afghanistan e dalle ong come Emergency e Medici senza frontiere parlano di un clima di caccia al nemico in ogni angolo del Paese.
    Con questi tagliagole fa i conti in queste ore la diplomazia. Ai nuovi padroni afghani si rivolge la Cina, smaniosa di trovare un ruolo chiave sul piano economico e geopolitico nel Medio Oriente.
    Strizzano gli occhi la Russia e l'Iran.
    Intanto Joe Biden deve fare i conti con il suo minimo storico di popolarità e con le rivelazioni del Wall Street Journal secondo cui una nota interna del Dipartimento di Stato – datata 13 luglio – aveva avvertito i vertici dell’amministrazione della probabile caduta del governo afghano subito dopo il 31 agosto, la data prevista per il completo ritiro delle truppe. Si capirebbe così l'atteggiamento americano che non ha opposto alcuna arma contro l'avanzata talebana.
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    3 min
  • Il futuro dell'Afghanistan nelle mani di Hamid Karzai | 20/08/2021 | Il Corsivo
    Le manovre per la formazione di un nuovo esecutivo in Afghanistan sono nelle mani anche di Hamid Karzai, il primo presidente del Paese post-talebano, eletto nel 2004 per due mandati, esponente della tribù pashtun Popalzai, figlio e nipote di esponenti politici dell'epoca del sovrano Mohammad Zahir Shah.
    Lo hanno chiamato a svolgere l'importante ruolo di mediatore fra i vincitori del momento, ovvero gli “odiati” talebani, il governo in fuga del Presidente Ghani e la comunità internazionale, con Stati Uniti, Cina, Russia e Iran, oltre che Europa.
    Per Karzai non si prospetta un compito facile perché la situazione geopolitica è ingarbugliata, condizionata da veti incrociati dove gli Stati Uniti sconfitti restano ormai succubi della diplomazia russa e cinese che intende dialogare con i talebani.
    Ma chi è Karzai? Era l'inizio del 2002, Karzai era appena stato scelto come presidente ad interim di un Afghanistan che con l'aiuto delle truppe Usa intervenute subito dopo gli attentati dell'11 settembre aveva cacciato i talebani. Alle prime elezioni, nel 2004, fu eletto presidente dal voto popolare e alle successive riconfermato al ballottaggio. Nella sua lunga vita politica è stato inizialmente sostenitore dei Mujahiddin dall'esilio pakistano all'epoca dell’invasione sovietica, poi simpatizzante dei talebani, successivamente esule in Pakistan e contro il loro regime. Fu poi sostenitore degli Usa quando giunsero in Afghanistan e nei primi anni del suo governo, per finire con l'essere loro ostile e con il rifiutarsi, pochi mesi prima di lasciare il potere a favore del successore Ashraf Ghani, di firmare l’accordo che permetteva alle truppe americane di restare nel Paese anche dopo il ritiro inizialmente previsto nel 2014. La storia di Karzai collima con l'opera complicata che dovrà svolgere a breve.
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    3 min
  • Quelle statue abbattute dai talebani | 19/08/2021 | Il Corsivo
    È proprio vero. La Storia si ripete nel corso del tempo, ma la seconda volta, spesso, si può trasformare in una farsa.
    A Bamiyan, una delle prime azioni simboliche dei talebani riguarda l'abbattimento della statua in memoria di Abdul Ali Mazari, un eroe sciita anti talebano. Si tratta di un ex leader politico Hazara, la minoranza sciita in Afghanistan.
    I talebani ripartono dalla distruzione dei monumenti. Sempre a Bamyan, vent'anni fa, i talebani distrussero con la dinamite i monumentali Buddha, due enormi statue alte 55 e 33 metri scolpite nella pietra a 230 chilometri da Kabul. Uno dei crimini più odiosi contro uno dei Patrimoni dell'Umanità dichiarati dall'Unesco. Il Mullah Omar considerava ''simboli pagani'' quelle rappresentazioni di inestimabile valore. Rispondendo alla denuncia globale per la distruzione dei Buddha, i talebani risposero che l'azione era stata decisa per protestare contro l'attenzione che la comunità internazionale dimostrava per le statue mentre il popolo afghano soffriva la fame.
    L'abbattimento della statua di un nemico dei talebani è comunque un atto di violenza che non promette niente di buono, come la sparatoria contro i manifestanti a Jalalabad e in diverse altre città afghane, e va in controtendenza con le prime dichiarazioni ufficiali che parlano di un nuovo corso, di un governo inclusivo, di donne inserite nel Governo anche se sotto le regole della Sharia. Tra poco il mainstream dei mass media internazionali farà certamente calare l'attenzione e per il popolo afghano inizieranno periodi complicati.
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    3 min
  • I nuovi talebani e il ritorno della Sharia | 18/08/2021 | Il Corsivo
    Chi sono i nuovi talebani che si sono ripresi Kabul e hanno sconfitto gli Stati Uniti e la coalizione internazionale dopo vent'anni di conflitto?
    Alla fine del Novecento i seguaci del mullah Omar venivano reclutati tra gli studenti delle scuole coraniche e tra i contadini della cosiddetta cintura pashtun. Poi venivano arruolati e armati dai servizi segreti pachistani.
    Oggi i capi e i guerriglieri sono mutati. Provengono dalle zone marginali del Paese, quelle dimenticate dallo Stato centrale che non ha mai usato i finanziamenti americani per ricostruire davvero un Paese.
    Sono giovani, disoccupati, inseguono una vendetta, una nuova avventura, incattiviti dalle tante inutili stragi causate dai bombardamenti contro i civili. In ogni villaggio c'è una cellula talebana costituita da pochi quadri, alcune decine di combattenti a tempo parziale e numerosi fiancheggiatori. Religiosi e anziani garantiscono per loro il consenso popolare. Così nel silenzio generale si è messo in piedi il nuovo esercito talebano, quello che oggi annuncia una amnistia per i funzionari di Stato e non esclude l'ingresso delle donne nel Governo secondo le regole della Sharia (dovranno indossare l'hijab ma non il burqa), e che tratta a Doha alla pari della diplomazia internazionale le condizioni politiche del nuovo Afghanistan.
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    2 min
  • La Cina, la Russia e l'alleanza con i talebani afghani | 17/08/2021 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi 
    Gli Stati Uniti e la coalizione internazionale vengono sconfitti in Afghanistan, e Russia e Cina entrano in scena sul piano diplomatico.
    L'epilogo fallimentare del ventennale intervento dell'Occidente in Afghanistan, è un'occasione ghiotta sul piano geopolitico che le due superpotenze vogliono sfruttare senza perdere altro tempo. A poche ore dalla presa di Kabul, Russia e Cina nei fatti riconoscono i talebani confermando le attività delle rispettive ambasciate nella capitale afghana.
    La posizione cinese è racchiusa nelle parole del ministero degli Esteri. La guerra dura da oltre 40 anni: fermarla e raggiungere la pace non è solo la voce unanime degli oltre 30 milioni di afghani, ma anche l'aspettativa comune di comunita internazionale e Paesi regionali. Pechino rileva che i talebani "hanno affermato che la guerra è finita e che negozieranno un governo islamico aperto e inclusivo, oltre a intraprendere azioni responsabili per garantire la sicurezza di cittadini afghani e missioni straniere".
    La Russia non sta a guardare dal balcone del mondo. L'ambasciatore russo a Kabul, Dmitry Zhirnov pare fidarsi dei talebani perché gli hanno promesso di costruire un Afghanistan "civilizzato", "libero dal terrorismo e dal traffico di droga".
    Oggi è attesa una riunione virtuale straordinaria dei ministri degli Esteri della Ue, ma sono già delineati i possibili scenari diplomatici con Russia e Cina destinati a fare il bello e il cattivo tempo a Kabul e dintorni.
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  • Afghanistan, la sindrome della sconfitta | 16/08/2021 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi 
    Vent'anni fa l'allora presidente americano George Bush Jr, ordinava l'invasione dell'Afghanistan, in risposta agli attacchi dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti.
    Vent'anni dopo i talebani cacciati dai luoghi del potere si sono ripresi Kabul e controllano l'intero Paese. Come è stato possibile?
    La disfatta in Afghanistan non è solo americana, ma anche di tutta la coalizione internazionale, Italia compresa. E appare ancora più grave se si tiene conto che l'impegno è durato in modo continuativo per un ventennio.
    Solo dieci anni fa lo sforzo militare calcolava oltre 130.000 soldati composti da 51 contingenti. Oltre a centinaia di ong che hanno operato per aiutare la società civile in ogni campo. Sono molte le cause di questa clamorosa sconfitta. Dall'attacco contro l'Iraq di Saddam Hussein che tolse forza alla missione in Afghanistan alle divisioni all'interno della missione con gli americani e gli inglesi che la definivano "di tipo strettamente militare" e gli europei secondo cui era una "operazione di peacekeeping".
    E oggi si replica in Afghanistan il fallimento iracheno di fronte a Isis vittorioso a Mosul nel 2014. I programmi di addestramento delle nuove forze armate afghane sono proseguiti nonostante la crescita delle diserzioni e i comandanti spesso si intascavano le paghe dei soldati, favorendo un sistema di corruzione endemica. Così partiti i contingenti, terminata la missione internazionale, gran parte degli effettivi di Ghani sono passati armi e bagagli ai talebani.
    È la sindrome della sconfitta politica e militare su cui anche il nostro Paese dovrebbe riflettere seriamente.
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    3 min
  • Gino Strada, morte di un ambasciatore di pace | 14/08/2021 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi 
    Gino Strada ripeteva spesso una frase di Albert Einstein: "La guerra non si può umanizzare, si può solo abolire".
    Il fondatore di Emergency aveva ragione, lui che aveva assistito le vittime dei conflitti e aperto ospedali dove nessuno osava andare. Anche in Afghanistan, dove in queste ore i talebani stanno marciando verso la capitale Kabul. Una vocazione alla pace con una missione non scritta, non codificata: essere un ambasciatore di quelle tante, troppe persone che non hanno mai voce.
    Perché le guerre che combatteva sul campo Gino Strada, sono quelle che colpiscono e uccidono soprattutto i civili. Non c'è luogo al mondo in cui Strada non avesse operato, portando un vento di pace e umanità. Con il Comitato internazionale della Croce Rossa si recò in varie zone di conflitto: Pakistan, Etiopia, Perù, Afghanistan, Somalia e Bosnia ed Erzegovina.
    Proprio questa esperienza sul campo lo aveva portato a fondare Emergency, la onlus per la riabilitazione delle vittime della guerra e delle mine antiuomo: assistenza gratuita a milioni di pazienti in 18 Paesi del mondo tra cui Iraq, Afghanistan, Cambogia, Serbia, Eritrea, Sierra Leone, Sudan, Algeria, Angola, Palestina, Nicaragua e Sri Lanka.
    Oggi senza Gino Strada siamo più soli. Se ne va una voce e una coscienza critica, soprattutto un uomo straordinario dalle idee coraggiose che ha saputo, giorno dopo giorno, coniugare le parole in fatti concreti.
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    2 min
  • L'imbarazzante posizione del sottosegretario Durigon | 13/08/2021 | Il Corsivo
    La posizione del sottosegretario all'Economia Claudio Durigon all'interno del Governo guidato da Mario Draghi diventa sempre più imbarazzante per la maggioranza e ha riflessi anche nell'immagine internazionale del nostro Paese. Può un esponente di un Governo voler intitolare il parco di Latina al fratello del Duce invece che a due eroi dell'antimafia come Falcone e Borsellino?
    In un qualsiasi altro Paese europeo uno come Durigon sarebbe già da giorni fuori dalla compagine governativa. Storcono il naso i tedeschi, i francesi, gli spagnoli, i portoghesi, gli inglesi, ma Durigon non rassegna le dimissioni e resta al suo posto, protetto dalla Lega secondo cui si tratta solo di una polemica strumentale e che quindi la fiducia nei suoi confronti è immutata.
    Ma la Lega sbaglia, perché Durigon si trova in un luogo delicato della geografia del Governo, cioè nel dicastero dell'Economia, quello che dovrà in primis gestire i soldi del Recovery plan e i paesi europei non hanno una gran voglia di fidarsi di uno che pare di più destinato ad amministrare un negozio di alimentari piuttosto che il ministero chiave del bilancio pubblico. E non è questione ideologica.
    Durigon dovrebbe ricordare il giorno dell'insediamento del Governo Draghi quando aveva giurato sulla Costituzione che non giustifica alcuna intitolazione di un parco pubblico a Mussolini, in cui qualsiasi atto di celebrazione del regime fascista è giudicato illegale e fuori dalle regole della nostra democrazia.
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"Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.

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