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  • Nel M5s è scontro totale tra Grillo e Conte | 21/08/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Non si sta vivendo un'estate tranquilla e serena nel M5s, perché tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte volano stracci in pubblico. Non è la prima volta che spinte centrifughe personali e politiche di vario tipo inducono i dirigenti ad avviare una discussione seria sul futuro del movimento, specie dopo i magri risultati elettorali ottenuti negli ultimi due anni, dalle politiche del 2022 alle europee del 2024, con un 10% stimato dai sondaggi degli analisti. E anche questa volta, come nel passato, lo scontro è alla luce del sole. “Simbolo, nome e doppio mandato non si toccano”, dice Beppe Grillo in una lettera pubblicata sul suo blog. Grillo è netto: “I nostri tre pilastri non sono modificabili a piacimento, custodiamo ciò che abbiamo costruito”. Si tratta dunque di un attacco mirato, che punta a delegittimare la nuova fase costituente lanciata da Giuseppe Conte, il quale replica adirato.  “Nessuno decide su cosa si può deliberare, anche io mi metto in gioco e discuteremo di tutto, regole comprese”.
    Le reazioni nel M5s 
    Il movimento si ritrova diviso secondo lo schema delle correnti che lo fanno diventare sempre più un partito che un soggetto politico aperto  alla discussione. Nella sostanza Grillo manda a dire che il partito l’ha creato lui con Casaleggio, che ci ha buttato dentro molti soldi, quindi guai a chi tocca il limite al doppio mandato, chi intende cambiare nome o simbolo. “E’ solo la sua opinione, da noi i dogmi non esistono”, dice Francesco Silvestri, che sostiene Conte riferendosi a un eventuale terzo mandato. “Parole sante”, sostiene  l’ex ministro Danilo Toninelli vicino a Grillo. Ma cos'è per Conte il M5s? “Un esperimento di democrazia partecipativa mai realizzato, in Europa, da una forza politica”, puntualizza Conte. In palio c’è il nuovo Movimento, chiamato a ripartire dopo il 9,99% delle scorse europee. L’ex premier vuole ridare la parola agli iscritti e smarcarsi dal fondatore. Grillo intende riprendersi il partito. 
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    3 min
  • Discorso lampo di Biden alla Convention di Chicago: con Kamala Harris salviamo la democrazia | 20/08/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    È durato pochi minuti il discorso del Presidente americano Joe Biden alla Convention dem di Chicago. "Se il 5 novembre gli americani manderanno Kamala Harris alla Casa Bianca, la democrazia sarà salva", dice Biden costretto a farsi da parte dalla corsa presidenziale. Biden ha rivendicato i successi, che secondo lui gli avrebbero dovuto garantire il secondo mandato. In primis il merito di aver salvato il Paese dall’epidemia di Covid. Poi gli stimoli economici con cui ha fatto rinascere gli Usa dalla recessione. Quindi gli oltre 16 milioni di posti di lavoro creati, almeno 800.000 nel settore manifatturiero; leggi e regole per affrontare l’emergenza clima; le iniziative per ricostruire le infrastrutture, rilanciare la produzione dei chip in patria, abbassare i prezzi delle medicine. Infine la leadership internazionale, soprattutto l'alleanza contro Putin. Tra gli applausi Biden si è avviato verso il viale del tramonto, partendo subito per una vacanza di due settimane in California, lasciando la scena a Kamala Harris ed evitando l'incontro a Chicago con Barack Obama.
     
    Le manifestazioni dei pacifisti: siamo con Kamala ma lei ci deve ascoltare
    L’assedio del pacifisti filo palestinesi alla Convention democratica è iniziato ma la manifestazione che ha aperto la quattro giorni di proteste fuori dal perimetro della United Center, è stata sottotono rispetto alle aspettative degli organizzatori che attendevano fra le 10 e le 30mila persone. A Union Park, ci saranno stati poco più di 5 mila manifestanti, meno dei 12 mila poliziotti schierati in città per prevenire disordini. Le loro voci si sono fatte comunque sentire."Siamo con Kamala ma lei, se vuole il nostro voto, ci deve ascoltare", dicono i pacifisti. Tra le richieste ci sono  il cessate il fuoco a Gaza, il blocco delle forniture di armi e lo stop a ogni tipo di aiuto a Israele. Gli antagonisti americani premono sulla Convention democratica per spostare a sinistra l'asse dem. Ci riusciranno? 
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    3 min
  • Parte da Chicago la sfida di Kamala Harris a Donald Trump | 19/08/2024 | Il Corsivo
    A cura di Daniele Biacchessi
    Parte da Chicago la sfida di Kamala Harris a Donald Trump
    Da oggi parte la sfida di Kamala Harris alla Casa Bianca. Giovedì 22 agosto Harris pronuncerà il tradizionale discorso con cui confermerà di accogliere la nomination e di correre come candidata alla presidenza degli Stati Uniti. A questo appuntamento i democratici sono giunti in salita, dopo la lunga serie di scarse apparizioni televisive e pubbliche del candidato naturale, Joe Biden, la cui candidatura ha perso peso fino al suo definitivo ritiro e il lancio della nuova leadership della Harris. Spetta proprio a Biden aprire oggi la convention dei democratici a Chicago con un discorso di investitura della sua vice presentandola come una "leader eccezionale", unica garante, secondo il Presidente, di quelle libertà che Donald Trump minaccia. Biden spiegherà come, nella battaglia per l'anima dell'America,la sua amministrazione abbia assicurato che la democrazia prevalesse e ora, con Kamala Harris e Tim Walz, bisognerà garantire che la democrazia venga preservata, Poi sarà la volta degli illustri predecessori, Barack Obama martedì sera e Bill Clinton mercoledì. Infine Kamala, la vice in carica.
    I numeri della Convention dem di Chicago
    4600 delegati, di cui una trentina non affiliati, animeranno la Convention del Partito democratico. I numeri sono imponenti. Cinquantamila afflussi totali previsti tra delegati, manifestanti, giornalisti, influencer, semplici simpatizzanti. 2500 poliziotti per garantire l’ordine, 12mila volontari perché tutto fili liscio. Con questa organizzazione mastodontica, il Partito Democratico celebra il rito collettivo della Convenzione, la riunione di “famiglia politica” in cui ci si stringe intorno al frontrunner per dargli la volata finale. 
    I sondaggi sono a favore di Harris
    Secondo un nuovo sondaggio del Washington Post-Abc News-Ipsos sul voto nazionale, la candidata presidenziale democratica guida 49% a 45% in un duello solo contro Trump, mentre includendo candidati terzi è al 47% contro il 44% di Trump, con Robert F. Kennedy Jr. al 5%. All'inizio di luglio, Trump era al 43%, Biden al 42% e Kennedy al 9%.
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    3 min
  • Lo stallo della Guida Suprema | 03/08/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Nella sua  ultima apparizione pubblica – che ha coinciso con il funerale del leader di Hamas, Ismail Hanyeh - la Guida  Suprema della repubblica iraniana, Ali Khamenei, è sembrato, ad alcuni commentatori, piuttosto agitato ed incerto nei suoi movimenti. Che temesse forse l’arrivo di un drone destinato appositamente alla sua persona? Del resto, anche all’interno del Paese che governa con ferrea determinazione dalla morte del suo predecessore Khomeyni, non sarebbero certo in pochi a stappare una bottiglia di vino buono (ammesso e non concesso che se possa, clandestinamente, trovare ancora almeno una da qualche parte) se qualche anima caritatevole si decidesse a fargli raggiungere in paradiso il mitico generale Soleimani, eliminato  da Donald Trump all’inizio del 2020.
    Dopo quanto avvenuto a Beirut e a Teheran - dove, nel giro di sole otto ore, si è passati da un omicidio mirato all’altro - è molto probabile che adesso i capi politici e militari delle organizzazioni che, a vario titolo, fanno rifermento alla repubblica islamica, non vivano affatto momenti di beata spensieratezza: l’ inadeguatezza dell’intelligence e della sicurezza iraniane è stata messa in evidenza in maniera troppo clamorosa per consentire a chiunque di loro di sentirsi davvero al riparo da una minaccia israeliana che, invece, ha dimostrato di poterli colpire ovunque e con chirurgica precisione.
    Khamenei parla di una “dura punizione” per Israele, verso il quale ha ordinato un attacco diretto: ed è ovvio che una “punizione” – anche se sostanzialmente innocua come fu quella tentata nell’aprile scorso – dovrà assolutamente sforzarsi di infliggerla, se non vuole del tutto perdere la faccia di fronte al mondo intero. D’altra parte, al di là dei proclami ufficiali, la repubblica sciita è ben consapevole del fatto che una eventuale escalation sul campo di battaglia sarebbe, inevitabilmente, destinata all’insuccesso, vista la disparità di potenziale bellico che la separa ancora dallo Stato ebraico. Inoltre, sono anche le condizioni economiche disastrose in cui versa il Paese a sconsigliare avventure militari che andassero al di là del puro effetto dimostrativo: infatti, specialmente da quando nel 2018 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l’accordo sul nucleare sottoscritto nel 2015 dall’Iran con i Paesi del P5+1, impose agli ayatollah delle sanzioni finanziarie e commerciali particolarmente severe, l’Iran è caduto in una crisi profonda dalla quale non è mai più riuscito a riprendersi.
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    3 min
  • Lo stallo della Guida Suprema | 03/08/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Nella sua  ultima apparizione pubblica – che ha coinciso con il funerale del leader di Hamas, Ismail Hanyeh - la Guida  Suprema della repubblica iraniana, Ali Khamenei, è sembrato, ad alcuni commentatori, piuttosto agitato ed incerto nei suoi movimenti. Che temesse forse l’arrivo di un drone destinato appositamente alla sua persona? Del resto, anche all’interno del Paese che governa con ferrea determinazione dalla morte del suo predecessore Khomeyni, non sarebbero certo in pochi a stappare una bottiglia di vino buono (ammesso e non concesso che se possa, clandestinamente, trovare ancora almeno una da qualche parte) se qualche anima caritatevole si decidesse a fargli raggiungere in paradiso il mitico generale Soleimani, eliminato  da Donald Trump all’inizio del 2020.
    Dopo quanto avvenuto a Beirut e a Teheran - dove, nel giro di sole otto ore, si è passati da un omicidio mirato all’altro - è molto probabile che adesso i capi politici e militari delle organizzazioni che, a vario titolo, fanno rifermento alla repubblica islamica, non vivano affatto momenti di beata spensieratezza: l’ inadeguatezza dell’intelligence e della sicurezza iraniane è stata messa in evidenza in maniera troppo clamorosa per consentire a chiunque di loro di sentirsi davvero al riparo da una minaccia israeliana che, invece, ha dimostrato di poterli colpire ovunque e con chirurgica precisione.
    Khamenei parla di una “dura punizione” per Israele, verso il quale ha ordinato un attacco diretto: ed è ovvio che una “punizione” – anche se sostanzialmente innocua come fu quella tentata nell’aprile scorso – dovrà assolutamente sforzarsi di infliggerla, se non vuole del tutto perdere la faccia di fronte al mondo intero. D’altra parte, al di là dei proclami ufficiali, la repubblica sciita è ben consapevole del fatto che una eventuale escalation sul campo di battaglia sarebbe, inevitabilmente, destinata all’insuccesso, vista la disparità di potenziale bellico che la separa ancora dallo Stato ebraico. Inoltre, sono anche le condizioni economiche disastrose in cui versa il Paese a sconsigliare avventure militari che andassero al di là del puro effetto dimostrativo: infatti, specialmente da quando nel 2018 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l’accordo sul nucleare sottoscritto nel 2015 dall’Iran con i Paesi del P5+1, impose agli ayatollah delle sanzioni finanziarie e commerciali particolarmente severe, l’Iran è caduto in una crisi profonda dalla quale non è mai più riuscito a riprendersi.
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  • Lo stallo della Guida Suprema | 03/08/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Nella sua  ultima apparizione pubblica – che ha coinciso con il funerale del leader di Hamas, Ismail Hanyeh - la Guida  Suprema della repubblica iraniana, Ali Khamenei, è sembrato, ad alcuni commentatori, piuttosto agitato ed incerto nei suoi movimenti. Che temesse forse l’arrivo di un drone destinato appositamente alla sua persona? Del resto, anche all’interno del Paese che governa con ferrea determinazione dalla morte del suo predecessore Khomeyni, non sarebbero certo in pochi a stappare una bottiglia di vino buono (ammesso e non concesso che se possa, clandestinamente, trovare ancora almeno una da qualche parte) se qualche anima caritatevole si decidesse a fargli raggiungere in paradiso il mitico generale Soleimani, eliminato  da Donald Trump all’inizio del 2020.
    Dopo quanto avvenuto a Beirut e a Teheran - dove, nel giro di sole otto ore, si è passati da un omicidio mirato all’altro - è molto probabile che adesso i capi politici e militari delle organizzazioni che, a vario titolo, fanno rifermento alla repubblica islamica, non vivano affatto momenti di beata spensieratezza: l’ inadeguatezza dell’intelligence e della sicurezza iraniane è stata messa in evidenza in maniera troppo clamorosa per consentire a chiunque di loro di sentirsi davvero al riparo da una minaccia israeliana che, invece, ha dimostrato di poterli colpire ovunque e con chirurgica precisione.
    Khamenei parla di una “dura punizione” per Israele, verso il quale ha ordinato un attacco diretto: ed è ovvio che una “punizione” – anche se sostanzialmente innocua come fu quella tentata nell’aprile scorso – dovrà assolutamente sforzarsi di infliggerla, se non vuole del tutto perdere la faccia di fronte al mondo intero. D’altra parte, al di là dei proclami ufficiali, la repubblica sciita è ben consapevole del fatto che una eventuale escalation sul campo di battaglia sarebbe, inevitabilmente, destinata all’insuccesso, vista la disparità di potenziale bellico che la separa ancora dallo Stato ebraico. Inoltre, sono anche le condizioni economiche disastrose in cui versa il Paese a sconsigliare avventure militari che andassero al di là del puro effetto dimostrativo: infatti, specialmente da quando nel 2018 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l’accordo sul nucleare sottoscritto nel 2015 dall’Iran con i Paesi del P5+1, impose agli ayatollah delle sanzioni finanziarie e commerciali particolarmente severe, l’Iran è caduto in una crisi profonda dalla quale non è mai più riuscito a riprendersi.
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    3 min
  • Lo stallo della Guida Suprema | 03/08/2024 | Il Corsivo
    A cura di Ferruccio Bovio
    Nella sua  ultima apparizione pubblica – che ha coinciso con il funerale del leader di Hamas, Ismail Hanyeh - la Guida  Suprema della repubblica iraniana, Ali Khamenei, è sembrato, ad alcuni commentatori, piuttosto agitato ed incerto nei suoi movimenti. Che temesse forse l’arrivo di un drone destinato appositamente alla sua persona? Del resto, anche all’interno del Paese che governa con ferrea determinazione dalla morte del suo predecessore Khomeyni, non sarebbero certo in pochi a stappare una bottiglia di vino buono (ammesso e non concesso che se possa, clandestinamente, trovare ancora almeno una da qualche parte) se qualche anima caritatevole si decidesse a fargli raggiungere in paradiso il mitico generale Soleimani, eliminato  da Donald Trump all’inizio del 2020.
    Dopo quanto avvenuto a Beirut e a Teheran - dove, nel giro di sole otto ore, si è passati da un omicidio mirato all’altro - è molto probabile che adesso i capi politici e militari delle organizzazioni che, a vario titolo, fanno rifermento alla repubblica islamica, non vivano affatto momenti di beata spensieratezza: l’ inadeguatezza dell’intelligence e della sicurezza iraniane è stata messa in evidenza in maniera troppo clamorosa per consentire a chiunque di loro di sentirsi davvero al riparo da una minaccia israeliana che, invece, ha dimostrato di poterli colpire ovunque e con chirurgica precisione.
    Khamenei parla di una “dura punizione” per Israele, verso il quale ha ordinato un attacco diretto: ed è ovvio che una “punizione” – anche se sostanzialmente innocua come fu quella tentata nell’aprile scorso – dovrà assolutamente sforzarsi di infliggerla, se non vuole del tutto perdere la faccia di fronte al mondo intero. D’altra parte, al di là dei proclami ufficiali, la repubblica sciita è ben consapevole del fatto che una eventuale escalation sul campo di battaglia sarebbe, inevitabilmente, destinata all’insuccesso, vista la disparità di potenziale bellico che la separa ancora dallo Stato ebraico. Inoltre, sono anche le condizioni economiche disastrose in cui versa il Paese a sconsigliare avventure militari che andassero al di là del puro effetto dimostrativo: infatti, specialmente da quando nel 2018 l’allora presidente degli Stati Uniti Donald Trump, denunciando l’accordo sul nucleare sottoscritto nel 2015 dall’Iran con i Paesi del P5+1, impose agli ayatollah delle sanzioni finanziarie e commerciali particolarmente severe, l’Iran è caduto in una crisi profonda dalla quale non è mai più riuscito a riprendersi.
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  • Lo stallo della Guida Suprema | 03/08/2024 | Il Corsivo
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    Dopo quanto avvenuto a Beirut e a Teheran - dove, nel giro di sole otto ore, si è passati da un omicidio mirato all’altro - è molto probabile che adesso i capi politici e militari delle organizzazioni che, a vario titolo, fanno rifermento alla repubblica islamica, non vivano affatto momenti di beata spensieratezza: l’ inadeguatezza dell’intelligence e della sicurezza iraniane è stata messa in evidenza in maniera troppo clamorosa per consentire a chiunque di loro di sentirsi davvero al riparo da una minaccia israeliana che, invece, ha dimostrato di poterli colpire ovunque e con chirurgica precisione.
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"Il Corsivo" a cura di Daniele Biacchessi non è un editoriale, ma un approfondimento sui fatti di maggiore interesse che i quotidiani spesso non raccontano. Un servizio in punta di penna che analizza con un occhio esperto quell'angolo nascosto delle notizie di politica, economia e cronaca.

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